Categoria: film ritrovati

Mascherata d’amore al Cinema Ambrosio

Carmen Boni e Jack Trevor in Mascherata d'amore
Carmen Boni e Jack Trevor in Mascherata d’amore (Liebeskarneval) di Augusto Genina

Torino, Novembre 1928

La duchessina Jacqueline Lorraine si innamora pazzamente di Pietro Dalmas, autore di romanzi sentimentali di gran moda. Le ville dove abitano i sue giovani sono vicinissime e numerose le occasioni per incontrarli. Un giorno, durante una gita sul lago, Jacqueline cade in acqua e, quando approda, vede l’uomo dei suoi sogni in compagnia di una donna. Ritorna furibonda a casa, chiede consiglio alla nonna e decide di mettere in pratica quello che essa le ha detto: « Io sono riuscita a liberarmi della rivale più pericolosa, facendola conquistare da un altro uomo ».

Però, Jacqueline s’avvede di non possedere l’uomo che si presti al suo stratagemma; senza frapporre indugio prende essa abiti virili, e si lancia alla conquista della donna amata da Pietro Delmas. La fortezza si lascia spugnare con incredibile facilità; il romanziere apprende il nome del rivale, corre da lui, ma, naturalmente, non lo trova. C’è, invece, sua sorella, la graziosa Jacqueline, alla quale non par vero di ricevere Dalmas; essa giura per il fratello che nulla di grave è avvenuto nell’avventura amorosa… Pietro si tranquillizza, la fanciulla restituisce la visita. L’amante di Dalmas, vedendo il suo spasimante vestito da donna, crede ad uno stratagemma per poterla avvicinare anche davanti allo scrittore. Dopo alcuni incidenti, giungiamo alle spiegazioni. Jacqueline si discolpa: « Prima di tutto deve sapere che io sono pazzamente innamorata di lei ». Il film ha termine con un felicissimo « a quattr’occhi ».

Il soggetto dimostra come Carmen Boni sia, questa volta, nel ruolo che più si addice: L’ultimo Lord l’aveva lanciare verso la celebrità, ma Scampolo, Matrimonio in pericolo, Storia di una piccola parigina, lavori poco rispondenti alle sue qualità di attrice, la avevano costretta a battute di aspetto che minacciavano di ricondurla al punto di partenza.

La Boni acquista forza interpretativa dalla parte, foggia, poi, a sua volontà l’incarnazione, di scena in scena, animando i personaggi con la sua grazia e la sua giovanile freschezza. Essa deve, a parer mio, ridurre il numero delle produzioni, attenersi esclusivamente a questo genere, preferire i travestimenti.

Al suo fianco, Jack Trevor si muove da abile cineasta, trova l’espressione senza alcun rude sforzo della memoria o dei nervi; semplice, franco, egli non mancherà di farsi notare nella schiera dei giovani attori di cui l’industria cinematografica europea ha tanto bisogno.

Diresse l’allestimento Augusto Genina; eleganza, gusto, proprietà, lo hanno guidato; Mascherata d’amore cancella dallo stato di servizio dell’ormai famoso nostro direttore gli appunti fattigli per Scampolo. Limpida, appariscente la fotogenica degli interni, pittoreschi, in luce, i suggestivi esterni.

Enrico Chiri 
(immagine e testo archivio in penombra)

Cinema torinese d’altri tempi

Torino, giugno 1949

Torino pensò un giorno di regalarsi il metrò, ed a tale scopo venne costruita, con la nuova via Roma, una lunga galleria sotterranea che avrebbe dovuto accogliere gli sferraglianti convogli. Poi, come spesso accade, non se ne fece più niente accantonando il progetto per ipotetici tempi migliori, e la Galleria Metropolitana si ridusse ad ospitare varie mostre, da quella meccanica a quella del ciclo e motociclo e, oggi, la Sagra del Cinema.

Sagra, nome festevole per una rassegna che, debole ed incompleta com’è nei padiglioni riguardanti la produzione attuale, affida la sua notorietà ed il suo successo alla sezione retrospettiva. È un melanconico ricordo della Torino d’altri tempi, quella cara a GozzanoCamasio e Oxilia, orgogliosa delle meraviglie che nelle trasparenti baracche della periferia preparavano i vari Ambrosio, Omegna, Pastrone; la Torino culla del cinema italiano dove si davano convegno i più bei nomi della ancor balbettante “settima arte” per creare “la film”, come si diceva allora, che avrebbe conquistato a scatola chiusa i più muniti mercati francesi.

Già c’era il divo: più contegnoso e meno fatuo di quelli che Hollywood doveva poi produrre in serie, ma non meno noto, acclamato e sognato; severi personaggi in bombetta e cilindro perdevano il sogno per gli occhi languidi e pesti e le riluttanti grazie di qualche appassionata attrice, così come l’ingenuo pubblico degli ultimi baracconi e delle prime sale, delirava per una dichiarazione d’amore fatta invariabilmente tra i viali del Valentino o nei corsi della collina, che di volta in volta rappresentavano esotici e sconosciuti paesi. E questi divi si sono cercati, ritrovati, in una serata dedicata a loro. Volti e nomi sconosciuti ai giovanissimi, ormai quasi cancellati dalla memoria anche di coloro che trenta quarant’anni fa li seguivano con una passione mista al timore che la nuova meraviglia ancora incuteva, e non tutti noti neppure a noi che delle serate retrospettive come questa siamo assidui frequentatori.

Hanno rivisto due loro film, in una sala che il più possibile somigliava a quelle di un tempo: la piccola macchina di proiezione azionata dalla gracidante manovella pronta a combinare guai, spesso lacerando la pellicola un po’ secca, mentre un pianino insensibilmente scordato accompagnava la traballante azione. Piccole, lontane figure d’altri tempi, tremule e rigate, sono apparse ancora una volta sullo schermo a suscitare ricordi, rimpianti e malinconie.

Le nozze di Figaro della Società Anonima Ambrosio, Manifattura Cinematografica – Esterni in Siviglia, signori siamo nell’anno 1913! A tanto giungeva lo scrupolo (ancora non era di moda parlare di realismo) dei cineasti, e la dolorosa storia di una donna trepida e romantica, contesa tra due amori, doveva svolgersi, così come comandava il soggetto, nell’assolata Spagna a cui volevano dare più spiccato folclore gli sfruttatissimi viraggi in blu, in verde, in rosso ed in arancione. Delicata protagonista Gigetta Morano, tutta fremiti e sospiri addolciti da una grazia birichina. E poi Nozze d’oro, un film popolarissimo realizzato da Arrigo Frusta nel 1911 con Mary Cleo Tarlarini a protagonista. Fu uno dei grandi successi dell’Ambrosio, premiato con ben venticinque mila lire ed una medaglia d’oro alla Esposizione Internazionale di quell’anno, ed esportato in tuto il mondo. Romantico ed un po’ retorico, il film narra le gloriose gesta dei bersaglieri alla maniera degli scrittori del Risorgimento, e già vengono usati senza parsimonia i commercialissimi ingredienti delle eroiche gesta alternate al trepido amore e concluse dal bacio finale.

Li abbiamo visti commossi i vecchi divi a proiezione ultimata. C’erano tutti quelli che poco tempo prima avevamo applauditi sullo schermo e, tra i più festeggiati, Gigetta Morano. Gentile e sorridente signora, dimentica della sua grande popolarità su cui ama a volte scherzare, fu una delle più grandi interpreti del cinema torinese ed italiano, in quel periodo glorioso che va dal 1910 al 1915. A torto poco considerata da qualche storiografo della “decima musa”, fu una delle attrici più note anche all’estero, creando quel ruolo di diva che dovevano poi ottimamente coprire le varie Bertini, Menichelli ed Almirante Manzini. Quanti cuori sconosciuti hanno battuto per la signora Morano, interprete di una così lunga serie di film il cui ricordo è ormai appassito anche in lei, tanti quanti illanguidirono per Alberto Collo, il Tyrone d’allora, classico rubacuori con cappello floscio e sguardo magnetico, primo idolo di tante ingenue figliole. Non importa che oggi Collo abbia quasi del tutto perduto la sua romantica chioma d’artista e sia un simpatico signore dedito più a commerciare medicinali che a fare perdere la testa alle ragazze, il ricordo delle sue frequenti interpretazioni rimane ancora vivo nei vecchi tifosi del cinema, nelle signorinelle che segretamente lo amarono, e nei giovanotti che gli invidiarono fascino e sguardo.

« Non sono poi passati molti anni da quando io agivo davanti alla macchina da presa o calcavo i maggiori palcoscenici d’operetta », sembra dire Emma Sanfiorenzo con il suo fresco sorriso. Femme fatale tipo prima guerra mondiale, quanti condusse alla perdizione nei molti film che interpretò! E non vi diciamo delle sue meravigliose gambe che, ci assicurano, trascinavano al delirio anche i severi signori della “poltrona scomoda”, gli incontentabili critici che possedevano e possiedono un ben difficile palato in tema di grazia femminile. Altri nomi di glorie dell’arte muta ci sovvengono: Arrigo Amerio per lungo tempo l’idolo di una invidiabile schiera di ammiratori non dimentichi della sua bravura e fedeli nell’ascoltarlo sempre ora che è passato alla R.A.I. di Torino; Carini-Gani, Cassiano, Grandi, Rossi, Stinchi, tutte figure preminenti nella stato maggiore dell’Ambrosio, della Pasquali, dell’Itala, dell’Aquila, della Tiziano, della Gloria, della Photo-Drama, insomma di tutte le vecchie e gloriose case produttrici torinesi. E con loro i soggettisti di grido: Giovanni Drovetti, Arrigo FrustaGiovanni Bertinetti, Ennio Grammatica (autore di ben cinquantasei soggetti tutti realizzati, ed ora passato al giornalismo), ed uno tra i più quotati direttori di “camera”: l’operatore Florio che continua ancor oggi a prestare la sua opera presso la Fert, quando questa è in attività.

Mancavano, e purtroppo per sempre, altri grandi dell’interpretazione, e primo fra tutti il celeberrimo Za-la-Mort, quell’Emilio Ghione che creò uno uno dei personaggi più umani, sentiti e riusciti del suo tempo. Ma c’erano a ricordarcelo le sue fotografie, in quella sezione retrospettiva che come abbiamo già detto è la cosa più seria ed interessante della Sagra. Curata dalla professoressa Prolo, che con intelligenza e passione studia e colleziona i cimeli più preziosi del nostro vecchio cinema, presenta una raccolta di materiale interessantissimo. Accanto alle fotografie dei film e degli attori gloriosi, si allineano gli autografi di un carteggio tra D’Annunzio e Pastrone a proposito di Cabiria (com’è noto il poeta collaborò alla riuscita del film, e le roboanti e retoriche didascalie che lo commentano sono opera sua), una sceneggiatura di Augusto Genina datata del 1912, diversi soggetti originali e sceneggiature della medesima epoca, e alle pareti immensi manifesti pubblicitari a più colori che ricordano i tempi in cui i diritti d’affissione erano irrisori. E poi una lunga fila di macchine da presa e da proiezione, cimeli di quando l’operatore era innanzi tutto « una mano che gira la manovella », come dice Pirandello.

Si sono lasciati con un pò di malinconia i nostri primi cinematografati: malinconia per la giovinezza che avevamo rievocato nel buio tiepido della sala, ma soprattutto malinconia per il cinema. Essi, anche se da anni ormai più non hanno messo piede sul set, lo amano con lo stesso ardore, la medesima passione, di quando l’arte silente li aveva resi famosi. E notano con amarezza come il cinema, pur essendo giunto tecnicamente ad un grado di evoluzione insperato, ha perso, oltreché in arte, in cuore: non è più una magnifica avventura da intraprendersi con il piglio del pioniere, ma una industria di serie che il più delle volte fornisce prodotti sconsolatamente privi dell’ardore della creazione.

Pier Giorgio Amerio
(Hollywood, 2 luglio 1949)

Tigre reale dell’Itala Film

La Vita Cinematografica, Torino 7-15 giugno 1916

… e Piero Fosco, che vigilò l’esecuzione.

Gentilmente invitati, il giorno 23 Giugno assistemmo alla proiezione privata della grandiosa e passionale Tigre reale dell’Itala Film. Diffondersi in elogi sarebbe superflua cosa. La celebre Casa, nella sua ben nota modestia, non li ama punto. Essa ha la coscienza di ciò che è, di ciò che fa, e del come lo fa, e questo le basta. Pur tuttavia l’egregio ingegnere Sciamengo e l’emerito Signor Pastrone permettino di congratularci per questo loro lavoro, che certamente farà epoca, e che segna un’ascesa maggiore verso il superno fastigio della vera arte.

Sì, Tigre reale ha altissimi meriti, ha situazioni veramente straordinarie, una psicologia delicata, affatto speciale, avvincente davvero: le scene si svolgono con una congruenza, con una spontaneità veramente ammirabile. La concatenazione non manca mai, ed è piena di sorprese. E che attrice la Menichelli!…. Non si potrebbe essere più fervida di passione. La pellicola poi ha paesaggi esotici di una bellezza affascinante, ove si svolgono, con esatti criteri e finissimi particolari, indimenticabili episodi. Fotografia superba. Insomma una cosa degnissima, e che resterà.

Rendiamo poi grazie vive ai Sigg. Ing. Sciamengo e Pastrone della cordiale e sincera accoglienza.

Piero Fosco. Estendiamo la nostra ammirazione a questo valente, che ha curata, da pari suo, la ammirabile Tigre reale dell’Italia.

(La Cinematografia Italiana ed Estera, 1° Luglio 1916)

Tigre reale, Itala Film, La Vita Cinematografica, Torino, 7-15 giugno 1916

Testo ed immagini collezione archivio In Penombra, Roma.