I profughi a Milano

I profughi al Cinema Centrale e all'Apolo

Per tre volte gli espulsi dalla Turchia che sono ospiti di Milano si sono recati al CINEMA-CENTRALE gentilmente invitati dal Cav. Antonio Bonetti. La nostra fotografia rappresenta un gruppo di profughi che esce dal CINEMA CENTRALE per recarsi all’APOLLO, dopo avere assistito all’interessante spettacolo cinematografico.

AIl’APOLLO era preparato pei nostri connazionali un signorile « buffet », che li riunì simpaticamente intorno al Cav. Bonetti che faceva con squisita cortesia gli onori di casa. Al rinfresco offerto a tutti si aggiunsero speciali distribuzioni di dolci, di ventagli alle signore, e di bandierine ai numerosi bambini della colonia — tutti allegramente entusiasti della patria nuovamente conosciuta o riconosciuta.

Queste gite dei profughi per la città e le infinite dimostrazioni di cordiale simpatia che essi ricevono sono la più eloquente prova dei sentimenti di fratellanza che legano oggi tutti gli italiani.

A questi sentimenti sono stati ispirati i ricevimenti offerti al CINEMA-CENTRALE e all’APOLLO dove le accoglienze fatte ai profughi sono state così affabili e gentili che il Comitato « Pro espulsi » volle con speciale lettera esprimere i ringraziamenti a nome di tutti all’egregio Cav. A. Bonetti.

Dalle simpatiche riunioni abbiamo voluto conservare sulla fotografia che pubblichiamo un ricordo e una testimonianza che anche ai connazionali restituiti al nostro affetto dalle barbarie turche, riusciranno, speriamo, di particolare gradimento.

Suspense ovvero non dimenticare mai la chiave sotto lo zerbino

“Suspense” è un famoso thriller scritto, diretto e interpretato da Lois Weber (regia in collaborazione con Phillips Smalley) anno del signore 1913.

Nella prima scena del film vediamo una donna che, già pronti sul tavolo di cucina una valigia e il cappello, guardando dal buco della serratura (avete presente “Par le trou de la serrure” 1901 di Ferdinand Zecca?), osserva la scena che si svolge dietro la porta: lei e noi vediamo una giovane signora e un bambino in culla. La donna lascia una nota sul tavolo della cucina che vediamo anche noi: “Me ne sto andando senza preavviso. Nessun domestico vorrebbe rimanere in questo posto solitario. Metterò la chiave sotto lo zerbino. Mamie”.

Quindi Mamie esce e chiude a chiave, lasciando la chiave sotto lo zerbino come promesso, e va via.

Appena Mamie esce fuori quadro, vediamo arrivare quello che, si capisce subito, sarà il “cattivo” del film, uno che passava da quelle parti e, voltandosi verso la casa… ci fa un pensierino.

Nella seguente scena, in mezzo ad un triangolo al centro dello schermo appare un signore seduto al tavolo di un ufficio (un ufficio con molte correnti d’aria a giudicare dalle carte che svolazzano). Il signore prende il telefono e dice alla giovane signora che abbiamo visto dal buco della serratura, anche lei al telefono: “Non tornerò a casa fino a tardi. Starai bene?”.

Ecco i tre protagonisti della storia: il “cattivo” a sinistra, ormai vicino alla casa, il marito in ufficio, e sua moglie, a destra. Déjà vu anche questo l’effetto dello schermo diviso in tre.

La moglie rassicura il marito: starà bene.

Quindi la moglie va in cucina per vedere che fine ha fatto Mamie, ma non la trova. Trova invece la nota sul tavolo della cucina e la legge.

A questo punto cosa pensate che possa fare la nostra eroina? Prendere la chiave sotto lo zerbino? No, per niente. Va invece verso il telefono e pensa di richiamare il marito, ma poi ci ripensa, chiude la finestra della stanza, esce e va verso la porta principale chiudendola a chiave.

Fatto questo, prende il bambino dalla culla e sale con lui al primo piano. Dalla finestra della stanza al pianoterra vediamo il “cattivo” che si aggira intorno alla casa. Una volta al piano di sopra la nostra eroina, affacciandosi alla finestra scopre, secondo la didascalia: “Un vagabondo che si aggira intorno alla casa”.

Nuova scena triangolata al telefono. Mentre moglie e marito parlano, grazie ad una sensibilità della pianta dei piedi eccezionale, vediamo come il “cattivo” trova facilmente la chiave sotto lo zerbino.

Indovinate un po’ cosa dice al telefono la moglie (che non può vedere il “cattivo” perché è al telefono ma sicuramente è dotata da grande chiaroveggenza): “Adesso sta aprendo la porta della cucina” e poi “E adesso è…”. Non riesce a dire altro perché il cattivo taglia il cavo del telefono con un coltello, interrompendo la comunicazione… evitando così domande scomode dal marito tipo: “Come mai questo vagabondo ha la chiave della porta della cucina?”

Cosa fa il marito a questo punto? Esce di corsa dall’ufficio e ruba la prima macchina che le capita davanti, mentre la moglie, che non si rassegna facilmente, insiste con il telefono, senza successo, naturalmente.

Intanto, il proprietario della macchina rubata, che era giusto sceso un momento per accendersi una sigaretta, con un semplice gesto trova, in pochi secondi, due poliziotti e una macchina con autista, riuscendo a convincere subito tutti di dare la caccia al “ladro”.

Vediamo il “cattivo”, ancora in cucina, che apre un armadio e trova un piatto con due sandwich. Cosa fa? Mangia.

Nella scena che segue vediamo brevemente le due macchine in corsa attraverso la città, quella del marito e quella che trasporta il proprietario della macchina e i poliziotti.

Un momento, la nostra eroina ha una idea geniale: bloccare l’apertura della porta con una pesante credenza.

Dopo il pranzo, il “cattivo”, coltello in mano, esce dalla cucina.

Nella corsa sfrenata, il marito investe un signore fermo al centro della strada. Ma non è successo niente. Il signore, preso in pieno dalla macchina, si alza in piedi dopo pochi secondi come se niente fosse. E la corsa riprende… oh le belle, ardite, inquadrature…

La nostra eroina al piano di sopra urla. Ma il film è muto e non possiamo sentirla.

Il cattivo, senza sforzo e senza complimenti, spacca la porta della camera, spostando senza sforzo la credenza. Ancora urli della mamma e, possiamo immaginare, anche dal bambino.

Il marito, arrivato davanti alla casa, scende dalla macchina senza nemmeno fermarla, e corre verso la porta principale, lasciando che la macchina continui la sua corsa, e vai a sapere come va a finire…

Pochi secondi dopo arrivano il padrone della macchina rubata e i poliziotti che, mentre corrono anche loro verso la casa, sparano all’impazzata. Che film americano sarebbe senza un po’ di spari e pallottole?

Il “cattivo”, coltello in mano, ha sentito gli spari e cerca di fuggire. Scendendo le scale si scontra con il marito della nostra eroina, entrato dalla porta principale, breve lotta fra i due e arrivo dei poliziotti che fermano il “cattivo”, lasciando l’altro libero di correre al piano di sopra.

Il resto potete immaginarlo da voi. Forse no, perché la reazione del proprietario della macchina davanti alla scena della bella famigliola ormai fuori pericolo quale sarebbe secondo voi? Chiedere i danni per il sicuro disastro arrecato alla sua macchina? Niente di tutto ciò. Nulla a pretendere, capisco tutto, tutto perdonato, tutto a posto. E lasciano la scena, lui e uno dei poliziotti.

Fine, o meglio The End.

Capolavoro, direi di no, ma potete giudicare voi stessi, il film è disponibile sul web.

I Titani di Lilliput

Abbiamo dovuto sospendere per un mese i nostri commenti alla cosiddetta politica cinematografica e, naturalmente, in un mese, moltissimi avvenimenti si sono sovrapposti a quelli passati, modificando l’aspetto di quella che è la dinamica della grande industria cinematografica. Preghiamo d’altra parte il lettor cortese a non dare alla nostra espressione di «grande industria» quel significato iperbolico che si è avvezzi generalmente a darle.

Naturalmente, l’uomo del giorno è sempre Pittaluga, il tenace genovese, colui che si ritiene debba sconvolgere l’ordine astrale di questa simpaticissima industria nostra. È scoppiata infatti, giorni or sono, la bomba dell’accordo Pittaluga-Fiori, ciò che ha fatto saltare per aria molti grandi e piccoli interessi che, come asteroidi, si andavano evoluzionando intorno a questi due astri. Se lo spazio non ce lo vietasse, noi avremmo trovato sommamente dilettoso ed istruttivo illustrarne largamente l’attività e l’intraprendenza. Forse avremmo potuto dimostrare che i suoi successi sono dovuti più che alla sua indiscussa capacità negli affari, all’incompetenza ed alla suggestione della massa. Ci riserviamo, però, di ritornare sull’argomento. Il pericolo Pittaluga, in rapporto alle condizioni generali dell’industria, è uno studio tnteressante più che non si creda.

Per ora ci limitiamo a domandarci: Perchè l’accordo intervenuto fra Pittaluga e Fiori non è stato fatto dall’Unione?

Cerchiamo di illustrare la situazione servendoci di quelle informazioni che dobbiamo credere esatte e che dormono da qualche settimana nel nostro tiretto di redazione.

È noto che da tempo Pittaluga rimuginava il riavvicinamento dei gruppi Barattolo-Mecheri-Fiori. Questa iniziativa ha subìto alternative da altalena: da un momento all’altro appariva come una realtà indiscussa o come una chimera inafferrabile. A chi la colpa di queste alternative? Se lo chiedevate a Fiori, vi rispondeva: Per i tentennamenti di Barattolo. Se volevate prestar fede ai turibolanti di Barattolo, avreste dovuto attribuirli alle condizioni inaccettabili che imponeva il binomio Mecheri-Fiori. Sta di fatto che mentre più fervevano le trattative, Barattolo credette più igienico andarsene a Berlino. L’entente con i tedeschi era forse più interessante: dell’accordo in casa propria.

Evidentemente gli esponenti massimi dell’organizzazione Pittaluga non trovarono di eccessivo buon gusto un invito a Roma per…
constatare de visu che Barattolo da poche ore aveva preso il diretto per Berlino! Fiori non potette resistere alle pressioni di quegli enti che intendevano, per veder chiaro, venire ad una qualsiasi soluzione, e così, messi da parte Barattolo e l’Unione, Pittaluga trovò opportuno stringere l’accordo con Fiori.

Chè nel frattempo la Fert si era costituita in anonima col capitale di 5 milioni di cui tre milioni e mezzo erano stati versati dalla Banca di Firenze, un milione dalla Società Generale di Credito e la rimanenza da Fiori, dal cav. Francolini e dal cav. Olivieri. Ciò fece pensare non poco i dirigenti dell’anonima Pittaluga, i quali si domandavano dove si sarebbe andati a finire, dato anche il compromesso esistente tra la Fert e la Orlandini per i due locali di prima visione di Torino, di proprietà della Fert. Infatti un più stretto accordo Fiori-Orlandini, incuneandosi nel l’accordo Pittaluga-Unione avrebbe sensibilmente ostacolato il raggiungimento degli scopi prefissi dalla Ditta Pittaluga, particolarmente in seguito alla perdita dei due locali di prima visione a Torino.

Qui viene il tratto di genio di Pittaluga. Egli, accantonando Barattolo che si era dato al mestiere di Fabio Massimo, e preoccupandosi solo dell’interesse della sua Ditta, si fece cedere dalle due Banche entrate nella combinazione Fert una gran parte di azioni, strinse nuovi accordi per la gestione dei locali e finì con l’assorbire l’anonima Orlandini che, come abbiamo annunziato in un numero scorso, ha rinunziato, in favore di Pittaluga, al noleggio film ed ai locali che aveva in gestione, limitando la sua attività soltanto al monopolio di acquisto e vendita di films.

Così la tattica temporeggiatrice di Barattolo — a proposito, congratulazioni vivissime per la Commenda della Corona d’Italia —ha avuto un effetto che non ci crediamo facoltati a giudicare in merito agl’interessi di questo. Evidentemente egli ha dovuto fare bonne mine au mauvais jeu ed accettare il fatto compiuto.

Ecco dunque come stanno le cose nell’Olimpo cinematografico. Portate in altri campi che non sieno quelli dove l’arte si erge su piedistalli industriati e finanziarii, le vicende che abbiamo illustrate sarebbero state come le fasi di operazioni d’interessi privati, delle quali ognuno avrebbe potuto benissimo disinteressarsi e dalle quali nessuna influenza l’industria avrebbe potuto subire. Ma la nostra industria è monopolizzata da uomini che vogliono avere una preminenza assoluta in tutti gli avvenimenti ed ai quali la stampa amica e nemica offre a buone condizioni l’onore di una pubblicità superiore a quella che veramente è la loro influenza sull’andamento dell’industria.

Seguiamo dunque la corrente anche noi, ma non preoccupiamoci soverchiamente delle conseguenze. L’avvenire della cinematografia Italiana è più che mai sulle ginocchia di Giove ed i suoi giganti sono soltanto tali attraverso le lenti d’ingrandimento. E, come il famoso colosso di Rodi… hanno, un po’ tutti, i piedi d’argilla!

Ciò che non è molto igienico…

la Cine Fono, Marzo 1921