Storia di una piccola parigina – Nero Film 1928

Questo non è un film italiano ma… quasi. Quando fu presentato due anni fa alle Giornate del Cinema di Pordenone, Lenny Borger scrisse che “fu uno dei primi (e più eleganti) esempi di quello che oggi potrebbe essere definito un europudding muto”, e cioè una equipe italo-tedesco-francese (la vicenda si svolge tra Parigi e Londra), che lavora per una produzione franco-tedesca. Ma quel che conta, scusatemi se lo metto in risalto, è la regia di Augusto Genina… ormai tutti sanno che io per questo signore ho un debole, e l’interpretazione spumeggiante di Carmen Boni.
Visto che non riesco a smuovere niente nelle burocratiche sfere degli archivi italiani, proviamo con i francesi. La copia è della Cinémathèque Française. Il titolo francese è: Totte et sa chance, quello tedesco: Der Sprung ins Glück, in italiano: Storia di una piccola parigina.
A Pordenone abbiamo visto il film con didascalie francesi, vi regalo la versione originale italiana:

Storia di una piccola parigina
Carmen Boni (Totte) e Andrè Roanne (Renato Gavart) in una scena del film

«Totte, manicure, carina, graziosissima, deve sostituire una vecchia ed occhialuta compagna presso i suoi clienti.
— Tutti uomini? — domanda la ragazza ala signora Rivolt.
Sfido, con quel naso da bulldog!
Totte incomincia il suo servizio. Gente serissima? La poverina è costretta di piantarne in asso di clienti! Ma fra essi ne capita uno il signor Renato Gavart, che piace anche a lei. Giovane, bello e di uno chic da sedurre perfino una mummia.
Renato ha un’amante che lo adora, almeno lui crede. Una sera dopo il teatro, giunge in casa del giovinotto il segretario di suo padre, il più ricco fabbricante di stuzzicadenti.
— Che c’è di nuovo, signor Laysel?
— Suo padre mi ha incaricato di consegnarle questa lettera urgente. Potrà leggerla domani, ma
io dovevo consegnargliela questa sera stessa…
Caro figlio,
Voi dovete partire immediatamente alla volta di New York per sposare la signorina Ester Von Krab, proprietaria di tutte le pescherie di perle della Sonda. Obbedite.
Vostro padre.
— Ah! sono rovinato! — esclama Renato. Mio padre vuol darmi moglie. Dovrò dare un addio alla vita!
Un’idea! L’amante di Renato è fertile d’idee:
— Di’ a tuo padre che sei ammogliato. Intanto ci sposiamo noi.
— Eh?
— Stupido! Un matrimonio per burla, s’intende. A Londra, in tre giorni, si può essere marito e moglie: in tre settimane tornare liberi.
— Ammirevole! Domani andremo a Londra.
Ma l’indomani. Renato scopre che la sua geniale consigliatrice lo inganna con un mostruoso figuro, e la mette alla porta. Però non abbandona il proposito di effettuare il matrimonio provvisorio. E pensa a Totte, così carina, così leggiadra.
Il domestico annuncia:
— La manicure.
— Buon giorno signorina Totte.
— Buon giorno, signore.
— Permette che io le faccia una confidenza?
— Si figuri…
— Sono innamorato di lei.
— Il signore vuole scherzare…
— Vuole sposarmi?
— Il signore vuole prendermi in giro…
— Se mi trova un marito possibile, partiremo subito per Londra, e ci sposeremo.
— Ma allora è proprio vero?
— Verissimo!
— Sarò sua moglie? Ma lei mi vorrà un po’ di bene? Io sono sola al mondo… Non avrò che lei…
E si sposarono a Londra dove si può essere marito e moglie in tre giorni, e tornar liberi in tre settimane. Poi tornarono a Parigi. Ma Renato non ha punto voglia di abbandonare la piccola parigina, che è la più deliziosa delle parigine.
Papa Gavart scopre il brigantesco tranello di suo figlio. Furente, corre a Parigi col suo segretario, il bonaccione Laysel, e riesce a separare i due coniugi.
Totte, quella mattina, dormiva ancora, quando fu svegliata bruscamente dal domestico.
— Il signor Laysel desidera parlarle.
Intanto, con suo grande stupore, Totte constata che il marito è scomparso.
— È partito per l’America, signora — la informa il candido Laysel. — No, non s’impensierisca… Il padre del signor Renato intende aggiustare le cose da gran signore. Questo appartamento, da oggi è suo…
Ma Totte gli scaraventa addosso tutto quel che le capita sotto mano. E Laysel se la batte.
In verità, Renato non era ancora partito, ma stava por partire per l’America. Lo accompagna il buon Laysel. che assiste al suo imbarco.
— Buon viaggio, buon viaggio, stimatissimo signor Renato…
Renato s’era imbarcato, aveva cambiato i suoi abiti con quelli di un marinaio ed era… tornato a terra.
Il miope Laysel aveva dunque salutato un falso Renato Gavart. Felicissimo di aver eseguito a puntino gli ordini del principale, Laysel si prepara a partire per Parigi.
Totte, intanto, per distrarsi. aveva seguito una sua sbrigliata amica, ex manicure anch’essa, agli stipendi di un infrollito vecchio milionario, in un tabarin di Montmartre, dove fa conoscenza di un omone brizzolato e quadrato, presentatosi col nome di Bouville.
Ma la folle gazzarra del tabarin acuisce invece la tristezza dell’abbandonata sposina. Totte prova una nausea insopportabile per tutta quella gente che si fabbrica l’allegria col jazz e con lo sciampagna.
— Voglio andar via! Voglio andar via!
Il quadrato Bouville la segue, e si offre di accompagnarla a casa. La vezzosa parigina lo interessa.
In auto, Totte si sfoga col brizzolato cavaliere.
— Voi troverete strano ch’io non abbia potuto resistere in quell’ambiente equivoco, non è vero? Ebbene voglio raccontarvi tutto di me. Voi mi sembrate una brava persona…
E Totte narra la sua storia di piccola e povera parigina. Ma quando ella nomina suo marito, Renato Gavart, il quadrato signore si scuote.
— Vi giuro, signore. — continua la sposina abbandonata — che gli ho voluto e gli voglio un bene grande, grande come tutto l’amore che c’è nel mondo. Voi siete commosso, signore… Si vede che avete un cuore. Non è così quel… mammalucco di suo padre.
Ma, intanto, Totte è giunta a casa sua, e vi entra con Bouville, il quale scorge, con sua grande sorpresa, abbandonati su di una grande poltrona del salotto, un soprabito, un paio di guanti e un bastone. Da sotto la tenda sbucano le scarpe di un uomo nascosto…
Corpo di uno stuzzicadente! Sollevando la tenda, Bouville che non è altri che papa Gavert. scopre Renato, suo figlio.
Totte sopraggiunge, e non vi so dire come rimane.
— Figlio mio, conosco la signora da due ore soltanto, ma ho già per lei la stima più illimitata. Tientela cara… Il suo cuore vale tutti i milioni della terra.
Poco dopo, giungeva il pacifico Laysel in casa dei Gavart.
— Ebbene, mio caro Laysel, come è andata? — gli domanda il principale.
— Tutto benissimo! A quest’ora vostro figlio naviga in pieno Oceano Atlantico verso l’America!
Ma gli sposini fanno capolino…
Laysel crede di sognare. Poverello, è proprio destinato a non imbroccarne una!»

Intervista a Carmine Gallone

La cavalcata ardente, Westi Saic 1925
Soava Gallone in La Cavalcata Ardente, Westi-SAIC 1925

Roma, marzo 1925

— Prima domanda, allora: come giudichi tu la presente situazione cinematografica nazionale?

— In maniera ancora molto sconfortante. Siamo in crisi tuttavia: se non acutissima come qualche tempo fa, certo sempre grave e dolorosa. Qualche tentativo di risveglio si fa palese nel nostro grigio e monotono ambiente: ma sono. Tentativi sporadici, sebbene compiuti con evidente e tenace passione. Vedi: noi attendevamo il miracolo: e il miracolo, purtroppo, non è avvenuto.

— Le ragioni?

— Sono molte: fra le quali, primissima la mancanza di una organizzazione intelligente, operosa e fattiva, cosi nel campo produttivo come in quello commerciale: o, per meglio intendersi nel campo che riflette il collocamento all’Estero dei nostri films. Perché, come sai bene, la fortuna dell’Industria cinematografica italiana è sopratutto sui mercati stranieri: poggia sulla vendita oltre i confini della Nazione. L’Italia non è sufficiente a coprire il prezzo di costo dei lavori che vi si producono. È sempre stato così: ed oggi più di prima e più che sempre.

— Allora tu non vedi la possibilità di uscire dal giro vizioso nel quale ci inseguiamo da tanto tempo senza conclusione alcuna?

— Ma certo: una via d’uscita c’è. E sicurissima. Però questa è la mia opinione: chiara, netta, indiscutibile: « per risolvere la crisi è vano pensare alle sole forze nazionali… ».

— Una intesa internazionale, dunque?…

— Proprio così: hai detto giustamente.

— Se ne discute da molto: ma senza concludere, o concludendo mollo poco.

— E pure in questa intesa è la fortuna, è la salvezza della cinematografia italiana. Pensa un poco: lo sforzo che, in questo periodo di tempo, sta compiendo la «S.A.I.C.» è veramente meraviglioso, altamente lodevole, profondamente patriottico. Ma non basta. Solamente con l’intesa internazionale, con l’adesione alla Lega Internazionale (direi quasi) della « Westifilm » si potrà fare non qualche cosa, « ma molto ». L’Europa può bloccare l’America, perché questa è la concorrente più agguerrita che ci troviamo di fronte.

— Pensi che ci si potrà riuscire?

— Ne sono convintissimo: ma bisogna serrare le file, organizzare, stringere più saldi rapporti di collaborazione: realizzare, insomma, una collaborazione cordiale, viva, appassionata fra noi e il grande Consorzio internazionale tedesco di cui t’ho poc’anzi fatto il nome. E riusciremo nell’intento, grazie anche alla nostra genialità e alle nostre infinite risorse d’ogni genere.

— E poi se non mi sbaglio, bisognerebbe operare una cernita risoluta e senza indulgenza fra tutti coloro che si sono occupati e si occupano di cinematografia. Non ti pare?

— La cosa è di lapalissiana evidenza. Del resto, per ottenere una produzione d’arte, nobilissima begli intendimenti e pregevole nei risultati, la selezione è una premessa logica di quest’ultima. I mestieranti, le nullità, improvvisatori – ai quali si deve lo stato attuale dell’Industria nazionale – devono essere scartati senza pietà. E’ una operazione che s’impone nella maniera più rigorosa e nel modo più sollecito. E si sta compiendo, a poco a poco.

— Ancora qualche domanda, e poi ti lascio libero. Hai ultimato La cavalcata ardente?

— Sono pressoché al termine.

— Sei contento di questo tuo ultimo lavoro?

— Contentissimo. Sono certo che riuscirà un film molto bello e di successo sicuro.

— Oltre tua moglie Soava, quali sono gli altri interpreti della tua opera?

— Ciro Galvani, De Gravonne e Emilio Ghione. Si tratta di un brano storico dell’epoca garibaldina. Il film è stato girato in parte anche a Napoli, con grandi masse.

— E per l’avvenire?

— Ho in corso di trattative una combinazione internazionale per l’esecuzione di un film che dovrebbe costare oltre un milione di dollari.

— E sarebbe?

— Non posso dirti ancora nulla. Abbi pazienza. Si tratterebbe di una cosa meravigliosa, ma per il momento devo tenere il segreto.

— Comprendo il tuo riserbo. E speriamo che la fortuna ti assista. Ricordami, con particolare affetto deferente, a donna Soava. E scusami del disturbo.

— Di nulla, caro Lega. Una stretta di mano e poi ho lasciato Carmine Gallone al suo lavoro.
Giuseppe Lega (Il Corriere Cinematografico, 14 marzo 1925)
(Cinema muto italiano storia di una crisi 3)

Febo Mari

Febo Mari Ambrosio Film
Febo Mari, Ambrosio Film

A Messina, in Via Munizione n. 16, alle ore 10 del 16 gennaio 1881, nasce Alfredo Giovanni-Leopoldo Rodriguez, in arte Febo Mari. (dall’atto di nascita pubblicato nel volume Febo Mari, di Nino Genovese, Edizioni Papageno 1998).

“Nella mia Messina, lungo una di quelle viuzze della città distrutta, che tagliavano a scacchi il quartiere mezzano – il quartiere che scendeva dall’altura della Rocca dell’Andria alla banchina del porto – in una di quelle viuzze bianche e fredde, via di Neve, nel patio di una casa catalana, verso il 1895, cinque ragazzi creavano la Scuola d’Arte” (Febo Mari)

E fu così che…

“Il figlio del barone Giovanni Rodriguez – ed è inutile far cenno alle origini – di nome Alfredo e di anni quattordici, entra a far parte di una Scuola de l’Arte improvvisata, unitamente ad altri quattro coetanei storditi dall’audacia e trascinati allo sbaraglio. Il ragazzo Rodriguez aveva deciso di fare il teatro; il che stava significare che avrebbe dovuto provvedersi di una sala con almeno una pedana, un copione, alcune suppellettili, ed infine un pubblico davanti al quale recitare. Poiché il capo era lui, Alfredo, gli toccò fare praticamente tutto, e se gli altri furono in grado di aiutarlo manualmente, il copione doveva inventarlo e scriverlo lui. Lo fece, col titolo Fratello e la recita, non si sa come, avvenne. (…) Inutile aggiungere che per la famiglia Rodriguez, tentativi e proponimenti del genere erano da considersi ragazzate. Che intanto continuasse gli studi e con profitto, possibilmente.

(…)

Alfredo, come voleva la sua famiglia, prese la sua Laurea in Lettere e Filosofia. Ma la sua vera e segreta vocazione era la scena. Giunto a Milano nel 1905, entra nel Circolo Filodrammatico di Arte Moderna (frequenta Labriola, Leone, Monicelli), impara a recitare frequentando (brevemente) i corsi di Teresa Boetti Valvassura, si scrittura nella Compagnia Franchini-Fumagalli (1908), e dopo tre mesi, lo troviamo come primo attore giovane nella compagnia di Virginia Reiter. Meno di un anno dopo, nel 1909, primo attore con Ferruccio Garavaglia: “A trent’anni era già primo attore in un mondo dal difficile incedere, perché i gradini della carriera erano rigorosamente controllati e misurati dai figli d’arte, i nati da genitori attori cui la scena di prosa apparteneva per diritto atavico”(Lucio Ridenti)

Nel 1911 assume la direzione della Compagnia del Teatro Manzoni di Milano. Un anno dopo, forma parte della più aristocratica compagnia stabile italiana, sempre al Manzoni, diretta da Marco Praga, finanziata da Giuseppe Visconti di Modrone (papà del futuro regista teatrale e cinematografico Luchino, che allora aveva soltanto sei anni), capocomici Tina Di Lorenzo ed Armando Falconi. Ma non è tutto, perché nel 1911, Arturo Ambrosio lo invita a debuttare nel cinema, e lui accetta, naturalmente. Nuove esperienze, nuove possibilità, un “mezzo” di espressione “moderno” tutto da esplorare. Verso la fine del 1912, Febo Mari debutta come regista di Il critico, produzione Ambrosio. Passato all’Itala di Pastrone, recita accanto a Zacconi (Padre), alla Menichelli (Il Fuoco, Tigre reale), dirige Zacconi (L’emigrante), se stesso, Valentina Frascaroli e Felice Minotti (La gloria), ha qualche contrasto con Pastrone (o forse no), e ritorna all’Ambrosio per dirigere, in collaborazione con Arturo Ambrosio, il famoso Cenere, unico film interpretato dalla Duse.

Nel 1917, dirige uno dei film più affascinanti (dal mio punto di vista) della sua carriera: Il Fauno.

Nel 1918 fonda a Torino la propria casa di produzione la Mari Film.

Dirige Francesca Bertini, nella sua Bertini Film, e litigano (così racconta la leggenda). Forse per questo accetta d’interpretare una nuova versione di Assunta Spina, diretta da Roberto Roberti (ex regista della Bertini), prodotta ancora una volta da Giuseppe Barattolo, ma interpretata da Rina De Liguoro. Il quartetto Mari-De Liguoro-Barattolo-Di Giacomo, riprova con Mese Mariano, ma non sembra abbia avuto molta fortuna, sono tempi difficili. Per il cinema bisognerà aspettare il 1937. Per il teatro di prosa no, il teatro di prosa, con qualche breve pausa, è da sempre al centro delle attività artistiche di Febo Mari, qualche anno prima della morte aveva interpretato persino un’operetta, Il pipistrello, di Strauss.

Ho dimenticato di segnalre molti film, ma voglio ricordare che fin dal 1895, Mari ha scritto diverse opere teatrali, soggetti per il cinema (realizzati e inediti), articoli per i giornali, un romanzo (Chissà perchè, pubblicato nel 1933), e poesie, racconti, memorie…alcuni introvabili, altri fortunatamente conservati dalla figlia Isa, attrice e segretaria di edizione (La Dolce Vita), scrittrice anche lei di un romanzo portato al cinema: Nella Città dell’Inferno, interpreti Anna Magnani e Giulietta Masina, regia Renato Castellani.

Febo Mari morì improvvisamente a Roma il 6 giugno 1939. La sua seconda moglie e compagna per molti anni Misa Mordeglia, ci ha lasciato diverse testimonianze (scritte e in video), sulla vita e i tempi di questo affascinante e poliedrico personaggio, un giorno mi decido e cerco di costruire un documentario. Anche a me piace sognare ogni tanto!