La polemica per il Dante

Dante nella vita dei tempi suoi visione storica di Valentino Soldani

Brochure originale del film, Istituto di Edizioni Artistiche I.D.E.A. – Fratelli Alinari, Firenze. Tipografia L’Arte della Stampa, Succ. Landi

Roma, agosto 1920. Lettera di Valentino Soldani in risposta al senatore Benedetto Croce, ministro per l’istruzione.

Ero in giro quando fui colpito, quale istigatore a delitto, da Benedetto, filosofo per censo e ministro per filosofia, Croce.

Torno a Firenze e trovo sul Nuovo Giornale la escussione de’ testi già inoltrata. Facciamo un po’ di sosta. Decapitato dal Senatore Ministro, come un San Miniato qualunque io porto la mia testa in mano, pronto a gettarla io stesso in pasto ai cani.

La buonanima di Ferravilla ha già creato quel prodezzoso Tecoppa che fa accoppare dai frequentatori d’una bettola di Porta Ticinese il povero diavolo il quale tenta rimproverargli un’estorsione subita. E per fare accoppare il malcapitato che ha ragione, Tecoppa strepita a’ suoi colleghi d’osteria che colui: ha detto male di Garibaldi.

Se non ci fosse stato il Tecoppa ferravilliano, Benedetto Croce avrebbe avuta ‘na bbella penzata ad accusare il comitato fiorentino di voler metter Dante in cinematografo per le donne e i ragazzi.

Ma Tecoppa c’era prima e Benedetto Croce ha fatto una meschina figura e Ugo Ojetti, è tratto in errore non so da chi, né come, quando narra che una Società Cinematografica non solo non chiedeva denaro, ma ne offriva a certe condizioni.

M’importa chiarire questo fatto, anche perché, la Società in parola essendo artisticamente diretta da me, non mi capiti di essere fatto senatore per… censo e un giorno o l’altro — si sa, i Ministri cadono — non mi capiti di fare il filosofo e precedere il posto di Ministro.

Io, dunque, non offrivo denaro; ma semplicemente proponevo un po’ di collaborazione ai festeggiamenti.

Mi spiegherò con due esempi:

1° Occorreva al Comitato fiorentino fare un cartellone per bandire le onoranze in tutto il mondo?

— Ne occorrevano due, tre, dieci, anche per lanciare la film.

I premi del concorso indetto dal Comitato fiorentino potevano essere triplicati col nostro aiuto e noi avremo avuta amplia scelta per vari cartelloni, e i concorrenti avrebbero avuta maggior soddisfazione morale e pecuniaria.

2° Si parlava di feste coreografiche al cui pensiero tanti bene pensanti inorridiscono, impallidiscono e tremano?

— Noi, finito il nostro film, avremmo messo a disposizione del Comitato fiorentino, una ricostruzione di Firenze trecentesca sopra un’estensione di più che sessantamila metri quadri, migliaia di costumi esattissimi, attrezzi, strumenti, apparati, per questa parte coreografica.

La società costituita con mezzi ingenti per questa aborrita cinematografia, intendeva, solo per secondare la mia iniziativa, così a far più vasto il programma dei festeggiamenti. Altro che far cose per donne e ragazzi!

Però… però…

Adagio anche su questo.

Giorni or sono mi sono fermato in San Frediano — dico: San Frediano — ove un fitto agglomeramento di gente del popolo di quel quartiere, faceva cerchia intorno ad un uomo. E questi notissimo in Firenze ed ha ancora, nel suo modo di stare col pubblico qualcosa dell’antico cantastorie, qualcosa del rapsodo antichissimo. Egli spaccia le sue merci; ma prima parla al popolo di temi diversi; e sovente domanda agi ascoltatori stessi il tema da scegliere.

Una donna, con la prestezza delle popolane nostre chiese al rapsodo:

Dante!

E il rapsodo della piazza parlò del Poeta del Paradiso. E ne parlò con parola facile e piana, con una competenza da far pensare; senza errori di San Pietro Scheraggio, lui, non Ministro.

E disse e citò versi. E quei popolani di San Frediano — dico: San Frediano — stettero attenti e commossi, sentendo qualcosa di più puro che le maldigeste dottrine sociali volare sopra le loro teste. E comprarono moltissimi, un canto della prima Cantica che il rapsodo vendè.

Molti si compiacquero nel nome di Dante, come gli antichi, forse in nome di un Dio tutelare o di un Santo…

Ah! Quell’uomo in quel momento sopra quella folla, fece bene più, assai più di quanto non sappia farne un Ministro per censo!

Sì, lo so! Parafrasando la celebre risposta di Dante al buffone, il Ministro filosofo mi potrebbe rispondere del rapsodo:

— Perché egli è più de’ tuoi che de’ miei!…

Un momento, Eccellenza! Come filosofo potrebbe darsi che aveste ragione; ma come Ministro dell’Istruzione di un popolo, avete torto, torto marcissimo! Bisogna conoscere l’anima del popolo che si pretende ministrare; se no, se si ha dignità, si torna a casa a far il filosofo ed anche Senatore per censo.

Tanto più quando, come Ministro dell’Istruzione, dopo aver affermato ad illustri stranieri ch’essi non hanno forse mai letto Dante… si vanta come bbella penzata, degna del nome di Dante, il restauro di San Piero Scheraggio che io farò per il mio film…

Ah! se la mia ditta fosse americana un suo amministratore, certo direbbe al Ministro della Istruzione:

— Noleggiatemi pulpito vero, per mettere esso in chiesa non vera. All right! Buono per réclame! Quanto costa? Non chiedete eccessiva moneta; Italia molto indigente! Basta pochi dollari.

Grande misfortuna per Dante! anche dopo morto nascere in un paese così estremamente povero. Aoh! Grande misfortuna!

Valentino Soldani

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Suzanne Grandais à Berlin

Suzanne Grandais

Suzanne Grandais

23 Août 1913. Ce fut un événement pour le monde cinématographique et une sensation pour le “Tout Berlin”, lorsque la nouvelle se répandit comme une traînée de poudre que Suzanne Grandais était venue personnellement à Berlin pour assister à la première de ses deux nouvelles créations: Chacun sa destinée et Intrigues amoureuses.

D’abord, cette apparition à Berlin devait se passer incognito, et voilà pourquoi tout a été évité qui pût attirer l’attention, circonstance qui certainement a continué que Suzanne Grandais n’a été vue que par peu de personnes et interviewée par encore moins de personnes.

Pendant le spectacle, l’artiste était assise dans une loge de côté pour pouvoir suivre avec d’autant plus d’attention l’effet des différentes scènes sur le public et étudier les particularités de la projection. Mlle Grandais était accompagnée de M. d’Auchy, qui a conçu la plupart des scénarios de la série, ou qui les adaptera éventuellement. C’est lui aussi qui s’est chargé de la mise en scène. Dans la loge, se trouvait également le second metteur en scène, car lui aussi était appelé à juger de l’effet.

Grâce à l’amabilité de M. Graf, directeur de la Compagnie cinématographique allemande Dekagé film, en autres termes, qui s’est assuré le concours de Mlle Suzanne Grandais, un collaborateur de la Projection, M. von Frankenstein, a été présenté à la célèbre artiste et a pu s’entretenir avec elle quelques minutes au bureau de la direction des Kammerlichtspiele le cinéma qui avait organisé la représentation. Renonçant à l’habituel jeu des questions et des réponses de l’interview, nous n’entendons reproduire que les faits principaux de l’entretien, dit notre confrère, puisque Mlle Grandais a gracieusement  répondu à toutes les questions. A cette occasion, il a été possible aussi de constater que Mlle Grandais n’est pas seulement une célèbre artiste cinématographique, mais aussi une véritable beauté. D’une grandeur moyenne, elle joint à une rare élégance une admirable souplesse des mouvements, ce qui, d’après ses propres paroles, est incontestablement le fruit de son entraînement sportif. Elle est venue , non sans inquiétude, à Berlin, puisque quelques semaines avant la première prise de vues, elle avait été désarçonnée, ce que la gênait quelque peu. Elle croyait donc que son jeu s’en ressentait également et était très agréablement surprise de n’en rien retrouver dans le film. Qu’en France on était habitué à des applaudissements aussi vifs que répétés — résultat de la vivacité de ses compatriotes —mais qu’elle n’aurait jamais cru possible autant d’enthousiasme de la part  des Berlinois et particulièrement des Allemands, dont on se plaît à reconnaître une certaine tendance à la lourdeur. Elle voit dans ce fait un nouveau stimulant, puisqu’il a fourni la preuve que son art cinématographique lui a valu une célébrité internationale, alors qu’auparavant elle ne croyait pas pouvoir dépasser les frontières de sa patrie. Et précisément le film est, comme nul autre moyen, appelé à porter au loin la renommée d’un artiste, dès qu’elle se voue avec un enthousiasme irrésistible à cette mission vraiment belle et hautement intéressante.

Il était très intéressant, dit notre confrère ne matière de conclusion, de suivre, au milieu de l’entretien, le jeu de physionomie de l’artiste et surtout l’éclat de ses yeux, qui, sous le chapeau aux larges bords, se détachaient vigoureusement de sa figure classique, si connue, si aimée de tous les publics qui savent, chaque fois qu’elle paraît sur l’écran, exprimer leur sympathique admiration.

(Tiré du journal berlinois La Projection)

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Frou Frou – Bertini Film 1918

"Frou-Frou" Bertini Film edición Caesar Film 1918

“Frou-Frou” Bertini Film edición Caesar Film 1918

Barcelona, Agosto 1918. Se pasó de prueba en el teatro Eldorado la película Frou-Frou, primera de la marca Bertini — edición Caesar — interpretada por la célebre artista italiana Francesca Bertini, magníficamente acompañada por Gustavo Serena, Cia Fornaroli y Guido Trento.
Toda la suntuosidad y buen gusto que sabe poner la Caesar en sus producciones se manifiestan de nuevo en ésta última, sirviendo de marco a la labor prodigiosa de la Bertini, que cada día nos sorprende con un nuevo y acabado alarde de dominio escénico.
Frou Frou es una cinta de precioso argumento, basado en la homónima comedia di Meilhac y Halévy, y maravillosos efectos realzados por una interpretación irreprochable, que gustará muchísimo.

FRANCESCA BERTINI

¿Quién es esta mujer, cuya figura es ya una obsesión de nuestros ojos?

Es más que una mujer una encarnación del dolor de su época, porque siempre il mito y la leyenda encarnaron el dolor en figuras de mujer. La Bertini es una mujer que sufre mucho, que sufre con exceso, que se cae bajo el peso del sufrimiento. Se nos hace más conmovedora porque sufre con un rostro tan delicado, tan suave, de tan puro perfil dramático que el dolor se ceba en su belleza.

Verdaderamente el rostro de la Bertini sabe revelar el dolor más distinguido, de más puros rasgos, y, contemplándolo, se piensa con miedo en la voluptuosidad de las multitudes al verla sufrir como deshaciéndose bajo una caricia áspera que la besa atormentándola y goza extasiándose de verla desfallecer, más bella en esas perezosas y lánguidas expresiones del dolor para las que ella se prepara tanto, vistiendo trajes negros, que sientan bien a su figura doliente, y para los que agudiza sus escotes; como si sus escotes hicieran más seductor el sufrimiento.

La Bertini, enervada por el dolor, es de una belleza que se comprende embriague a las multitudes. Se desea que resucite y vuelva a morir y que vuelva a resucitar. Es la mujer irresistible, inolvidable, detrás de la que correrán todos sin poder escapar a su hechizo de viuda joven empalidecida por el dolor y refinada por el misterio.

Francesca Bertini, sin embargo, no es esa sombra vaga y fantástica que parece. Es una mujer alegre, sonriente, que yo conocí cuando empezaba su carrera artística en Nápoles, donde se distinguía más por su belleza que por su arte. Los poetas italianos, perturbados por esa cosa ágil y cimbreante que hay en ella, la llamaban « madonnine diaboliche » y todos aspiraban un poco a morir por ella.

No se conocen de ella anécdotas portentosas, y se piensa que debiera estar mezclada en la vida real a los terribles y violentos dramas pasionales, a las sangrientas historias de las películas. Parece que deberían llegar a los mares Tirreno y Adriático los yates más espléndidos, trayendo a los grandes señores ansiosos de conocerla; y sin embargo, la Bertini está lejos de esto. Es una mujer sonriente, elegante, que en las ciudades italianas es como la encarnación de un mármol más pulido que otros mármoles, con esa delicada belleza italiana, con esos rasgos de ensueño que hay en casi todas sus mujeres. Mujeres que indudablemente han tenido una influencia importantísima en sus Leonardos y en sus Donatellos.

La Bertini tendrá anécdotas; pero las anécdotas de la Bertini serán alegres, pacíficas, porque su belleza y su buena fortuna aseguran su posición.

Hoy la Bertini trabaja incesantemente, la última carta suya que he recibido tiene algo de desaliento y deja ver en su rostro algo de ese vencimiento de dolor que hay en esos retratos que me dedica con una letra cuyos rasgos recuerdan los de Lyda Borelli, la otra bella mártir del dolor escénico.

Es que la Bertini necesita sostener la expresión de angustia en su rostro durante largas sesiones, que a veces duran todo el día y luego le queda el surco imborrable de ese dolor, imitado con tanta insistencia, y el cual no puede arrastrar consigo la vaselina con que de noche se quita el maquillaje del rostro.

Ella se ofrece en sus películas que es como si se ofreciese multiplicada, haciendo un esfuerzo imposible, para que se celebren funciones con cuyo importe se alivie la suerte de los heridos, de las viudas y de los huérfanos. Una de estas funciones, dada en Roma, ha tenido el interés de que asista a ella la Bertini en persona.

El público ha podido comprobar la realidad, ver el relieve y la vida de la mujer que se le presenta como algo irreal, como un enigma a la par próximo y lejano.

Ella, después de contemplar en la sombra de la sala su rara duplicidad, su desdoblamiento, de verse como ajena a sí misma, se ha visto aplaudida de modo delirante. Los periódicos dicen que la Bertini « saludó con lágrimas en los ojos » a ese público conmovedor, comprometido en la guerra, que acudía al llamamiento de la caridad, y que tal vez no aplaudía a la Bertini, sino a toda el alma que había dado en aquellas otras mujeres que vivían de su vida, desprendidas de ella en la progresión del cinematógrafo.

Colombine

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Ti presento un’attrice: Soava Gallone

Soava Gallone 1913

Soava Gallone 1913

Roma, Agosto 1913

Caro Gigi,

Qualche anno fa, quando io scrivevo per il teatro e Lyda Borelli, quasi ancora bambina, faceva l’attrice giovane in non so quale compagnia, e tutti dicevano che era soltanto bella, tu mi hai stampato, su questa Scena di Prosa, un articolo che ne prevedeva il successo e l’ascensione.

Sono stato allora così buon profeta da essere tentato di ricominciare. Per l’attrice, che presento a te ed ai tuoi lettori, questo precedente ad ogni modo deve valere come un augurio.

Ho scoperto Soava Gallone (la mia attrice è polacca d’origine e nel suo idioma significa gloria) durante il coraggioso esperimento di teatro a sezioni, che Lucio d’Ambra e Achille Vitti hanno fatto con tanta fortuna alla Sala Umberto qui a Roma.

La Sala Umberto è vicina al Sindacato dei Corrispondenti e, la sera, molti giornalisti vi si davano convegno e vi sono capitato anch’io, ad una prima di Anima allegra. Lola era la Gallone, che non conoscevo nemmeno di nome. Quando è entrata in scena, mi è sembrato che entrasse con lei come una ventata di allegria. E durante due atti — la commedia era stata ridotta a due atti — la piccola attrice ha personificato in sé mirabilmente la gioia di vivere, con la freschezza dei suoi testi, il riso dei suoi occhi e la vivacità della sua voce. Si comprendeva che le erano ignoti tutti i clichès della scena, e che recitava come viveva. Non recitava, anzi; diceva soltanto, ma tutto si vivificava ad ogni parola e si trasformava ad ogni suo atteggiamento. Gli spettatori, quando la Gallone ha descritto le nozze e le danze dei Gitani, hanno veduto così precisamente, che un grande applauso è scoppiato all’improvviso, e l’attrice s’è arrestata senza fiato, come atterrita da quell’espressione veemente di consenso.

Era la prima volta, credo, che la Gallone recitava al Teatro per tutti. Era stata anche all’Argentina, ma per supplire un’attrice giovane nell’Aigrette, diventata repertorio, e i critici non se ne erano accorti. All’Umberto ha replicato per tredici sere, mi dissero, Anima allegra, e con molto successo. Doveva aver lasciato nelle sere seguenti un po’ di quella timidezza, che l’aveva sorpresa la prima volta, dopo l’applauso e scena aperta, venuto a persuaderla che ella non viveva veramente la sua vita, ma ne rappresentava un’altra sopra una ribalta.

Ho risentito la Gallone nell’Amico di Praga. Aveva ancora un po’ di paura del pubblico, ma qui il panico le stava bene, come uno di quei vestiti che ella porta sulla scena, e nella vita, con tanta eleganza. C’era da domandarsi se lo smarrimento, che leggevamo nei suoi occhi, e sentivamo nella sua voce, fosse soltanto un artificio: voleva venir meno o mancava? I miei amici, che erano in teatro, critici e autori drammatici, o squisiti intenditori d’arte, come Primo Levi, convenivano, tutti, che si trattava d’un’azione riflessa, e la lodavamo.

La differenza fra la donna che vive e quella che recita consiste in questo, che la seconda sa già dove la commedia od il dramma andranno a finire, la prima si atteggia cioè secondo mille sentimenti diversi; la seconda invece è dominata da quello che deve avvenire, ed il suo movimento ci sembra perciò più diretto allo scopo scopo e più intenso. Prendiamo l’Amico: ma Renata della vita doveva sperare, entrando nella casa dell’amante defunto, di riavere le sue lettere. La Gallone come Renata sa invece che il marito le avrebbe aperte, e dal momento in cui appare in scena brividi mortali passano nel suo piccolo corpo, come scintille nelle notti di tempesta lungo i fili elettrici. Dall’inizio del dramma essa ne comunica così l’ansia a chi l’ascolta; ma non lo fa, sapendo di rappresentare, si bene illudendosi di vivere.

Qualche giorno dopo la Gallone ha interpretato una commedia di Cottini di cui non ricordo il titolo. Due ragazzi fuggiti di casa per sposarsi, e inseguiti dai parenti, si rifugiano presso uno zio prete, il quale li aiuta a eludere uno Sherlock Holmes da strapazzo. Teatro sì, forse, arte no. Ma che delicata miniatura ha fatto la mia attrice di una ragazzina fra ingenua e furbesca, un po’ Pamela e un po Colombina, che ama e che sa, ma che trema ancora d’innanzi alla vita che le si rivela! C’era in ogni suo gesto una grazie minuta, una novità di accenni e di passaggi, e un gusto dell’atteggiamento che mi hanno sorpreso, come per miracolo.

La signora Gallone, che traduce le commedie dei nostri autori in polacco e che ha fatto tenere per molti giorni il cartellone a Varsavia alla Buona figliuola di Sabatino Lopez, è una delle interpreti della Cines. Lavora tutto il giorno e non si può dunque credere che abbia trovato il tempo di studiare le parti con un amore che le altre attrici non possono sempre avere, oppresse come sono dalle necessità di far nuovo e di prendere la curiosità del pubblico con una nuova trama. Del resto, al Teatro per tutti, per forza di cose, le commedie si mettevano su con due prove.

Non si tratta dunque evidentemente di interpretazioni riuscite per eccezione, a furia di studiare di stento. C’è nella Gallone, oltre alla coltura, che l’aiuta ad osservare, un intuito ed una grande passione per il teatro, un’ardente passione che attira fuori dei fondi monocromi delle films, questa Tanagra giovinetta, alla ribalta, dove i suoi capelli fiammanti, il grigio dei suoi occhi, il pallore e le vampe del suo volto (la Gallone non si trucca mai) diventano mezzi di emozione, come certi colori scelti, ed opportunamente  accompagnati nelle tele di Böcklin e in quelle di Carena. La Gallone certo non è una istintiva, come quasi tutte le nostre attrici, ma il suo sforzo per recitare le sensazioni con gli elementi essenziali è favorito dal temperamento e non si scopre mai.

Ora se i critici l’hanno notata, pur nelle pochissime interpretazioni dell’Umberto, la Gallone passerà presto dai piccoli esprimenti al grande teatro e farà la sua strada. Lasciami l’orgoglio di averla presentata per la prima volta a te, mio buon Gigi, ed ai lettori della tua Scena, così cara alla mia memoria.

Voglimi bene. Tuo aff.mo.

Tullio Giordana

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Nelly Carrère

"È passata una nuvola" (Flegrea Film 1918) soggetto di Nelly Carrère

“È passata una nuvola” (Flegrea Film 1918) soggetto di Nelly Carrère

Paris, Jeudi 13 Août 1925. J’ai reçu hier le douloureux télégramme suivant:

Frascati, 8 h. 10. Pauvre femme morte subitement. Profondément atteint. Affections. — Jean Carrère.

Le deuil qui frappe l’un des plus brillants collaborateurs de Comœdia, mon vieil ami Jean Carrère, et qui s’abat comme la foudre sur sa maturité rendue fragile par une récente et grave maladie emplira d’affliction, à Paris comme à Rome, de nombreux et fidèles esprits.

Nelly Carrère était une personne des plus distinguées et des plus agréables de ce qui fut la belle société d’avant-guerre. Eprise d’art, de belles-lettres, autant que de diplomatie et de politique, elle était restée en relations avec tout ce qui fréquentait le Quirinal et le Vatican, le palais Farnese et la villa Medicis, Florence et Naples, Milan et Venise, les journaux et les éditeurs italiens, amis ou adversaires de la France.

Chez les premiers, elle entretenait avec foi ardente et une persuasive habilité l’attachement à une cause parfois difficile à défendre; chez les seconds, elle dissipait avec clarté les amertumes, dissolvait avec rondeur les méfiances et changeait, pour le moins, en indifférence calmée ce qui la veille était une irritation en armes. En Nelly Carrère, la France eut en terre italienne, pendant plus d’un quart de siècle, le plus perspicace, le plus actif et le plus séduisant de ses missionnaires. Auparavant, son salon de Paris avait été le rendez-vous le plus élégant et le plus disert de la meilleure société artistique et politique. A Rome, ce fut mieux. Elle présidait avec goût au cercle diplomatique et littéraire qui, pardessus les Alpes — comme s’il n’y eût pas de frontières — réunissait via Boncompagni les natures les plus curieuses et les talents les plus vigoureux: Verga et D’Annunzio, la Duse et Zacconi, Boito et Puccini, Perosi et Leoncavallo, Mussolini et Rampolla, Boni, le regretté directeur des fouilles di Forum, et Tittoni, Maurice Barrès et Pierre Loti, Burnetière et Jaurès, Frédéric Mistral et de Mon, Coppée et Adrien Hébrard, Carolus Duran et Albert Bernard, etc., tous le noms et les plus pures gloires, dans que cependant des esprits moins doués fussent accueillis avec une grâce inégale. Pas un Français, en effet, ami ou simplement curieux de l’Italie, pas un italien, épris ou non de la France, ne s’adressait vainement, pour le plus petit renseignement ou pour la moindre clarté, à Mme Jean Carrère. Tantôt c’était un auteur français qu’elle traduisait pour le plaisir, dans un but de propagande patriotique, et tantôt un auteur italien dont elle voulait faire apprécier en France le suc savoureux. Comœdia, il y a huit jours, publiait la dernière traduction faite par Mme Carrère: une étude de Carlo Ratti sur le Pape et les belles-lettres. Brillante et informée, elle avait de nobles amitiés auxquelles le malheur la vit toujours fidèle. A travers une activité qui ne se démentait pas et qui allait jusqu’à une fébrilité inquietante, elle gardait l’équilibre d’une raison et d’un jugement que parait toujours une sensibilité charmante. Les grâces de la femme ne souffraient point chez elle des qualités sérieuses qu’elle possédait et qui, nourries par un travail quotidien acharné, finissaient par être la justesse et la convenance mêmes.

Atteinte d’une maladie de cœur qu’elle savait implacable, Mme Jean Carrère avait coutume de passer l’hiver à Rome et l’été à Frascati. C’est là qu’elle est morte, succombant sans doute è une de ses crises violentes et douloureuses dont je fus le témoin sous les pins parasols majestueux du Pincio. Il faisait un soleil splendide: c’était l’heure de midi. Rome baignait dans cette lumière qui n’est qu’à elle. Du landau grand ouvert où elle s’abritait, enveloppée dans de longs voiles et dans d’élégantes fourrures, Mme Jean Carrère fixa l’horizon du côté du Nord: « Vous allez partir, mon cher ami, vous allez regagner la France, notre beau, notre unique Paris… Je voudrais tant ne pas mourir sans les revoir. »

Dans l’émotion du souvenir, une crise se déclara. Il fallut la ramener chez elle avec tant de précautions qu’un moment celles-ci nous parurent inutiles.

Son vœu le plus cher n’aura pas été exaucé… Si les meilleurs enfants de France meurent ainsi sur la terre étrangère c’est, sans doute, qu’un destin mystérieux a fixé, hors de la patrie qui fut leur culte, le tarme de leur doux et lumineux apostolat.

Gabriel Alphaud
(Comœdia)

***

Roma, Agosto 1918. Nelly Jean Carrère, autrice di pregevoli opere letterarie che hanno conferito non a lei, ma al suo nome di battaglia, una solida fama, si è rivelata da qualche tempo — pur non mancando di dedicare tutte le sue energie di collaboratrice ad una delle più forti rappresentanze giornalistiche della Francia nostra sorella — una, diremo così, soggettista cinematografica di primissimo ordine; qui, la parola soggettista non va intesa nel deplorato senso oggi comune a tanti disgraziati mortali che fra una pausa e l’altra delle quotidiane abitudini hanno presa quella non mai abbastanza vituperata di servire per la scena muta sicuri di offrire all’industria cinematografica l’omaggio di rari gioielli, sì bene nel senso di una vera ed originale animatrice di quel genere d’arte, al quale non manca che… la parola per essere celebrato in quella forma più nobile che è il teatro drammatico. Così ella, dopo aver ricondotto nel mondo delle ombre le immortali figure di Paolo e Virginia e di Mignon, le quali appariranno più in là dinnanzi ai nostri occhi soffuse di tutta quella poesia onde si sono venute attraverso la leggenda, poiché sembrano creature impalpabili, nate dal sogno, ha dato allo schermo questo ultimo lavoro: È passata una nuvola, il quale ha pregi di originalità non comuni e certo costituisce per suo contenuto un passo sicuro verso quel nuovo indirizzo al quale ci sforziamo di far pervenire la produzione cinematografica italiana.

È passata una nuvola è un soggetto senza amore e senza morte, così, l’autrice afferma, ma l’amore c’è pur senza apparire, c’è nella vita e nel destino dei due personaggi principali — Dorina e Roberto — c’è nel precedersi logico di tutte quelle azioni che culminano nella felicità di due esseri fatti per intendersi, per accumularsi nella lotta contro quelle barriere che ci nascondono, che ci privano di orizzonti tante volte sognati e che mai raggiungeremo se la nostra volontà non saprà vincere.

Dirà il pubblico dell’esecuzione di questo lavoro. Tuttavia la Xeo cui è affidato il personaggio centrale del dramma è una sufficiente garanzia del successo. Ella è un’attrice che disdegna i lenocini della posa per conferire alla recitazione quella semplicità e quella verità alle quali sogliono improntarsi le azione reali della vita.

Più che arte la sua è manifestazione fedele di quei diversi stati, stati attraverso i quali passa l’umana coscienza. Sorprendere con un mezzo meccanico la nostra anima, non diversamente del come riusciamo a sorprendere i vari giuochi di luce nel mondo esteriore, equivale a riprodurre esattamente la verità. Tutto il resto non può sembrarci  che convenzionalismo, che imitazione. Ecco il credo di colei cui Nelly Jean Carrère ha affidato con fiducia grande il proprio lavoro. Il quale ha per altri non meno efficaci interpreti: il valoroso Dillo Lombardi, Amo Riccioni, un primo attore di qualità e la Elsa Villanis, nuova recluta dell’arte cinematografica.

E se a questi nomi aggiungiamo anche quello di Enzo Riccioni per quanto riguarda la parte fotografica, ben possiamo trarne speranze ed auguri per la Flegrea Film, la nota Casa romana, che affermatasi sulla via del successo con veri capolavori come Graziella di Lamartine e Manon Lescaut, si colloca fra le prime.
(In Penombra)

 

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