Categoria: Cronologia 1925

La Littorio Film di Firenze 1925-1927

Società Anonima Littorio Film Firenze

Tracce di una Casa di Produzione.

Torino, 5 dicembre 1925. Diamo qui la fotografia di una giovane nuova attrice — Arquiria Petrucciani Pavia (1) — la protagonista di un nuovo lavoro cinematografico che, sotto la denominazione Littorio Film, si eseguisce in questi giorni a Firenze. La signora Arquiria Petrucciani Pavia sostiene, in questo lavoro della marca fiorentina, due parti: Assunta (attrice giovane) e Zì Concetta (attrice di parrucca) riuscendo ad ottenere singolari espressioni in tale sdoppiamento. Il film si intitola sentimentalmente L’ultimo addio ed il soggetto è stato dettato da Ferdinando Chianese. La direzione artistica è affidata a Totò Lo Bue. E quella tecnica e fotografica all’operatore Gabriele Gabrielian.
L’ultimo addio è una drammatica concezione cinematografica d’ambiente abruzzese  e napoletano, un film eminentemente passionale come la razza delle due regioni alle quali si è ispirato l’autore. Il film è pressoché compiuto e sarà prossimamente lanciato dalla giovane editrice fiorentina. Ma la Littorio Film ha in animo di non fermarsi a tale lavoro: ne prepara audacemente uno a sfondo storico ed uno di carattere passionale. Di entrambi è autore Ferdinando Chianese.
Noi auguriamo a questa Marca che ha nella sua troupe oltre alla signora Arquiria Petrucciani Pavia, un atto tedesco valoroso: il signore Oyertsching (2) che in L’ultimo addio è il primo attore, e un bimbo, Elio Cosci, pieno di simpatica e vibrante semplicità, tutto il successo che meritano le iniziative intraprese dai giovani.
E ci ripromettiamo di parlare più diffusamente di questa Editrice fiorentina non appena sarà ultimato il film che ha in corso di esecuzione.
(Il Corriere Cinematografico)

Portoferraio, 13 dicembre 1925. Concittadina che si fa onore nell’arte Cinematografica. Una figlia del popolo, la nostra concittadina Arquiria Petrucciani Previa (3), furoreggia nella Littorio Film di Firenze, quale prima attrice in doppia parte, nella produzione di una film che ha per titolo: L’ultimo addio.
La Petrucciani, or non è molto, ottenne il diploma dalla Casa Azzurri di Firenze, come artista cinematografica; e noi pure al Teatro Moderno assistemmo, entusiasti, alla presentazione della pellicola di prova, rilevando le qualità veramente artistiche della nostra concittadina.
Auguriamo sinceramente alla concittadina Arquiria una brillante carriera e la migliore delle fortune.
(Gazzetta Elbana)

Roma, 23 ottobre 1926. I pionieri di cui l’industria ha bisogno: Littorio-Film.
Sul Regime Fascista del 16 settembre fu pubblicato un articoletto illustrativo su di una casa di produzione cinematografica giovanissima, che ha preso il nome di Littorio Film: siamo in grado oggi di dare ampie informazioni su questa casa fascista a capo della quale sono tre valorosi giovani:

Ferdinando Chianese, volontario di guerra, quattro volte decorato al valore militare, cinque volte al valor civile; decorato della medaglia d’argento e medaglia di bronzo della Fondazione Carnegie, per atti di valore compiuti;
Rag. Antonio Viciani, volontario di guerra, ex ufficiale del R. Esercito;
Ottaviano Targioni-Tozzetti, ex-ufficiale legionario di Ronchi due volte promosso di grado da Gabriele d’Annunzio.

La Littorio Film, nata dal volere di questi tre giovanissimi fascisti, apre una trionfale strada alla rinascita del film italiano con un programma magnifico di produzione. È cosa necessaria fare presente a tutti i buoni fascisti l’esistenza di questa Società che avrà un avvenire splendido e terrà alto il nome d’Italia, sostituendo in congrua misura, nelle sale di proiezione, il film italiano a quello d’oltre Alpe e d’oltre oceano.
Per suo maggiore sviluppo la Littorio Film ha nominato un consiglio del quale fanno parte alte personalità politiche e civili. Hanno aderito con entusiasmo alla nobile iniziativa delle Littorio Film facendo parte integra del suo consiglio: l’on. col. G. A. Bassi, l’on. G. Bastianini, l’on. Carlo Scorza, l’on. Roberto Farinacci, il gr. uff. prof. dott. Giovanni Targioni-Tozzetti, il comm. Mario Carli, F. T. Marinetti, il comm. Plinio Nomellini, il comm. prof. Domenico Trentacoste, il gr. uff. Nino Donati, il comm. Giovanni Raicevich, il cav. uff. Francesco Baldi, Enrico Vidali.
L’Impero, Il popolo Toscano, Il Regime Fascista, il The Italian Mail, il Kines, hanno messo le loro colonne a disposizione della Littorio Film per la sua propaganda. Hanno avuto parole di plauso per la campagna iniziata da questi tre giovani, l’on. Prefetto della Città di Firenze per conto di S. E. Benito Mussolini; S. E. il card. Pietro Maffi, Arcivescovo di Pisa, il Card. Alfonso Maria Mistrangelo, Arcivescovo di Firenze ; S. E. mons. Giovanni Piccioni, vescovo di Livorno, l’on. Augusto Turati, l’on. Alessandro Melchiorri, l’on. Bruno Biagi, Emilio Settimelli, il Principe Filippo Corsini, il comm. Egidio Favi della Nazione, il comm. Franco Magrini.
La Presidenza del Littorio è stata affidata a due integerrimi uomini che molto hanno dato alla santa causa delle rivendicazioni italiane all’Estero ed in Patria con opere munifiche: il comm. Luigi Camera e il comm. Giovanni Repetto.
La Littorio Film ha per programma la produzione di film storici religiosi, di propaganda sanitaria d’ambiente e di carattere prettamente nazionale e patriottico, i cui soggetti sono appositamente scritti da Ferdinando Chianese e da Ottaviano Targioni-Tozzetti. Altri soggetti verranno dati alla Littorio Film dal poeta Giovanni Targioni-Tozzetti, da Mario Carli, dal poeta F. T. Marinetti.
Fra non molti giorni la Littorio Film comincerà la sua produzione con un lavoro di fine sentimentalità italiana in costume abruzzese: il soggetto con base altamente morale e mistica è stato ideato da Ferdinando Chianese e le didascalie scritte da Ottaviano Targioni-Tozzetti.
Noi salutiamo con giubilo la formazione della nuova casa di produzione e le auguriamo il più brillante avvenire.
(Lo Schermo)

Firenze, 15 novembre 1926 (notte). L’inaugurazione della sede della Littorio Film.
Quest’oggi, con intima cerimonia, si è inaugurata la nuova sede della Littorio Film in Firenze Via Pellicceria, 6.
Hanno mandato la loro adesione le seguenti personalità: On. Giacomo Acerbo; On. Carlo Scorza; On. Farinacci; Comm. Prof. Plinio Nomellini; Gr. Uff. Musso; Gr. Uff. Donati; il Console della Milizia Fascista Francesco Baldi; Comm. Prof. Trentacoste, Mario Carli; Gr. Uff. Targioni Tozzetti, Filippo Tommaso Marinetti; Comm. Giovanni Mechetti, Comm. Raicevich; Comm. Camera ecc.
(Il Popolo Toscano)

Società Anonima Littorio Film Capitale L. 5.000.000
Sede in Firenze – Via Pellicceria, 6 (Deliberazione dell’Assembla 17 Gennaio 1927)
Costituita in Milano con Atto Publico 6 dicembre 1926 – Registrato a Vimercate il 10 Dicembre 1926 – Assemblea del 17 gennaio in Roma per modificazioni Statutarie – Aumento del Capitale a Lire 5.000.000 – Trasferimento della sede da Milano a Firenze.
Uffici Direzione: Via Pellicceria, 6, p. 2, Firenze.
Stabilimenti Produzione: Via delle Panche, 57, Rifredi.

Note

1 e 2. Nell’atto di costituzione della Società di fatto (Firenze Ottobre 1925), il cognome è Petrucciani Puvia.
3. Nel contratto firmato a Firenze (Sindacato Regionale Toscano – Produzione Cinematografica, 25 ottobre 1925), il cognome e Ogertschnig. Altri interpreti del film L’ultimo addio sono: Natale Romoli, in arte Nino Altieri e Angelo Natali. Del film non è rimasta alcuna traccia, secondo la Banca Dati della Revisione Cinematografica (Italia Taglia).

Cinque anni di Cinematografo

La Fert riapre i battenti
Ottobre 1923

1923. L’Unione Cinematografica Italiana concludeva in quell’anno con un netto insuccesso la sua produzione triennale e, di tutte le altre Case, soltanto l’Alba Film stava preparando L’Arzigogolo, mentre la Lombardo Film si tirava su grazie alla “bellissima e simpatica” Leda Gys e le “visioni” di Napoli.

L’Anonima Pittaluga rilevò gli stabilimenti della Fert e si mise al lavoro, seguendo un coraggioso programma, con tre attrici: Diomira Jacobini, Pauline Polaire ed Elena Sangro; tre acrobati: Luciano Albertini (Sansonia), Domenico Gambino (Saetta) e Carlo Aldini (Ajax); il “gigante buono” Maciste; un “amoroso” Alberto Collo; e un “brillante” Oreste Bilancia. Come prima pellicola, venne scelto un soggetto di Giovacchino Forzano, diretto da Eleuterio Rodolfi: Il nipote di America, che richiese una traversata sul Duilio e parecchi esterni “dal vero” a Genova, Napoli e New York. La prima serie comprendeva inoltre Saetta impara a vivere di Guido Brignone, e un documentario Dall’Italia all’Equatore di Massimo Terzano, che si spinse sino al cratere del Tungurahua, a 5087 metri.

I lavori presentati al pubblico nel 1924, ebbero successo, e la Pittaluga provvide subito a preparare un’altra serie, con Maciste imperatore, una farsa francese, La taverna verde di Luciano Doria, e La casa dei pulcini che scrisse e diresse un giovanissimo parente di Augusto Genina, certo Mario Camerini.

Prevaleva il genere avventuroso, che però non imitava “le scorribande americane” e nemmeno preferiva misteri di delitti e intrighi polizieschi, ma era “una sana avventura di uomini coraggiosi e intrepidi”, con qualche sfumatura sentimentale e una “ricerca accurata di suggestivi esterni”. Attori e direttori avevano molta volontà di far bene e lavoravano senza perdere tempo, così che in un anno si poteva contare una decina di “films”, quasi tutti abbastanza buoni. Era stato riaperto anche lo stabilimento della Rodolfi Films e si stava preparando un grande teatro di posa a luce artificiale, particolarmente adatto alla macchinosa costruzione di “fantastici” ambienti per Maciste all’inferno di Brignone.

Questo film, e gli altri che seguirono in breve tempo, erano apposta grandiosi ed esagerati nello sfarzo, e quindi nel costo, secondo il criterio commerciale ed affaristico che soltanto la pellicola “eccezionale” può avere probabilità sul mercato mondiale, mentre la produzione normale trova sempre e dovunque il mercato già saturo. Ad ogni modo, si spesero somme enormi.

Maciste all’inferno venne presentato al Concorso cinematografico della Fiera di Milano, con Scaramouche della Metro, e ottenne il premio del Ministero dell’Economia Nazionale, mentre La casa dei pulcini di Camerini e il documentario di Terzano ebbero il diploma d’onore.

Mario Camerini, dopo una commedia con Linda Pini, aveva tentato il genere avventuroso e, riuscitogli bene un soggetto con Saetta, aveva assunto la direzione del nuovo film Maciste contro lo Sceicco, girato quasi tutto in Tripolitania, presso Leptis Magna, e terminato a Torino il 21 luglio 1925. Il 22 luglio, Guido Brignone incominciava a Savona Maciste nella gabbia dei leoni con Elena Sangro e Alberto Collo. I nomi sono sempre quelli e l’attrazione più grande rimane Maciste. Per lui occorrono soggetti strampalati, smaglianti, favolosi, e tutte quelle storie romanzesche, appena appena sentimentali per una particina d’attrice, portavano a una rievocazione decorativa e coreografica, che presto o tardi sarebbe sboccata nella ricostruzione storica. Il film storico non si fece attendere molto, anzi ne arrivarono subito due. Amleto Palermi — complice Carmine Gallone — ebbe l’infelice idea di resuscitare per lo schermo Gli ultimi giorni di Pompei, sciupando, in tempi già poco fortunati, tre milioni, mentre Luciano Doria, più modesto, si limitò a sceneggiare il dramma di Beatrice Cenci. Per interpretare la protagonista fu scelta Maria Jacobini, che avendo trovato successo e fortuna a Berlino, insieme all’inseparabile Gennaro Righelli, venne convocata in Italia per girare un Carnevale di Venezia, che prometteva Rinascita e finì in coriandoli, tra le maglie della critica e la censura.

La produzione contemporanea non sapeva offrire che un altro lavoro di Maciste, girato a Passo Tre Croci, e riuscito poco interessante; mentre Aldo De Benedetti e Ferdinando Paolieri scrivevano per lo schermo il romanzo dell’eroe dei due mondi e signora: Giuseppe e Anita Garibaldi, impersonati da Guido Graziosi e Rina De Liguoro; poi La bellezza del mondo con Italia Almirante Manzini e Renato Cialente; e un dramma popolare con Leda Gys che suggerì a Matilde Serao grandi elogi.

In compenso, arrivò sugli schermi una commedia “rosea e garbata”: L’ultimo Lord con Carmen Boni, Lido Manetti e Oreste Bilancia. Augusto Genina, che non si era mai interessato alle prodezze di Maciste e le acrobazie di Saetta, era uno dei pochi che sapesse, in quel periodo avventuroso, ancora condurre con sentimento e mano leggera, una tenue vicenda, e la piccola interprete del Focolare spento era la più adatta per quella interpretazione.

Nel 1927 — come già quattro anni prima — per un buon successo bisognava tornare a Maciste. Il gigante era sempre la salvezza della cinematografia italiana, ma la sua stessa figura e la sua unica risorsa di una forza irrefrenabile gli imponevano sempre i medesimi casi, e bisognava ogni volta trovare un ambiente nuovo, per salvare almeno le apparenze. Baldassarre Negroni lo collocò dapprima nell’epopea napoleonica, e poi, seguendo le vicende di un popolare romanzo, lo deportò in Siberia. La produzione era scarsa e non aveva grandi meriti artistici, tuttavia si credeva di andare verso la Rinascita, e il Governo meditava l’obbligo di una aliquota notevole di films italiani, sotto il controllo di una Commissione artistica, e S. M. il Re assisteva, all’Augusteo, alla visione privata di Frate Francesco, elaborazione mistica di Carlo Zangarini, Aldo de Benedetti e Giulio Antamoro.

Le grandi dive del muto erano partite o non lavorano più. L’ultima arrivata, Carmen Boni, lavora per le case tedesche, e spesso con Genina. In Italia rimangono ancora Elena LundaElena Sangro e Rina De Liguoro. Con Jia Ruskaja si tenta il drammone biblico, inserito arbitrariamente in una vicenda moderna, e con quella ingloriosa morte di Oloferne, termina la carriera cinematografica di Bartolomeo Pagano, alias Maciste. Quando il buon gigante di ritira, la Pittaluga chiude gli stabilimenti. La coincidenza è fortuita, ma sulle sue poderose spalle si erano basate le migliori speranze di successo della Casa torinese.

Mentre il cinema napoletano tenta di sopravvivere (e ci riesce abbastanza bene), Aldo De Benedetti e Gaetano Campanile Mancini tentano fortuna con La grazia di Grazia Deledda, richiamando in patria Carmen Boni, film ricevuto dalla critica come l’ennesima delusione, e dal pubblico con scarso interesse. Il pioniere Giuseppe Barattolo, tornato in campo con una versione moderna della mitica Caesar Film dei tempi gloriosi, offre a Roberto Leone Roberti una riedizione di Assunta Spina, dal dramma di Salvatore Di Giacomo, interpreti Rina De Liguoro e Febo Mari. Girato negli stabilimenti della Quirinus a Roma. La nuova, nuovissima versione del dramma interpretato quindici anni prima da Francesca Bertini, esce nei primi mesi del 1930 e riceva una condanna senza appello, quasi all’unanimità, dalla critica: « Rimpiangiamo di non avere l’eloquenza di un Demostene, che cadrebbe in acconcio parlare dei veri  nemici della nostra cinematografia, di quelli che la fanno diventare “cosa” senza nome, profondamente immorale, bassa, inestetica, volgarissima. La stiratrice Assunta Spina in costume da bagno all’americana — maillot Jantzen a striscioni — tra i giocatori di water-polo! Assunta Spina con le gonne corte e i capelli alla garçonne! ”.

Sembrava tutto finito quando finalmente sorse il Sole! di Alessandro Blasetti e da lì a poco la Pittaluga, promettendo di ritornare al più presto a Torino, riaprì i battenti a Roma, negli stabilimenti della vecchia Cines.

Nelly Carrère

"È passata una nuvola" (Flegrea Film 1918) soggetto di Nelly Carrère
“È passata una nuvola” (Flegrea Film 1918) soggetto di Nelly Carrère

Paris, Jeudi 13 Août 1925. J’ai reçu hier le douloureux télégramme suivant:

Frascati, 8 h. 10. Pauvre femme morte subitement. Profondément atteint. Affections. — Jean Carrère.

Le deuil qui frappe l’un des plus brillants collaborateurs de Comœdia, mon vieil ami Jean Carrère, et qui s’abat comme la foudre sur sa maturité rendue fragile par une récente et grave maladie emplira d’affliction, à Paris comme à Rome, de nombreux et fidèles esprits.

Nelly Carrère était une personne des plus distinguées et des plus agréables de ce qui fut la belle société d’avant-guerre. Eprise d’art, de belles-lettres, autant que de diplomatie et de politique, elle était restée en relations avec tout ce qui fréquentait le Quirinal et le Vatican, le palais Farnese et la villa Medicis, Florence et Naples, Milan et Venise, les journaux et les éditeurs italiens, amis ou adversaires de la France.

Chez les premiers, elle entretenait avec foi ardente et une persuasive habilité l’attachement à une cause parfois difficile à défendre; chez les seconds, elle dissipait avec clarté les amertumes, dissolvait avec rondeur les méfiances et changeait, pour le moins, en indifférence calmée ce qui la veille était une irritation en armes. En Nelly Carrère, la France eut en terre italienne, pendant plus d’un quart de siècle, le plus perspicace, le plus actif et le plus séduisant de ses missionnaires. Auparavant, son salon de Paris avait été le rendez-vous le plus élégant et le plus disert de la meilleure société artistique et politique. A Rome, ce fut mieux. Elle présidait avec goût au cercle diplomatique et littéraire qui, pardessus les Alpes — comme s’il n’y eût pas de frontières — réunissait via Boncompagni les natures les plus curieuses et les talents les plus vigoureux: Verga et D’Annunzio, la Duse et Zacconi, Boito et Puccini, Perosi et Leoncavallo, Mussolini et Rampolla, Boni, le regretté directeur des fouilles di Forum, et Tittoni, Maurice Barrès et Pierre Loti, Burnetière et Jaurès, Frédéric Mistral et de Mon, Coppée et Adrien Hébrard, Carolus Duran et Albert Bernard, etc., tous le noms et les plus pures gloires, dans que cependant des esprits moins doués fussent accueillis avec une grâce inégale. Pas un Français, en effet, ami ou simplement curieux de l’Italie, pas un italien, épris ou non de la France, ne s’adressait vainement, pour le plus petit renseignement ou pour la moindre clarté, à Mme Jean Carrère. Tantôt c’était un auteur français qu’elle traduisait pour le plaisir, dans un but de propagande patriotique, et tantôt un auteur italien dont elle voulait faire apprécier en France le suc savoureux. Comœdia, il y a huit jours, publiait la dernière traduction faite par Mme Carrère: une étude de Carlo Ratti sur le Pape et les belles-lettres. Brillante et informée, elle avait de nobles amitiés auxquelles le malheur la vit toujours fidèle. A travers une activité qui ne se démentait pas et qui allait jusqu’à une fébrilité inquietante, elle gardait l’équilibre d’une raison et d’un jugement que parait toujours une sensibilité charmante. Les grâces de la femme ne souffraient point chez elle des qualités sérieuses qu’elle possédait et qui, nourries par un travail quotidien acharné, finissaient par être la justesse et la convenance mêmes.

Atteinte d’une maladie de cœur qu’elle savait implacable, Mme Jean Carrère avait coutume de passer l’hiver à Rome et l’été à Frascati. C’est là qu’elle est morte, succombant sans doute è une de ses crises violentes et douloureuses dont je fus le témoin sous les pins parasols majestueux du Pincio. Il faisait un soleil splendide: c’était l’heure de midi. Rome baignait dans cette lumière qui n’est qu’à elle. Du landau grand ouvert où elle s’abritait, enveloppée dans de longs voiles et dans d’élégantes fourrures, Mme Jean Carrère fixa l’horizon du côté du Nord: « Vous allez partir, mon cher ami, vous allez regagner la France, notre beau, notre unique Paris… Je voudrais tant ne pas mourir sans les revoir. »

Dans l’émotion du souvenir, une crise se déclara. Il fallut la ramener chez elle avec tant de précautions qu’un moment celles-ci nous parurent inutiles.

Son vœu le plus cher n’aura pas été exaucé… Si les meilleurs enfants de France meurent ainsi sur la terre étrangère c’est, sans doute, qu’un destin mystérieux a fixé, hors de la patrie qui fut leur culte, le tarme de leur doux et lumineux apostolat.

Gabriel Alphaud
(Comœdia)

***

Roma, Agosto 1918. Nelly Jean Carrère, autrice di pregevoli opere letterarie che hanno conferito non a lei, ma al suo nome di battaglia, una solida fama, si è rivelata da qualche tempo — pur non mancando di dedicare tutte le sue energie di collaboratrice ad una delle più forti rappresentanze giornalistiche della Francia nostra sorella — una, diremo così, soggettista cinematografica di primissimo ordine; qui, la parola soggettista non va intesa nel deplorato senso oggi comune a tanti disgraziati mortali che fra una pausa e l’altra delle quotidiane abitudini hanno presa quella non mai abbastanza vituperata di servire per la scena muta sicuri di offrire all’industria cinematografica l’omaggio di rari gioielli, sì bene nel senso di una vera ed originale animatrice di quel genere d’arte, al quale non manca che… la parola per essere celebrato in quella forma più nobile che è il teatro drammatico. Così ella, dopo aver ricondotto nel mondo delle ombre le immortali figure di Paolo e Virginia e di Mignon, le quali appariranno più in là dinnanzi ai nostri occhi soffuse di tutta quella poesia onde si sono venute attraverso la leggenda, poiché sembrano creature impalpabili, nate dal sogno, ha dato allo schermo questo ultimo lavoro: È passata una nuvola, il quale ha pregi di originalità non comuni e certo costituisce per suo contenuto un passo sicuro verso quel nuovo indirizzo al quale ci sforziamo di far pervenire la produzione cinematografica italiana.

È passata una nuvola è un soggetto senza amore e senza morte, così, l’autrice afferma, ma l’amore c’è pur senza apparire, c’è nella vita e nel destino dei due personaggi principali — Dorina e Roberto — c’è nel precedersi logico di tutte quelle azioni che culminano nella felicità di due esseri fatti per intendersi, per accumularsi nella lotta contro quelle barriere che ci nascondono, che ci privano di orizzonti tante volte sognati e che mai raggiungeremo se la nostra volontà non saprà vincere.

Dirà il pubblico dell’esecuzione di questo lavoro. Tuttavia la Xeo cui è affidato il personaggio centrale del dramma è una sufficiente garanzia del successo. Ella è un’attrice che disdegna i lenocini della posa per conferire alla recitazione quella semplicità e quella verità alle quali sogliono improntarsi le azione reali della vita.

Più che arte la sua è manifestazione fedele di quei diversi stati, stati attraverso i quali passa l’umana coscienza. Sorprendere con un mezzo meccanico la nostra anima, non diversamente del come riusciamo a sorprendere i vari giuochi di luce nel mondo esteriore, equivale a riprodurre esattamente la verità. Tutto il resto non può sembrarci  che convenzionalismo, che imitazione. Ecco il credo di colei cui Nelly Jean Carrère ha affidato con fiducia grande il proprio lavoro. Il quale ha per altri non meno efficaci interpreti: il valoroso Dillo Lombardi, Amo Riccioni, un primo attore di qualità e la Elsa Villanis, nuova recluta dell’arte cinematografica.

E se a questi nomi aggiungiamo anche quello di Enzo Riccioni per quanto riguarda la parte fotografica, ben possiamo trarne speranze ed auguri per la Flegrea Film, la nota Casa romana, che affermatasi sulla via del successo con veri capolavori come Graziella di Lamartine e Manon Lescaut, si colloca fra le prime.
(In Penombra)