(Correva l’anno 2016, breve colloquio con me stessa)
— Cosa dici che vuoi fare? Un libro su Francesca Bertini?
— Esatto.
— Ti rendi conto che Francesca Bertini è una perfetta sconosciuta per la stragrande maggioranza delle nuove generazioni di “cinefiles”?
— Mi rendo perfettamente conto, ecco il motivo per pubblicare questo libro.
— E come pensi di attirare l’attenzione sulla vita e miracoli di una ormai pallida e semi-dimenticata stella del cinema?
— Innanzitutto voglio che sia la storia a raccontare vita e miracoli di Francesca Bertini…
— Cioè?
— Visto che tutti i protagonisti sono scomparsi, gli unici testimoni possibili e credibili sono i documenti d’epoca. Credibili fino ad un certo punto, naturalmente…
— Su di lei sono stati pubblicati alcuni libri, direi molti, se facciamo un confronto con altri personaggi legati alla storia del cinema muto italiano.
— Segno più che evidente della persistenza di un mito.
— Insisto: un mito dimenticato.
— Forse. La colpa non è sua. Mentre era in vita Francesca Bertini ha sempre saputo come attirare l’attenzione del pubblico, persino quando i suoi film erano scomparsi dalle sale di cinema. Adesso invece disponiamo di una discreta quantità di titoli ritrovati e restaurati, purtroppo l’acceso a questo patrimonio non è facile.
— Quindi…
— Ho pensato che sollevare l’interesse aiuterebbe a rompere l’incantesimo e renderebbe disponibili i film per le “attuali” generazioni. Per riuscire a vedere certi film restaurati bisogna fare i salti mortali e disporre di abbondanti capitali. Non sapevo a cosa andavo incontro quando anni fa decisi d’intraprendere questo progetto, potrei scrivere un secondo libro raccontando certe avventure…
— Ritornando alla Bertini. Ho sempre letto che lei ci teneva a mantenere il mistero intorno alla sua vita privata…
— Questa non è una caratteristica di Francesca Bertini, ma di tutti i suoi contemporanei. Il gossip intorno alle stelle del cinema è una invenzione relativamente recente. Comunque, la vita privata di attori e registi nei primi decenni del ‘900 non era facile, e mancava sicuramente di glamour: orari impossibili, nessuna sicurezza sul lavoro, viaggi in terza classe…
— Francesca Bertini aveva moltissimi fan in tutto il mondo! Riceveva centinaia di lettere al giorno! Proposte di matrimonio, regali, gioielli…
— Questo è vero, ma nella vita privata, credimi, era molto casalinga e noiosa.
— Una casalinga chiamata Francesca Bertini!
— Non esageriamo.
— Una delle frasi che ricordo è: “Posso vivere a pane e formaggio, ma al Grand Hotel”.
— Cosa volevi che dicesse? “Oggi non ho una lira in tasca, mi presti qualcosa per mangiare un panino”?
— Sarebbe stata una dichiarazione clamorosa!
— Già, ma non avrebbe funzionato lo stesso, soprattutto in Italia, e lei questo lo sapeva. Difficile affermare una cosa del genere senza averla conosciuta personalmente, ma ho l’impressione che dietro il personaggio della diva ad ogni costo si nascondeva una grande manager delle abitudini molto semplici, quasi francescane, e questo basandomi su quello che mi hanno raccontato alcune persone a lei vicine negli ultimi anni.
— Una manager con un solo cliente.
— Peccato, avrebbe potuto fornire consigli preziosi, consigli sempre validi perché il mondo del cinema è sempre quello…
— Adesso esageri.
— Niente affatto. Il personaggio Francesca Bertini “diva fra le dive” coronata dagli spettatori del suo tempo come “regina del cinematografo” è perfettamente attuale. I divi sono il prodotto di una industria: l’industria del cinema, che in Italia è latitante ma altrove non è così. Come diceva il personaggio di Gloria Swanson in Sunset Boulevard: “Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo”.
Il 9 ottobre 1912, in Milano, convocati da un Comitato Pro-Cinema, si riunivano in due numerose assemblee, presiedute dal Cav. Antonio Bonetti, i proprietari ed esercenti di cinematografi di ogni parte d’Italia, e discutevano ed approvavano lo Statuto della Associazione dei Cinematografisti d’Italia che dichiaravasi costituita. Procedendo immediatamente alla nomina delle cariche sociali risultarono eletti consiglieri è siignori: Bonetti Cav. Antonio, Bonomi Vittorio, Del Grosso Luigi di Milano; Furlan Vittorio di Firenze; Roatto Cav. Luigi di Venezia; Alberini Filoteo di Roma; Barattolo Giuseppe di Napoli. Revisori dei Conti i signori: Corti Luigi di Milano, Minuti Florenzio di Firenze e G. Frascaroli di Bologna. Su proposta del Consiglio stesso, fu dalla assemblea emesso il voto seguente: «L’assemblea fa voto che il Consiglio direttivo si metta in relazione coi rappresentanti delle altre classi dell’industria cinematografica per studiare il modo di associarle nella difesa degli interessi comuni». L’Associazione teste costituita per la tutela degli interessi e dei diritti dei Proprietari ed Esercenti di cinematografi è la prima organizzazione che sorge nella vasta, complessa e nuovissima industria: essa si propone anche di promuovere e favorire l’organizzazione delle altre classi — formate da molte migliaia di persone — che vivono dell’arte e dell’industria cinematografica. Il primo atto della nuova Associazione sarà la presentazione al Governo di un memoriale in opposizione a quello presentato da alcuni artisti di teatro contro i cinematografi.
Eccellenza, Poichè alcuni artisti di teatro ritennero opportuno far pervenire alla E. V. una istanza diretta a sollecitare misure restrittive alla libertà di esercizio dei cinematografi, siamo costretti a presentare a V. E. l’espressione delle nostre ragioni. Ed anzitutto ci è gradito e doveroso accertare che i gusti del pubblico non rivelano quella tendenza alla immoralità che in detta istanza si vuole ad arte imputare agli spettacoli cinematografici. Noi che di tali spettacoli facciamo l’oggetto della nostra industria sappiamo che il pubblico è sempre desideroso di spettacoli che non urtino nè il suo senso morale, nè le sue convinzioni religiose, politiche o civili, nè la sua profonda e sana educazione. E se talora uno spettacolo oltrepassa i limiti della convenienza, noi siamo i primi a deplorarlo, e, quando siamo in tempo, ricusiamo di presentarlo al pubblico che, a buon diritto, se ne sdegnerebbe. Ci preme pertanto osservare che i soggetti del Cinematografo sono tratti per lo più da opere storiche, drammatiche, liriche, tragiche, da romanzi, novelle, racconti, da tutte le fonti insomma della letteratura — dalla Bibbia al Giornale — che non ebbero mai nè tanta asprezza di critiche, nè tanta verecondia di opposizione. Ben a torto quindi: si attribuisce alla letteratura del cinematografo una speciale immoralità. E, del resto, l’Autorità prefettizia vigila sempre attentamente sulla pubblicazione delle films. La sua vigilanza costituisce la nostra garanzia. Ma ricordiamo pure che il Cinematografo non soltanto si giova di argomenti teatrali, ma anche e sopratutto di verità e di naturalezza. E ai fenomeni scientifici, dei quali diffonde, con suprema e insuperata facilità, la conoscenza nel popolo, agli avvenimenti del giorno che riproduce con portentosa evidenza e rapidità, la sua funzione educatrice e volgarizzatrice, oltrepassa ogni supposizione, e gareggia — talvolta vittoriosamente — con l’opera diffonditrice di cultura e di bellezza del libro, della rivista, dell’opuscolo — e anche, quando il suo contenuto è appena sopportabile pel teatro, del quale non riprodurrà mai certi deplorevoli lavori, che già furono la risorsa di molte compagnie comiche e drammatiche. ll Governo non può neppure aver dimenticato che recentemente il cinematografo ha diffusa nel popolo la conoscenza di fatti, episodii, circostanze che hanno grandemente contribuito a ravvivare l’orgoglio nazionale, a tener vivo l’entusiasmo patriottico, a documentare la gloria dell’Esercito e della Marina, ed ha perfino collaborato col Governo in gentili manifestazioni di fratellanza nazionale tra i cittadini e i soldati d’Italia. Finora, certo, nè il teatro, nè gli altri han saputo fare altrettanto. Ed inoltre, Eccellenza, il Cinematografo ha diffusa tanta cultura in pochi anni, e con tanta efficacia, che le scuole, i ricreatorii, i collegi, gli ospizi e le chiese hanno ritenuto opportuno valersene. Perchè non dovrebbero valersi i liberi cittadini di un prodotto di cultura e diletto per farne oggetto di una industria onesta e rispettabile ?… I pochi artisti di teatro, che non sanno, non possono o non vogliono avere i vantaggi che l’industria e Arte cinematografica offrirebbero anche a loro, invocano dal Governo provvedimenti intesi a vessare l’esercizio dei locali di Cinematografo con l’ingenua speranza che quand’anche li ottenessero, il pubblico andrebbe di più ai loro teatri. In altri termini, essi vorrebbero che in qualche modo il Governo si adoperasse a mandare i cittadini al teatro… impedendo loro di andare altrove. Gli artisti non hanno osato invocare il teatro coatto, ma invocano francamente dal Governo che dosi con parsimonia i Cinematografi ai cittadini, come se i cittadini, impediti di andare al Cinematografo, non avessero la risorsa di restare a casa loro. Si associano alle istanze di quegli artisti i proprietari dei teatri, i quali tengono a far sapere che fanno cattivi affari. Ammesso che ciò sia vero, ne danno la colpa al Cinematografo. Questa colpa andrebbe dimostrata; e, quand’anche sussistesse, si potrebbe domandare se, per questo, il Governo debba intervenire per impedire ai Cinematografi di fare i loro affari. Che dovremmo noi dire quando i dirigenti dei teatri ricorrono, per aumentare i loro lauti guadagni, nei loro teatri, agli abborriti spettacoli cinematografici?… Accade, in questi casi, lo strano fenomeno che il pubblico poco e a malincuore li frequenta. Ed è naturale; perchè il pubblico ha il buon senso di pretendere del teatro — e non delle proiezioni. — quando và al teatro; evidentemente perchè, quando vuole delle proiezioni, và al Cinematografo. Ma in fatto è vero che i teatri sono pieni, sempre chè gli spettacoli meritino il favore del pubblico. Esattamente come i Cinematografi , sebbene gli spettacoli, per loro natura, siano sempre diversi. Non crediamo necessario indugiare ancora nel far presente a Vostra Eccellenza le considerazioni di opportunità e di legge che tutelano la libertà dell’esercizio di una industria, come qualunque altra libertà. Non sussistono per il Cinematografo le ragioni di salute pubblica o di polizia, o di provvidenza fiscale, o di regime economico che legittimano certe restrizioni per le farmacie, per le rivendite di generi di privativa, per le macellerie, per gli spacci in genere di materie pericolose — siano alcool o esplodenti — ; quindi, sebbene non dubitiamo della liberalità di sentimenti di V. E., facciamo formale istanza perchè Le piaccia non accogliere la prima domanda della istanza ricevuta da alcuni artisti di teatro. Quanto alle altre domande, ricordiamo semplicemente che gli esercizi di Cinematografo sono soggetti, come esercizi di pubblici spettacoli, alle leggi e ai regolamenti che gli esercenti si studiario di osservare scrupolosamente, anche perchè essi sono la garanzia del pubblico e della loro industria. Nessuna ragione autorizza a supporre che il pubblico non sia protetto e garantito nelle sale da Cinematografo — che sono tutte moderne e quindi fatte a norma dell’attuale legge; — resterebbe a dimostrare, invece, se eguali condizioni di sicurezza sussistano rigorosamente in tutti i teatri, che sono, per solito, di antica costruzione. Dalla Eccellenza Vostra invochiamo quindi, nella prudente sua saggezza , che come siamo per la nostra industria soggetti alla legge e alla Autorità, così possiamo restare sotto la loro tutela, senza alcun bisogno di restrizioni ulteriori che, danneggiando noi, non avvantaggerebbero nessuno — neppure lo Stato, che dalla facilità (provvidenziale per la coltura popolare) con la quale i locali di Cinematografo si moltiplicano, trae una non trascurabile somma di imposte — e sarebbero di grande danno a migliaia e migliaia di lavoratori — e anche di artisti — che nella industria cinematografica hanno lavoro e rimunerazione. Nè occorre notare l’assurdità di quelle riserve per le quali alcuni artisti dichiarano di non essere ostili alle Case produttrici, ma di esigere restrizioni pei locali — come se gli interessi dei consumatori di una industria non fossero in diretta corrispondenza con quelli dei produttori. Noi non invochiamo restrizioni per i teatri, neppure se e quando vi si eserciti il Cinematografo; ma chiediamo che sià garantita alla nostra industria la libertà che le leggi di un paese civile garantiscono a tutte le industrie. Gli artisti seguano la loro via; ma, ci lascino seguire la nostra. Di avere dovuto, per la tutela dei anti interessi leciti ed onesti di cittadini e di industriali, recare a Vostra Eccellenza il disturbo della presente istanza, ci scusiamo. Provocati, e non provocatori, abbiam voluto opporre argomenti ad argomenti. E, fidenti nella equanimità sapiente di V. E., ci rassegnamo con prondo ossequio
Maria Carmi in una scena di Retaggio d’odio, messa in scena di Nino Oxilia
Ci giunge ancora in tutta la sua interezza la eco sonora del plauso che accompagnò lo splendido romanzo cinematografico del barone Alfa a Parigi, a Londra ed a Berlino.
Maria Carmi, l’interprete insuperabile della passionalità, l’artista fine ed elegante, ha prodigato in questa fortunatissima pièce tutti i tesori della sua arte e del suo temperamento. L’arte di Maria Carmi è sentimento, sul suo volto mobilissimo quasi come su specchio terso d’argento, i moti vicendevoli dell’anima dalla sfumatura sentimentale alla cocente passione d’amore e d’odio, si avvicendano e si alternano sempre armonici, sempre appropriati. Non eccessivi nel gesto e nell’incesso, ma misura, grazia e leggiadria. L’illustre prima attrice del Teatro Imperiale di Berlino mai forse nella sua carriera artistica, le cui tappe sono altrettanti trionfi, ha raggiunto, come in questa film, la perfezione.
La sua bellezza plastica si adatta al personaggio che incarna circondando, quasi perfetta cornice, un perfetto capolavoro d’arte.
Pina Menichelli, la deliziosa artista alla cui grazia feminea si aggiunge e si avvicenda la vivacità e il sentimento profondo, completa per virtù di contrasto la torbida passionalità della Carmi. Dalla unione di due arti diverse ma egualmente sentite, dalla fusione di due caratteri egualmente bene delineati, dolcezza, ingenuità, amore semplice e puro, con bontà e fiducia che, atrocemente ingannate, si trasformano al fuoco della vita in forti fiamme d’odio insaziabile, sprizza come scintilla da ferro incandescente percosso, la trama del romanzo che si svolge, si snoda, trova campo di espandersi in ambienti diversi, che la sapiente genialità dell’autore, con artistico avvicendamento, ha connesso alla trama.
Il conte di Lagoscuro vive con l’affetto e per l’affetto delle sue figlie Maria e Bianca; Maria seguendo l’impulso di un cuore ardente, abbandona la casa e si dà intera all’uomo che adora. Tradita ed abbandonata, conosce tutte le amarezze e le insidie della vita, precipita e risorge, finchè trova nell’arte trionfi e ricchezze.
Bianca a sua volta, quando è prossima l’ora della sua felicità, viene crudelmente respinta dall’uomo che adora, il quale le rimprovera il passato della sorella, e la buona, la dolce Bianca, piega come fiore reciso sullo stelo. Maria , vendica la triste sorte della sorella, e l’uomo che spezzò il cuore alla sua Bianca, cade infranto dalla di lei volontà materiata d’odio, di rabbia e di astuzia!
L’amore, la compassione forse, per l’ uomo divenuto sua vittima, si insinua nel suo cuore domandando tregua, ma la meta da raggiungere è quella giurata: ad essa bisogna arrivare, soffocando scrupoli, spasimi, terrori; ad essa Maria giunge, e solo quando l’odio deve cessare perché una tomba si è schiusa, allora soltanto due labbra vive sfiorano due labbra gelide ed esangui.
Per rendere alla perfezione mediante l’artificio mimico tutta la gamma della passionalità che il personaggio deve rivestire non si poteva ricorrere che a Maria Carmi, la quale corrispose alla esigente aspettativa nel modo più completo e perfetto. Gli applausi di pubblici difficili ed esigenti quali quelli di Parigi, di Londra e di Berlino, hanno aggiunto nuovi allori alla corona di Maria Carmi, ed hanno posto Pina Menichelli nel novero delle grandi artiste cinematografiche.
Giovedì il «Teatro Cines» proietterà questo vero capolavoro d’arte e di sentimento, messo in scena con sfarzo e perfetta ricostruzione di ambiente dalla Cines, e crediamo che il grande pubblico romano e la critica serena saprà unire la sua voce al coro possente di plausi che ha unito a Parigi e a Londra i nomi di Maria Carmi, Pina Menichelli, della Cines e del barone Alfa, il geniale ideatore di un grande romanzo cinematografico, fatto di sentimento, amore e passione, che si avvicendano su splendidi sfondi scenici e drammatici.
(dal volantino del Teatro Cines, già Apollo, Venerdì 27 marzo 1914)