Categoria: video

Cinema torinese d’altri tempi

Torino, giugno 1949

Torino pensò un giorno di regalarsi il metrò, ed a tale scopo venne costruita, con la nuova via Roma, una lunga galleria sotterranea che avrebbe dovuto accogliere gli sferraglianti convogli. Poi, come spesso accade, non se ne fece più niente accantonando il progetto per ipotetici tempi migliori, e la Galleria Metropolitana si ridusse ad ospitare varie mostre, da quella meccanica a quella del ciclo e motociclo e, oggi, la Sagra del Cinema.

Sagra, nome festevole per una rassegna che, debole ed incompleta com’è nei padiglioni riguardanti la produzione attuale, affida la sua notorietà ed il suo successo alla sezione retrospettiva. È un melanconico ricordo della Torino d’altri tempi, quella cara a GozzanoCamasio e Oxilia, orgogliosa delle meraviglie che nelle trasparenti baracche della periferia preparavano i vari Ambrosio, Omegna, Pastrone; la Torino culla del cinema italiano dove si davano convegno i più bei nomi della ancor balbettante “settima arte” per creare “la film”, come si diceva allora, che avrebbe conquistato a scatola chiusa i più muniti mercati francesi.

Già c’era il divo: più contegnoso e meno fatuo di quelli che Hollywood doveva poi produrre in serie, ma non meno noto, acclamato e sognato; severi personaggi in bombetta e cilindro perdevano il sogno per gli occhi languidi e pesti e le riluttanti grazie di qualche appassionata attrice, così come l’ingenuo pubblico degli ultimi baracconi e delle prime sale, delirava per una dichiarazione d’amore fatta invariabilmente tra i viali del Valentino o nei corsi della collina, che di volta in volta rappresentavano esotici e sconosciuti paesi. E questi divi si sono cercati, ritrovati, in una serata dedicata a loro. Volti e nomi sconosciuti ai giovanissimi, ormai quasi cancellati dalla memoria anche di coloro che trenta quarant’anni fa li seguivano con una passione mista al timore che la nuova meraviglia ancora incuteva, e non tutti noti neppure a noi che delle serate retrospettive come questa siamo assidui frequentatori.

Hanno rivisto due loro film, in una sala che il più possibile somigliava a quelle di un tempo: la piccola macchina di proiezione azionata dalla gracidante manovella pronta a combinare guai, spesso lacerando la pellicola un po’ secca, mentre un pianino insensibilmente scordato accompagnava la traballante azione. Piccole, lontane figure d’altri tempi, tremule e rigate, sono apparse ancora una volta sullo schermo a suscitare ricordi, rimpianti e malinconie.

Le nozze di Figaro della Società Anonima Ambrosio, Manifattura Cinematografica – Esterni in Siviglia, signori siamo nell’anno 1913! A tanto giungeva lo scrupolo (ancora non era di moda parlare di realismo) dei cineasti, e la dolorosa storia di una donna trepida e romantica, contesa tra due amori, doveva svolgersi, così come comandava il soggetto, nell’assolata Spagna a cui volevano dare più spiccato folclore gli sfruttatissimi viraggi in blu, in verde, in rosso ed in arancione. Delicata protagonista Gigetta Morano, tutta fremiti e sospiri addolciti da una grazia birichina. E poi Nozze d’oro, un film popolarissimo realizzato da Arrigo Frusta nel 1911 con Mary Cleo Tarlarini a protagonista. Fu uno dei grandi successi dell’Ambrosio, premiato con ben venticinque mila lire ed una medaglia d’oro alla Esposizione Internazionale di quell’anno, ed esportato in tuto il mondo. Romantico ed un po’ retorico, il film narra le gloriose gesta dei bersaglieri alla maniera degli scrittori del Risorgimento, e già vengono usati senza parsimonia i commercialissimi ingredienti delle eroiche gesta alternate al trepido amore e concluse dal bacio finale.

Li abbiamo visti commossi i vecchi divi a proiezione ultimata. C’erano tutti quelli che poco tempo prima avevamo applauditi sullo schermo e, tra i più festeggiati, Gigetta Morano. Gentile e sorridente signora, dimentica della sua grande popolarità su cui ama a volte scherzare, fu una delle più grandi interpreti del cinema torinese ed italiano, in quel periodo glorioso che va dal 1910 al 1915. A torto poco considerata da qualche storiografo della “decima musa”, fu una delle attrici più note anche all’estero, creando quel ruolo di diva che dovevano poi ottimamente coprire le varie Bertini, Menichelli ed Almirante Manzini. Quanti cuori sconosciuti hanno battuto per la signora Morano, interprete di una così lunga serie di film il cui ricordo è ormai appassito anche in lei, tanti quanti illanguidirono per Alberto Collo, il Tyrone d’allora, classico rubacuori con cappello floscio e sguardo magnetico, primo idolo di tante ingenue figliole. Non importa che oggi Collo abbia quasi del tutto perduto la sua romantica chioma d’artista e sia un simpatico signore dedito più a commerciare medicinali che a fare perdere la testa alle ragazze, il ricordo delle sue frequenti interpretazioni rimane ancora vivo nei vecchi tifosi del cinema, nelle signorinelle che segretamente lo amarono, e nei giovanotti che gli invidiarono fascino e sguardo.

« Non sono poi passati molti anni da quando io agivo davanti alla macchina da presa o calcavo i maggiori palcoscenici d’operetta », sembra dire Emma Sanfiorenzo con il suo fresco sorriso. Femme fatale tipo prima guerra mondiale, quanti condusse alla perdizione nei molti film che interpretò! E non vi diciamo delle sue meravigliose gambe che, ci assicurano, trascinavano al delirio anche i severi signori della “poltrona scomoda”, gli incontentabili critici che possedevano e possiedono un ben difficile palato in tema di grazia femminile. Altri nomi di glorie dell’arte muta ci sovvengono: Arrigo Amerio per lungo tempo l’idolo di una invidiabile schiera di ammiratori non dimentichi della sua bravura e fedeli nell’ascoltarlo sempre ora che è passato alla R.A.I. di Torino; Carini-Gani, Cassiano, Grandi, Rossi, Stinchi, tutte figure preminenti nella stato maggiore dell’Ambrosio, della Pasquali, dell’Itala, dell’Aquila, della Tiziano, della Gloria, della Photo-Drama, insomma di tutte le vecchie e gloriose case produttrici torinesi. E con loro i soggettisti di grido: Giovanni Drovetti, Arrigo FrustaGiovanni Bertinetti, Ennio Grammatica (autore di ben cinquantasei soggetti tutti realizzati, ed ora passato al giornalismo), ed uno tra i più quotati direttori di “camera”: l’operatore Florio che continua ancor oggi a prestare la sua opera presso la Fert, quando questa è in attività.

Mancavano, e purtroppo per sempre, altri grandi dell’interpretazione, e primo fra tutti il celeberrimo Za-la-Mort, quell’Emilio Ghione che creò uno uno dei personaggi più umani, sentiti e riusciti del suo tempo. Ma c’erano a ricordarcelo le sue fotografie, in quella sezione retrospettiva che come abbiamo già detto è la cosa più seria ed interessante della Sagra. Curata dalla professoressa Prolo, che con intelligenza e passione studia e colleziona i cimeli più preziosi del nostro vecchio cinema, presenta una raccolta di materiale interessantissimo. Accanto alle fotografie dei film e degli attori gloriosi, si allineano gli autografi di un carteggio tra D’Annunzio e Pastrone a proposito di Cabiria (com’è noto il poeta collaborò alla riuscita del film, e le roboanti e retoriche didascalie che lo commentano sono opera sua), una sceneggiatura di Augusto Genina datata del 1912, diversi soggetti originali e sceneggiature della medesima epoca, e alle pareti immensi manifesti pubblicitari a più colori che ricordano i tempi in cui i diritti d’affissione erano irrisori. E poi una lunga fila di macchine da presa e da proiezione, cimeli di quando l’operatore era innanzi tutto « una mano che gira la manovella », come dice Pirandello.

Si sono lasciati con un pò di malinconia i nostri primi cinematografati: malinconia per la giovinezza che avevamo rievocato nel buio tiepido della sala, ma soprattutto malinconia per il cinema. Essi, anche se da anni ormai più non hanno messo piede sul set, lo amano con lo stesso ardore, la medesima passione, di quando l’arte silente li aveva resi famosi. E notano con amarezza come il cinema, pur essendo giunto tecnicamente ad un grado di evoluzione insperato, ha perso, oltreché in arte, in cuore: non è più una magnifica avventura da intraprendersi con il piglio del pioniere, ma una industria di serie che il più delle volte fornisce prodotti sconsolatamente privi dell’ardore della creazione.

Pier Giorgio Amerio
(Hollywood, 2 luglio 1949)

Za la Mort!

Confesso di non essere eccessivamente colto, riguardo al romanzo dei bassi fondi parigini. Ignoro perciò donde precisamente siano stati tolti Za la mort, Za la vie, Casque d’or ed altri celebri nomi d’apaches, che stanno creando una gloria immortale alla Tiber Film e ai suoi direttori artistici. Ma il lettore forse mi perdonerà, quando potrò dirgli che codesti sonori nomignoli del gergo parigino adornano i tre principali personaggi di una serie cinematografica d’avventure creata dalla fertile fantasia di Emilio Ghione, noto metteur en scène, celebre artista ed industrioso scombiccheratore di soggetti.

Za la Mort è il bandito simpatico, abbonato ferroviario della linea Parigi-Cayenne. Le donne più belle lo idolatrano; i valorosi compagni lo temono o l’invidiano; i poliziotti se ne lasciano volentieri burlare; i muri e il sottosuolo si aprono al suo passaggio; le acque si dividono come il Mar Rosso all’esodo degli Ebrei; il fuoco non lo tocca, il veleno e il pugnale lo rispettano. Come dio, egli è in ogni luogo; come il buon senso in cinematografia, è sempre irreperibile. Balla il tango, si capisce, e le danze degli apaches, a perfezione; maneggia il coltello come Juan Josè; sa baciare come la ragazza americana più civetta. È, per dirla in una sola parola, l’irresistibile.

Za la vie si noma la sua amante: perfida, astuta e vendicativa. Gli ha messe più volte le corna e gliele metterebbe ancora, se non fosse ammazzata in tempo da Casque d’Or, la bellissima innamorata del bruttissimo Za, che non si accorge o fa il sordo all’amore così spontaneamente offerto.

Za la mort aspetta, è naturale che Casque d’Or, trasbordata oltre l’Oceano, sia divenuta una ricchissima ballerina, e che dieci o dodici miliardari americani le facciano una corte spietata… Allora il bandito, trasformato anch’esso in miliardario (grazie all’eredità toccatagli di qualche migliaio di biglietti da mille falsi) comincia a spasimare per la bellissima fanciulla dalla chioma d’oro; che, naturalmente, lo respinge.

Ma Za la mort è l’uomo delle grandi trovate. Casque d’Or l’ha respinto? Ma è naturale: essa era innamorata di un apache, non del miliardario spacciatore di banconote poco autentiche. Quando però Za, indossata l’umile divisa di fattorino d’albergo, serve la bella giovane bionda che siede a tavola coi suoi spasimanti afflitti da tanti milioni, Casque d’Or, commossa dal sovrumano sacrificio, fa gli occhi languidi e, nel primo cantuccio solitario che le si offre, getta le braccia al collo del suo vecchio idolo, mormorando: Sono tua. L’apache, è vero, ha preso un nuovo abbonamento per Cayenne; ma le sue risorse sono infinite. Egli ne ritornerà subito, dopo mille spaventose peripezie, per godere la libertà e l’amore, lontano, nelle pampas sconfinate, dove ridiventerà quel che in fondo è sempre stato: un uomo onesto.

Resta ora da dire chi sia Emilio Ghione… La faccenda è un po’ più seria.

Le celebrità dello schermo s’incoronano di lauro con tanta fenomenale rapidità che appena s’arriva in tempo a conoscerne il luogo d’origine. Emilio Ghione dal viso glabro (è questo il particolare più spesse volte ripetuto negli avvisi cinematografici) è napoletano? siciliano? romano? E chi lo sa? Deduco che sia del mezzogiorno dall’enfasi ineffabile di certi titoli, onde abbellì le prime parti della sua serie Za la mort. Erano di una soave e grave profondità di concetto esposta in mistica ricercatezza di paroloni armoniosamente insensati. Pareva di sentir parlare uno di quei sensali, mezzo avvocati, mezzo inbroglioni, che sono purtroppo una epidemia di quelle nostre provincie, così ricche di belli ingegni destinati a sciuparsi…

Altro di Emilio Ghione non so, fuori di quello che s’impara dalle films dove agisce. Cioè, ch’egli è un attore molto efficace, dalla maschera di un orrido impressionante, dal corpo magro e muscoloso, straordinariamente adatto alla parte di apache. E anche non ignoro che i soggetti della serie Za la mort sono ideati da lui. Ideati? È un po’ troppo. Diciamo compilati. E la compilazione non è troppo felice. Voi vedete passare nell’azione tutti i più vieti motivi del romanzo d’appendice tipo Rocambole, ma senza il più lontano termine di confronto con le concezioni immaginose del visconte Du Terrail: i colpi di scena, i passaggi dall’uno all’altro mondo, le avventure nei meandri del sottosuolo parigino, le ridde fantastiche di milioni, che dalle vecchie concezioni rocambolesche sono man mano passate ai moderni Fantomas e Lupin e al romanzo inglese di Rider Haggard, di Boothby e di tanti altri.

Emilio Ghione però ha saputo dare una impronta sua propria a tutta questa materia, togliendone principalmente un grave difetto: il buon senso. Tutti questi soggetti cinematografici che costituiscono la serie Za la mort hanno l’indiscutibile pregio di essere semplicemente insensati. Sembrano tendere alla glorificazione di un malfattore che, se è molto più stupido di Rocambole e di Fantomas, in compenso fa delle cose meno fantastiche, meno grandiose, meno interessanti, ma molto più verosimili e inspiegabili.

Perché molto spesso viene alle labbra la domanda: Ma perché Za la mort si affana a compiere tante imprese perfettamente inutili? Perché sembra così spesso un turista, il quale, volendo compiere il viaggio da Londra a Parigi, stima necessario passare per il polo nord e traversare tutti cinque gli oceani?

Vorremmo dare al signor Ghione un consiglio. Una volta egli era attore, direttore, soggettista e compilatore dei titoli. L’arrivo alla Tiber del conte Negroni gli ha forse tolto di mano il mestolo per quel che riguarda i titoli e la messa in scena.

Perché, dietro l’ottimo effetto che ne è derivato, non rinuncia anche a ideare i soggetti? Non sarebbe tanto di guadagnato per la sua gloria?

Acer.
(Cinemagraf, 5 settembre 1916)