Roberto Omegna, il pioniere misterioso

Roberto Omegna
Roberto Omegna

Roberto Omegna nacque a Torino il 28 maggio 1876. Suo padre, Vincenzo, geometra ed aiutante ingegnere ferroviario, si trasferì con tutta la famiglia in Sicilia e Calabria, per lavorare nella costruzione delle ferrovie: “Fu laggiù che avevo cominciato ad appassionarmi, all’età di undici anni, alla vita degli insetti, preparando collezioni di farfalle e scarabei di cui dovetti privarmi nel mio viaggio di ritorno in Piemonte, nel 1890.”(1) Ma questa collezione di farfalle e scarabei non lo abbandonerà più: “La mia attività di entomologo naturalista undicenne aveva sviluppato in me un desiderio sempre più intenso di dedicarmi ai problemi della natura. Infine rimasi colpito dai primi film Lumière. Le varie attitudini e interessi della mia vita trovarono nel cinematografo il loro sbocco”.

Ai primi del ‘900 Omegna aveva fatto il fotografo, il filodrammatico (scuola di recitazione Maria Laetitia, diretta da Domenico Bassi n.d.c.), per poco non era passato al palcoscenico come professionista, aveva fatto il pittore, il miniaturista, e… aveva trovato un impiego alla Cassa di Pensioni: “nella banca mi trovavo a disagio. Amavo la vita libera creativa. Quella di artisti come mio cugino Guido Gozzano.”

Nel 1901, l’irrequieto Omegna lascia il tranquillo e sicuro impiego in banca per l’avventurosa gestione di un cinematografo, in società con l’amico Domenico Cazzulino: “Convinto di non scapitare nel cambio tra l’impiego di un cassiere e quello della gestione di un esercizio cinematografico”. La sala, uno dei due cinematografi affiliati ai Lumière, in via Finanze 3 (oggi via Cesare Battisti) fu ribattezzato Edison. Purtroppo, i ricordi di Omegna non trovano riscontro nei documenti d’epoca. Secondo la Gazzetta di Torino, l’inaugurazione del cinematografo Edison “nei locali già occupati dalla ditta Bocconi” avvenne nel 1905.

Dopo il successo delle prime proiezioni, il pubblico incominciava a stancarsi del cinematografo. Invece Omegna era convinto di riuscire nell’impresa: “Comprai a Parigi varie pellicole (fra cui alcune di Lumière e Méliès), e un apparecchio. Quei film che non mi sembravano abbastanza interessanti, venivano da me rimaneggiati mediante il montaggio. Per esempio aggiunsi all’Arrivée d’un train en Gare de la Ciotat due innamorati che si salutavano e abbracciavano. Annunciavo al pubblico i film con grandi cartelli dove promettevo “centomila” e “duecentomila” fotografie. Fu un successo. Tutti accorrevano. La folla si assiepava davanti all’Edison. I tram si fermavano. Le proiezioni duravano sei mesi. E fu così che abbandonai ogni altra idea e mi decisi a fare film”. A questo punto entra in scena Arturo Ambrosio: “Frequentavo il suo negozio fotografico, dove mi rifornivo di lastre. Un giorno (eravamo nel 1904) gli feci la proposta di fornirmi trenta quarantamila lire di capitale per comprare a Parigi un apparecchio Urban con rulli di cinquanta metri. Ambrosio acconsentì e potei, in tal modo, girare subito un primo film dal vero”.

Sarebbe questo il terzo viaggio di Omegna a Parigi, dove già si era recato una prima volta durante un viaggio di studente, e la seconda per comprare i filmati “di Lumière e Méliès”. Tenendo conto delle date, sarebbe in questo secondo viaggio che Omegna avrebbe assistito alle proiezioni dei film dell’Urban Trading Co., presentati dalla società Urban Bioscope.

Insieme ai “servizi” di attualità, come la visita del re Edoardo VII al presidente Loubet (1° maggio 1903), il catalogo Urban presentava i “dal vero” girati da Frank Ormiston-Smith nelle Alpi Svizzere, la pesca del salmone in Canada, viste dell’India e delle Montagne Rocciose e, da luglio 1903, la serie di film scientifici La Nature sur la scène (Nature on the Stage): La vita delle api, Storia naturale, Fauna marina ed il Mondo invisibile al microscopio (Unseen World), dovute al professore Francis Martin Duncan, operatore William G. Barker. Come ricordano molte storie del cinema, questi filmati segnarono una vera “rivoluzione” nel mondo dei documentari d’attualità, e comunque non c’è dubbio che si trattava di un genere tutto nuovo e abbastanza inconsueto, se teniamo conto che veniva offerto ad un pubblico di café-concert: La “vita intima” delle api in 14 scene, i vermi di un formaggio, l’hydra di acqua dolce, protoplasma di un alga, un boa constrictor, calameonte alla caccia del suo pranzo. Le proiezioni, dopo la prima al Jardin de Paris (luglio 1903), continuarono in altri locali come il Moulin Rouge ed il Ba-ta-clan (ottobre 1903). La serie Il Mondo invisibile inaugurò il locale parigino Alhambra il 6 febbraio 1904.

William G. Barker, che aveva contribuito alla messa a punto delle speciali apparecchiature che servirono a Francis Martin Duncan per le riprese dei film scientici, era un famoso operatore di “attualità cinematografiche”. Sempre nel 1903, l’Urban Trading Co. riuscì a presentare al Jardin de Paris il “dal vero” della corsa automobilistica Gordon Bennett Race, celebrata quarantotto ore prima in Irlanda. William G. Barker sviluppò la pellicola durante il viaggio in treno fra Liverpool e Londra.

Non posso assicurare che Roberto Omegna abbia visto questi filmati a Parigi, ma vorrei indicare questo “precedente” come possibile fonte d’ispirazione.

Ritornando all’incontro Ambrosio-Omegna, dopo il film sul paesaggio piemontese “fu la volta delle Disgrazie di un ubriaco, di metri 150, film a soggetto con attori del teatro piemontese: il Vaser e la Milone erano i protagonisti (Ernesto Vaser e Giuseppina Milone, attori della compagnia La Torinese n.d.c.). Il film portava didascalie in lingua e lo realizzai in un teatro a tende alla Barriera di Nizza. (la casa di Arturo Ambrosio era a via Nizza 187) Avevo appena iniziato la produzione che cominciai a vendere i miei film tanto al metro: lire 3,50 e anche 4,50. E andavano a ruba”

(1) Questa, e le altre dichiarazioni di Roberto Omegna, appartengono all’intervista di Mario Verdone, pubblicata nella rivista Cinema il 15 dicembre 1948, pubblicata un mese dopo la sua morte (10 novembre 1948).

Il terremoto in Calabria 1905

Dal film Terremoto in Calabria 1905
Dal film Terremoto in Calabria 1905

Alle 2,45 della notte tra il 7 e l’8 di settembre del 1905 una violentissima scossa di terremoto, durata 40 secondi, porta la distruzione e il lutto nelle Calabrie, specialmente nella provincia di Catanzaro. Un gran numero di paesi è completamente distrutto: danni enormi sopratutto a Monteleone e nei dintorni: 609 morti, 2880 feriti. Il terremoto reca gravi danni anche a Messina, a Reggio Calabria, alle Lipari, a Stromboli.

Sarà questo uno dei primi disastri del secolo scorso ampiamente documentati dal cinema italiano, ma potrebbe essere una delle prime collaborazioni tra i pionieri (del cinema) di Roma e Torino.

Secondo il volume di Aldo Bernardini (Il cinema muto italiano – I film “dal vero” 1895-1914), i film di produzione italiana sul terremoto del 1905 sono due: Il terremoto in Calabria (Alberini e Santoni), e Vedute ed episodi del terremoto in Calabria (Arturo Ambrosio).

Il primo venne presentato al Cinema Moderno di Roma dal 29 settembre 1905, con spettacoli a beneficio dei terremotati; l’8 ottobre si annunciava l’ultima speciale proiezione della pellicola, “per soddisfare il desiderio di molti operai che, per essere occupati nei giorni feriali, non hanno potuto vederle”. Bernardini aggiunge che “filmati sul terremoto, girati da altre Case, erano però stati presentati a Roma fin dal 2 settembre”, cosa abbastanza improbabile tenendo conto delle date.

Il Bollettino n. 2 dell’Alberini e Santoni presenta il film come una serie di episodi ripresi dal vero sui luoghi del disastro, riprese cinematografiche delle rovine di S. Onofrio, Mileto, Calabrò, Monteleone, Zammarò, Piscopio, ecc: “opera di nostro inviato speciale – danno una esatta idea dei luoghi maggiormente colpiti dall’immane sventura e perciò costituiscono un documento di vero e grande interesse”. Già, ma chi era questo “inviato speciale”?

Maria Antonia Colace in braccio al tenente Tricomi, dal film Terremoto in Calabria 1905
Dal film Terremoto in Calabria

Una delle scene più emozionanti, a giudicare dalle recensioni sulla stampa, è il salvataggio della bambina Maria Antonia Colace, opera del tenente del genio Ing. Tricomi, dopo oltre 96 ore di seppellimento sotto le macerie.

Questa scena, secondo il catalogo Gaumont gennaio 1906, compare anche nella serie “dal vero” Tremblement de terre en Italie, lunghezza 172 metri, riprese di Arturo Ambrosio.

Si tratta delle stesse riprese? O meglio, l’inviato speciale della ditta Alberini e Santoni è l’operatore di Arturo Ambrosio sono la stessa persona, e cioè Roberto Omegna?

Alberini e Santoni distribuivano film di altre case di produzione. Per esempio, nel bollettino n. 4 il titolo in copertina è Ingresso trionfale dell’Ammiraglio Togo a Tokio che, per ovvi motivi, non è stato girato dal operatore ufficiale della ditta, vale a dire da Filoteo Alberini. Inoltre, vorrei ricordare che Filoteo Alberini, ai tempi del terremoto, preparava l’importante prima visione di La presa di Roma per il 35° anniversario del 20 settembre 1870.

Ritornando al volume di Bernardini, il titolo di produzione Ambrosio è il “n. 1 della lista Vitrotti (dove non risulta indicato il metraggio), veniva venduto al prezzo complessivo di 12 lire, e venne proiettato al Cinematofono di Torino nel settembre 1905 e presentato da Ambrosio alla Società fotografica torinese il 10 novembre (assieme a Manovre degli alpini al colle della Ranzola)”.

Se il film di Alberini e Santoni, 200 metri di lunghezza, costa 400 lire, non mi sembra che il film Ambrosio possa costare 12 lire “prezzo complessivo”.

La storia delle 12 lire (forse) appartiene ad una intervista di Mario Verdone a Roberto Omegna (Cinema, 15 dicembre 1948): “Dopo il film sul paesaggio piemontese girai il terremoto di Reggio e La inondazione del Po (1905), che vendetti subito a dodici lire”.

Dal film Terremoto in Calabria 1905
Dal film Terremoto in Calabria 1905

Nella stessa intervista, ricordando i suoi primi passi nel cinema e la collaborazione con Arturo Ambrosio racconta alcuni dettagli molto interessanti: “Frequentavo il suo negozio fotografico, dove mi rifornivo di lastre. Un giorno (eravamo nel 1904) gli feci la proposta di fornirmi trenta o quarantamila lire di capitale per comprare a Parigi un apparecchio Urban con rulli di cinquanta metri. Ambrosio acconsentì e potei, in tal modo, girare subito un primo film dal vero: giochi di nubi, paesaggi piemontesi, in poche parole, la storia di uno che va in giro per vedere le vallate. E potei descrivere il paesaggio del Piemonte. Poi fu la volta delle Disgrazie di un ubriaco, di metri 150, film a soggetto con gli attori del teatro piemontese: il Vaser e la Milone erano i protagonisti. Il film portava didascalie in lingua e lo realizzai in un teatro a tende alla Barriera di Nizza. Avevo appena iniziata la produzione che cominciai a vendere i miei film tanto al metro: lire 3,50, e anche 4,50. E andavano a ruba”.

Un apparecchio Urban con rulli di cinquanta metri, film di 150 metri… impossibile! Ancora Bernardini, in una nota relativa al film Ambrosio-Omegna, scrive che: “risulta decisamente inattendibile l’affermazione di M. A. Prolo (Storia del cinema muto italiano, p. 21) che il film fosse “di più di cento metri, cioè in quattro bobine”.

E perché no? A pagina 21 della sua Storia del cinema muto italiano, Maria Adriana Prolo prende come riferimento (nota 13 del Capitolo I) un articolo di E. Ceretti (in realtà l’articolo Il pioniere Omegna è firmato da Fernando Cerchio) pubblicato nella rivista Cinema il 25 aprile 1940:  “Omegna, in quanto a metraggio, era abbondante: i suoi film raggiungevano i 300, i 500 metri, addirittura i 700, veri metraggi pazzia. Non per nulla Omegna aveva cominciato la sua carriera con una trovata di maggiorazione dei metraggi. Poco più di un anno dopo l’inizio della sua attività con i dal vero, nel 1905-1906 l’Ambrosio cominciò la realizzazione di brevi film a soggetto. (…) La Casa eseguiva allora tre riprese buone per ogni inquadratura dei propri film, così da ottenere due negativi originali: uno di essi veniva conservato come riserva, uno serviva per la stampa delle copie destinate all’Italia ed ai paesi europei, l’altro era inviato in America”.

Dopo tutto questo, naturalmente, la cosa più importante è ritrovare il film, magari i due film, che sono sicura “qualcuno” ha salvato… Del pioniere Omegna racconterò in altro post.

Luciano Michetti Ricci

Poche ore fa ho ricevuto la notizia della scomparsa di Luciano Michetti Ricci e mi dispiace tanto che non posso fare a meno di parlarne. Non ho trovato niente sulla stampa (nel web). Sembra che questo silenzio intorno alla sua scomparsa, come mi ha spiegato sua moglie, sia una cosa proprio voluta da lui. Ma io difficilmente riesco a stare zitta e vorrei ricordare a tutti i suoi amici che magari, un piccolo omaggio se lo meriti e come.

Luciano Michetti Ricci era una delle persone più colte, curiose, gentili e disponibili che abbia mai incontrato. Sembra la solita frase di circostanze, ma non è così.

Ricordo molto bene una delle prime volte a casa sua, quando “ereditai” uno scatolone di ritagli stampa, un vero tesoro di preziose ed introvabili informazioni che lui, per molti anni, aveva accuratamente conservato e catalogato, e che io non vedevo l’ora di sfogliare. Mentre Armando, ironicamente, diceva qualcosa come “non so dove andiamo a finire con tutta questa carta”, Luciano, sulla soglia della porta e sempre con sorriso sulle labbra, molto complice nei miei riguardi rispose: “Già, ma quando uno ha la passione…” Forse perché lui, di passione ne aveva tantissima ma, allo stesso tempo, era felice di condividerla. E questo, nel mondo dei ricercatori è non è abituale, tutt’altro.

Giornalista, regista, storico del cinema (e di molto altro), era un pozzo di conoscenze senza fondo, un ricercatore instancabile, ed un vero signore d’altri tempi pieno di comprensione e di pazienza.

Vi propongo un astratto del suo saggio sul cinema in cartolina del 1985 che forse vi risulta familiare… la “versione originale” è questa:

« La storia del cinema passa anche di qui, non può scordare quei milioni di rettangoli di carta nove per quattordici chiamati cartoline che, riproducendo i volti magici di Francesca Bertini, di Valentino della Garbo o Gary Cooper, hanno distribuito altrettanti milioni di illusioni: il possesso concreto, fisico di un pezzo del sospirato divo e, insieme, l’ingresso in quel mondo.
Il divismo cinematografico, la grande macchina per costruire e vendere miti e sogni, ha funzionato per mezzo secolo attraverso tutto il colossale armamentario che sappiamo: il cosiddetto culto dei divi era incrementato da rutilanti kermesse devozionali (festival e consegne di premi), dai volumetti con le storie edificanti delle “stelle”, dai giornali specializzati nel ravvivare la fede con foto, esaltazione di prodigi, con leggende e indiscrezioni, e infine dalle cartoline, appunto, valide come “santini”, immaginette sacre e, se con autografo, vere e proprie reliquie dell’idolo. È un’epoca definitivamente tramontata, altri miti dominano oggi l’Immaginario collettivo che non quelli cinematografici. Perciò collezioni come quelle dei materiali divistici hanno — al di là dei ricordi personali e delle emozioni dei raccoglitori — un valore tutt’altro che trascurabile di “documento storico”. Tanto per fare un esempio, varrebbe la pena di analizzare le differenti maniere con cui gli attori, attraverso i decenni e nei vari paesi, si offrono all’obiettivo del fotografo e si potrebbe ripercorrere l’evolversi del costume e del gusto fotografico proprio dall’angolo del divismo in cartolina. Contentiamoci per ora di ricostruire una prima, piccola storia della cartolina cinematografica in Italia, a partire dalle scene di film diffuse da editori pionieri fino al dilagare dei ritratti dei divi. È un’impresa avventurosa, quasi disperata, perché — come vedremo — a parte le molte superstiti cartoline, sono scomparsi gli archivi degli editori, spesso sono scomparsi gli stessi editori: scarse e vaghe le testimonianze. Pochi sanno che gran parte delle primissime serie di cartoline di cinema che siano state prodotte nel mondo sono state stampate in Italia, a Terni. Non hanno potuto scoprirlo neppure gli animosi organizzatori della mostra Il mondo in cartolina che, proprio a Terni, nella primavera-estate 1984, ha rievocato le glorie del grande stabilimento tipografico Alterocca, fondato nel 1887. Tipico pioniere di stampo ottocentesco dai baffoni alla Umberto I ma dagli ideali socialisti, il professor Virgilio Alterocca (1853-1910), già direttore di scuole elementari e ispettore scolastico, cominciò l’attività editoriale stampando un giornaletto in una tipografia con un piccolo torchio e pochi caratteri, poi fece l’impresario teatrale con un suo politeama, impiantò nella città umbra la rete telefonica… E nel 1898, intuendo che c’era un futuro per le cartoline illustrate, si specializzò, con la sua tipografia che già si era ingrandita, in quella produzione che lo fece conoscere in tutta Europa e anche fuori. Con una precisa idea di contribuire alla diffusione di una cultura popolare e “alla conoscenza delle bellezze artistiche e naturali”, cominciò con le vedute pittoresche d’Italia per allargarsi a usi e costumi di paesi esotici, agli uomini illustri, alle opere liriche, ai poemi, ai romanzi, all’attualità (se capitava un’eruzione del Vesuvio o un terremoto a Messina), a qualche allegoria osé (nel 1901 la foto di una giovane al telefono, a busto scoperto), alla galleria di stelle del varietà, anticipazione del divismo che esploderà poi col cinema (del resto, la bella Otero, che compare tra queste fascinose, aveva danzato per la macchina da presa nel 1898 a Pietroburgo per un film di venti metri e poi. durante la proiezione, nascosta dietro lo schermo, si era anche “doppiata” sincronizzando il battito dei tacchi). Ma l’archivio della casa Alterocca è stato colpito dai bombardamenti dell’ultima guerra e quel che restava è andato disperso quando lo stabilimento è stato chiuso; e nessuno saprà dirci qualcosa di preciso sul come un bel giorno il professor Alterocca si mise d’accordo con la grande casa Pathé di Parigi per stampare delle serie di cartoline di cinema. Si tratta di scene di film di pochi minuti (quanto duravano allora), girati in Francia fra il 1902 e il 1905, Ricordiamo che in Italia non c’era ancora nessuna casa di produzione; il primo stabilimento cinematografico. l’Alberini e Santoni, fu impiantato a Roma, fuori porta San Giovanni, appunto nel 1905.
Queste cartoline, dunque, con la scritta, piccola piccola, Cinématographe Pathé, furono stampate, a quanto si deduce dai timbri postali di quelle spedite, nel 1904 e nel 1905, per essere diffuse anche in Italia ma soprattutto in Francia, visto che le più hanno solo scritte in francese, altre in francese e italiano.
La serie più curiosa riguarda il brevissimo film La guerra russo-giapponese del 1904, con scene assai movimentate come Attacco di una fortezza, Difesa di Port Arthur, Arresto di una spia,  Esecuzione di una spia. La guerra era in corso e si sarebbe conclusa l’anno seguente con la resa dei 35 mila russi assediati a Port Arthur. Ma questa del film era un attualità ricostruita a Parigi, sotto la guida del braccio destro di Pathé, l’espertissimo Ferdinand Zecca. A rifare gli avvenimenti il cinema aveva imparato già dal 1897. Per una parata militare o la visita di un sovrano si mandava l’operatore a riprendere la scena dal vero, ma per una guerra lontana era molto più semplice e meno pericoloso inscenarla con comparse in uno studiò cinematografico o nelle campagne vicine. Il pubblico decretava il successo di questi “cinegiornali” senza chiedersi se erano veri.
C’è poi la serie di cartoline dedicata alla vita di Napoleone. Il film, composto di quindici quadri, cioè di tanti brevissimi film autonomi (Napoleone alla scuola di Brienne, Napoleone alle Piramidi, Bonaparte nella vita intima, Napoleone e la sentinella addormentata, La morte di Napoleone) raggiungeva complessivamente la durata di 35 minuti. Abbastanza eccezionale in quegli anni. C’è un Don Chiscìotte, un Guglielmo Tell, un Cristoforo Colombo e c’è una spassosa scena comica: un uomo inseguito da otto donne, tutte con un gran cappello, come usava. In questo caso non c’è scritto che film è, ma sulla scorta dei vecchi cataloghi Pathé non è difficile scoprire che si tratta di Dieci donne per un marito, storia di un tizio che mette un annuncio sul giornale per trovar moglie, ma all’appuntamento si presentano troppe donne e lui cerca scampo nella fuga, inseguito a lungo da tutte.
Ebbene, il paziente lettore si starà già chiedendo quando mai arrivano le cartoline dei beneamati divi. Risposta: ovviamente, arrivano col divismo. E in Italia di una vera esplosione della popolarità degli attori del cinema — tale da giustificare l’emissione di cartoline — non si parlerà che durante la prima guerra mondiale. Bisogna ricordare che nei primi anni del cinema gl’interpreti di quelle storie che si consumavano in pochi minuti erano del tutto anonimi. Bastava agli spettatori la meraviglia sempre rinnovata di vedersi animare sullo schermo quelle figure, la curiosità per l’intreccio. Soltanto quando si cominciano a scritturare celebrità del teatro, se ne sfruttano come richiamo i nomi Nel 1908 in Francia perfino la grande Sarah Bernhardt si lascia catturare dal cinema (ma ne resterà delusa). In Italia nel 1910 tocca a Ermete Novelli figurare nelle locandine del film Re Lear (con accanto una ragazza ancora sconosciuta Francesca Bertini). È in quegli anni che le case di produzione prendono la consistenza di vere industrie, le sale di proiezione si ingrandiscono e si cominciano a produrre film sempre più lunghi. Con il colosso Quo Vadis? di Guazzoni del ’13 e, l’anno dopo, con Cabiria di Pastrone il lungometraggio trionfa definitivamente. E poco alla volta non conta più soltanto la vicenda, ma anche l’attore via via emerge, viene ripreso più da vicino, attira attenzione e interesse del pubblico. C’è chi scrive ai giornali specializzati per avere notizie su questo o quell’interprete di cui ha imparato, da un film all’altro, a riconoscere la fisionomia. Ecco, quando lo spettatore comincia a interessarsi a un attore al di là del personaggio del film (e poi vorrà sapere chi è, come vive, i suoi gusti e le sue abitudini) vuoi dire che sta per nascere il divo. Ma prima di entrare nel mondo dei divi va registrato il sempre più frequente uso di cartoline diffuse dalle case di produzione e dai principali cinematografi per lanciare i film.»
Luciano Michetti Ricci, Il Cinema in Cartolina
(La Cartolina, anno 5° N. 3 lug. sett. 1985)