La crisi, la banca, le masse, e il Re della Cinematografia

Il figlio di Madame Sans-Gêne, Tiber Film 1921, messa in scena di Baldassarre Negroni

Il figlio di Madame Sans-Gêne, Tiber Film 1921, messa in scena di Baldassarre Negroni, al Cinema Modernissimo e al Teatro Quattro Fontane, dicembre 1921

Dicembre 1921

L’agitazione dei cinematografisti.

Domenica 4 corr. ebbe luogo al Teatro Trianon il secondo comizio di tutti gli aderenti alle varie organizzazioni cinematografiste romane.
Il comizio riuscì imponentissimo per il numero degli intervenuti e per la discussione ordinata ed elevatissima che si svolse a tutela dei vitalissimi interessi generali di tutte le classi dei Lavoratori del Cinematografo.
Infine venne votato all’unanimità e con entusiastiche acclamazioni il seguente ordine del giorno:
« L’Assemblea di tutti i lavoratori intellettuali e manuali del film;
Constatando con il più vivo compiacimento l’affermazione raggiunta presso l’opinione pubblica e il Governo attraverso la solenne dignitosa manifestazione del 26 novembre c. a.;
Constatando con soddisfazione come l’accettazione da parte del Governo e del Consiglio Superiore delle Industrie Cinematografiche della discussione di un ordine del giorno presentato dalla F. A. C. I. e dalle organizzazioni implica un riconoscimento di fatto delle organizzazioni stesse, riconoscimento consacrato, del resto, nel 1. articolo del medesimo ordine del giorno;
Deplorando peraltro la interruzione delle riunioni del Consiglio Superiore delle Industrie Cinematografiche avvenuta subito dopo le prime deliberazioni concrete, interruzione inopportuna nella tragica crisi di disoccupazione;
Ritenendo che ogni formale promessa non potrà avere la sua concreta attuazione se non sotto la pressione delle organizzazioni maggiormente interessate alla soluzione della crisi;
Delibera di continuare e intensificare la propria azione indipendente, dovunque e comunque sarà necessaria, perché al più presto si raggiungano le vittorie materiali, e ne dà mandato al Comitato di agitazione;
Decide di demandare al Comitato stesso la nomina di un Direttorio Segreto di Azione cui l’Assemblea dà ampio mandato di poteri, impegnandosi all’assoluta e rigorosa disciplina per l’impiego di tutti i mezzi legali e federali ».

La Banca Italiana di Sconto chiude i suoi sportelli. Grande panico nell’ambiente cinematografico.

Roma, 7 dicembre 1921. Col concordato di questi giorni, la Banca Italiana di Sconto, intesa come organizzazione libera e indipendente, è passata a miglior vita.
Per le mani degli stessi necrofori per cui è passato il cadavere bancario, passeranno tutte le imprese che dalla Sconto traevano vita. Con l’Ansaldo e con gli altri figli incestuosi dei superuomini di Piazza in Lucina, passeranno la gran parte delle imprese cinematografiche italiane.
È soltanto adesso che incomincia, per la cinematografia nostra, la crisi: la vera, e non quella creata ad arte dagli industriali in fregola di nuovi aumenti di capitale.
La crisi — vera — in cui entra oggi la cinematografia d’Italia, può esser paragonata a quella che si verifica in un’osteria quando si cambia il proprietario.
Il nuovo venuto vuol vedere tutto e rendersi conto di tutto, e per intanto ferma tutto affiggendo sulle porte un telone provvisorio con la scritta: “Prossima apertura”.

L’avv. Barattolo bastonato da un operatore cinematografico.

Roma, 10 dicembre 1921. Oggi, verso le 13,30, l’avv. Giuseppe Barattolo, consigliere delegato dell’Unione Cinematografica Italiana, uscendo dagli uffici di piazza dell’Esedra, è stato fermato da un individuo dimessamente vestito che lo ha apostrofato intimandogli di trovargli lavoro. L’avv. Barattolo gli ha risposto che per il momento, trovandosi l’industria cinematografica in crisi, non aveva lavoro per nessuno. Lo sconosciuto allora si è slanciato contro il Barattolo, percuotendolo al viso con pugni e bastonate.
Mentre alcuni passanti soccorrevano l’aggredito, alcune guardie regie arrestavano l’aggressore accompagnandolo all’ufficio di P. S. del Viminale, dove il vice commissario Pasarini lo ha identificato per l’operatore cinematografico Giovanni Del Gaudio, di anni 20, da Napoli, abitante in via Raffaele Cadorna 13. L’avv. Barattolo è stato dichiarato guaribile in 15 giorni.

L’azione violenta del Del Gaudio va unanimemente deplorata. Essa però purtroppo è l’esponente dello stato di animo delle masse, che se hanno delle colpe, non devono essere illuse, né aizzate… E preferiamo non aggiungere altro, augurando al comm. Barattolo — che da notizie dirette sappiamo già quasi guarito — una completa prontissima guarigione.

Il Re della Cinematografia.

Pasquale Parisi, carissimo amico nostro e scrittore di grande talento, volle un giorno farci l’onore d’inviarci un suo articolo, intitolato appunto Il Re della Cinematografia. Parisi enunciava tutte le cause del fallimento che presto avrebbe dovuto colpirci e che in effetti ci colpì: le donne erano le padrone, gli uomini perdevano la testa per un paio di mutandine ecc. ecc., e dava la colpa di tutto questo erotico ruzzare al Re della Cinematografia che proponeva di detronizzare. E concludeva: Chi sia il Re della Cinematografia lo dirò un’altra volta.
Non ha più scritto, ma i lettori compresero bene e ricordano ancora. Il Re della Cinematografia è quell’affare che spinge l’uomo a coricarsi con la donna e rende forte la donna che vuole sfruttare l’uomo. È Priapo, dio formidabile a cui i Greci ebbero il buon gusto di elevare dei monumenti.
Orbene che cosa mai combinano alcuni quotidiani fra i quali anche qualcuno molto amico di Barattolo? Lo gratificano del titolo di Re della Cinematografia credendo di fargli un complimento, e non dubitiamo nemmeno che gli fanno atroce ingiuria.
Un po’ di colpa però va anche all’avvocato che troppo spesso si fa portare agli onori della cronaca.
(A proposito. Quando leggemmo che il Del Gaudio era stato tenuto al fonte battesimale dal buon papà del commendatore, sospettavamo che ci doveva essere un trucco. L’avvocato s’è fatto dare quattro sganassoni per fare la vittima della F. A. C. I.; così pensammo. Invece, appurando appurando, abbiamo saputo una storia meravigliosa che comincia da una cava di tufo, che prima era dei Del Gaudio, che continua con la medesima cava che fu imbarattolata da un altro proprietario, e di tante altre cose spassose a sentirsi e che finiscono con le ficozze dell’altro giorno).
E francamente c’è dispiaciuto di sapere un Re della Cinematografia così malmenato, tanto più che si sa che i Re della Cinematografia, presi con dolcezza, finiscono con l’ammosciarsi mentre invece i colpi, le spinte ecc. li fanno diventar più ritti che mai…

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Le triomphe de la vedette masculine sur l’écran américain

Rudolph Valentino, Monsieur Beaucaire (1924)

Rudolph Valentino, Monsieur Beaucaire (1924)

Paris, décembre 1924. Il fut un temps, pas très éloigné de nous, où les Américains lorsqu’ils lançaient un film, faisaient de gros efforts de publicité, pour attirer l’attention du public sur la ou les vedettes féminines qui interprétaient ce film. On ne négligeait aucun détail pour satisfaire notre curiosité. Nous connaissons bien longtemps avant la projection de l’œuvre, tout ce qui concernait la vie privée des vedettes. Du moins, nous donnait-on l’illusion que nous étions mis au courant de tout, nous savions que la vedette possédait deux chiens, un perroquet, une magnifique collection de tabatières ou bien de chinoiseries. On se chargeait de nous initier aux goûts de l’intéressée en musique, en littérature, en peinture.

La vie conjugale des stars ne paraissait avoir aucun secret pour nous et nous étions introduits jusque dans le cabinet de toilette de ces dames.

Il y a, depuis quelque temps, un changement dans ces coutumes. Vous pouvez feuilleter les copieuses revues américaines consacrées à l’art muet et vous êtes obligé de constater qu’on se préoccupe beaucoup moins maintenant des femmes artistes. Au contraire, vous lisez d’interminables articles consacrés aux interprètes masculins. Ne cherchons pas à comprendre la raison mystérieuse de ce changement subit. D’aucuns allègent que l’âme américaine s’est modifiée et que les Américaines sont très désireuses de connaître en détail la vie de leurs artistes favoris. Il y a peut-être quelque chose de vrai dans cette affirmation, car il est à présumer que les cinématographistes américains qui sont d’excellents hommes d’affaires, ne négligent pour présenter leurs films dans les meilleures conditions. Il est un fait, c’est que les cinématographistes des États-Unis ne « jouent plus la femme », mais bien l’homme!

La vedette de leurs films est presque toujours un représentant du sexe laid, alors qu’il y a quelques mois encore, la grande vedette appartenait immanquablement au sexe faible.

Il est curieux de faire cette constatation à l’heure où le féminisme triomphe dans certains pays et notamment en Angleterre où la Chambre des communes possède des « députées » et où le gouvernement compte parmi ses membres une « ministresse ».

Les Américains voudraient-ils faire machine en arrière et songeraient-ils à s’affirmer ainsi les adversaires du féminisme? Il ne fait pas s’empresser de conclure, mais passons en revue, si vous le voulez bien, les grands vedettes masculines que l’écran américain a révélées depuis deux o trois ans et en particulier ces derniers mois.

La petite Mary Osborne, qui cependant connut une notoriété mondiale, ne fut pas lancée à grand renfort de publicité comme le charmant petit Jackie Coogan, et beaucoup d’observateurs assurent qu’il faut voir là précisément la preuve que la vedette masculine triomphe indubitablement en Amérique. Voyez quelle différence avec la publicité de la toute mignonne Baby Peggy. Certes, cette délicieuse petite artiste est appréciée par tous les Américains. Mais ils ne lui vouent pas cette sympathie qu’ils accordent si généreusement à Jackie. A New-York comme à Washington, aussi bien qu’à Chicago, Jackie Coogan est le héros du jour. On vend sa photo en épingle de cravatte, ou bien encastrée dans des portefeuilles. Les chemisiers ont adopté les faux-cols Jackie Coogan et, comble de la popularité! les coiffeurs coupent les chevaux aux enfants à la Jackie. Voilà les « Enfants d’Édouard » détrônés!

Charlie Chaplin a vu ces derniers mois sa popularité quelque peu diminuer, uniquement parce que sa production personnelle s’est ralentie. Il ne faudrait pas en conclure que Charlot a cessé de plaire. Il est certainement l’un des favoris du jour. Toutes les fois qu’un film de lui est édité, c’est la ruée du public vers les cinémas. Les cinéphiles américains ne se lassent pas d’apprendre de nouveaux détails — si c’est possible — sur l’existence du grand comique. On suivit avec curiosité son évolution artistique, on s’intéressa à ses méthodes de mise en scène, et l’on se passiona, lorsque le bruit de ses fiançailles avec Pola Negri courut. La fameuse vedette polonaise qui se figurait ingénument attirer seule, à ce moment, la sympathie des amateurs de ciné, se trompait. Le public ne voyait en cette aventure que son Charlot.

Un autre artiste comique qui connaît également la grande faveur, est Harold Lloyd. Il s’entend  d’ailleurs merveilleusement à soigner sa publicité. On sait tout de luit nous pourrions dire avec quelque chance de ne pas commettre une erreur, le nombre de ses chaussettes, de ses cravates et la couleur de ses pyjamas.

Les cinéphiles américains son encore plus curieux sous ce rapport que les cinéphiles français. Ils tiennent à être renseignés minutieusement et vous ne pouvez ouvrir une gazette cinématographique américaine, sans y trouver la taille exacte d’Harold Lloyd, son poids exact et la composition exacte de sa bibliothèque. Les jeunes gens qui sont affligés de myopie, se croiraient déshonorés, s’ils ne portaient pas des lunettes « Harold ».

Jack Holt, l’homme au grand front, qui cependant incarne en général des héros assez antipathiques, est un homme du jour. Un film où il joue est appelé au gros succès et les metteurs en scène le présentent au public comme la vedette. Un artiste de la Fox, John Gilbert, qui n’est pas encore très connu en France, est un grand favori de l’heure présente.

Citons encore Gaston Glass, John Barrymore et Lewis Stone. Les Français qui ont admiré Folies de Femmes et ont apprécié le jeu merveilleux d’Eric Stroheim  s’étonneront peut-être d’apprendre que cet artiste est, sans aucun doute, un des interprètes les plus populaires des États-Unis. Vous ne pouvez faire un pas dans n’importe quelle cité américaine, sans trouver sa photographie, non seulement dans les libraires, mais encore dans les boutiques où l’on vend de la lingerie, de la parfumerie. Eric Stroheim reçoit d’ailleurs un courrier formidable, provenant du monde entier. Ce n’est pas flatteur pour notre époque, puisque cela semble démontrer que les femmes n’ont que de la sympathie pour un artiste qui personnifie le type de la brute.

Ajoutons cependant, en guise de compensation que Rudolph Valentino qui personnifie au contraire le beau garçon aimable et plein d’attraits, bat tous les records de lettres reçues. Convenez que c’est tout de même assez normal. Si l’on admet que les femmes écrivent à des artistes, il est plus logique qu’elles adressent leurs missives à un homme comme le fameux jeune premier qui est assez séduisant.

Aux États-Unis, Valentino a toujours soin de se faire accompagner par des amis, voire même par des agents de police, lorsqu’il se rend au théâtre. Il est sollicité par une foule de femmes jeunes et vieilles, de donner sa photo ou simplement des autographes. Il ne compte plus les fois où son auto fut poussée à bras par des cohortes d’admiratrices. Les Américains qui nous reprochent si souvent d’être le peuple le plus léger du monde, supporteront bien que nous nous moquions un peu de cet enthousiasme. Il y a des artistes populaires en France, nous ne sachons pas qu’ils aient été contraints de se faire précéder d’une compagnie de la garde républicaine, pour se rendre au café. N’est-ce pas Aimé Simon-Girard, Léon Mathot, Armand Tallier, Romuald Joubé, Jean Dehelly?

Tom Mix, Buck Jones, William Hart comptent leurs admiratrices par milliers, et lorsque leur nom se détache en lettres de feu sur le fronton d’un cinéma américain, vous pouvez être sûrs que le public vient de toutes parts pour les applaudir.

On se rappelle qu’il fut un temps où William Hart paraissait devoir abandonner le cinéma. Son nom cependant n’était pas oublié. On parla pendant des mois et des mois de sa vie conjugale, on affirma qu’il était sur le point de divorcer. Les gens qui se disaient très renseignés, assuraient qu’il allait épouser une de ses anciennes partenaires. Puis, on parla d’autre chose, lorsqu’on apprit que sa femme venait de mettre au monde un fils. Les bruits de divorce s’évanouirent aussi vite qu’ils s’étaient formés. Tout le monde sut que le ménage de William Hart était le meilleur ménage et, passant d’un extrême à l’autre, on le donna en exemple aux époux en mal de divorce. Ce fut presque du délire, quand on sut que William Hart s’adonnait de nouveau au ciné.

Un homme qui fait la fortune des impresarios, est Lon Chaney, cet extraordinaire artiste qui change si facilement de physionomie et qui est un as du maquillage. Il ne se doutait pas, il y a quelques années, alors qu’il jouait des rôles de cinquième plan et restait ignoré, qu’il attendrait une telle renommée. Il est aujourd’hui connu dans le monde entier, et son nom est synonyme de succès. Les femmes qui jouent à ses côtés ne sont quelquefois même pas mentionnées à l’écran. Encore un triomphe de la vedette masculine!

Dans le même ordre d’idées, Douglas Fairbanks éclipse tout à fait ses partenaires femmes. C’est vraiment le monde renversé et bien de vedettes féminines américaines soupirent en constatant le fait.

Wallace Beery qui figura dans tant de films, devient maintenant une grande vedette de l’écran. Il triomphe dans Richard Cœur de Lion, qui a suivi da belle création de Robin des Bois où il ne fut pas déplacé à côte de Douglas Fairbanks.

Tous les héros des films d’aventures connaissent la gloire sans partage. Tels sont Eddie Polo, Richard DixJohn Barrymore depuis le Docteur Jekyll est l’un des artistes les plus en vogue des États-Unis. N’oublions pas aussi Théodore Kosloff, dont la distinction et le jeu ont tant d’admirateurs. Cette énumération est au surplus bien incomplète. Il faudrait citer encore des douzaines d’artistes américains. Chose digne d’être signalée, ces artistes ne sont pas tous très jolis garçons, cela signifierait-il que les Américains ne veulent rendre hommage qu’au talent des interprètes, sans s’occuper de leur physique? Il serait hasardeux de tirer cette conclusion. Nous pensons simplement qu’il s’est trouvé aux États-Unis d’excellents artistes de l’écran et, qu’ayant particulièrement plu au public, ils ont été désignés comme vedettes par la force même de leur talent. Qu’une pléiade d’artistes-femmes surgisse soudain et nous assisterons, an Amérique, à un effort de publicité en leur faveur et il ne faudra pas crier alors au triomphe radical et définitif du féminisme.

Jean Frick
(Mon Ciné)

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Cronaca cinematografica della capitale – Dicembre 1923

Cinema Capranica Roma

La stagione invernale non poteva avere una inaugurazione più brillante. Quasi contemporaneamente nei principali locali di prima visione sono stati programmati tre grandiosi films americani, venuti in Italia preceduti dall’eco del successo riportato nel paese d’origine e nelle altre nazioni europee. Voglio dire Femmine folli, The Kid e Robin Hood. Li nomino non già secondo una mia arbitraria valutazione, bensì nell’ordine nel quale essi ci sono apparsi sullo schermo rispettivamente del Capranica, dell’Imperiale e del Corso. Del resto i tre films appartengono a tre generi diversi, che malagevole, se non impossibile ed incompleto, ne riuscirebbe il confronto. E poi a qual pro? Non è sempre vero che i confronti sono odiosi?

Non svelerò segreti, ma dirò che gli incassi sono stati rilevanti e che taluno dei Cinema ha raggiunto la maggior somma di introiti che un film in esso proiettato abbia dato finora.

Auguri e… buon proseguimento. Attenti però col non abusare nell’elevare troppo il prezzo di ingresso dei biglietti, che se il pubblico è disposto una volta tanto a pagare qualche lira in più per vedere un ottimo film, un film eccezionale, protesterà disertando le sale  qualora l’attesa restasse in tutto od anche in parte delusa. Il pericolo di tale genere di sciopero sarà meno difficile se, come sembra, i teatri ridurranno i loro prezzi per risolvere appunto la « crisi del teatro ».

Oltre quello degli incassi è stato battuto il record della durata della prima visione. Robin Hood ha primato con 21 giorni, Femmine folli è durato 16 giorni al Capranica e subito dopo altri 10 giorni al Moderno. Il Kid è rimasto all’Imperiale 15 giorni ed è annunciato in seconda visione al Quattro Fontane. Robin Hood, invece, si riposa per tornare prossimamente al Volturno.

Al Capranica dopo Femmine folli siamo entrati… Nell’anticamera del matrimonio. Guardatevi bene, confratelli scapoli, di… restare sulla soglia. Scherzi a parte, il film è piaciuto anche se la réclame sia stata eccessiva all’importanza di esso.

L’anticamera del matrimonio ha lasciato il posto a Fuoco e ceneri. Che la direzione del Capranica abbia voluto con fine ironia far seguire due films dai titoli menzionati? Pola Negri, l’attrice passionale, la donna fatale, è completamente a posto in questo film. Esso è fatto per lei, per la sua interpretazione. Non parliamo del soggetto, troppo vecchio, sempre il solito. L’amore per una donna irresistibile, affascinante; la passione che travolge e che porta alla pazzia e al delitto.

Auguriamoci per il bene dell’umanità già tanto afflitta che uomini come i due fratelli Mario e Andrea se ne trovino pochi.

All’Imperiale il bel Kid se ne è andato, lasciando un grato ricordo, ma anche una… ingrata eredità. Nazimova non ha certo bisogno dei miei consigli, che, d’altro canto, non ascolta; tuttavia voglio dire il mio pensiero: Continui ad interpretare films in costume, faccia la ballerina, ma giammai la Miliardaria. Non è il suo ruolo. La trama del film, poi, è poca cosa. Non dirò di più… solo che fra gli altri guai anche la copia era pessima.

Tiene ora il programma La commedia umana, ovvero Eugenia Grandet, dicono, dall’omonimo romanzo di Balzac. Rodolfo Valentino è insignificante in questo film dal soggetto balordo e vecchio quanto Matusalemme.

È riapparsa Francesca Bertini al Modernissimo, o meglio volendo essere più precisi, soltanto oggi è apparso un suo vecchio film: La ferita. E delle cose vecchie… è bene non parlare.

Fatty e Charlot divertono invece ora i frequentatori della Sala di Galleria San Marcello.

Sessue Hajakawa è tornato al Volturno nel Pittore dei draghi, che vorrebbe essere un lavoro poetico, ed una lotta fra la poesia e la realtà della vita.

La brava attrice Norma Talmadge ha riprodotto un buon successo nel Segno della porta, un’avventura che si segue con interesse.

Negli altri locali le seconde visioni dei films già programmati nei principali cinematografi.

Si gira: all’U. C. I. la seconda edizione del Quo Vadis?; alla Rinascimento la commedia Occupati di Amelia, con Pina Menichelli e il comico francese Levesque.

Baldassarre Negroni ha terminato un soggetto del quale sono protagonisti Linda Pini e Lido Manetti.

La Cena delle Beffe, la popolare tragedia di Sem Benelli, sarà prossimamente ridotta in film a cura dell’A. C. I. (Arte Cinematografica Internazionale) che ne ha acquistato i diritti di esclusività. Il film sarà girato in Italia e con attori italiani. Rallegramenti al sig. Pascal che contribuisce così efficacemente al risveglio della industria italiana.

Asta Nielsen a Capri. L’illustre attrice è stata alcuni giorni nella deliziosa ed incantevole isola di Capri a girarvi gli esterni del film La casa sul mare, per conto della Metro Film di Berlino.

Inri, il film dell’umanità (così è stato definito) sarà presentato a Roma il giorno di Natale, e la rappresentazione sarà per inviti.

La produzione Hellen Richter della U. F. A. è stata acquistata per l’Italia dalla fiorente ditta A. C. I. di Roma. I primi due films ad essere programmati saranno Lola Montez e Signora coi milioni.

Lia Mara in Italia. La vincitrice del primo premio al recente concorso cinematografico di Berlino è venuta in Italia ad interpretare due films per conto dell’A. C. I. di Roma. Uno di essi ha per titolo La fanciulla di Capri.

Roma, dicembre 1923

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La vergine folle – Tiber Film 1920

Maria Jacobini

Maria Jacobini

Prima visione romana: Cinema Modernissimo, novembre 1920

Avremmo voluto che gli americani e i tedeschi da poco partiti dall’Italia avessero veduta questa pellicola, e vorremmo che tutti i direttori e gli aspiranti direttori, tutti i riduttori, soggettisti o aspiranti idem, andassero a vedere e rivedere questa che non esitiamo a definire una perla della cinematografia. Chi non conosce il dramma di Henry Bataille non sa le difficoltà presso ché insormontabili che ha incontrato il riduttore Campanile Mancini nella sua aspra fatica.

La vergine folle è fatta più di dialogo che di situazioni. Le situazioni drammatiche anzi, sono determinate dal dialogo, che diventa così il tessuto principale del dramma, rendendolo difficilissimamente cinematografabile.

Gaetano Campanile ha assolto il suo compito con l’entusiasmo d’un poeta e con la compiutezza d’un artefice provetto, e ci ha data la prova che per un uomo d’ingegno che abbia compreso che cosa è il cinematografo, non esiste il « non cinematografabile ».

Maria Jacobini ha fatta la creazione d’un personaggio, che per quanto un po’ diverso, per necessità, da quello del dramma teatrale, è ammirabile.

Abbiamo vista e rivista la pellicola e la magistrale interpretazione dell’umanissima attrice nostra ha fatto affacciare alle palpebre le medesime lacrime, increspare le labbra al medesimo sorriso ai medesimi gesti, sempre. Troppo lungo sarebbe elencare le scene che più sono belle, che più ci hanno appassionati. Diremo solo che la grande Maria riesce  « ad esser bambina » e « casta » fino al quarto atto, al momento in cui il fratello mette l’uomo da lei amato in pericolo di morire. È solo di fronte alla morte ch’essa diventa donna. Prima, con un amante che ha moglie, nel vortice d’una passione che i più timorati possono definire colpevole, la Jacobini è « fanciulla » è « casta » è « vergine », e questo stranissimo contrasto impressiona principalmente coloro che non lo anatomizzano e non se lo spiegano. Nel quarto atto, quando è già pronta all’estrema rinuncia, essa chiede ad Armaury: « Puoi tu proclamare che son io quella che tu ami? » Alla risposta affermativa, essa che non voleva che quella parola per compiere serena la grande rinunzia: morire — esprime la terribile gioia, la mortale gioia che la invade con un gesto che nessuna attrice cinematografica del mondo ha saputo trovare pari in efficacia e passione. E non ci si dica che esageriamo, perché nessun Chaplin, che pure alimenta con la sua gesticolazione le platee di migliaia di cinema, nessuna Negri, che ha avute delle interpretazioni meravigliose può gareggiare in « umanità » con questa troppo modesta donna italiana.

Tilde Teldi si è rivelata attrice di razza, meravigliosamente a posto nella sua parte, sicura, perfetta. Quando nel quarto atto, fra due porte, fa l’atto di abbracciare il marito si sente veramente un nodo alla gola.

Enta Drubezkoy ha efficacemente colorite le sue brevi e drammatiche scene. È la prima volta che posava in cinematografia. e davvero il suo è stato un eccellente debutto.

André Habay può essere giudicato con una brevissima frase: Non c’è nessuna differenza fra il vederlo sullo schermo o nella vita. È tale e quale. La sua semplicità, la sua spontaneità, la sua naturalezza danno, in certi momenti, anche al critico consumato e stufo l’idea di trovarsi di fronte alla realtà e non alla finzione.

Alberto Collo e Alfonso Cassini hanno gareggiato in bravura e non avrebbero potuto secondare meglio gli sforzi del riduttore e del direttore.

La fotografia è spesso brutta, talvolta pessima, veramente e solo negli interni bella. È la macchia del lavoro, uno dei pochissimi e più grandi difetti.

Gennaro Righelli. È il protagonista del film benché non appaia sullo schermo.

La vergine folle è un lavoro vecchio di due anni. Se fosse uscito in tempo avrebbe detto una parola nuova in cinematografia, uscito in ritardo è avvolto in un’aria di freschezza che sorprende. Con questa pellicola Righelli, con Gallone e qualche rarissimo altro, passa nell’olimpo dei direttori.

Egli non è solo un metteur en scène. È un poeta, è un pittore, è un musicista. È principalmente, una artista prodigio, pazzamente prodigio, che profonde tesori del suo ingegno e del suo cuore da gran signore, sicuro di non aver bisogno di fare delle economie, perché in un nuovo film troverà ancora e sempre cose nuove, belle, forti, graziose. Tutti gli attori sono « manovrati » — non s’adontino gli artisti di questo verbo — con una sicurezza di grande generale, con il gusto di un grande poeta. Per esprimerci con un paragone: ci sembra che tutta la pellicola sia un quadro perfetto, in cui ogni attore è una pennellata: una sinfonia in cui ogni attore ed ogni cosa è una nota, ogni pausa un accordo, ogni titolo un’armonia. È l’anima pittorico-musicale di questo meridionale trasognato che si rivela nella sua opera riboccante di sentimento e di poesia.

Conclusione: non un bel film, ma un autentico capolavoro giudicato tale dal critico più competente: il pubblico, che ha applaudito al freddo schermo come se su di esso si movessero degli uomini e non delle ombre.

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René Guissart opérateur français aux Etats-Unis

René Guissart, à droite de Ramon Novarro, pendant une prise de vues de Ben-Hur (1925)

René Guissart, à droite de Ramon Novarro, pendant une prise de vues de Ben-Hur (1925)

Dans notre continuel souci de nous déprécier nous-mêmes è nos propres yeux et à ceux de l’étranger, il y a une chose que nous oublions trop souvent et qui est cependant assez connue dans la corporation. Nos opérateurs sont, aux États-Unis, les plus recherches. Tous ceux qui ont été travailler là-bas (ils sont assez nombreux, beaucoup plus que nos compatriotes artistes) ont, sauf rares exceptions, conquis des places de tout premier ordre dans l’armée du film américain.

Parmi ceux-ci il en est un qui, parti là-bas depuis près de quinze ans, a été un des premiers opérateurs arrivés en Californie et fut vite le plus réputé cameraman des États-Unis. Qu’on ne croie pas que j’exagère; la preuve en est que lorsqu’il  s’est agi de tourner ce fameux Ben-Hur qui a fait couler tant d’encre et qui a fait dépenser un nombre considérable de millions (c’est, dit-on, le film le plus  important et le plus coûteux qui ait jamais été tourné) c’est à lui qu’on a songé pour prendre la grosse responsabilité de la photo d’un film de cette importance, et pour diriger les quatorze autres opérateurs, tant américains qu’italiens, qui enregistrèrent ce film (!). Il est réconfortant de penser que les Américains, si infatués qu’ils soient d’eux-mêmes, n’avaient pas hésité à confier cette tâche énorme à un Français au lieu d’en charger un de leurs compatriotes.

Une courte biographie de René Guissart montrera d’ailleurs qu’il était digne de la confiance qu’on lui a témoigné.

Il débuta en France, à l’Eclair, en 1910, sous la direction de MM. Vandal et Jourjon, et il travailla avec plusieurs metteurs en scène de la maison, notamment avec  M. Jasset, qui réalisa beaucoup des grandes films de l’époque.

Puis, l’Eclair l’envoya en Amérique, ou il tourna pendant un an; il alla ensuite dans l’Ouest Américain construire, toujours pour l’Eclair, un petit studio qu’il aménagea d’une façon moderne… pour l’époque! La Metro l’engagea à son tour pour construire, ou plutôt pour faire construire et équiper le bâtiment qui fût le premier studio et le berceau de la firme.

Revenu en France, il n’y resta pas longtemps: l’Eclair l’envoya à Londres, à Berlin, dans toute l’Europe prendre des films qui firent sensation.

Mais il avait la nostalgie de l’Amérique: il repartit; c’était en 1913.

David W. Griffith l’engagea: il tourna sous sa direction La Naissance d’une Nation, Intolérance; puis, sous la direction d’Allan Dwan et la supervision de Griffith, et aussi le tout premier film que réalisa Douglas Fairbanks.

Ensuite, Maurice Tourneur le prit comme chef opérateur et aussi, à l’occasion, comme metteur en scène; ils travaillèrent ensemble trois ans. Puis René Guissart reprit sa liberté. Il tourna alors avec quelques-uns des plus grands réalisateurs  américains; il eut l’occasion notamment de photographier des films tournés par Jack Holt, Anita Stewart, Pauline Frederick, Douglas Fairbanks, John Gilbert, Monte Blue, auquel entre parenthèses, il ressemble beaucoup, à la taille près, etc.

Puis ce fut Ben-Hur, dont la photo que nous n’avons pas encore pu juger en France, mais qui est paraît-il remarquable, lui valut des propositions royales de la part de plusieurs grandes maisons des États-Unis.

René Guissart, en se trouvant, au bout de si longues années d’absence, tout près de son pays (on sait que Ben-Hur fut tourné en Italie) éprouva l’irrésistible désir de revoir la France. Il revint à Paris, où, tout de suite, il rencontra M. Edward José, qui l’avait connu et fait travailler en Amérique, et qui, réalisant Les Puits de Jacob, venait de perdre subitement son opérateur Jacques Bizeul, Guissart le remplaça. Maintenant, il ne veut plus repartir; la valeur artistique de plus en plus grande de nos films l’encourage à rester. Il faut s’en féliciter car, naturellement, René Guissart possède à merveille cette fameuse technique américaine tant vantée que connaissent mal beaucoup de nos réalisateurs ce qui les empêche de créer des œuvres qui trouvent preneur aux États-Unis.

René Guissart tourne actuellement d’après un procédé nouveau, breveté, et dont l’emploi  généralisé pourrait bien révolutionner l’industrie cinématographique, une serie de films documentaires montrant nos paysages, nos monuments les plus connus et les plus caractéristiques; ces films seront envoyés en Amérique et, là-bas, les artistes américains, tournant des œuvres dont l’action se déroulera en France, joueront dans ces paysages, devant ces monuments. Jadis, on utilisait le truc classique d’intercaler dans l’action des bouts de documentaires montrant la ville où était  censée se passer cette action. Aujourd’hui grâce à un truquage ingénieux et que les auteurs ne veulent naturellement pas dévoiler, les artistes évolueront dans le cadre choisi. Voilà un grand progrès qui fera réaliser une notable économie aux éditeurs! Il est vrai que cette invention risque de ne pas rencontrer l’approbation des artistes et de metteurs en scène qui seront privés de voyager, ce qui est certainement un des plus grands charmes de leur métier.

Édouard Roches, Paris novembre 1925
(mon-ciné)

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