Georges Lordier

M. Georges Lordier

M. Georges Lordier

Un nouveau deuil frappe notre Corporation en la personne de M. Georges Lévy-Lordier, directeur du journal Le Cinéma, décédé le 6 janvier 1922, en son domicile à Paris, 28, boulevard Bonne-Nouvelle, à l’âge de 37 ans.

Notre aimable confrère qui comptait beaucoup de sympathies parmi nous laisse infiniment de regrets.

L’inhumation a eu lieu le lundi 11 janvier au cimetière du Père Lachaise.

Georges Lordier était né à Paris en 1884. Son père, M. A. Lévy, chef d’orchestre de tout premier ordre, lui avait fait donnes une brillante éducation artistique. A 18 ans, Georges Lordier était déjà administrateur des Théâtres de Douai, de Lens et de Valenciennes et s’imprégnait du répertoire dramatique. Attiré par l’invention des frères Lumière et devinant l’essor prodigieux qu’allait prendre le cinéma, il entrait en 1904 comme metteur en scène chez Pathé. Quelques anis plus tard, il abandonnait l’édition et fondait, pour le compte de l’Omnia, dirigé par M. Edmond Benoit-Lévy, un grand nombre des salles du Nord et de l’Ouest de la France. Citons Amiens, Boulogne-sur-Mer, Dunkerque, Paris-Plage, Calais, Le Havre, Épernay.

En 1911, il fondait Le Cinéma, où il a toujours défendu la cause du film français.

A peu près à la même époque, il créait Les Grands Films Populaires qui éditèrent notamment Le Bossu, Les Cinq sous de Lavarède, Le Fils de Lagardère, L’Homme qui assassina, Cœur de Française, Montmartre, L’Alerte, L’Arriviste, Le Paradis, le Médecin malgré lui, Le Porteur aux Halles, Le Vengeur, La Petite Mobilisée, la Goualeuse, etc., qu’il  fit tourner dans son studio du boulevard Jourdan.

Il n’abbandonnait pas por cela l’exploitation et, aux salles de l’Omnia qu’il avait reprises à son compte à Amiens, à Dunkerque, à Boulogne, à Épernay, venaient s’ajouter des cinémas parisiens: le Kinérama, le Cinéma (aujourd’hui Ciné Pax) le Paris-Ciné, le Théâtre Montmartre, le Cinéma-Palace, les Folies-Dramatiques.

Il créait aussi Les Chansons filmées, la série de films La Vie Parisienne, avec Polin et Etchepare (Anana) et la série Franco-Film.

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Il giardino incantato – Rinascimento Film

El Jardin de la voluptuosidad protagonista Pina Menichelli

Gennaio 1919. La censura cinematografica di Roma ha bollato d’infamia il film che G. M. Viti ha scritto per la Rinascimento Film: Il giardino della voluttà; e sapete perché? Perché il titolo « è una truffa al pubblico, giacché promette ciò che non mantiene »… Che cosa volevano i censori?

Roma, febbraio 1919. Ormai è tradizione che l’impronta artistica di ogni nuova stagione cinematografica viene seguita da una creazione di Pina Menichelli. Conseguentemente, l’attesa in tutta Italia per il nuovo film Il giardino incantato era vivissima. L’aspettativa del nostro mondo professionale era tanto più febbrile in quanto che si trattava non solo della nuova esecuzione dell’attrice prediletta di tutti i pubblici (e si sa che ogni nuova esecuzione di Pina Menichelli è un’avvenimento d’arte), ma anche perché era questo il primo lavoro eseguito dalla nuova casa romana Rinascimento, i cui negativi sono per breve tempo ceduti all’Itala Film di Torino, e Il giardino incantato era la opera di uno scrittore intelligente e colto come pochi, il Viti.

Dobbiamo subito dire che tanta aspettativa è stata pienamente confortata dal più unanime successo che si debba registrare a Roma nella presente stagione cinematografica. Il lavoro ha letteralmente entusiasmato migliaia e migliaia di spettatori che sono accorsi al richiamo dello spettacolo di eccezione.

(…) Successo incomparabile, dunque, del Giardino incantato, a Roma, non solo per la diva, che aggiunge questo memorabile trionfo all’aurea collana del suo prezioso serto artistico, ma anche per la casa editrice Rinascimento, per l’eminente direttore artistico Eugenio Perego, per l’invidiabile primo attore Gigi Serventi e per l’ottimo operatore Cufaro.

London, June, 1920. Fostering International Appeal. The Gaumont programme certainly never lacks anything in International interest, and after within the las few weeks presenting Spanish, American, French and British productions, the list is now further added to by the addition of a Italian Picture, The Stronger Sex should prove of more than casual interest, for it is a picture entirely built up upon a theme, and a very good one at that, of comparison of the thoughts and actions of both a man and a woman when called upon to face a crisis. The production, as is usual with Italian pictures, is beautiful done, and the acting, even if a trifle Continental, is convincing Pina Menichelli‘s performance in particular stands out as a work of art, and she succeeds in alienating and attracting sympathy at will.

The Stronger Sex
Challenge to the tradition that man is superior to woman — A problem play minus the problem — Beautiful Pina Menichelli well produced.

Against the will of her wealthy aunt Lina marries an author, and the two live beyond their means. Lina sacrifices her honour to retrieve their fortunes, but the author prefers death as an easier way out.

Despite the fact that some ingenious person has tried to attach a deep ulterior significance to this simple story, it is really quite a straightforward drama of passion. Pina Menichelli is a sufficiently beautiful woman not to have to bother about social problems.

A pretty symbolistic scene shows Lina setting free a dove from a comfortable cage, and wishing she could follow it. For a perfectly horrible aunt has decided that Lina must marry her son, while all the time the girl wants to wed a popular author. The aunt unkindly draws Lina’s attention to the dove which has returned, unable to find food, and prophesies that Lina follows the dictates of her heart she will do the same. However, the girl marries her author, and the two lead a wildly extravagant life until all their money has gone. The husband is placed in an awful dilemma for a broker insists upon claiming a celebrated picture lent by the Government for review. Disgrace must follow unless this work of art can be redeemed. When Lina realizes the situation, she consents to her cousin’s dishonorable conditions, but her sacrifice is in vain, for when she returns home it is to find her husband dead from a self-inflicted shot.

In wonderful settings the magnificent beauty of Pina Menichelli glows like radiant jewel, and this, apart from all its other excellent qualities, makes The Stronger Sex remarkable.

Nella versione spagnola del film (titolo spagnolo: El jardín de la voluptuosidad), Liana (Pina Menichelli), scoperta la difficile situazione del marito « decide buscar apoyo en su tía Malvina, y pedirle entregue la cantidad salvadora de la honra de su marido. La austera dama, impulsada por lo remordimientos qui corroen su alma por su manera de proceder, entrega a Liana lo que en verdad era bien suyo y la joven parte rapidamente, trayendo con ella lo que considera la salvación de su amado ».

Di questo film sono sopravvissuti argomento e didascalie italiane, nelle collezioni del Museo Nazionale di Torino, e un frammento conservato nell’archivio della Cineteca Italiana di Milano. 

Immagine e testi da: Archivio In Penombra, Museo Nazionale del Cinema, The British Newspaper Archive. 

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Il cinematografo nel dopoguerra

In Penombra Roma Dicembre 1918

Novembre 1918

Scrivo mentre si riaprono i cinematografi, i quali, come sapete, furono chiusi per l’affare della febbre spagnola. In proposito facevo ieri l’altro la seguente riflessione: « Tutti i malanni ormai si devono attribuire al cinematografo. L’arte, dicono, va degenerando col cinematografo. E la morale poi? Oh! la morale non è stata mai così offesa come dal cinematografo, poveretta! Meno male che la censura — Dio la benedica! — ha tratto fuori la sua durlindana, se no come andava a finire? All’inferno, s’andava a finire. Ed ora che c’è l’epidemia, di chi è la colpa? Ma del cinematografo, naturalmente. E voi vedrete che quando si farà la storia della guerra si accerterà che fu proprio il cinematografo a dar l’incentivo! ». Ma l’epidemia è stata quasi del tutto debellata, e la guerra è stata gloriosamente ed eroicamente vinta.
Ma che farà il cinematografo nel dopoguerra?
Come è noto, dalle molteplici e pletoriche commissioni del dopoguerra il cinematografo è stato escluso totalmente. Il governo continua a fare il cieco in fatto di cinematografo, e ciò comincia ad essere veramente grave. E poi avviene che quando un parlamentare vuole interessarsi di cinematografia nazionale, ecco che salta il Bellotti, nostra croce ormai e nostra delizia.
Ma che farà il cinematografo pel dopoguerra? Industriali, attenti!
Taccuino di Hec

Dicembre 1918

Il fenomeno dell’accanimento col quale la stampa quotidiana, i legislatori pubblici e i Sacerdoti della Bellezza Pura — con tre maiuscole come era di moda ai bei tempi del simbolismo trionfante — combattono il cinematografo, non è nuovo nella cronaca dei nostri tempi. Le stesse lamentazioni si ebbero per l’operetta che doveva uccidere l’opera lirica; per il caffè concerto che doveva uccidere il teatro, per il romanzo che doveva uccidere la letteratura, per il giornalismo che doveva uccidere il libro. Tutte le volte che una nuova forma d’arte — e dico “forma d’arte” intenzionalmente — incontrava il favore del pubblico, i guardiani della morale e del buon gusto scendevano in campo con tutte le loro forze mobilizzate.
È noto, infatti, come l’industria cinematografica sia una delle grandi industrie del mondo. La terza, mi dicono, che viene subito dopo il commercio del carbon fossile e del grano. Ora, in questo prodigioso sviluppo, l’Italia, per una quantità di circostanze fortunate, è la seconda nazione produttrice di films e si trova classificata a pena dietro l’America. Ebbene, tutte le polemiche, tutti i decreti restrittivi, tutte le interpellanze, tutti i progetti di legge concorrono oramai a questo unico scopo: uccidere questa industria e favorire l’importazione delle films straniere. Gli sforzi che fa l’America per batterci su questo terreno commerciale sono inauditi. Aspettando che la fine della guerra le permetta di stabilire da noi qualche grande succursale delle sue case più famose, tende con tenace abilità a conquistare il mercato. E per lei non è difficile, se si pensi che la sola vendita di una film negli Stati Uniti, paga interamente le spese di produzione, in modo che può guadagnarci ancora molto cedendola a prezzi irrisori alle altre nazioni; ed è quello che fa. Di più, in certi paesi ha esercitato una specie di boicottaggio a suo favore: rifiutandosi, cioè, di vendere pellicole proprie a tutti quei cinematografi che non mettano in proiezione esclusivamente films americane, e chiudendo così automaticamente il mercato alle case rivali. (…)
Diego Angeli 

Lettera aperta a S. E. Berenini Ministro della Pubblica Istruzione. Eccellenza, vorrei trovarmi uno di questi giorni a quattro occhi con Lei per dirLe in un orecchio che — a guerra vittoriosamente conclusa — è lecito a un Ministro italiano rendersi direttamente conto delle cose del cinematografo, e come arte e come industria nazionale. (…)
Ora Le so dire che la produzione cinematografica italiana è ottima merce, e fino a ieri ottimamente proficua. Fino a ieri! Perché ormai la concorrenza americana va a poco a poco soppiantandola nei mercati esteri ove dominava egemonica. Fra non molto, se non si muta rotta, sarà un’altra industria italiana di grande esportazione che si ridurrà a cosa sfinita. E sa Ella come? Per gli inciampi che lo Stato italiano va creando a ogni levata di sole, con una così gioiosa fantasia inventiva che se le fosse volta a favore, Dio solo sa a quale grandezza e potenza smisurate potrebbe farla salire. Gli inciampi sono di varia natura: alcuni inerenti al farraginoso meccanismo dello Stato, come le lentezze burocratiche che, durante la guerra, sono riuscite a tanto da impedire materialmente l’esportazione delle pellicole. Ma altri guai si sono aggiunti; e precisamente i pregiudizi moralistici che il deputato Belotti ha elevato con prosopopea maccheronica a vere e proprie inibizioni e, — giunta alla derrata — i pruriti intellettualistici del senatore Molmenti che, avido com’è di nomea, non lascia intentato alcun passo per farsi avanti, pestando i calli e rompendo le scatole alla gente che lavora sul serio. Metta in pratica, Eccellenza, le proposte dei due poveruomini, e mi dica in qual modo l’industria cinematografica potrà vivere e riprendere la via dei grandi commerci se, per ogni pellicola, l’industriale dovrà sottostare a una lunga serie di controlli e di collaudi, passando dalla commissione dei padri di famiglia alla commissione dei dotti, discutendo commissario per commissario e quadro per quadro prima lo scenario scritto, poi la prova proiettata sullo schermo, infine il film compiuto. (…)
Tutta la questione è qui. Il deputato Belotti va giurando e spergiurando che la nostra produzione cinematografica è merce da bordello la quale appesta la nazione, e il senatore Molmenti non gli par vero di tenergli bordone tempestando che, se non è proprio peste, è per lo meno volgare contraffazione di armoniosa bellezza. (…)
Tomaso Monicelli 

(tratto da in penombra, Roma, dicembre 1918)

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Cinematografia Italiana ed Estera Gennaio 1911 II

“Anna Karénine” di Maurice André Maître (Le Film Russe- Pathé Frères 1911)

Are Advertising Films Wanted.
To the Editor of The Bioscope.
Sir, — I have been an interested reader of your article on “Are Advertising Films Wanted?” and also Mr. W. H. Rothacker’s reply thereto, and venture to express my own personal opinion on the matter. As the proprietor of a group of West of England Shows, I must emphatically assert that if I were to put on a film advertising and booming somebody’s whiskey, even if it merely showed the whole process, but included one particular firm’s name, and kept running that film, my business would fall off. I fully agree with you that the patrons of picture theatre pay to see a picture entertainment, not picture advertising, and consider it would indeed be the height of foolishness to even attempt such a procedure.
Mr. Rothacker says that “we build moving picture plays, arranged in scenic form, around a commercial subject, so that, while they accomplish their object with publicity force, the ulterior motives are successfully veiled.” To my mind —and I think a good many of your readers’ also—this ingenious argument is much on a par with the exciting article we read in a magazine, which as the story progresses, is merely a puff for somebody’s pills, or a patent medicine. We all know how irritated we feel when we have been tricked into reading it. And I am very much afraid that my audiences would see through such a device as Mr. Rothacker suggests, and I should suffer.
Advertising films are not required, Sir, and never will be, in my opinion.—Yours, etc.,
WIDEAWAKE.
Bath, January 11, 1911.

To the Editor of The Bioscope.
Sir,— I think Mr. Rothacker gives his entire case away when replying to your editorial comments of December 8th. Though his arguments are very persuasive and ingenious, yet they lack conviction, and I feel certain the majority of exhibitors endorse your opinion, that advertising films—of whatever nature—are not required.
I should like to the point out that a very large number of exhibitors are the opinion that all industrial subjects are of an advertising nature, and while not committing myself entirely to this way of thinking, I certainly agree that it is possible to produce an educational subject, dealing with any industry, without in the slightest degree advertising anyone. People visit picture theatre to see the pictures; if they wish for anything else they go elsewhere. And they will very quickly resent any attempt to introduce a “puff” in any shape or form.
You have, I feel sure, convinced all thinking men that the best interests of the picture theatre lie in entertaining and instructing. Therefore, when a film is shown merely for the purpose of advertising any commodity, or individual, or company—whether it be an industrial subject, comedy, drama, or whatnot, and even if the actual “puff” is carefully veiled—to quote. Mr. Rothacker—it is merely descending to the level of a “pictorial advertising hoarding.”—Yours, etc.,
W. H. B.
London W., January 13, 1911.

To the Editor of The Bioscope.
Sir,— As an advertising agent of many years’ experience, may I state that I am in full agreement with Mr. Rothacker’s views, as expressed in his letter appearing in a recent number of The Bioscope. There is a big field, with unlimited scope, open for a film manufacturer courageous enough to commence producing films advertising, in an inoffensive and pleasing manner, anything worth pushing. There is no need to make such films obvious advertisements, but to combine with an interesting story a carefully prepared suggestion. It is done every day in magazines and newspapers of every description, yet no one objets and says he has not got value for his money. The advertisement pages of a magazine afford much interesting reading, and are practically as much appreciated as the literary matter. So it is with the advertising film. The audience would certainly not object, but would appreciate the inclusion of an extra subject in the program, and there is no reason why such a film could not be the most popular feature of the entertainment.
No, Sir, there is no real argument to be advanced against advertising films, only by those who have not as yet grasped the fact that business can be done through them—business fort the showman, the manufacturer and the actual advertiser, to say nothing of the general public.—
Yours, etc.,
S.
London, E. C., January 12, 1911.

L’Affiche au Cinéma. Le mode le plus intéressant de publicité cinématographique est, sans contredit, l’affiche artistique qui, placée à la porte du théâtre, attire le passant et le familiarise dès l’abord avec les personnages, les costumes et les décors du spectacle.
L’art de l’affiche, dans lequel s’illustrèrent des maîtres comme Chéret, Steinlein, Grün et Capiello, a transformé en quelque sorte la publicité. Mais ce serait mai connaître le goût éclairé du public que de vouloir lui faire accepter les innombrables horreurs bariolées dont certains maisons avaient naguère le monopole. Dans le Cinéma tout se perfectionne avec une rapidité admirable, tout s’épure. De même que la scène a cessé d’appartenir à ces mercantis interlopes qui s’étaient érigés en éducateurs et en amuseurs des foules et les a remplacés par de véritables travailleurs épris d’art et de beauté, de même l’affiche a dû être confiée à de véritables artistes. Les Etablissements Gaumont l’ont admirablement compris en ouvrant dès le début leurs ateliers d’imprimerie lithographique, d’où sortent chaque semaine les superbes affiches en couleurs universellement connues et recherchées même des collectionneurs.
Mais à côté des affiches, dont la préparation est fort longue, la nécessité s’imposait de créer un autre genre plus expéditif et s’adaptant aves les nécessités d’una maison qui édite chaque semaine un programme de huit à dix bandes nouvelles et tend à avoir une affiche pour chacune. C’est pour cela qu’ont été faits ces agrandissements photographiques, avec encadrements artistiques, qui ont conquis l’approbation générale.
Ils ont un double avantage, d’abord ils donnent au public l’expression exacte de la bande et du jeu des artistes, puisque l’image agrandie est une coupure de la vue elle-même, dans le mouvement et dans l’action; ensuite ils permettent de reproduire les titres en toutes langues et contribuent ainsi plus facilement que l’affiche en couleurs à porter la joie et l’émotion dans les pays les plus reculés du monde.
C’est une affiche de ce genre qui vient d’être tirée pour la très artistique bande Les Danses Silhouettes de Mlle Hyppolyta d’Hellas, dont nous avons parlé dans notre dernière chronique.
Les Etablissements Gaumont en ont assuré la luxueuse édition pour pouvoir la livrer en même temps que la bande et moyennant un supplément de trois francs.
S. Le Tourneur

“Santa Cecilia” (La martire cristiana) di Enrique Santos (Cines 1911)

Giganti e Pigmei. Si persuadano i nostri artisti di prosa, che la Cinematografia non è l’arte del palcoscenico, ch’è loro famigliare; è un arte nuova, nella quale entra, coefficiente principalissimo, una gran parte di tecnica, e senza la perfetta conoscenza di questa, anche i giganti del palcoscenico non valgono gli oscuri pigmei che da anni lavorano, studiano e lottano, e superano difficoltà sempre nuove, crescendo sempre i valore nell’arte della cinematografia, ed essendo sempre più desiderati dai loro direttori scenici, perché hanno imparato e sanno far comprendere molte cose con un solo gesto, netto, incisivo, e riesce loro facile esprimere, con uno sguardo, i sentimenti che agitano l’animo del personaggio che rappresentano. È vero che per loro non ci sono ancora onori, non articoli laudativi, non paghe mirabolanti: ma è anche vero che i tempi stanno mutando anche per loro e che quello che fino ad ora non hanno ottenuto, otterranno ben presto. Il pubblico dei cinematografo ha già più di un beniamino: per ora distingue l’attrice con gli occhioni espressivi dell’altra bionda ed esile, o da quella fortemente passionale, veemente; ma presto s’impossesserà dei nomi delle artiste e degli artisti prediletti e citandoli spesso, formerà attorno a loro una aureola di piccola celebrità, e le Case produttrici se li contenderanno a colpi di biglietti di banca… Così, nella cinematografia, ai volenterosi ed agli studiosi, saranno riservati quelli allori e quella fortuna che i colossi dell’arte della scena non hanno saputo conquistare, perché, quantunque privi di troppe qualità per essere buoni attori cinematografici, nulla vollero fare per acquistarle. Ben vengano, dunque, giovani e nuovi discepoli, all’arte muta e giovane…: i vecchi poltriscano!
Emmeci
Roma, Gennaio 1911

Immagini e testi: Archivio In Penombra, Media History Digital Library, The British Newspaper Archive.

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Cinematografia Italiana ed Estera Gennaio 1911

Cinema Rivista cinematografica quindicinale, Napoli 1911

Il 5 gennaio 1911 esce il primo numero della rivista Cinema, direttore Alfredo Morvillo, direzione e amministrazione, Molo piccolo 8, Napoli.

Les Danses Silhouettes
Les Établissements Gaumont toujours à la recherche du progrès viennent d’éditer un film des plus artistiques: les danses silhouettes de Mlle Hippolyta d’Hellas.
Le procédé ordinairement employé en cinématographie consiste à reproduire les sujets avec tous les détails de lumière et d’ombre. Les Silhouettes, au contraire représentent les images dans une teinte uniformément noir, dont les contours seuls se détachent sur un fond clair.
C’est le procedé employé jadis dans la décoration des poteries anciennes et plus récemment dans les théâtres d’ombres. Appliqué au cinématographe avec tous des perfectionnements; sur impressions et éclairage variés, il donne des résultats merveilleux.
Mlle Hippolyta d’Hellas qui s’est spécialisée dans la reconstitution des dances antiques a bien voulu prêter son concours è la reproduction de trois tableaux différents:
1° Le sacrifice à Pallas Athéna, déesse de la beauté des arts et de la prudence guerrière chez les Grecs.
2° Le réveil.
3° Fantasie orientale.
Les danses sacrés chez les Grecs se faisaient sur un rythme lent et religieux avec des inflexions de corps du plus gracieux effect. C’était comme une prière vivante de tout l’être s’élevant dans des gestes suppliants vers la divinité.
Il semble que la reproduction en silhouettes, en dégageant les personnages de tous les détails de costumes, fasse mieux valoir que tout autre la souplesse incomparable et la grâce lascive des mouvements.
Le Réveil, jolie composition où les nymphes éveillant leurs compagnes les appellent pour saluer la lumière, rappelle una bande célèbre que les habitués des théâtres Gaumont n’ant pas encore oubliée.
La Fantasie Orientale, sorte de danse des poignards dans un mouvement endiablé, complète cette très artistique série de danses qui recevra, nous en sommes certains, di grand public épris d’art et de nouveauté, l’approbation qu’elle mérite.
S. Le Tourneur

film Pathé

Bande Pathé Frères Exhibition Interdite en France en Suisse (Archivio In Penombra)

La Compagnie Générale de Phonographes, Cinématographes et Appareils de Précision (Anciens Établissements Pathé Frères) met en garde la clientèle, Messieurs les Exploitants et Messieurs les Loueurs, contre certaines vues dont elle fait l’édition à titre exclusif, notamment les vues de sa marque Pathé Frères, offertes venant de l’étranger, dont l’exhibition est interdite en France, ainsi qu’ils pourront facilement s’en rendre compte dans le cas où ils passeront outre, car ces vues, sur toute la longueur, portant en manchette: « Exhibition interdite en France, en Suisse, en Belgique ».
La compagnie fait toutes ses réserves dans le cas où elle apprendrait qu’une ou plusieurs de ses vues passent dans un Établissement quelconque, et au besoin des poursuites seront exercées à ce sujet.

Didone abbandonata (S. A. Ambrosio, 1910) from Cineteca MNC on Vimeo.

Didon
Parmi les grands sujets de l’Antiquité légendaire dignes de tenter le bon goût dramatique de la maison Ambrosio, l’histoire de Didon, jusque là inédite au cinématographe, s’offrait particulièrement attrayante. Ce n’était pas là mince entreprise, car le metteur en scène, guidé par la poésie majestueuse de Virgile, se devait à lui-même de ne pas trahir son modèle et de faire œuvre vraiment artistique. Disons tout de suite che M. Ambrosio y a triomphé et que le nouveau chef-d’œuvre ouvre solennellement l’année 1911.
Les décors y sont traités avec une splendeur et un pittoresque auxquels les films Ambrosio doivent leur prestige. Les costumes y sont variés, riches et conformes aux rares données historiques de l’époque. Quant à l’action, très clairement conduite, elle nous montre en une série de tableaux harmonieux  et dramatiques, les progrès d’une passion fatale inspirée à la reine Didon par le fameux héros troyen Enée, fils d’Anchise et fondateur de Rome, selon quelque tradition. Eperdue d’amour, la malheureuse Didon oublie des devoirs de reine et, finalement abandonnée par celui qu’elle croyait s’attacher, n’a recours que dans le suicide. Elle meurt consumée par les flammes du bûcher.
Interpretation puissante, photographie irréprochable; choix excellent des paysages; mouvements de foules, défilés et cortèges… toute l’œuvre est réussie.
Très gros succès assuré.

Roma, 15 gennaio. In questi giorni le Case Cinematografiche sembra abbiano fatto a gara nel produrre delle films d’arte, che tanto nella parte scenica, come nell’interpretazione dei singoli personaggi, sono riuscite interessanti e del massimo effetto.
Sono meritevoli da notarsi: l’Angusta, la Morte di Camoens, la Semiramide, l’Erede, Agrippina; ma fra tutte quella che ha destato maggior interesse è stata l’Inferno, tratta dalla Divina Commedia di Dante, della Casa Helios di Velletri.

Joachim Murat From the Tavern to the Throne

The Bioscope, January 19, 1911

(Fine della prima parte)
Immagini e testi: Archivio In Penombra, Media History Digital Library, The British Newspaper Archive.

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