Il Re, le torri, gli alfieri: scacco alla regia

La scacchiera nel film Il re, le torri e gli alfieri (1916)

La scacchiera nel film “Il re, le torri e gli alfieri” (1916)

Roma 1937. (segue da Il Re, le torri, gli alfieri e i duellanti) Ma cambiarono malamente le cose quando, superati quei quadri ancora fatti di vita reale, si entrò nel vivo del film che, nel mio pensiero e nel mio occhio, doveva essere non verità ma fantasia, fiaba e disegno decorativo. Su scenari sintetici — i primi che si videro in giro, — le camerierine di Corte, i lacchè d’anticamera, i berretti bianchi delle regali cucine allinearono qua e là i loro settimini grotteschi, armoniosi e ritmici. Ma quando fu il momento di farli muovere scoppiarono tra il regista e l’autore aperte contese, volendo l’Illuminati che, per essere verosimile, ogni pezzo umano dei vari settimini agisse libero per conto suo nei vari gesti d’una sua propria personalità, ed esigendo io autore, invece, che quelle marionette disegnate a bianco e nero, come in una caricatura cinematografica di Disney quindici anni prima che Disney venisse, si muovessero, in perfetta isocronia, con movimenti meccanici, tutti eguali, a precisi comandi e con infallibili obbedienze, come in quei giochi da bambini dove sette od otto corazzieri, al premere d’un bottone, muovono tutti una gamba o sguainano tutti la sciabola. Qui l’amico Illuminati, — ne sutor ultra crepidam, — volendo andare di là dal suo compito di regista ed annullare con una mentalità tradizionale quanto una fantasia innovatrice aveva, nell’autore, intraveduto, si divise da me; ma ebbe la peggio. Ché io non ‘mollai’ in nessun modo e pretesi che il film fosse girato a modo mio. Scoppiarono in teatro parole grosse, davanti ad attori e operatori, comparse e macchinisti. — Io non posso far dire a tutta Milano — gridava Illuminati — che sono impazzito… Io non posso, con un film fatto a questo modo, far ridere tutta l’Italia alle mie spalle… — Ma non mi faccio impressionare: — Caro Illuminati, — gli rispondo, — il film s’ha da girare così come io l’ho scritto… — Urto finale: — Mai! — E allora come si fa? — Preferisco andarmene, abbandonare la regia di Il re, le torri e gli alfieri. E, detto fatto, col mio pieno consenso, Illuminati infila la porta… Quadro! Lavoro interrotto: comparse a casa, attori a svestirsi e Bugnano disperato: — E ora come si fa? Siamo senza regista… — E Enrico Roma e Serventi a consolarlo: — C’è l’autore. Dove vuol trovare miglior regista di lui che ha negli occhi la sua originale visione? Io dico di no. Tutti dicono di sì. E così, la mattina dopo, io venuto da Milano per vedere in tempo di vacanze mettere in scena un mio film, mi trovai inaspettatamente a dovermi, di punto in bianco, improvvisare regista.
Ebbi, sin dalla mattina dopo, un appassionato collaboratore in Carlo Montuori, operatore modernista il quale, quando io proponevo inquadrature o movimenti a prima vista irrealizzabili, più si sforzava di realizzarli immediatamente. Né il marchese di Bugnano, rassicurato circa il duello e la crisi di regia, metteva mai limite di qualsiasi opposizione alle mie cinematografiche bizzarrie. Quando gli proposi di parodiare coi più  diversi animali il sogno mondano d’una grande festa nel cervello agitato d’un cerimoniere di Corte, mandò a cercare bestie d’ogni genere in tutta Milano. (…) Rispuntò in cielo, dopo un giorno di nuvole, l’arcobaleno: Illuminati riprese subito il suo lavoro di regia; ma appunto come quando, nel bel verso di Salvatore di Giacomo, “ride il sole con l’acqua”. Ché il marchese di Bugnano, preoccupato della piccola crisi, negozia immediatamente il ritorno pacifico d’Ivo Illuminati alla sua fatica; e regista ed autore ben volentieri riuscirono — buoni amici com’erano e sono —, a mettersi d’accordo e, insomma, a collaborare fino in fondo di ottimo umore.
Lucio d’Ambra ¹

Milano, 22 agosto 1916. Venticinque quadrumani d’ogni statura e pelo sono pazientemente istruiti dal nostro geniale collega Lucio D’Ambra e da quel valente maestro di scena che risponde al nome di Ivo Illuminati, per figurare nel lavoro che la Medusa Film sta terminando e che sarà lanciato in ottobre per tutto il mondo.

Settembre 1916. A Milano il mondo cinematografico fa meraviglie. Com’è noto, il Marchese Di Bugnano, deputato al Parlamento e questore della Camera, è l’anima d’una società cinematografica che pare destinata a farne vedere di tutti i colori.
L’on. Di Bugnano sta eseguendo una pellicola colossale il di cui costo si dice sorpasserà le quattrocentomila lire ed intanto sta spendendo il danaro a rivi addirittura. La pellicola avrà a protagonisti non soliti artisti ma donne ed uomini dell’aristocrazia (assicurano che tra i protagonisti figura anche un deputato di cui si fa il nome).
Nella nuova pellicola devono prendere parte anche dieci leoni, 300 pecore, 24 somari, 12 cavalli piccoli e poi scimmie ed oche. Vi deve essere un quadro dove i leoni ascendono una scala ai cui lati stanno quaranta servitori!
L’on. Di Bugnano, oltre i conti, le contesse, le baronesse, le pecore, i ventiquattro somari e le scimmie, era risolto a scritturare anche un paio di deputati. Ma si sa come sono questi benedetti rappresentanti della nazione!… O preferiscono essere tutti al fronte in trincea ad esporre la vita come gli on. Gasparotto, Vinai e Soleri, o negli ambulatori della Camera in attesa della ricostituzione d’un nuovo ministero nazionale un po’ più a larghe basi, come sarebbe a dire composto da una cinquantina di ministri con altrettanti sottosegretari. Nella film avremo un deputato solo, ma speriamo che tenga alto l’onore del Parlamento. Dovrà naturalmente far sfoggio di vestiari e pellicce. Lyda Borelli sta — a quanto si assicura — insegnando a lui e ad un paio di contesse autentiche, le mosse, diremo, di metraggio più passionale.
Abbiamo chiesto un’intervista all’on. Di Bugnano il quale ci ha telegrafato concisamente: “Viva la democrazia. Viva quella cosa”.
Non siamo ancora in grado di precisare che cosa sia questa cosa che spinge tante autorevoli personalità sulle vie dell’arte a lungo metraggio. Per intanto possiamo constatare che l’on. Di Bugnano è un esempio vivente della genialità latina, perché dimostra come i nostri uomini politici possono salire indifferentemente il Potere o il Palcoscenico.
Del resto le spese di réclame sono sempre quelle!
Ci meravigliamo di non vedere mescolato in una film così spettacolosa il nome del mecenate musicalfilmgrafico Tito Ricordi e del suo Sottokodato Rossi.
I due eminenti patrioti, che hanno tenuto all’estero così alto… il valore della pellicola e quello della pelle dei nostri eroi dell’Adamello, chissà di quale… impresa sarebbero capaci con una film come la suddetta.

  1. Lucio d’Ambra, Sette anni di Cinema (Ricordi 1937-1938).

(segue, alla prossima!)

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Il Re, le torri, gli alfieri e i duellanti

Lucio d'Ambra, Luigi Serventi, Luciano Zuccoli

Lucio d’Ambra, Luigi Serventi, Luciano Zuccoli

Roma, 1937. (segue da Il Re, le torri, gli alfieri e la contessa) Padrino a Luigi Serventi che, rivalità d’amore, ha scazzottato di santa ragione un concorrente importuno sotto le finestre o, per essere più esatti, su per le scale d’una bellissima attrice cinematografica di quel tempo. E Serventi mi annunzia: — Tu sarai uno dei miei padrini. L’altro sarà Guglielmo Zorzi. — L’appuntamento è per la sera. Ma non appena arrivato all’Albergo Europa, il marchese di Bugnano corre in camera mia, con un diavolo per capello: i capelli già allora non erano molti, ma sufficienti tuttavia a rappresentare il diavolerio che Bugnano aveva nel suo spirito di produttore d’un film mentre vedeva battersi a duello, ventiquattr’ore avanti il primo giro di manovella, colui che doveva essere il giovane Re Rolando di Fantasia.
— Beninteso, — esclamò Bugnano, — se voi siete padrino di Serventi, lo siete solo per impedire che quest’assurdo duello avvenga.
— Il padrino — risposi a Bugnano, — non ha di solito mandati così imperiosamente negativi. Per lo più spera di evitare il duello. Ma nel cinquanta per cento dei casi non può far altro che deciderlo. — Siete matto? Deciderlo? — gridò Bugnano. — Serventi e voi volete dunque rovinarmi? Non sapete che il teatro è già in pieno decorso d’affitto, che io pago un reggimento d’operai per montare le scene, che ho già in paga, per un mese, un battaglione di scritturati? E devo io correre il rischio che mi sfigurino Serventi per una sciabolata o che me lo mettano a letto durante un mese? Io ho famiglia! Io ho dei figliuoli! Io non ammetto certe pazzie… Un attore è — s’intende, — un gentiluomo e il codice cavalleresco di Gelli è, senza dubbio, un libro che fa testo. Ma attore e codice non possono permettersi di mandare in rovina un povero industriale il quale non ha altra colpa che d’avere arrischiato onestamente il proprio denaro. E non mi si venga a dire che, in caso d’infortunio, io posso sostituire Serventi. Prima di tutto Serventi è venuto al mondo per essere Rolando di Fantasia. E, in secondo luogo, dove lo trovo adesso un altro Rolando? Tutt’i primi attori sono occupati. Tutti “girano”. E io, se voi non mi aiutate, sono rovinato…
Tentai di aiutarlo. Ma non fu facile. Mi trovai davanti, alla sera, dall’altra parte, padrino dell’avversario, il mio caro e illustre amico Luciano Zuccoli che era, sì, un celebre romanziere e un autentico gentiluomo, ma che rigirava attorno alle leggi fondamentali della cavalleria il suo implacabile ragionamento così come girava e rigirava più e più volte il lungo nastro di seta nera della sua cravatta quarantottesca attorno all’alto colletto delle cui candide e lucide cime non intendeva né punto né poco scendere a patti con noi. All’eloquenza di Gugliemo Zorzi ed alla mia fu tuttavia consentito di far valere le ragioni dell’industria contro quelle della cavalleria, dimostrando l’insostituibilità del bel Serventi nel film e gl’impegni assunti dal produttore, il quale non poteva giuocarli sul filo della spada di chi avrebbe voluto battersi la mattina seguente col prim’attore da lui regolarmente scritturato e pagato. A malincuore Luciano Zuccoli si arrese a queste evidenze, ché, libero scrittore di giornali prima che di romanzi e giuocando nelle avventure solamente se stesso, non aveva mai indugiato più di mezza giornata a render conto ai suscettibili, con la sciabola in mano, di quanto la sua penna aveva scritto nelle ardenti polemiche politiche di quel tempo, prima a Modena e più tardi a Venezia, quale direttore della vecchia e illustre Gazzetta.
Saputo che Luigi Serventi aveva, per lavorare al film, liberato dai padrini, un intero mese, ma che senza altre discussioni e concessioni avrebbe dovuto arrischiar la pelle sul campo dell’onore cavalleresco alle due del pomeriggio del trentesimo giorno all’Ippodromo di San Siro, il marchese di Bugnano decise che, per giungere a tempo, il miglior consiglio fosse quello di disabituarci tutti dal sonno. Coricato alle otto in compagnia della gusla che egli amava strimpellare per addormentarcisi su, alle quattro del mattino, senza affatto domandarsi se, reduci dalle notturne chiacchiere del Savino o del Biffi, eravamo andati a letto alle due, faceva il giro di tutte le stanze da noi occupate all’Albergo Europa, disperatamente battendo alle nostre porte come se andasse a fuoco la casa. E non aveva pace finché non ci aveva tutti, alle sei, col primo sole, nelle automobili che dovevano trasportarci alla Bovisa dove i macchinisti — prime scene del film, — allestivano un sontuoso ambiente (i primi sontuosi ambienti di “stile Genina”, ché per Genina un ambiente cinematografico non era mai abbastanza vasto e vagheggiava intimi boudoirs spaziosi ed ariosi almeno quanto piazza San Pietro) un sontuoso ambiente, dicevo, che doveva raffigurare un grande club aristocratico; e per questo s’era deciso di copiare quanto più fosse possibile fedelmente gli ambienti classici del vecchio club dell’aristocrazia milanese, il Club dell’Unione, in via Alessandro Manzoni, sopra il caffè Cova. In questo salone di club il marchese Armando d’Aprè doveva aver l’aria di raccontare agli amici le gioconde e galanti avventure di Rolando, prima principe e poi re sopra la scacchiera femminile di Fantasia. Iniziandosi ognuna delle quattro parti del film, si doveva dunque vedere d’Aprè, lo storiografo di Rolando, in un gruppo d’amici, veri gentiluomini d’autentico stile che a Bugnano ed a me ripugnava di reclutare nel solito personale cinematografico del comparsame a giornata. Così decidemmo di rivolgere i nostri occhi da due diverse parti: Bugnano verso i grandi circoli mondani di Milano ed io verso i convegni artistici e letterari nei grandi caffè e ristoranti della Galleria. E poiché la nostra idea fu accolta con entusiasmo da tutti, Il Re, le torri e gli alfieri ebbe a comparse nel famoso circolo aristocratico, coi più noti ed eleganti gentlemen della società milanese, anche le più alte personalità del mondo artistico e letterario, Tito Ricordi, Dario Niccodemi, Guido da Verona, Marco Praga, Guido Treves, Luciano Zùccoli e, se non erro, anche Sem Benelli!
Con questo comparsame — vero parterre de princes et de rois — le gioie della messa in scena dei primi quadri furono grandi per Ivo Illuminati.
Lucio d’Ambra ¹

A questo punto mi permetto di interrompere il divertente racconto sulla lavorazione del film, per introdurre qualche chiarimento a proposito del duello tra Luigi Serventi ed il suo “rivale in amore”. Chi era costui? Immagino che un gentleman all’antica come Lucio d’Ambra abbia volutamente dimenticato di menzionare il suo nome e quello della “bellissima attrice cinematografica”, erano trascorsi poco più di vent’anni. Cento anni dopo qualsiasi indiscrezione mi sarà perdonata (almeno spero). Ritorniamo quindi sulla stampa dell’epoca:

Milano, 6 settembre 1916. Uno scontro alla sciabola ha avuto luogo nei dintorni di Milano, tra il Conte Arturo Albertoni, dell’Albertoni Film, e il noto attore cinematografico Luigi Serventi.
Lo scontro è stato breve, ma violentissimo: al secondo assalto il Serventi ha riportato un’impressionante ferita al braccio destro, lunga dieci centimetri e profonda cinque, che lo mise immediatamente fuori combattimento, e lo costringerà all’ospedale per un mese. Assistevano l’Albertoni lo scrittore Luciano Zùccoli e l’Avv. Claretto; il Serventi il Conte Zorzi e Lucio d’Ambra. Essendo svenuto il ferito, non poté aver luogo la riconciliazione.
Le cause della vertenza vanno ricercate in ragioni intime, seguite da vie di fatto.

Ecco fatta la prima indiscrezione. Sul nome della “bellissima attrice” nessuna traccia, ma era da aspettarselo. Secondo me (dalle ricerche che ho fatto) potrebbe essere Bianca Virginia Camagni, scelta come protagonista  “di un dramma che tutte le nostre più buone artiste drammatiche hanno voluto interpretare” L’Ondina di Marco Praga, primo lavoro dell’Albertoni Film di Milano, proprietario il Conte Arturo Albertoni, e pubblicizzato sulla stampa nell’estate del 1916, poco prima dell’inizio delle riprese a Milano de Il re, le torri e gli alfieri. Per il momento è tutto, rimanete sintonizzati.
(segue…)  

 

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Il Re, le torri, gli alfieri e la contessa

Lucio d'Ambra a la contessa Giorgina di Frasso Dentice

Lucio d’Ambra a la contessa Giorgina di Frasso Dentice

Roma, luglio 1916L’Italie ha annunciato che la contessa Frasso-Dentice¹, una delle più elette dame dell’aristocrazia romana, donna bellissima ed elegantissima, avrebbe consentito a posare, a scopo di beneficenza, in una film edita da una nuova casa. Secondo nostre attendibili informazioni possiamo dire che la contessa Frasso-Dentice poserà, ma non nella film cui allude il giornale quotidiano, bensì nel terzo lavoro che si accinge ad editare la Medusa Film: Il re, le torri, gli alfieri di Lucio D’Ambra. Ci consta, infatti, che l’insigne gentildonna interpreterà in questa film, a fianco di Bianca Virginia Camagni, di Luigi Serventi, di Francesco Cacace, ecc., una parte importantissima per la quale il marchese di Bugnano sborserà quale compenso, una vistosa somma che sarà integralmente versata alla Croce Rossa. Sappiamo inoltre che la contessa Frasso-Dentice ha già acquistato una grande quantità di magnifiche toilette e che è partita per Parigi al fine di acquistare le scarpe e i cappelli. Ecco, dunque, un autentico avvenimento d’arte, di mondanità e di carità.

Roma, agosto 1916. La notizia, straordinaria, eccezionale, sensationnelle, correva già, incerta, imprecisa, contraddittoria, per gli ambienti artistici e mondani della Capitale, accolta, propagata, riportata, deformata con lo stesso interesse, con uguale curiosità, così nei saloni del Circolo della Caccia come attorno ai tavolini del caffè dove il mondo cinematografico ha i suoi quartieri generali mattutini, pomeridiani e serali. La notizia era questa: la contessa Giorgina di Frasso-Dentice, moglie dell’on. Di Frasso-Dentice, deputato al Parlamento, ed ora volontariamente al fronte quale ufficiale di ordinanza di un generale di divisione, la contessa Giorgina di Frasso-Dentice, americana di nascita, italiana d’elezione, una delle più belle, delle più eleganti, delle più ammirate dame dell’aristocrazia romana, ha  consentito a posare per una film cinematografica. Da vario tempo la contessa di Frasso-Dentice, che fu già  ammirata come leggiadrissima attrice in alcune rappresentazioni all’Ambasciata d’Inghilterra, era tentata dallo schermo cinematografico. Ma non osava decidersi. A deciderla è riuscito in questi giorni suo cugino, l’on. marchese di Bugnano che, nella sua multiforme geniale e inesauribile attività, è anche proprietario d’una delle maggiori Case cinematografiche italiane, quella Medusa film che con due soli lavori, Il Sopravvissuto di Giannino Antona-Traversi e La signorina Ciclone di Lucio D’Ambra ed Augusto Genina, in meno di un anno ha saputo conquistare uno dei posti più invidiati nel più vasto ed alto mercato mondiale della cinematografia di grande stile. Naturalmente, così la contessa di Frasso-Dentice come l’on. marchese di Bugnano vollero che la sensazionale entrée di una Dama nel mondo cinematografico conseguisse uno scopo di utilità benefica e patriottica. Stabilito così dal marchese di Bugnano in lire diecimila il compenso per la sua eccezionalissima interprete, la contessa Frasso-Dentice volle dichiarare che queste 10 mille lire saranno per suo conto versate dal marchese di Bugnano nella mani del conte Cavazzi della Somaglia, presidente della Croce Rossa Italiana. Inoltre il marchese di Bugnano, avendo già preso accordi coi maggiori teatri italiani, per dare, in serate speciali, la prima visione della film interpretata dalla contessa di Frasso-Dentice, ha stabilito anche che una parte degli incassi di quelle serate sarà devoluta a beneficio della Pro mutilati e di un’altra Opera di carità in rapporto coi bisogni morali e materiali creati dalle conseguenze della guerra.
Avendo la contessa di Frasso-Dentice piena libertà di scegliere il soggetto da interpretare, l’elettissima Dama scelse una riduzione cinematografica del romanzo di Lucio D’Ambra: Il Re, le Torri e gli Alfieri, che tanto successo ottenne presso i lettori della grande rivista mensile illustrata Noi e il Mondo. In una parte di grande dama la contessa di Frasso-Dentice darà prova di un ingegno di attrice veramente signorile. Lucio D’Ambra stesso ha curato la riduzione cinematografica del suo notissimo romanzo, togliendo ad esso gran parte delle sue intenzioni satiriche e maggiormente sviluppando invece la commedia graziosa a capricciosa, ironica e sentimentale che è nelle piacevoli avventure del principe ereditario di Fantasia, così piacevolmente raccontate dal marchese Armando d’Aprè.

Roma, 1937. Vedo e sento ancora Alfredo Capece Minutolo di Bugnano, al momento del caffè, con le mani in aria, gridando che con un tal film avremmo rivoluzionato il mondo cinematografico e che Il re, le torri e gli alfieri, programmato nell’universo, avrebbe incassato milioni. Ciclonico quanto la Signorina Ciclone, il Bugnano non mise tempo in mezzo. Uscendo dall’Umberto (ristorante a romano n.d.c.) telegrafò per impegnare a Milano il teatro di posa della Bovisa per tutt’il prossimo mese d’agosto. E mezz’ora dopo, con due corse di carrozzella, aveva già impegnato un regista nella persona di Ivo Illuminati e un operatore in quella di Carlo Montuori. Poi, volgendosi a me, napoleonicamente ordinò: « Dò una settimana di tempo per la sceneggiatura di Il re, le torri e gli alfieri. Fattami già mano al tecnicismo d’una sceneggiatura inquadrando in azioni e commenti, con Augusto Genina, la complessa trama episodica della Signorina Ciclone, sei giorni mi bastarono, in luogo di sette, a sceneggiare per filo e per segno il mio romanzo. E, non appena il Bugnano ebbe letto, fu la corsa per trovare gli interpreti. In un giorno solo trovammo con Bugnano i sei interpreti principali: uno in casa patrizia, l’altro in una casa cinematografica, il terzo in un teatro lirico, il quarto in un teatro di prosa, il penultimo alla Camera dei deputati e l’ultimo nel magazzino d’un antiquario.
Per la duchessa di Frondosa, dama di Corte di gran stile, Bugnano ci aveva pensato su: — Qui ci vorrebbe assolutamente una signora sul serio, un’autentica dama —. Ci pensa e ci ripensa con me, per un’ora, al Circolo della Caccia, sfogliando e risfogliando l’Almanacco del Gotha. Ma poi ha un lampo: — Mia cugina… Non ci avevo pensato!…—. Un tassì e si corre. Arriviamo in via Maria Adelaide, agli studii Corrodi. E siamo di fronte  al conte Carlo Dentice di Frasso, magnifica figura di gentiluomo  ottocentesco che sembrava uscita dalle pagine del Piacere di d’Annunzio: — Metto in scena un film di d’Ambra e tua moglie deve interpretarlo… — Sei matto? Mia moglie attrice? — Non c’è nulla di male. Ogni ragione in contrario fa parte d’un mondo di stolti e vieti pregiudizi…. Tuttavia il conte Dentice del Frasso non si fa rapidamente persuadere dal cugino. Deputato al Parlamento, uomo della vecchia destra rudiniana, sicuro d’esser fra breve al Senato o al Governo, master della Caccia alla volpe, membro in vita dei grandi clubs, imparentato con la più alta aristocrazia, assiduo frequentatore dei circoli di Corte, il marito della contessa Giorgina Dentice di Frasso non può ammettere che sua moglie… Ma la moglie entra e Bugnano la investe: — Giorgina, dite voi… — E subito la moglie è vivamente tentata lì dove il marito è vivacemente ricalcitrante. La contessa è americana: spirito audace, libero, senza pregiudizi. E Bugnano ha l’idea buona per salvar capra e cavoli: cioè il suo progetto cinematografico e la dignità e il prestigio mondani di un’elettissima dama: — Per le vostre fatiche d’attrice, mia cara Giorgina, io vi dò venticinque mila lire e voi queste venticinque mila lire, senza toccarne un centesimo, le versate pari pari a beneficio della Croce Rossa Italiana. Così la vostra incursione nel mondo cinematografico una volta tanto non sarà affatto ragione di scandalo, ma anzi documento di un’illuminata e fiorita beneficenza… — Detto fatto e, mal persuaso il marito, entusiasta la moglie…
Lucio d’Ambra²

Napoli, agosto 1916. L’amico Megale potrà aversela a male, ma noi per accontentare la sua modestia non possiamo defraudare i nostri lettori di un notiziario interessante. Che colpa è la nostra se la multiforme attività del giovanissimo Creso napoletano, ci obbliga a seguirlo nella sua opera oculata ed intelligente, nell’affermazione della sua personalità nel mondo cinematografico? Entrato nel commercio cinematografico quale concessionario esclusivista egli ha avuto il tatto di accaparrarsi, quando, si può dire, era ancora una sconosciuta, la produzione di quella maga dello schermo che è la Karenne…, produzione che non si è lasciata più sfuggire diventandone un monopolista autentico per le sue zone. Ma il noleggio per zone, per quanto largo e fiorente, era troppo poca cosa per un’intraprendente come il Megale, ed ecco acquistare un negativo… sempre della Karenne: Catene rimodernarlo, arricchirlo d nuove e importanti scene… e lanciarlo per il mondo. Ma un negativo era poca cosa ancora, e Megale diventa editore in piena regola, mettendosi con entrain all’esecuzione di quel Treno di lusso curato da Del Colle ed eseguito da Linda Pini…che è già quasi venduto per l’Italia e l’estero, prima di essere completato. Si annunzia un film veramente d’eccezione, speciale per l’autore, per gli esecutori, per la messa in scena, per l’originalità, per la grandiosità… ed ecco che Megale diventa il monopolista de Il Re, le torri e gli Alfieri senza alcuna preoccupazione delle centinaia di migliaia di lire necessarie. E poiché la Medusa Film è oggi l’editrice d’eccezione… ecco che Megale diventa addirittura socio del marchese di Bugnano  comproprietario della Medusa. Ed i due gentiluomini non si fermano a questo primo accordo, e son pochi giorni che è stato firmato il contratto che doterà Napoli di un cinematografo colossale — di cui si sentiva così vivamente la mancanza — nel sito più centrale, e capace di circa 2000 posti. Se si pensa che saranno appena sei mesi da quando Megale ha pensato di dedicarsi alla cinematografia, bisogna convenire che… ha “camminato” come nessun altro!

Roma, 1937. Non avendo nessuna velleità di regista e solo per curiosità — e poiché l’agosto favoriva un mio breve riposo letterario — accolsi volentieri l’invito del marchese di Bugnano a seguire a Milano nel teatro della Bovisa, la messa in scena di Il re, le torri e gli alfieri, affidata, come ho già detto, a un regista di professione, Ivo Illuminati. Ma non appena giunto a Milano non mi toccò di fare la modesta opera d’un autore che dà qualche timido consiglio a coloro i quali, con autorità, maneggiano e rimaneggiano l’opera sua. Appena sceso dal treno mi vengono infatti incontro Luigi Serventi ed Enrico Roma, con aria compunta, per annunziarmi: — Tu devi far da padrino…
Lucio d’Ambra³
(segue…)

  1. Nata Giorgina Wilde (Saint Louis 14 dicembre 1885), sposò il conte Carlo Di Frasso-Dentice, il 23 aprile 1906 a Londra.
  2. e 3. Lucio d’Ambra, Sette anni di Cinema (Ricordi 1937-1938).

 

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Sempre Cabiria

Lettera di Giovanni Pastrone alla Taurinia Films, 24 dicembre 1936

Spett. Museo Nazionale del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo
Via Montebello, 20
10124 Torino
Italia

Vi sarò grato se mi vorrete dare notizie circa la versione in dvd e blu-ray del mio film Cabiria, come avevate promesso in diverse occasioni dal lontano 2006 (vedi per esempio La Stampa 24/04/2014): Cabiria avrà una nuova prima per i suoi cento anni).

Vi ringrazio e distintamente Vi saluto.

Giovanni Pastrone

N.B. Oggi è il mio 134° compleanno e sarebbe un bel regalo per tutti quelli che lo stanno aspettando.

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Souvenirs sur Rudolph Valentino

Rudolph Valentino

Magie du muet: C’était cependant un beau garçon, mais il lui fallait, pour le faire valoir, l’éclat de la lampe merveilleuse…

Paris, Septembre 1926

Quel est l’agent de publicité américain qui poursuit Rudolph Valentino jusqu’au delà du tombeau? On ne nous pas épargné les détails macabres à propos de ses obsèques, et tous les codicilles de son testament ont été livrés au public. Que va-t-on nous raconter maintenant? Tous ces détails, ridicules ou odieux , ne vont guère avec l’artiste, qui, dans la vie, était la simplicité même. Naturellement, il tenait compte des mœurs américaines, et il savait que la renommée s’entretient à coup de tam-tams; mais, dans le privé, il était un garçon plein de mesure. Je l’ai bien connu. Il ne passait pas par Paris sans qu’il me donnât l’occasion de le rencontrer, et il m’apparut, chaque fois, plus passionné pour son art, plus désireux d’en pénétrer les secrets, et cela en dehors de toute réclame.

Il était moins séduisant à la ville qu’à l’écran, qui l’embellissait beaucoup. J’en eus la preuve lors de notre premier entretien, qui eut lieu dans le hall d’un hôtel des Champs-Elysées. Valentino avait été  séduit par un roman que nous avions écrit sur l’émigration russe, et il désirait jouer le rôle du grand-duc Niky, supreme espoir des réfugiés tsaristes. Nous parlions de ce projet, au milieu de gens qui traversaient la salle; aucun ne se retournait sur lui. C’était cependant un beau garçon, mâle et souple; mais il lui fallait, pour le faire valoir, l’éclat de la lampe merveilleuse; alors, il devenait irrésistible.

Il était un très curieux produit de l’émigration. Il aimait les États-Unis pour la facilité de travail qu’on y trouvait, pour la réussite qu’il avait obtenue, pour les succès et les dollars qu’il y gagnait, mais il était resté foncièrement latin, c’est-à-dire fin psychologue, mesuré, épris de belles lignes. Il goûtait l’harmonie d’un raisonnement juste comme celui d’un corps impeccable. Il avait le sens et le culte de la beauté. Il l’a prouvé dans la réalisation de Monsieur Beaucaire, dont le scénario est dû au plus subtil des amateurs de Paris et de l’esprit français, à l’Américain Forrest Halsey.

Ce Don Juan, recherché, pourchassé par les femmes les plus séduisantes dans les deux mondes et dans tous les mondes; ce séducteur international qui courut après le bonheur, s’arrachait à toutes les passions pour reprendre sa place, presque chaque année, à l’humble foyer familial.

Il aimait ses amis et je me souviens, au cours d’un déjeuner, avec quelle délicatesse anxieuse il s’enquit de la mort de Max Linder. Le drame qui planait sur le décès de l’artiste français lui causait une véritable stupeur. Il voulut en connaître toutes les étapes, comme si la mort, par son éternel mystère, l’eût attiré. Il parla de la disparition de Wallace Reid et cita d’autres artistes enlevés jeunes, en plein talent. Et je n’oublierai jamais cette insistance, ce désir de d’entretenir entre amis de sujets aussi désespérés, aussi pesants de méditation. Quand il se tut, il se fit un lourd silence autour de lui, et il nous fixait tous avec des regards lucides et tranquilles. Avait-il alors quelque secret pressentiment? Voyait-il au-dessus de sa tête se projeter l’ombre d’une grande aile noire? Qui sait? Qui sait?

Jean Vignaud

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