Rita Sacchetto

Rita Sacchetto da Duchessa di Devonshire secondo il ritratto di Thomas Gainsborough

La graziosa danzatrice è nata a Monaco da un pittore veneziano e da una musicista tedesca. La sua danza è mimica; è espressione e purezza e compostezza, è magistero e armonia di ritmi.

Non vuole che le sue danze si chiamino a tal modo, che indica, infine un esercizio non troppo vario e non troppo diverso. Preferisce che siano chiamate con vocaboli piu complessi e che, quindi, i suoi balli siano intesi come dei veri poemi psicologici in azione e poi anche poemi mimici o, addirittura, poesia senz’altro.

La sua maggiore ambizione è quella di dire, raffigurare tutto col gesto. Prima era pittrice e ama affermare che la luce le venne da Lenbach, suo maestro e suo direttore spirituale.

Ha detto che vorrebbe perciò esser chiamata interprete di musiche e di forme.

Dunque, oltre la poesia, anche la musica.

Infine, i gesto è tutto, pensa Rita Sacchetto con la convinzione con cui gli scrittori, i poeti dichiarano che il verbo è tutto. Dove la musica finisce, lì comincia il gesto e va oltre. Come si vede, Rita Sacchetto non ha limiti nelle sue aspirazioni estetiche ed artistiche e con la volubile, mutevole eleganza e plasticità delle sue movenze raggiunge effetti mirabili.

Giovinetta non ballava che per sè. Lenbach la vide dunque e le disse che quella era la sua vera inclinazione.

Fu invitata a ballare all’ Associazione artistica di Roma. Non accettò di eseguire una pantomima e rappresentando Dyemileh , incarnò cioè, secondo la sua fantasia, il suo capriccio e la sua intuizione, il mondo orientale. Il successo fu tale da spronarla a continuare ad aumentare il suo repertorio e si mise a viaggiare il mondo, sostando a tutte le corti, cogliendo dovunque per la sua arte le più strane impressioni.

Rita Sacchetto è ora ammiratissima in Italia, nelle figure così diverse di stile, di casta cui essa dà la loro fisionomia reale e spirituale con così sottile accorgimento e con percezione così caratteristica. Eppure, crede, solo di fare degli schizzi che preparano il gran quadro futuro, cioè il capolavoro perfetto che arriverà prima o dopo.

La danza di Rita Sacchetto è moderna nel miglior senso della parola; è ravvivata drammaticamente dall’intelligenza. Essa sa rendere a meraviglia in pari modo i tratti particolari, popolari di una nazione e i lineamenti delle grandi dame principesche e delle figure femminili storiche. Essa sparge intorno a sè il sentimento della luce, della libertà e della letizia. È in ispecie nelle sue interpretazioni musicali di un fascino squisito, singolare. In lei dunque la danza è veramente l’espressione di un mondo sentimentale inte- riore che anela a divenire, nella sua estrinsecazione, opera d’arte.

È un vero, raffinatissimo godimento mirare quale contenuto sa dare alla danza e quale potenza comunicativa esca in grazia e bellezza dai suoi gesti.

Milano, 1911

Ricordi del primo cinema

Carmen Boni in Addio Giovinezza, Augusto Genina 1927

Roma, 21 settembre 1940

Ad «Addio giovinezza » risale il mio primo contatto con il cinematografo. Non riesco a ricordare se fu durante le vacanze o un giorno che non ero andato a scuola: quello che ricordo è una mattina di sole, primavera inoltrata o principio di autunno.

Sul grande prato fra Piazza di Siena e la Casina delle Rose incontrai il cinematografo. Si era radunata un po’ di folla intorno alla macchina da presa e agli inservienti che reggevano i riflettori di stagnola. Sulla strada erano ferme alcune automobili con le tendine misteriosamente abbassate: dall’automobile uscì un personaggio truccato, poi un secondo, L’uomo era Augusto Bandini, un caratterista che ricordo in altri film muti, la donna una generica, Si doveva girare una scena in cui Leone vive l’avventura che poi racconterà abbellita agli amici, C’erano anche Carmen Boni e Walter
Slezac, ma senza trucco.

Ricordo che Bandini, sospinto violentemente, doveva andare a urtare una signora, una specie di granatiere in gonnella. Augusto Genina, lo ricordo con lo stesso viso di oggi, fece ripetere la scena tre o quattro volte, incontentabile.

Appartenevo allora ad una società ginnastica che ha la sua sede lungo le mura pinciane. Qualche giorno dopo un altro amico ci chiese se avremmo voluto partecipare ad una scena per il cinematografo. Andammo di mattina presto a Piazza di Siena, a mettere in mostra le nostre qualità atletiche, In mezzo a noi c’era Slezac, il Mario della terza edizione, anch’egli in maglietta e mutandine. Si doveva girare la scena in cui Elena — era Elena Sangro — incontra per la prima volta Mario. La fatalissima stava sul poggiolo avanti alla casina dell’orologio, avvolta in veli e pelliccie, come se si fosse trattato di una serata di gala all’Opera.

Il film però lo vidi molto tempo dopo, in un cinema rionale che adesso non esiste più, insieme a un gruppo di compagni e compagne di scuola. Ricordo che ci commovemmo tutti ai casi di Dorina e al suo doloroso amore. Quando dal ponte Dorina salutava il treno che porta via per sempre il suo amore avevamo un nodo alla gola, e, a luce riaccesa, potemmo constatare che le ragazze avevano gli occhi lucidi di pianto. Questo ricordo ha un particolare significato poichè con noi c’era Maria Denis, quella che sta per essere la quarta Dorina che conoscerà il pubblico italiano.

Qualche anno è passato, non tanti ma neppure pochi, e adesso Dorina torna per la quarta volta sullo schermo. Quali siano le ragioni di questa vitalità dell’opera di Camasio e Oxilia, non sapremmo forse dire troppo bene. Ma le sentiamo, vecchi sentimentali, non per età ma per il tempo da cui crediamo all’immortalità di certi sentimenti, ci lasceremo sempre prendere dalla mestizia della storia di Dorina, tanto vecchia e tanto nuova, che trova risonanza nella vita di ciascuno di noi. Si può avere il cuore arido e aver sempre aspirato alla carriera di agente delle imposte ma una volta ciascuno ha avuto vent’anni alla maniera di Mario, e in fondo al cuore avrà un indistinto rimorso per una Dorina che si chiamò magari Elvira.

Nino Oxilia era un poeta, e si è poeti soltanto perché si è avuto dalla Provvidenza il divino dono di saper scegliere, fra i casi della propria vita, quelli che hanno risonanza nell’animo di tutti. Quando si tocca una corda la cui nota ha il potere di echeggiare su ogni parete, anche la più piatta, l’opera di poesia è compiuta né verrà il giudizio di nessun critico a stroncarla.

Quella di Camasio e Oxilia è, nel genere romantico, un’opera perfetta. Ha la profondità di richiamo di una canzone napoletana: sul piano estetico avrà magari assonanza con le romanze di Tosti ma nessuna critica avversa potrà diminuire il richiamo che esercita sul pubblico.

No, forse profondità non c’è. Almeno se vogliamo tenere in concetto di profondità l’analisi minuta, fondata su dei canoni precisi e senza possibilità di deflezioni, Ma la profondità è nel sentimento che la storia suscita, in quell’ondata indistinta di ricordi, di sensazioni. Il merito degli autori è stato soprattutto di avere scritto un’opera che ha sempre vent’anni e che ha, soprattutto, il merito di ricordare a tutti quell’età favolosa che non è soltanto una stagione, ma la sintesi della vita. E in fondo ad una vita triste, accorata, troppo convulsa o troppo noiosa ci sarà sempre, per ognuno, il ricordo dei vent’anni ad accendere un sorriso che non è soltanto di melanconia.

Per questo, in fondo, quella di Dorina è una favola. Si chiamano favole quelle storie in cui ciascuno può specchiare i sogni
che non ha osato avere.


Ancora una volta, dunque, Dorina tornerà. La fanno rivivere ogni domenica gli attori delle compagnie filodrammatiche. L’ha fatta rivivere un’operetta che ha girato a suo tempo tutta l’Italia e che ancora qualche volta arriva fino al nostro studio dall’apparecchio radio del vicino. Tre volte fino ad oggi, il cinema ha dato un volto preciso a Dorina: fu Laetitia Quaranta nella prima, Maria Jacobini nella seconda e Carmen Boni nella terza.

Carmen Boni portava allora i capelli cortissimi e le vesti cortissime. È stata una Dorina nella sua epoca, uguale alle ragazze che gli adolescenti vedevano passare frettolosamente lungo le vie illuminate alle sette del pomeriggio. Per noi, a cui i trent’anni non sono più una mèta, il volto di Dorina resterà quello, tanto simile ai volti che incontriamo in certe fotografie ingiallite, ricordo di gite scolastiche, che non abbiamo mai il coraggio di buttar via.

Adesso torna Dorina con un altro volto, quello di Maria Denis. Un volto caro al pubblico, specialmente al pubblico più giovane. Ma anche noi andremo a rivederla e al ricordo vecchio si sovrapporrà quest’altro, ma delle due immagini confuse non avremo alcun fastidio perché quanto resterà in fondo a noi sarà sempre un volto ideale, che assomiglia in modo impressionante a una donna che rivediamo di tanto in tanto e che tiene per mano due bambini che non sono i nostri.

Vogliamo sperare soltanto che il film sia messo in circolazione subito, appena finito. Nei giorni in cui l’ottobre declina nel novembre. Allora, quando usciremo dal cinematografo, dopo aver incontrato di nuovo Dorina, ci sarà facile ritrovare nei viali bui, nello scricchiolio delle foglie ingiallite sotto i nostri piedi, nell’odore di caldarroste che si sprigiona da ogni cantonata, l’atmosfera della sessione autunnale di laurea. E ritroveremo la profonda malinconia di un attimo in cui la vita sembra finita, insieme ad un mucchio di libri gialli sgualciti che non servono più.

Umberto de Franciscis

Il debutto di Nino Martoglio

Una scena de Il Romanzo, Cines 1913, messa in scena di Nino Martoglio

In realtà, il titolo di questo post dovrebbe essere: il debutto di Nino Martoglio come regista cinematografico, perché il nostro, nato a Catania il 3 dicembre 1870, aveva già debuttato nel mondo dello spettacolo nel 1903, come direttore e organizzatore della Grande Compagnia Drammatica Siciliana.

Non sappiamo bene quando e perché Martoglio decide di abbandonare il palcoscenico per i teatri di posa, ma possiamo supporre che l’invito arrivò dall’allora direttore generale della Cines, barone Alberto Fassini. Per la Cines, Martoglio scrisse qualche soggetto e diresse un solo film: Il romanzo, uscito nelle sale italiane in piena estate del 1913. Ecco la descrizione del soggetto:

« Giorgio Villadoro e Paolo Farneti sono stati compagni di collegio, poi si sono persi di vista. Anni dopo, Giorgio è un celebre romanziere, mentre Paolo, pur egli scrittore, non s’è affermato.
Oltre ad invidiare l’amico per i meriti letterari, Paolo odia Giorgio perché Armanda, la donna che ama, gli ha preferito l’altro. Paolo ardisce nei confronti della coppia, di cui si finge sempre amico, una serie di macchinazioni che coinvolgono anche il fratello di Armanda, ma quando tutto sembra accanirsi contro i tre incolpevoli, la giustizia punitrice svela gli intrighi di Paolo, il quale andrà incontro a un esemplare castigo. »
(dalla pubblicità Cines, in La Vita Cinematografica, Torino, n. 14, 31 luglio 1913)

Oltre questa descrizione, pubblicata nel volume di Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli, Il Cinema Muto Italiano1913 – I film degli anni d’oro, Centro Sperimentale di Cinematografia – Nuova Eri Edizioni Rai 1993, nella scheda del film non appare il nome di Martoglio come autore del soggetto, e la solita mancanza di fonti restituisce una sola recensione, riprodotta in parte nel citato volume. Eccola per intero:

Si sta facendo qualche passo avanti in linea soggetti, e certo si è, che, se si avesse un po’ di cura si riuscirebbe nell’intento. Il Romanzo infatti, non è un lavoro disprezzabile, ma certamente sarebbe piaciuto di più se si fosse stati più larghi nel tratteggiare le scene, e soprattutto nel non troncarle fuori posto. Troviamo invece in certi punti l’assoluta mancanza di scene di collegamento con il soggetto ed è ciò che più è da rimproverarsi.
La direzione artistica di questo lavoro è stata affidata al valoroso Nino Martoglio che pare non si trovi troppo a disagio nella nuova arte prescelta, ma si intravvede che ancora non ha acquistato quella pratica necessaria occorrente a un direttore di scena, però siamo certi che in altri lavori potremo ritrovare nell’egregio direttore le scelte doti che egli possiede. Come interpretazione possiamo dire con coscienza che è stata quasi da parte di tutti accurata.
La Menichelli nella parte di Armanda Varalli ci ha dimostrato la sua buona volontà di far bene, ed in questo lavoro vi è in massima parte riuscita. La parte di Maria è stata sostenuta dalla signora Galloni (sic Gallone) la quale ha interpretato il personaggio con saggio criterio e con vera espressione di vita.
Giorgio Villadoro, signor Sersale, buon’artista, buona figura ha trasformato se stesso nel personaggio cui ha dato anima e sentimento.
Paolo Farneti impersonato dal nostro simpatico Mastripietri, è stata una nuova indovinatissima incarnazione dell’odioso personaggio.
La parte dell’ing. Varaldi fu sostenuta con non troppa efficacia dal Galloni (sic Gallone) che in questo lavoro non esplica certo le sue migliori qualità artistiche.
Il Renzo ebbe il D’Accurso come proprio interprete e si può dire che nella breve parte egli abbia fatto ciò che più poteva per dar risalto al suo personaggio.
Buona e nitida la riuscita fotografica ed accurata la messa in scena.
(G. Guerzoni in La Cine-Fono e la Rivista Fono-Cinematografico, Napoli, 20 agosto 1913)

Come il mitico Sperduti nel buio, il film più famoso e ricordato di Nino Martoglio, anche questo, pare, risulta scomparso.

Cerchiamo, quindi, di sapere qualcosa in più per riuscire a ritrovarlo.

Nel Bollettino della società Louis Aubert, concessionario per la Francia dei film della Cines, Nordisk, Hepworth, Solax, Rex, Méliès e Sascha Films, pubblicato come inserto nel numero della rivista Ciné-Journal del 19 agosto 1913, troviamo un descrizione più accurata del soggetto:

Georges Vildo, le romancier bien connu est fiancé à Jeanne soeur de l’ingénieur Raldi. Il a l’intention de donner leurs noms aux personnages d’un de ses romans. Paul Farnet, ami de Georges suit aussi la carrière littéraire, mais n’ayant pas réussi il est devenu jaloux des succès de son camarade, de plus, il aime Jeanne, et cela constitue une rivalité entre eux.
L’ingenieur Raldi, ayant terminé la construction d’un pont, va passer quelques jours chez Georges. Excursions, goûters se succèdent dans la magnifique propriété du romancier, lorsque Randi reçoit un télégramme:
“Pont écroulé accidentellement, les autorités te recherchent, tiens-toi sur tes gardes. Jean…”
Désespéré devant l’écroulement de toutes ses espérances Raldi s’enfuit sans que Georges réussisse à l’empêcher.
Alors que le romancier se souvient que quelques jours auparavant, recevant chez lui Paul Farnet il lui a fait lire quelques passages de son nouveau roman. Un passage surtout:
“… et il envoya ce qui suit, écrit d’une main sure: “Sache que j’aurai ta soeur que j’adore, meme au prix de ma vie, meme au prix d’un crime! Georges” avait paru intéresser Paul plus particulièrement; mais George sourit, pourquoi penser à cela?
Peu après George disparaît, la justice le recherche, les indices accusent l’ingénieur Raldi. Pendant que la police s’égare sur des fausses pistes, Georges blessé et soigné par Marie, étrange jeune fille qui connait dit-on les herbes médicinales. Grâce aux soins éclairés de Marie, George se remet bientôt, mais il ne se souvient plus de celui qui l’a blessé. Il veut pourtant se venger et, faisant à sa garde de ne pas révéler sa présence, et même de laisser croire à sa mort, il commence ses recherches.
Il ne tarde pas à découvrir que son agresseur n’est autre que Paul Farnet, il réussit même à faire lever l’accusation qui pèse sur son beau-frère.
Jeanne restée seule st inconsolable, mais une lettre vient lui rendre l’espoir:
“Jeanne!
Je suis libre. J’espère que même l’horrible soupçon qui pèse sur moi pour la mort du pauvre Georges sera écarté. Ton frère.”
Bientôt réunis, les trois jeunes gens oublient dans leur mutuelle affection l’horrible catastrophe qui les sépara un instant.
Paul Farnet reçut le châtiment que méritait son crime et le monde littéraire, fêta par un banquet la réapparition de son auteur préféré, Georges Vildo.

Niente male, direi.

Vediamo adesso come pubblicizzano il film gli americani, maestri nell’arte della réclame:

A genuinely engaging subject, unusual in conception and distinctly original in production. A charming story in which love, adventure, and daring play large parts. George Townley, a rising young novelist, is thrown into the river after being shot by a jealous and unsuccessful author, who steals the script of George’s new book. Miss Vincent’s brother, Frank, hears that a new bridge which he has just erected has collapsed, killing several people. Fearing trouble, Frank is about to flee the country, when he is arrested for the murder of George.
How George was rescued from the river by peasants; the love of the peasant girl; how Gladys Vincent, at the point of self-inflicted death, was saved by a heroic and daring act on the part of the peasant girl; how the would-be murderer-novelist was caught by a chance line from the book he had stolen, while a guest at a dinner in his honor, all combines to make a tale much out of the ordinary.
The famous Cines Company never used better judgment in the selection of beautiful exteriors.
The watcher is charmed with a succession of quaint and dainty vistas — and those remarkable feats of daring for which the house of Cines has ever been noted are much in evidence in “The Wheels of Justice.” The above cut of the falling bridge fails to do this remarkable scene justice. Two men are seen to hurtle over the bridge into the waters beneath, a thrilling “touch” that stirs the sluggish blood and makes you wonder “how they did it.”
Better book it. And remember the date is Tuesday, October 21. Released through General Film Company.
One, three and six sheets with all Kleine subjects.
(The Moving Picture World, October 11, 1913)

A Daring Bit of Work
In order to “land” a crucial situation in the Kleine-Cines release of October 14 “The Wheels of Justice,” a structural iron bridge was built by the Cines Company over a ravine about seventy-five-feet wide, and was destroyed in one of the most daring scenes ever made by that company. A car is run over the bridge, the structure collapses, dropping severals persons and the car to the bottom of the ravine, creating a scene that will cause many a thrill when is projected.
(Motography, September 20, 1913)

Kleine-Cines Subject is a Photographic Gem
‘The Wheels of Justice.” The Kleine-Cines release for Tuesday, October 21, offers many unusual and some original and striking features not often seen in two reel subjects.
The plot itself is out of the ordinary.
From such an unusual start the story swings into the heart of Italy. The famous Cines Company never used better judgment in the selection of beautiful exteriors. The watcher is charmed with a succession of quaint and dainty vistas. Also. the picture is remarkable for a feat of daring that will call forth much applause. The above cut of the falling bridge fails to do justice to this extraordinary scene, for in the moving picture, two men are seen to hurtle over the bridge, with the entire structure falling after them.
Incidentally, the men are not “prop” dummies and the feat is one of genuine daring well calculated to stir the sluggish blood and make you wonder how they did it.
(The Moving Picture World, October 11, 1913)

“THE WHEELS OF JUSTICE” (Cines, October). —A picture that might have been taken from some elaborately planned novel. The plot is complicated, yet after the first few scenes, the story is clear and it holds tlie interest. One is not carried away by anything that happens, even bv the wrecking of the bridge which is very realistic, exce’U in the attitude of the players who stood near by. So in the story, while it absorbs the mind waiting for the outcome of the tangle, there is very often a part that isn’t
believed. The backgrounds add to the value of the whole and there is much artistic qualily in the arrangement and management of the scenes.
On the whole, it is a good offering.
(The Moving Picture World, November 1, 1913)

Come dicevo all’inizio del post, non sappiamo molto dell’arrivo di Martoglio nella squadra di Alberto Fassini alla Cines ma, grazie al ritrovamento di una lettera di Fassini a Martoglio, possiamo sapere come e quando questo rapporto finì.

Lettera di Alberto Fassini dalla sede berlinese della Cines

Berlino 11 Agosto 913.
Caro Martoglio, Ho la sua con la quale insiste nelle dimissioni. La ragione che lei addice sono di tal natura che non mi è dato discuterle.
Mi resta dunque col rammarico di distaccarmi da lei, il conforto di aver tutto fatto per soddisfare le sue aspirazioni e conservarla alla famiglia artistica della Cines. Se metterà in esecuzione quel che mi ha detto e cioè che intende produrre per conto suo, si ricordi che alla Cines — per quanto non sia abituale — la buona produzione Cinematografica sarà ben accettata.
Accetti, caro Martoglio, gli auguri di fortuna degni del suo ingegno e mi creda
aff. Alberto Fassini

Ringraziamenti e fonti: per la recensione del film Museo Nazionale del Cinema – Collezione Riviste e Monografie del Cinema Muto Italiano; per le riviste Ciné-Journal, The Moving Picture World e Motography, il sito Media History Digital Library; per la lettera di Alberto Fassini, Luciano Michetti-Ricci.