Le nozze di Vittoria Tespi Film Roma 1917

Le nozze di Vittoria, T. O. Cesardi e Ugo Falena, Tespi Film Roma 1917

Il libretto direbbe, il compianto Ingarriga è quella tale cosa in cui si racconta ciò che il lettore, diventato spettatore deve intendere o vedere al teatro, al cinematografo… o altrove.

E poiché narrare qui ciò che, senza fastidio nostro o con molta vostra contentezza, potrete tutti vedere su quella tovaglia che i puristi chiamano candido schermo, sarebbe il migliore e più sicuro modo per dissuadervi del presenziare la proiezione di un autentico capolavoro (quale, ad esempio, il Nerone di Arrigo Boito) così voi troverete logico e naturale che, invece, parliamo di tutto, del sole e della pioggia, del caldo e del freddo, delle notti tormentose dell’agente delle imposte e dei sonni tranquilli del contribuente, della guerra molto presente e della pace molto lontana… di tutto, fuorché delle Nozze di Vittoria.

Ma un film, anzi un filmissimo, per rispetto di sè stesso deve essere accompagnato da un libretto; l’ha detto anche F. S. Nitti (1) che se ne intende. E il libretto deve presentare, illustrare, integrare il film. Ben s’intende che trattandosi di un filmissimo che ce ne vorrebbero almeno due. Necessità vuole dunque che lo spettatore abbia in mano qualche cosa, poniamo a cagion d’esempio questo fascicoletto, intorno a cui ci affatichiamo. Salviamo, pertanto, capra e cavoli e presentiamo al colto e all’inclita (ragazzi e militari la metà) questa bizzarria cercando di farvene capire… il meno possibile… tale quale com’è capitato e noi che, secondo i maligni, l’abbiamo scritta e inscenata, come diceva il fidanzato, che è il protagonista, quando raccontava gli amorevoli sermoni del suo delizioso suocero.

Come sia accaduto al Sabbatini, che è senza dubbio uno dei più distinti attori del nostro teatro di prosa, ma che oltre a ciò crede anche di essere un bel giovane dallo scguardo fatale nonché irresistibile, come gli sia accaduto, diciamo, proprio il giorno in cui aveva fretta (per certe ragioni che il film spiega, ma che noi non ricordiamo) di sbrigare un suo affare urgente col Sindaco (2); di imbattersi in tanta gente, comprenderete probabilmente alla visione del capolavoro il quale, bontà sua, spiega tutto con una chiarezza paragonabile soltanto a quella delle legge pel catasto geometrico, estimativo nonché probatorio.

Ma perché indagare le cause e degli effetti? Gli effetti scadono e non c’è più nemmeno la moratoria.

Forse è per questo che il Sabbatini, andando per fatti suoi, s’incontrò in una folla di personaggi tale da fargli perdere oltre al tempo anche la testa.

Può anche darsi che con la chiusura anticipata dei pubblici esercizi, tutta quella gente abituata a star fuori la sera tardi avesse adottato l’orario luogotenenziale.

Fatto è che, traversando un luogo erboso, si è trovato innanzi Florica Cristoforeanu, la bellissima artista rumena che ancora una volta aspettava Sofia per cantare il duetto della duchessa del Bal Tabarin in gloria ed onore di Ferdinaso (3) czar (alla faccia sua) di tutti i bulgari ed altri pellami consimili.

Da Scilla a Cariddi! Scampato il pericolo dell’operetta, ecco Thaïs, la giunonica bellezza di Carmen Melis, che dispone di tutte le seduzioni respinte da quel bel tipo di Atanaele. Il povero Sabbatini non ha fermezza di carattere; perciò quelli di casa non vogliono mai lasciarlo andar fuori solo.

Il sorriso, gli sguardi, le forme della bella tebana gli suggeriscono una cosa sola: precipitarla fra le proprie braccia o precipitarsi in quelle di lei… Se non che, al posto della cortigiana, egli trova lo spettro di Atanaele nel fiorente cenobita Mattia Battistini che con la minaccia di vie di fatto lo richiama al retto sentiero della virtù (4), sul quale pensa di restituirlo la Fanciulla del West (parte assunta con grande gentilezza dall’ammiratissima Carmen Melis, per favorire l’impresa).

Rimasto a bocca asciuta, Ernesto Sabbatini ha naturalmente sete. Chi può dissetarlo se non la signora Giannina Chiantoni, la vezzosa ed acclamata prima attrice che con lui è condannata ai lavori forzati a vita… computato il sofferto? La vittima estenuata cerca riposo e si addormenta. Ma quali tristi visioni! La teppa, la malavita i bassifondi…

…Brr!… ecco che Nino er boia (Gastone Monaldi) e Serenata a Ponte (Fernanda Battiferri) lo vogliono complice di un furto…

Ma se vi raccontiamo tutto che cosa vi resta da vedere?

Chiedetelo a Ignazio Mascalchi; ma il suocero non vi racconterà i fatti di casa, e tanto meno li saprete dal servo (Vincenzo Scarpetta)… che non parla.

Provate un po’ con Amerigo Guasti, operatore cinematografico della faccenda, o con l’aiuto operatore, l’irresistibile Dina Galli. E se non riuscirete a saper nulla… andate a vedere Le nozze di Vittoria e non ci seccate, perché più di quel che vi abbiamo detto non sapremmo dire. Ah, si! vedrete quel castigo di dio del Birichino di Parigi, e quell’altro del mobile di Silvana della Laude della Vita e della Morte, che vi faranno intendere i vostri doveri in quest’ora, con la più persuasiva efficacia.

T. O. Cesardi e Ugo Falena

(1) Chi presta allo Stato, contribuisce al successo e compie un dovere. Facile dovere quando si tratta di altissimo e sicuro investimento.
Francesco Saverio Nitti

(2) Possa ancora una volta l’Italia nel suo patriottismo offrire il mirabile spettacolo che Roma diede all’appello di Valerio Lavinio quando nec triumviri accipiundo nec scribae referundo sufficerent.
Prospero Colonna, Sindaco di Roma

(3) Dobbiamo tutti ricordare che l’antico ammaestramento, essere danaro il nerbo della guerra, oggi è assai più vero che nei tempi passati.
Augusto Ciuffelli, Consigliere di Stato

(4) Decisiva l’ora, santa la causa. Ognuno dia quanto può. Sarà un buon affare, una buona azione, un buon esempio: il miglior pegno di vittoria, di pace, di radioso avvenire per la Patria.
Ettore Ponti, Senatore del Regno

Francesca Bertini – La Regina del Cinematografo

Francesca Bertini - La Regina del Cinematografo, a cura di Maria Teresa Antolin, Archivio In Penombra 2026

(Correva l’anno 2016, breve colloquio con me stessa)

— Cosa dici che vuoi fare? Un libro su Francesca Bertini?

— Esatto.

— Ti rendi conto che Francesca Bertini è una perfetta sconosciuta per la stragrande maggioranza delle nuove generazioni di “cinefiles”?

— Mi rendo perfettamente conto, ecco il motivo per pubblicare questo libro.

— E come pensi di attirare l’attenzione sulla vita e miracoli di una ormai pallida e semi-dimenticata stella del cinema?

— Innanzitutto voglio che sia la storia a raccontare vita e miracoli di Francesca Bertini…

— Cioè?

— Visto che tutti i protagonisti sono scomparsi, gli unici testimoni possibili e credibili sono i documenti d’epoca. Credibili fino ad un certo punto, naturalmente…

— Su di lei sono stati pubblicati alcuni libri, direi molti, se facciamo un confronto con altri personaggi legati alla storia del cinema muto italiano.

— Segno più che evidente della persistenza di un mito.

— Insisto: un mito dimenticato.

— Forse. La colpa non è sua. Mentre era in vita Francesca Bertini ha sempre saputo come attirare l’attenzione del pubblico, persino quando i suoi film erano scomparsi dalle sale di cinema. Adesso invece disponiamo di una discreta quantità di titoli ritrovati e restaurati, purtroppo l’acceso a questo patrimonio non è facile.

— Quindi…

— Ho pensato che sollevare l’interesse aiuterebbe a rompere l’incantesimo e renderebbe  disponibili i film per le “attuali” generazioni. Per riuscire a vedere certi film restaurati bisogna fare i salti mortali e disporre di abbondanti capitali. Non sapevo a cosa andavo incontro quando anni fa decisi d’intraprendere questo progetto, potrei scrivere un secondo libro raccontando certe avventure…

— Ritornando alla Bertini. Ho sempre letto che lei ci teneva a mantenere il mistero intorno alla sua vita privata…

— Questa non è una caratteristica di Francesca Bertini, ma di tutti i suoi contemporanei. Il gossip intorno alle stelle del cinema è una invenzione relativamente recente. Comunque, la vita privata di attori e registi nei primi decenni del ‘900 non era facile, e mancava sicuramente di glamour: orari impossibili, nessuna sicurezza sul lavoro, viaggi in terza classe…

— Francesca Bertini aveva moltissimi fan in tutto il mondo! Riceveva centinaia di lettere al giorno! Proposte di matrimonio, regali, gioielli…

— Questo è vero, ma nella vita privata, credimi, era molto casalinga e noiosa.

— Una casalinga chiamata Francesca Bertini!

— Non esageriamo.

— Una delle frasi che ricordo è: “Posso vivere a pane e formaggio, ma al Grand Hotel”.

— Cosa volevi che dicesse? “Oggi non ho una lira in tasca, mi presti qualcosa per mangiare un panino”?

— Sarebbe stata una dichiarazione clamorosa!

— Già, ma non avrebbe funzionato lo stesso, soprattutto in Italia, e lei questo lo sapeva. Difficile affermare una cosa del genere senza averla conosciuta personalmente, ma ho l’impressione che dietro il personaggio della diva ad ogni costo si nascondeva una grande manager delle abitudini molto semplici, quasi francescane, e questo basandomi su quello che mi hanno raccontato alcune persone a lei vicine negli ultimi anni.

— Una manager con un solo cliente.

— Peccato, avrebbe potuto fornire consigli preziosi, consigli sempre validi perché il mondo del cinema è sempre quello…

— Adesso esageri.

— Niente affatto. Il personaggio Francesca Bertini “diva fra le dive” coronata dagli spettatori del suo tempo come “regina del cinematografo” è perfettamente attuale. I divi sono il prodotto di una industria: l’industria del cinema, che in Italia è latitante ma altrove non è così. Come diceva il personaggio di Gloria Swanson in Sunset Boulevard: “Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo”.

Buona lettura a tutti!
Maria Teresa Antolin

Memoriale dei Cinematografisti al Ministero dell’Interno

Cinematografo Centrale Milano Piazza del Duomo

Il 9 ottobre 1912, in Milano, convocati da un Comitato Pro-Cinema, si riunivano in due numerose assemblee, presiedute dal Cav. Antonio Bonetti, i proprietari ed esercenti di cinematografi di ogni parte d’Italia, e discutevano ed approvavano lo Statuto della Associazione dei Cinematografisti d’Italia che dichiaravasi costituita.
Procedendo immediatamente alla nomina delle cariche sociali risultarono eletti consiglieri è siignori: Bonetti Cav. Antonio, Bonomi Vittorio, Del Grosso Luigi di Milano; Furlan Vittorio di Firenze; Roatto Cav. Luigi di Venezia; Alberini Filoteo di Roma; Barattolo Giuseppe di Napoli. Revisori dei Conti i signori: Corti Luigi di Milano, Minuti Florenzio di Firenze e G. Frascaroli di Bologna.
Su proposta del Consiglio stesso, fu dalla assemblea emesso il voto seguente: «L’assemblea fa voto che il Consiglio direttivo si metta in relazione coi rappresentanti delle altre classi dell’industria cinematografica per studiare il modo di associarle nella difesa degli interessi comuni».
L’Associazione teste costituita per la tutela degli interessi e dei diritti dei Proprietari ed Esercenti di cinematografi è la prima organizzazione che sorge nella vasta, complessa e nuovissima industria: essa si propone anche di promuovere e favorire l’organizzazione delle altre classi — formate da molte migliaia di persone — che vivono dell’arte e dell’industria cinematografica.
Il primo atto della nuova Associazione sarà la presentazione al Governo di un memoriale in opposizione a quello presentato da alcuni artisti di teatro contro i cinematografi.

Eccellenza,
Poichè alcuni artisti di teatro ritennero opportuno far pervenire alla E. V. una istanza diretta a sollecitare misure restrittive alla libertà di esercizio dei cinematografi, siamo costretti a presentare a V. E. l’espressione delle nostre ragioni.
Ed anzitutto ci è gradito e doveroso accertare che i gusti del pubblico non rivelano quella tendenza alla immoralità che in detta istanza si vuole ad arte imputare agli spettacoli cinematografici.
Noi che di tali spettacoli facciamo l’oggetto della nostra industria sappiamo che il pubblico è sempre desideroso di spettacoli che non urtino nè il suo senso morale, nè le sue convinzioni religiose, politiche o civili, nè la sua profonda e sana educazione.
E se talora uno spettacolo oltrepassa i limiti della convenienza, noi siamo i primi a deplorarlo, e, quando siamo in tempo, ricusiamo di presentarlo al pubblico che, a buon diritto, se ne sdegnerebbe.
Ci preme pertanto osservare che i soggetti del Cinematografo sono tratti per lo più da opere storiche, drammatiche, liriche, tragiche, da romanzi, novelle, racconti, da tutte le fonti insomma della letteratura — dalla Bibbia al Giornale — che non ebbero mai nè tanta asprezza di critiche, nè tanta verecondia di opposizione. Ben a torto quindi: si attribuisce alla letteratura del cinematografo una speciale immoralità.
E, del resto, l’Autorità prefettizia vigila sempre attentamente sulla pubblicazione delle films. La sua vigilanza costituisce la nostra garanzia.
Ma ricordiamo pure che il Cinematografo non soltanto si giova di argomenti teatrali, ma anche e sopratutto di verità e di naturalezza. E ai fenomeni scientifici, dei quali diffonde, con suprema e insuperata facilità, la conoscenza nel popolo, agli avvenimenti del giorno che riproduce con portentosa evidenza e rapidità, la sua funzione educatrice e volgarizzatrice, oltrepassa ogni supposizione, e gareggia — talvolta vittoriosamente — con l’opera diffonditrice di cultura e di bellezza del libro, della rivista, dell’opuscolo — e anche, quando il suo contenuto è appena sopportabile pel teatro, del quale non riprodurrà mai certi deplorevoli lavori, che già furono la risorsa di molte compagnie comiche e drammatiche.
ll Governo non può neppure aver dimenticato che recentemente il cinematografo ha diffusa nel popolo la conoscenza di fatti, episodii, circostanze che hanno grandemente contribuito a ravvivare l’orgoglio nazionale, a tener vivo l’entusiasmo patriottico, a documentare la gloria dell’Esercito e della Marina, ed ha perfino collaborato col Governo in gentili manifestazioni di fratellanza nazionale tra i cittadini e i soldati d’Italia.
Finora, certo, nè il teatro, nè gli altri han saputo fare altrettanto.
Ed inoltre, Eccellenza, il Cinematografo ha diffusa tanta cultura in pochi anni, e con tanta efficacia, che le scuole, i ricreatorii, i collegi, gli ospizi e le chiese hanno ritenuto opportuno valersene. Perchè non dovrebbero valersi i liberi cittadini di un prodotto di cultura e diletto per farne oggetto di una industria onesta e rispettabile ?…
I pochi artisti di teatro, che non sanno, non possono o non vogliono avere i vantaggi che l’industria e Arte cinematografica offrirebbero anche a loro, invocano dal Governo provvedimenti intesi a vessare l’esercizio dei locali di Cinematografo con l’ingenua speranza che quand’anche li ottenessero, il pubblico andrebbe di più ai loro teatri. In altri termini, essi vorrebbero che in qualche modo il Governo si adoperasse a mandare i cittadini al teatro… impedendo loro di andare altrove.
Gli artisti non hanno osato invocare il teatro coatto, ma invocano francamente dal Governo che dosi con parsimonia i Cinematografi ai cittadini, come se i cittadini, impediti di andare al Cinematografo, non avessero la risorsa di restare a casa loro.
Si associano alle istanze di quegli artisti i proprietari dei teatri, i quali tengono a far sapere che fanno cattivi affari. Ammesso che ciò sia vero, ne danno la colpa al Cinematografo. Questa colpa andrebbe dimostrata; e, quand’anche sussistesse, si potrebbe domandare se, per questo, il Governo debba intervenire per impedire ai Cinematografi di fare i loro affari.
Che dovremmo noi dire quando i dirigenti dei teatri ricorrono, per aumentare i loro lauti guadagni, nei loro teatri, agli abborriti spettacoli cinematografici?…
Accade, in questi casi, lo strano fenomeno che il pubblico poco e a malincuore li frequenta. Ed è naturale; perchè il pubblico ha il buon senso di pretendere del teatro — e non delle proiezioni. — quando và al teatro; evidentemente perchè, quando vuole delle proiezioni, và al Cinematografo.
Ma in fatto è vero che i teatri sono pieni, sempre chè gli spettacoli meritino il favore del pubblico.
Esattamente come i Cinematografi , sebbene gli spettacoli, per loro natura, siano sempre diversi.
Non crediamo necessario indugiare ancora nel far presente a Vostra Eccellenza le considerazioni di opportunità e di legge che tutelano la libertà dell’esercizio di una industria, come qualunque altra libertà.
Non sussistono per il Cinematografo le ragioni di salute pubblica o di polizia, o di provvidenza fiscale, o di regime economico che legittimano certe restrizioni per le farmacie, per le rivendite di generi di privativa, per le macellerie, per gli spacci in genere di materie pericolose — siano alcool o esplodenti — ; quindi, sebbene non dubitiamo della liberalità di sentimenti di V. E., facciamo formale istanza perchè Le piaccia non accogliere la prima domanda della istanza ricevuta da alcuni artisti di teatro.
Quanto alle altre domande, ricordiamo semplicemente che gli esercizi di Cinematografo sono soggetti, come esercizi di pubblici spettacoli, alle leggi e ai regolamenti che gli esercenti si studiario di osservare scrupolosamente, anche perchè essi sono la garanzia del pubblico e della loro industria.
Nessuna ragione autorizza a supporre che il pubblico non sia protetto e garantito nelle sale da Cinematografo — che sono tutte moderne e quindi fatte a norma dell’attuale legge; — resterebbe a dimostrare, invece, se eguali condizioni di sicurezza sussistano rigorosamente in tutti i teatri, che sono, per solito, di antica costruzione.
Dalla Eccellenza Vostra invochiamo quindi, nella prudente sua saggezza , che come siamo per la nostra industria soggetti alla legge e alla Autorità, così possiamo restare sotto la loro tutela, senza alcun bisogno di restrizioni ulteriori che, danneggiando noi, non avvantaggerebbero nessuno — neppure lo Stato, che dalla facilità (provvidenziale per la coltura popolare) con la quale i locali di Cinematografo
si moltiplicano, trae una non trascurabile somma di imposte — e sarebbero di grande danno a migliaia e migliaia di lavoratori — e anche di artisti — che nella industria cinematografica hanno lavoro e rimunerazione.
Nè occorre notare l’assurdità di quelle riserve per le quali alcuni artisti dichiarano di non essere ostili alle Case produttrici, ma di esigere restrizioni pei locali — come se gli interessi dei consumatori di una industria non fossero in diretta corrispondenza con quelli dei produttori.
Noi non invochiamo restrizioni per i teatri, neppure se e quando vi si eserciti il Cinematografo; ma chiediamo che sià garantita alla nostra industria la libertà che le leggi di un paese civile garantiscono a tutte le industrie.
Gli artisti seguano la loro via; ma, ci lascino seguire la nostra.
Di avere dovuto, per la tutela dei anti interessi leciti ed onesti di cittadini e di industriali, recare a Vostra Eccellenza il disturbo della presente istanza, ci scusiamo.
Provocati, e non provocatori, abbiam voluto opporre argomenti ad argomenti.
E, fidenti nella equanimità sapiente di V. E., ci rassegnamo con prondo ossequio

devotissimi :

(seguono le firme)