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L’ultimo Lord 1926

L'ultimo Lord, Augusto Genina 1926
Brochure del film

Teatro Excelsior, Trieste, ottobre 1926. Bollettino di vittoria, per la nostra travagliata cinematografia, per merito di Augusto Genina, il realizzatore del film L’ultimo Lord. Tratto dalla graziosa commedia di Ugo Falena, ha per protagonista Carmen Boni, attrice non nuova per noi, avendola già ammirata ed applaudita in un altro capolavoro di Genina: Focolare spento. Questa giovane attrice che con un solo lavoro è assurta alla celebrità, conquistandosi le simpatie del pubblico, recita la sua parte con grande naturalezza, e poi è divinamente bella, di una bellezza che segue e incanta, tanto nelle vesti femminili, quanto in quelle di maschietto, trasportando lo spettatore all’entusiasmo più sincero.

Accanto a questa simpaticissima attrice, agisce Ibanez Bonaventura, che fu un nonno aristocratico, arcigno e scontroso. Degno di elogio è pure il Tedeschi, nella parte dell’intendente, che ha fatto sbellicare dalle risa per le sue gustose espressioni comiche.

L’ultimo Lord, che da dieci giorni si proietta in questo simpatico ritrovo, con un successo grandissimo di… pubblico e di… soddisfazione della Pittaluga, dimostra chiaramente che questo pubblico è stanco di vedere films con banditi mascherati, e predilige sempre i lavori fatti con criterio e sentimento italiano.

Nel nostro paese abbondando autori ed attori; siamo i fortunati possessori di paesaggi incantevoli che tutti c’invidiano; perché non dobbiamo rioccupare il primato della produzione sul mercato del mondo? Mettiamoci al lavoro; nessun momento è stato più favorevole di questo.

Cinema Gambrinus, Firenze, ottobre 1926. Carmen Boni fa, della bella trama tratta dalla nota commedia di Ugo Falena, una interpretazione personalissima, ottima, efficace, che produce nel pubblico la migliore delle impressioni.

Ho detto subito questo, perché non c’è bisogno di artifici letterari, né di giuochi di retorica per dire in italiano, ad un’attrice italiana, che è brava e che il film interpretato da lei piace. Ed è naturale che piaccia, perché differisce in tutto dagli altri: non sono i soliti salti mortali, le solite buffonate; ma; è grazia, squisita gentilezza, sorriso di sagace furberia, in questo film: fa sorridere e commuove; ed è semplice, nella bella cornice della messa in scena di Augusto Genina, che ha l’abilità di far risaltare in modo straordinario i nostri attori.

Esaltazione d’italianità? No. Dare a Cesare quel ch’è di Cesare, è la mia divisa; riconosco che qualche difetto c’è anche in questo film, ma ci si deve passar sopra: la Boni è giovanissima, appena all’inizio della carriera, e talvolta pecca di piccoli peccati che li si perdonano di buon grado, conoscendo quanta volontà e con quale amore essa si è accinta a percorrere la via luminosa del suo avvenire.

Lido Manetti, in una particina di scarso risalto, trovò il mezzo di mettere in rilievo la sua faccia di buon bambinone biondo e piacque al pubblico, intervenuto in buon numero a questa prima visione.

L’aspettativa non fu affatto delusa; dirò anzi che fu superata, e ciò è di buon augurio ed incoraggiamento per quella rinascita che dovrà portarci — dopo tanti anni d’immobilità forzata — ai trionfi indimenticabili di un non lontano ieri che ritorna.

Torino, ottobre 1926. Non conosco Carmen Boni che attraverso quel gioiello di film ch’è L’ultimo Lord, di Genina, proiettatosi in questi giorni a Torino ed in altre città, oltre all’estero, con un successo entusiastico. Né potrei dire del passato artistico della giovanissima attrice, in quanto è all’inizio della sua carriera, che percorrerà certamente a grandi passi per raggiungere la meta luminosa. La sua è una figura che interessa di colpo: una figura stilizzata che si distingue dalle tantissime altre, ed è suffragata da un intuito meraviglioso e da una grazia tutta particolare nel rendere le diverse situazioni dell’animo.

In questa imminente rinascita della cinematografia nazionale occorrono precisamente elementi nuovi per rinnovare l’ambiente artistico, e bene ha fatto Augusto Genina a scegliere a protagonista dei suoi lavori la Carmen Boni, che ora sta cimentandosi nell’interpretazione di Addio giovinezza, nella quale avrà maggiore agio di spiegare tutte le sue attitudini.

Quest’astro nascente è accompagnato, nella sua fortunata ascesa verso il culmine della notorietà, dagli auguri più fervidi e dalle migliori speranze di tutti.
Il rondone

Cinema Ghersi, Torino, ottobre 1926. La commedia di Ugo Falena ci racconta una storia semplice e convincente, ed il film si snoda con una grazia tutta sua particolare, dalla prima all’ultima battuta, striato di felicissime pennellate di gustosa e sana comicità e con momenti di intensa commozione e di profondo sentimento.

Il film è davvero un gioiello artistico, tanto per l’esecuzione e la messa in scena, quanto per l’interpretazione.

Carmen Boni, è una deliziosa e strana creatura: possiede un fascino femminile non comune, e nello stesso tempo agisce, in abiti maschili, come un perfetto giovanotto. Ogni situazione è da lei resa con giusta misura ed esatta comprensione, sì che non è difficile presagirle un avvenire promettente, dato che si tratta di una nuova recluta dello schermo, e, come tale, ha saputo superare ogni legittima aspettativa.

Bonaventura Ibanez ha composto la figura del vecchio Duca con molta misura ed aristocraticità, conservando questa linea fino all’ultimo.

Carlo Tedeschi, nei panni dell’amministratore, fu di una comicità deliziosa e franca.

Lido Manetti, in una parte di poco rilievo, non poteva spiegare una maggiore abilità; e Gianna Terribili-Gonzales è stata una Principessa veramente regale, in perfetto stile.

Gli altri elementi di contorno, tutti bene al loro posto.

Il film si svolge in ambienti principeschi, che sembrano di sogno, con interni ed esterni meravigliosi e del più raffinato buon gusto: posto nel massimo risalto da una fotografia luminosa e smagliante, e da una tecnica perfetta.

Augusto Genina, riduttore ed inscenatore del film, ha compiuto, con L’ultimo Lord, la sua migliore fatica; e ne è ripagato ad usura dal successo veramente completo e unanime decretatogli dai migliori pubblici d’Italia e dell’estero.

Films, come questo, che parlano al cuore e sono allestiti con tanto decoro, possono liberamente battere alla porta di ogni nazione, con la sicurezza di essere accolti trionfalmente e procurare nuovo prestigio all’arte italiana.

El Trono y la Silla – Tiber Film 1918

Il Trono e la seggiola - Tiber Film 1918
Oreste Bilancia, Yvonne De Fleuriel y Tullio Carminati (El Trono y la Silla – Tiber Film 1918)

Intérpretes principales Yvonne De Fleuriel y Tullio Carminati.
Puesta en escena por Augusto Genina

Argumento
En uno de esos pequeños reinos que parecen destinados únicamente a favorecer a los autores de operetas, para que puedan inspirar en ellos las tramas de sus frÍvolas creaciones, se desarrolla la interesante acción de esta sátira cinematográfica.

En la riente capital de un minúsculo reinado vivÍa una existencia feliz, pero monótona el prÍncipe Lindo, educado con esmero como corresponde al que debe ocupar un trono y regir los destinos de una nación, por pequeña que sea. Alternaban su educación, los sports, las leyes, los idiomas y los problemas de actualidad en el horizonte internacional, amenizado con la relación de las fantásticas proezas de alguno de sus antepasados, cuyas gloriosas hazañas ya sabía de memoria el aburrido príncipe.

El preceptor de su alteza no le dejaba un instante solo. Un enjambre de criados no le dejaban un momento para que pudiera seguir únicamente los impulsos de su voluntad. Salía de caza y tal instante le rodeaban los guardabosques. Si erraba el tiro un guarda le llevaba corriendo un conejo oculto a prevención y muerto de antemano para satisfacer su vanidad diciéndole que había cobrado una pieza magnífica. Pero le príncipe comprendiendo todas esas maniobras, sonreía amargamente al ver el ambiente de adulación y mentira que le rodeaba.

En la calle, en los salones, en todos los lugares que frecuentaba en busca de distracción, su linaje le hacía tan visible que en vano intentaba pasar desapercibido y gustar un momento de vida como los demás hombres.

Las mujeres no se rendían a su amor, sino a la vanidad de ser llamadas « la amante del rey » y al advertirlo, el príncipe Lindo experimentaba una amarga decepción.

Faltaba poco tiempo para que Lindo fuera elevado al trono y quería antes visitar libremente una gran ciudad donde nadie le conociese, para poder vivir con relativa libertad. Solicitó del regente la debida autorización y éste como extraordinaria concesión, le permitió salir unos meses de la corte pero acompañado de su preceptor, el duque de Mieditis, cuya prudencia y moralidad era una garantía de la seguridad del egregio heredero de la corona.

Por fin de incógnito salió Lindo hacia el país del arte y del sol Italia y su capital: Roma. La fatalidad quiso que también en el mejor hotel de la ciudad le conociesen. Immediatamente ordenó trasladarse a un hotel de menos lujo, en cuya tranquilidad y menos ceremoniosa etiqueta, halló un sitio ideal para establecerse. Se inscribió en el libro de viajeros como pintor y a su preceptor, como revendedor de pipas de yeso.

En la Plaza de España, unas vendedoras de flores le asaltaron ofreciéndole su mercancía. Lindo eligió varios ramos que le brindó la mas hermosa de todas y los entregó a su secretario que para no llevarlos hasta el hotel, los dejó caer al suelo lo que dio motivo a una pequeña disputa entre las vendedoras que terminó con la intervención de Lindo que ayudó a recoger del suelo las flores para depositarlas de nuevo en el cesto de la hermosa florista.

Encantado de la belleza de aquella hermosa hija del pueblo, el príncipe le ruega vaya a su estudio pero ella se disculpa diciéndole que debe volver a Sora, su pueblo.

Obsesionado por la idea de no perder aquella mujer, que tan bien se ajustaba a su carácter franco y jovial, el príncipe se trasladó a Sora para asistir con su preceptor a las fiestas del típico pueblecito. En aquel ambiente de calma, contemplando la sencillez de la vida pueblerina, Lindo sintió con más fuerza que nunca su amor a la vida sin cortesías hipócritas y sin dobleces cortesanas. Como se ajustaban al ideal de su vida aquellos panoramas inmensos y aquellas mujeres realmente hermosas sin secretos de tocador…!

Pero no falta el clásico drama de celos, que amenaza con destruir la felicidad del príncipe. Chicanito, un pretendiente al amor de Cecilia, disgustado por las atenciones que esta dispensa al príncipe, en cuya compañía está paseando, le amenaza con que deje en paz a la joven y abandone el pueblo pues de lo contrario, el joven campesino le indica con una resuelta mirada que la pasará mal.

El viejo preceptor aconseja al príncipe que deje la aventura, puesto que no puede responder que los mozos del pueblo la emprendan con ellos a palos y pedradas. Pero Lindo le contesta que no le parece proprio de un príncipe de sangre real el huir cobardemente y se apresta a defender a la joven de las amenazas de su novio. Este, furioso, intenta herirla, pero el príncipe la protege con su cuerpo, por lo que a pesar de lo rápido de la agresión, Cecilia solo recibe una pequeña herida en un brazo. Lindo, rechazado a los más atrevidos, logra encerrarse en una casa a la que los mozos del pueblo prenden fuego. Pero él salta por la ventana y tomando un caballo sin ensillar que por allí pacía, emprende vertiginoso galope con Cecilia salvándola de una muerte cierta a manos de los mozos del pueblo, enfurecidos y rencorosos.

Huyendo del bullicio y en busca de la calma, Lindo e Cecilia seguidos del preceptor, se han aposentado en un pueblecito de pescadores donde pasan el día pescando y haciendo excursiones y la noche paseando a orillas del mar silencioso y desierto.

Un día, mientras Cecilia y Lindo se bañan en el mar, se recibe del Reino un telegrama urgente: Lindo ha cumplido los 20 años y ha llegado el momento de hacerse cargo de sus deberes de monarca. Grande sorpresa de Cecilia al enterarse que Lindo es un Rey, pero él, triste y desesperanzado, le contesta que verdaderamente él es un Rey, pero en ello no tiene culpa ninguna…

(…)

Su disgusto con los deberes  de la investidura real, llega a su colmo cuando ve que sus ministros le quieren imponer bajo pretexto de la situación internacional una esposa tan fea come la hija del Rey Mecenas, que él rechaza en el acto.

Para poder realizar sus propósitos, Lindo elige el día de una solemne sesión en el Senado y cuando lo buscan para abrir la sesión y le entregan un mensaje en el que debe decir que ve con agrado la boda con la hija del Rey Mecenas, desciñe su espada, se quita la corona y libre ya de los emblemas de su alto cargo, los coloca sobre un montón de libros de modo que parezca que aún se halla sentado en la silla, y abandona la sala saliendo secretamente de palacio, dejando la sesión sin presidente, a la Corte sin mensaje, al país sin Rey!

Pero acude a llenar de alegría el corazón de Cecilia…

Días después, teniendo sobre sus rodillas a Cecilia, el ex-Rey lee alegremente la notizia de su muerte, único pretexto que la corte ha podido hallar para disimular su fuga, saludando en el relato a las exequias de su vida de Rey, la nuova vida de amor empieza a sonreírle.

Il focolare spento – Film Genina 1925

Il focolare spento Film Genina 1925
Lido Manetti e Rina De Liguoro nel Focolare spento (1925)

Al Supercinema di Roma, marzo 1925. Il sublime amore materno che tutto dà e nulla chiede, alla cui felicità basta il sapere felice il figlio; l’eterno distacco dei figli dal focolare, al cui calore son diventati grandi e forti, per correre le strade del mondo e della vita, e ritornare, infine, stanchi e delusi, a riaccendere la buona fama familiare, a continuare la necessaria vita, a risoffrire il dramma dei genitori: ecco il tema che il Genina svolge in questo suo film Il focolare spento, che egli ha dedicato a sua Madre.

Tema certamente non nuovo, come non sono nuove le eterne passioni degli uomini; ed il cui contenuto, essenzialmente psicologico, offriva delle grandi difficoltà ad uno svolgimento cinematografico; difficoltà che il Genina ha superato con grande senso di arte e un’estrema sobrietà di mezzi.

Non si può raccontare brevemente la tenue trama del film, senza sciuparla, senza disperdere il valore di commozione ch’è dato dai significativi episodi e dall’intelligente taglio dei quadri: basti l’accenno fatto nella enunciazione del tema.

Una lode incondizionata va data agli interpreti: Jeanne Brindeau, che ha espresso il commovente amore materno; Rina de Liguoro, un’ammaliante sirena del palcoscenico; Ketty Boni, la custode del fuoco domestico, che domum manti, lana fecit; il Tedeschi, che ha creato un perfetto tipo di affettuoso vecchio amico di famiglia; il Cocchi, molto a posto ne “il padrone”. Lido Manetti, “il figlio”, avrebbe dovuto accentuare il distacco del suo spirito dall’affettuoso richiamo familiare; ma il Genina, pago forse di sviluppare il suo personaggio di “primi piano”: la Madre, non ha altrettanto curata la parte assegnata al figlio, la cui azione appare discontinua e non chiarissima.

Un commosso palpito di poesia pervade tutta la vicenda umana realizzata dal nostro valoroso Genina, che rivela, in questo film, la sua qualità di sicuro e profondo conoscitore dei cuori umani.

Mario Magic
(Il Corriere Cinematografico)