Pola

Pola Negri

30 Ottobre 1926

In questi giorni Pola Negri è stata costretta a ricevere a New York un gruppo di rappresentanti di tutti i giornali dell’Unione, i quali le hanno chiesto alcune informazioni sul dibattuto argomento del suo fidanzamento con il grande divo italiano scomparso: Rodolfo Valentino.
Ella che, apparve ai giornalisti assai avvilita e molto pallida, mentre grosse lagrime le rigavano copiose le gote, tenne soprattutto a dire che la sua vita è ora triste e che, dopo l’immatura e dolorosa morte del suo povero Rudy, verso il quale si sentiva attratta da un immenso e sconfinato affetto, non amerà mai più al mondo e che i suoi giorni trascorrono monotonamente uguali.
Quindi ai reporters fece prendere visione della seguente lettera inviatale dal Dr. Harold D. Meeker, uno dei dottori curanti di Valentino:
« La mattina di lunedì, alle quattro, cioè 8 ore prima di morire, Valentino, che era rimasto per qualche tempo assopito, apri gli occhi, mi prese una mano e disse:
“Io temo che non sia possibile andare insieme a pescare. Forse ci incontreremo. Chissà?”
Il suo pensiero era lucido e credo che, per la prima volta si rendeva purtroppo conto del male che gli toglieva inesorabilmente la sua preziosa vita. Dopo una quindicina di minuti tornò a prendermi la mano e a dirmi: “Se Pola non dovesse giungere in tempo usatemi la cortesia di dirle che io l’ho pensata sempre, specie in questi momenti”.
D’allora non pronunziò una sola parola in inglese. Entrò nel delirio e balbetto alcune mozze ed incomprensibili frasi in italiano ».
« Io ho mantenuto segreto tutto ciò ed ho atteso la vostra visita per compiere un dovere ». Così ha concluso Pola Negri prima che i giornalisti prendessero commiato da lei.

Palermo, 30 ottobre 1926

Pola Negri, se ha perduto Rudy, ci ha guadagnato in pubblicità quanto mai avrebbe osato sperare.
Per le romantiche girls, la polacca Pola, industrialmente americanizzata, resta l’inconsolabile fidanzata del bel Rodolfo, rapito innanzi tempo dall’Orco.
La tanto inconsolabile quasi-vedova, che si premurò di pararsi a lutto, si precipitò in aeroplano, acquistò i fiori più rari, pianse dietro la bara, svenne due o tre volte in pubblico, avendo ben cura di far noto a mezzo del suo “capo dell’Ufficio Stampa”, a chi voleva e a chi non voleva quanto, in migliaia di dollari sonanti, veniva a costare quel suo dolore.
Ora che il silenzio comincia a ombreggiare le cose, l’ex-danzatrice slava potrà pensare a non far languire in solitudine il suo passionale cuoricino. E poi, chissà forse che la bella occasione non possa ripetersi…
Ho sempre avuto l’impressione, considerando l’attrice, che la Negri abbia sbagliato carriera. Cominciò, se non ricordo male, da fanciulla, a fare la danzatrice.
E perché Pola barattò la danza per il cinema? Perché la ribalta luminosa per lo schermo buio? S’innamorò dell’arte muta? Ma è anche la danza un arte muta? Sarebbe diventata una virtuosa della punta, della spaccata, della piroetta, e noi forse avremmo perduto il bene di applaudirla sui nostri palcoscenici. Invece, la “diva” ci costringe, ora, a contemplare sullo schermo le esercitazioni da femmina perdutamente sensuale, che svolge per rendere qualunque sensazione e qualunque sentimento interiore davanti all’obiettivo da presa.
Pola è una donna sensuale: gli occhi, le narici, le labbra sono caratteristiche inequivocabili. Ma questa sensualità, se potrebbe far piacere a suo marito o al suo amante, urta il critico — e anche il pubblico — quando è sparsa, non dico a dovizia, ma con smisurata prodigalità e con ossessionante persistenza, in ogni espressione, in qualsiasi atteggiamento; sia che pianga o rida, che soffra o gioisca, che trionfi o muoia.
Questo fatto prova che l’attrice non sa controllarsi, oltre a non conoscere la misura; e non sa costringersi nel freno che lo studio intelligente potrebbe costituire.
La donna slava sensuale è, quando ama, un castigo di Dio. Ma l’attrice sensuale, che vuol esserla in tutte le parti, e in tutte le scene, è un castigo ben più grave.
G. Faraci

Milano, 30 ottobre 1926

Danzatrice spagnuola al Cinema Reale. Che prodigi, compie il cinematografo! Ecco, la Pola: una donnina carina, nervosetta, che tira a la Spagna, come io rassomiglio a Turandot.
Eppure, in pochi attimi, le hanno circondato il viso di punti interrogativi, le hanno dato un pettine spagnolo, una veste molto ampia, le nacchere in mano e… « olà! viva la grazia!… ».
E me la vorrebbero far diventare una sivigliana… oh, povera me: ma neppure una… granata: (io suppongo, che si dica così: comunque intendetemi: volevo dire nata a Granata) che Pola chiude in sé, tanto selz, e non è punto solluchero come quella detestabile bevanda.
Il film mi è piaciuto. E non per l’interprete principale. Mi sembra che questa attrice, abbisogni per il suo temperamento, per la sua regalità, d’un altro ambiente: più sfarzoso.
Ma v’era Robert Frazer: un ottimo artista. E bello. Bello sul serio. Pensate: al mio fianco avevo molte garçonnes: ebbene, tutte erano convinte che Frazer l’altra sera, in quel film, per bellezza maschia superasse tutti gli altri divi: e anche per intelligenza. E mi pare che avessero ragione. Vivo e agile, bello e audace, scaltro, innamorato e appassionato. Mi sembra di metterci un po’ di ardore… Ohimè, che questo bell’attore, stia per diventare il mio Melisendo?…
Myosotis

(immagine e testi archivio in penombra)

I terrificanti stupori dei divi dello schermo

La Catena Società Anonima Ambrosio 1920
La Catena, Società Anonima Ambrosio 1920, disegno di Riccobaldi

Alessandro Manzoni era consueto affermare che nel mondo si parla e si scrive d’amore almeno « settecento volte di più di quanto non sia necessario ai bisogni della nostra riverita specie ». Quali mai sarcastiche diffide sarebbero salite alle sue labbra se avesse potuto assistere alle esibizioni erotiche dell’aurora del nostro cinema!

Gli spettacoli erano allora preceduti da un grande scialo di manifesti murali raccapriccianti a base di fiamme, di precipizi, di cordigliere scalate da donne trasportate sulla groppa di demoni, listati in rosso e nero, centinaia di distributori  di volantini ossessionavano i passanti con il titolo tentatore, ripetuto all’infinito: Perdizione! Tentazione! Femmina bionda! L’agguato! Grandi palme ventilavano l’ingresso della sala; dei fattorini, inguainati in uniforme nocciola o pistacchio, la testa inchiodata in un berretto a sottogola si sguinzagliavano qua e là; qualche impresa più raffinata aveva scritturato un moretto, che sorrideva allineando i candidi denti; un grande sciabordio di violini che intercalavano, in una babelica confusione, la Preghiera d’una Vergine, l’Ave Maria di Gounod, la sinfonia della Semiramide o la marcia dell’Aida, giungeva dall’interno. E Femmina bionda veniva lanciata come un liquore di nuova marca: non era facile suscitare l’interesse attorno a spettacoli che, da principio non appassionavano che i ragazzi, i soldati e le serve.

Sullo schermo ridottissimo e tremolante come per una pioggia di cavallette, si proiettava la lotta greco-romana dell’amore, sostenuta fra colluttazioni e violenze inaudite da figure allucinate e cincischiate, da un confuso bailamme di dorsi scollati e levigati, di frak tragici, di lampadari orientali, di girandole da veglione, di vasi da sciampagne, di battaglie di fiori, di mascherate veneziane. Attori e attrici smorivano nella soffocazione teatrale marmorea d’un lusso da satrapi. Le bocche segnate dal vizio, i veleni del piacere, i supplizi, i baccanali della lussuria, avvampavano le fantasie. Le donne non parlavano, ma imprecavano, gli uomini sogghignavano e ruggivano, gl’innamorati rissavano o si abbattevano esangui nello sparato ordinato ad un camiciaio famoso, incalzate dalla Basilisa spietata, che si contorceva e bolliva, nel suo involucro serico, come un giaguaro nella giungla.

La vita appariva, in quei film, come una rassegna interminabile di feste di beneficenza, di banchetti, di crociere in Oriente, di scampagnate automobilistiche: la somministrazione dell’acqua e del gas pareva sostituita da un’Azienda municipale del Whisky e della Borgogna. Era l’eterno dramma della fanciulla traviata da una madre cupida; e che scivolava, per colpa di questa fatalità, nei bassifondi del mercimonio. Era l’eterno dramma dell’artista cui i pregiudizi sociali vietavano di coniugarsi legalmente coll’uomo del sogno e che si convertiva perciò in una spaventosa macchina di distruzione. Era l’eterno dramma dell’avventuriero che sogna di riscattarsi, ma veniva dalla fatalità risospinto alla roulette ed al tabarin.

Film come La Falena o L’amor mio non muore, come Cabiria e Odette, come La donna nuda o Malìa inducevano nel pubblico un delizioso panico erotico. Quale nostalgia suscitavano nei figli di famiglia sulla soglia della laurea o del fidanzamento ufficiale quelle donne micidiali come bombe a orologeria! Quali sussulti provocavano nei farmacisti, negli alopecici funzionari di questura, nei carabinieri infradiciati dal sudore e nei pompieri di servizio quelle creature dagli strascichi lunghi come comete, e dalle labbra refrattarie ad ogni bevanda che non fosse lo sciampagna, dalla pelle borchiata di armille e di pesantissimi bracciali, che spezzavano coppe di cristallo di rocca contro le ginocchia e tiravano di pistola meglio della polizia scientifica! Quale “sovvertimento dei sensi” scatenavano nelle mogli bellocce affiancate da mariti impiegati all’Annona od al Catasto quei bellimbusti spiritati e stupefatti, refrattari ad ogni abito che non fosse il frak e ad ogni veicolo che non fosse l’automobile! L’immaginazione gongolava dietro a quel lusso babilonese, dietro a quelle corriere in gondola, dietro a quegli omicidi di banchieri, dietro a quegl’indeterminabili schieramenti di camerieri semi prosternati. Quell’epoca placida concepiva l’adulterio come una spedizione punitiva e l’alcova come un campo di battaglia.

Le dive di quel tempo avevano grandi bocche armate da sorrisi insondabili ed ostentavano un gran digradare di clavicole e di seni opalescenti, azionati da morbidi pistoni voluttuosi. I divi avevano tutti la fronte pallida come il riso al latte, fisionomie febbrili ed emaciate. Se fossero, nell’intimità, divoratori di bistecche al sangue, non saprei assicurare. Influenzati dalla setticemia dannunziana, questi esseri spolpati si lasciavano adescare, insieme col loro ricco assortimento di lunghe vesti da camera e di marsine, da donne bellissime e insaziabili che li macinavano come pula nel crivello della loro aspra lascivia. Furoreggiavano, nel primo decennio del secolo, donne letterarie come Salomé e la Faledra, come Conchita e come Nanà. E di rimbalzo andavano per la maggiore le “creature falcate” dagl’impuri molleggiamenti che moltiplicavano attorno a sé i dissesti a alimentavano le armerie. Se la palma aspettasse, quanto alla sinuosità ed al sesto ogivale delle reni a Lyda Borelli o a Francesca Bertini, a Leda Gys o a Maria Jacobini, non saprei dire. Tutte, venivano, però, a conformarsi sul modello adorato e funesto. Tutte dovevano atteggiarsi ad avvelenatrici nefaste e a bevitrici di sangue. E il gioco dei loro sorrisi determinava marasmi bancari e giornate di “mercato senz’affari” negli emicicli di Borsa. Furoreggiavano le principesse russe, i cobra in gonnella, le donne sbellicate sulle gambe da fenicottero di Ida Rubinstein. E piacevano per affinità complementare gli uomini strapazzati, pallidi, violenti o trasognati con tendenza al « cadavere vivente» di cui Bonnard e Capozzi fornivano i compiuti esemplari.

Galanteria servile. Un pizzico di sadismo e di masochismo. Rettangoli e parallelepipedi di scollature molli, vibratili ed andature da serpent qui danse, secondo la formula di Baudelaire. Un’intensiva saturazione di sensi vertiginosi, incatenati, abissali, incendiarii; uno sfondo di piovre e di lamprede, una tempestiva comparsa di banchieri e imprenditori, una prospettiva oscillante fra poli opposti dei quali l’uno è il vestibolo di un gran palazzo e l’altro la cella del carcere o la soffitta, un certo numero di divincolamenti, di scarduffamenti, di rabbiose colluttazioni, le luminarie del Canal Grande e gli sbruffi della Fontana di Trevi, un suicidio al ritorno da un veglione e la didascalia finale — ed essi andarono verso la felicità — questi spasmi mondani, queste esibizioni erotiche, spinte talora alla caricatura, riflettevano la preoccupata mentalità degli anni pacifici. « Noi ci ribelliamo ai piccoli mali per curvarci davanti ai mali maggiori e terribili » ha pronunziato, o pressapoco il severo Alessandro Manzoni. E solo le grandi crisi che intaccano la sicurezza ed il benessere di milioni di persone sono forse capaci di dare il tracollo agli egoismi, ai conflitti d’interesse ed alle antitesi degl’individui che paiono insolubili nelle epoche floride.

Più le cornucopie dell’Abbondanza vuotavano le loro anse sull’Europa del 1912, più l’immaginazione ingigantiva « le battaglie della vita », « la lotta delle caste » e i « conflitti degl’ideali ». In mancanza di catastrofi si coltivavano periodicamente le guerre delle alcove e si agitava lo spettro della rivalità dei sessi. L’umanità non si adatta a vivere senza brivido: ed i classici dello spavento non le sono meno cari dei classici del ridere. Ed a somministrarle questa deliziosa sensazione provvedevano allora i racconti sulle bande criminali, le paurose statistiche degli armamenti, le profezie di invisibili ma infallibili vendette anarchiche, il Grand Guignol, e, soprattutto, i terrificanti stupori dello schermo.

Lorenzo GiussoOttobre 1944

L’incendio della Cines fuori porta S. Giovanni

Pianta di Roma 1909
Pianta di Roma 1909 (archivio in penombra)

Danni rilevanti

Roma, 3 aprile 1907

Sulla via Appia Nuova, a circa un centinaio di metri dalla porta S. Giovanni, tra la trattoria di Faccia Fresca e l’osteria Onofri, si apre a destra una nuova strada alla quale non è stato dato ancora il nome.
Percorsi circa duecento metri si trova a destra un fabbricato fatto costruire un paio di anni or sono dal cav. Filoteo Alberini, e dal sig. Santoni, proprietari del Cinematografo Moderno in piazza delle Terme e del cinematografo Lumière, in via del Gesù.
Il fabbricato serviva per una industria tutta moderna, e cioè lo Stabilimento di manifattura cinematografica.
Un anno fa, e precisamente il primo aprile 1906, passò alla società italiana Cines, di cui fanno parte noti banchieri.
Il fabbricato si compone dei sotterranei e di due piani.
Nei sotterranei vi è il laboratorio dei positivi e sviluppo.
Nel piano terreno, in una grande sala, si trova il palcoscenico dove si compongono svariatissime scene che i fotografi ritraggono sulle pellicole di celluloide che dovranno poi essere proiettate nei saloni cinematografici, nei caffè-concerti, ecc.
Al piano superiore si trovano la camera del direttore, cav. Carlo Colombo, di anni 60, da Palermo, abitante in via Napoli n. 43, i laboratori con magazzini per le sarte, per la coloritura delle pellicole, e quello della riveditrice.
A sinistra del fabbricato, sulla fronte principale del quale si legge: Primo Stabilimento Italiano di Manifatture Cinematografiche, sorge un altro edificio.
Al piano terra sta il laboratorio dei meccanici, e al primo piano il laboratorio delle coloriture, e al secondo piano il magazzino vestiario.
I due edifici, in materiale, sono chiusi tutt’intorno da una cancellata.
In fondo alla nuova strada si trova l’osteria di Maria Savelli.
Nei vari laboratori lavorano circa centocinquanta operai, tra uomini e donne.
Ieri, alle 4.30 pom., il direttore del laboratorio di coloritura, sig. Emilio Poulard, si trovava nella sala di proiezioni facendo provare un nuovo lavoro, il ballo dal titolo: Fauno.
Improvvisamente un contatto elettrico appiccò il fuoco alla celluloide, e la fiammata attacco subito anche gli strumenti, le negative e le macchine che trovavansi nello stabilimento.
Gli operai che si trovavano al lavoro, diedero subito mano al salvataggio per porre al sicuro quanta più roba potevano.
Il direttore dello stabilimento cav. Colombo, che si trovava nel suo ufficio, fece avvertire telefonicamente i vigili, che accorsero con la consueta lodevole sollecitudine dalla caserma in via Genova, agli ordini del comandante cav. Fuoci, del capitano De Magistris e dei tenenti Giuliani, Olivieri, Venuti e De Paolis.
Mentre si aspettavano i pompieri, furono portati fuori un grande armadio contenente attrezzi, pellicole, ecc.; scenari, mobili, pianoforte e quanto altro si poteva senza pericolo di disgrazie.
Un’altra parte degli operai con 36 tubi estintori Minimax tentarono di spegnere l’incendio, che già aveva preso vaste proporzioni.
I vigili giunti subito con la macchina a vapore, carri di quarta classe e carro attrezzi, si misero all’opera, ma il loro lavoro diligente ed energico non riuscì però a salvare che poca parte della roba.
Andarono distrutti 250 mila metri di pellicole, varie vergini, parte colorate, quasi tutte le negative, varie macchine, una grande scansia a muro per deposito delle pellicole: rimase anche danneggiato il cielo del teatro.
Sul posto si recarono subito il cav. Adolfo Pouchain, consigliere delegato della società Cines, l’ing. Filoteo Alberini, il signor Santoni cassiere, l’ing. Gino Coari.
Accorsero pure il cav. Moccia, commissario di P. S. dell’Esquilino, con molte guardie, il maresciallo dei carabinieri Gastaldo, comandante della stagione di fuori porta S. Giovanni, con alcuni militi.
Il cav. Moccia fece chiamare un plotone del 2° granatieri, di stanza a Santa Croce in Gerusalemme, ma fu inutile la loro opera.
Il fotografo Luigi Bertini di Arnaldo, di 18 anni, romano, abitante in via di Santa Sabina n. 16, mentre si adoperava a spegnere il fuoco con il tubo Minimax, fu colpito alla fronte da una lastra di vetro.
All’ospedale di San Giovani lo giudicano guaribile in 8 giorni con riserva.
I componenti della società Cines fanno ascendere i danni a dodici mila lire, mentre il cav. Fucci, comandante dei vigili, e le altre autorità lo fanno arrivare a circa 200.000 lire.
Lo stabilimento non era assicurato, perché le società assicuratrici non fanno tali operazioni dove vi sono materie infiammabili, come la celluloide.
Sulla terrazza si trovavano dodici conigli, che si crede siano rimasti vittime del fuoco.

La floridezza della Cines

La società Cines è una delle più floride di Roma benché delle più recenti.
Alla metà di febbraio si radunò la prima assemblea degli azionisti ed il presidente sig. Ernesto Pacelli, che ormai è l’anima di tutte le imprese finanziarie di Roma, presentò il bilancio del primo esercizio.
La Cines ebbe inizi oltremodo favorevoli, giacché contemporaneamente al lavoro di organizzazione dell’impianto potè subito produrre e vendere affermandosi sui vari mercati, collocando una grande produzione e preparandosi a collocarne una molto superiore.
Così con un capitale di 400 mila lire si ebbe un utile di L. 101.579,09; utile che prudentemente non fu distribuito alle 4 mila azioni da 100 lire, che ne avrebbero avuto diritto.
Il capitale era poi stato portato ad un milione, collocando le azioni a 200 lire per modo che la Cines aveva realizzato un beneficio di 500 mila lire.
Le azioni, che come abbiamo detto, costarono all’inizio, cioè appena un anno fa, 100 lire, e pochi mesi or sono, alla nuova emissione 200, erano ieri negoziabili a 419 lire.

(Il Messaggero)