Categoria: archivio in penombra

I terrificanti stupori dei divi dello schermo

La Catena Società Anonima Ambrosio 1920
La Catena, Società Anonima Ambrosio 1920, disegno di Riccobaldi

Alessandro Manzoni era consueto affermare che nel mondo si parla e si scrive d’amore almeno « settecento volte di più di quanto non sia necessario ai bisogni della nostra riverita specie ». Quali mai sarcastiche diffide sarebbero salite alle sue labbra se avesse potuto assistere alle esibizioni erotiche dell’aurora del nostro cinema!

Gli spettacoli erano allora preceduti da un grande scialo di manifesti murali raccapriccianti a base di fiamme, di precipizi, di cordigliere scalate da donne trasportate sulla groppa di demoni, listati in rosso e nero, centinaia di distributori  di volantini ossessionavano i passanti con il titolo tentatore, ripetuto all’infinito: Perdizione! Tentazione! Femmina bionda! L’agguato! Grandi palme ventilavano l’ingresso della sala; dei fattorini, inguainati in uniforme nocciola o pistacchio, la testa inchiodata in un berretto a sottogola si sguinzagliavano qua e là; qualche impresa più raffinata aveva scritturato un moretto, che sorrideva allineando i candidi denti; un grande sciabordio di violini che intercalavano, in una babelica confusione, la Preghiera d’una Vergine, l’Ave Maria di Gounod, la sinfonia della Semiramide o la marcia dell’Aida, giungeva dall’interno. E Femmina bionda veniva lanciata come un liquore di nuova marca: non era facile suscitare l’interesse attorno a spettacoli che, da principio non appassionavano che i ragazzi, i soldati e le serve.

Sullo schermo ridottissimo e tremolante come per una pioggia di cavallette, si proiettava la lotta greco-romana dell’amore, sostenuta fra colluttazioni e violenze inaudite da figure allucinate e cincischiate, da un confuso bailamme di dorsi scollati e levigati, di frak tragici, di lampadari orientali, di girandole da veglione, di vasi da sciampagne, di battaglie di fiori, di mascherate veneziane. Attori e attrici smorivano nella soffocazione teatrale marmorea d’un lusso da satrapi. Le bocche segnate dal vizio, i veleni del piacere, i supplizi, i baccanali della lussuria, avvampavano le fantasie. Le donne non parlavano, ma imprecavano, gli uomini sogghignavano e ruggivano, gl’innamorati rissavano o si abbattevano esangui nello sparato ordinato ad un camiciaio famoso, incalzate dalla Basilisa spietata, che si contorceva e bolliva, nel suo involucro serico, come un giaguaro nella giungla.

La vita appariva, in quei film, come una rassegna interminabile di feste di beneficenza, di banchetti, di crociere in Oriente, di scampagnate automobilistiche: la somministrazione dell’acqua e del gas pareva sostituita da un’Azienda municipale del Whisky e della Borgogna. Era l’eterno dramma della fanciulla traviata da una madre cupida; e che scivolava, per colpa di questa fatalità, nei bassifondi del mercimonio. Era l’eterno dramma dell’artista cui i pregiudizi sociali vietavano di coniugarsi legalmente coll’uomo del sogno e che si convertiva perciò in una spaventosa macchina di distruzione. Era l’eterno dramma dell’avventuriero che sogna di riscattarsi, ma veniva dalla fatalità risospinto alla roulette ed al tabarin.

Film come La Falena o L’amor mio non muore, come Cabiria e Odette, come La donna nuda o Malìa inducevano nel pubblico un delizioso panico erotico. Quale nostalgia suscitavano nei figli di famiglia sulla soglia della laurea o del fidanzamento ufficiale quelle donne micidiali come bombe a orologeria! Quali sussulti provocavano nei farmacisti, negli alopecici funzionari di questura, nei carabinieri infradiciati dal sudore e nei pompieri di servizio quelle creature dagli strascichi lunghi come comete, e dalle labbra refrattarie ad ogni bevanda che non fosse lo sciampagna, dalla pelle borchiata di armille e di pesantissimi bracciali, che spezzavano coppe di cristallo di rocca contro le ginocchia e tiravano di pistola meglio della polizia scientifica! Quale “sovvertimento dei sensi” scatenavano nelle mogli bellocce affiancate da mariti impiegati all’Annona od al Catasto quei bellimbusti spiritati e stupefatti, refrattari ad ogni abito che non fosse il frak e ad ogni veicolo che non fosse l’automobile! L’immaginazione gongolava dietro a quel lusso babilonese, dietro a quelle corriere in gondola, dietro a quegli omicidi di banchieri, dietro a quegl’indeterminabili schieramenti di camerieri semi prosternati. Quell’epoca placida concepiva l’adulterio come una spedizione punitiva e l’alcova come un campo di battaglia.

Le dive di quel tempo avevano grandi bocche armate da sorrisi insondabili ed ostentavano un gran digradare di clavicole e di seni opalescenti, azionati da morbidi pistoni voluttuosi. I divi avevano tutti la fronte pallida come il riso al latte, fisionomie febbrili ed emaciate. Se fossero, nell’intimità, divoratori di bistecche al sangue, non saprei assicurare. Influenzati dalla setticemia dannunziana, questi esseri spolpati si lasciavano adescare, insieme col loro ricco assortimento di lunghe vesti da camera e di marsine, da donne bellissime e insaziabili che li macinavano come pula nel crivello della loro aspra lascivia. Furoreggiavano, nel primo decennio del secolo, donne letterarie come Salomé e la Faledra, come Conchita e come Nanà. E di rimbalzo andavano per la maggiore le “creature falcate” dagl’impuri molleggiamenti che moltiplicavano attorno a sé i dissesti a alimentavano le armerie. Se la palma aspettasse, quanto alla sinuosità ed al sesto ogivale delle reni a Lyda Borelli o a Francesca Bertini, a Leda Gys o a Maria Jacobini, non saprei dire. Tutte, venivano, però, a conformarsi sul modello adorato e funesto. Tutte dovevano atteggiarsi ad avvelenatrici nefaste e a bevitrici di sangue. E il gioco dei loro sorrisi determinava marasmi bancari e giornate di “mercato senz’affari” negli emicicli di Borsa. Furoreggiavano le principesse russe, i cobra in gonnella, le donne sbellicate sulle gambe da fenicottero di Ida Rubinstein. E piacevano per affinità complementare gli uomini strapazzati, pallidi, violenti o trasognati con tendenza al « cadavere vivente» di cui Bonnard e Capozzi fornivano i compiuti esemplari.

Galanteria servile. Un pizzico di sadismo e di masochismo. Rettangoli e parallelepipedi di scollature molli, vibratili ed andature da serpent qui danse, secondo la formula di Baudelaire. Un’intensiva saturazione di sensi vertiginosi, incatenati, abissali, incendiarii; uno sfondo di piovre e di lamprede, una tempestiva comparsa di banchieri e imprenditori, una prospettiva oscillante fra poli opposti dei quali l’uno è il vestibolo di un gran palazzo e l’altro la cella del carcere o la soffitta, un certo numero di divincolamenti, di scarduffamenti, di rabbiose colluttazioni, le luminarie del Canal Grande e gli sbruffi della Fontana di Trevi, un suicidio al ritorno da un veglione e la didascalia finale — ed essi andarono verso la felicità — questi spasmi mondani, queste esibizioni erotiche, spinte talora alla caricatura, riflettevano la preoccupata mentalità degli anni pacifici. « Noi ci ribelliamo ai piccoli mali per curvarci davanti ai mali maggiori e terribili » ha pronunziato, o pressapoco il severo Alessandro Manzoni. E solo le grandi crisi che intaccano la sicurezza ed il benessere di milioni di persone sono forse capaci di dare il tracollo agli egoismi, ai conflitti d’interesse ed alle antitesi degl’individui che paiono insolubili nelle epoche floride.

Più le cornucopie dell’Abbondanza vuotavano le loro anse sull’Europa del 1912, più l’immaginazione ingigantiva « le battaglie della vita », « la lotta delle caste » e i « conflitti degl’ideali ». In mancanza di catastrofi si coltivavano periodicamente le guerre delle alcove e si agitava lo spettro della rivalità dei sessi. L’umanità non si adatta a vivere senza brivido: ed i classici dello spavento non le sono meno cari dei classici del ridere. Ed a somministrarle questa deliziosa sensazione provvedevano allora i racconti sulle bande criminali, le paurose statistiche degli armamenti, le profezie di invisibili ma infallibili vendette anarchiche, il Grand Guignol, e, soprattutto, i terrificanti stupori dello schermo.

Lorenzo GiussoOttobre 1944

Il primo film napoletano nel vero senso della parola

La lettera di Carmine Gallone al Sindacato Giornalisti Cinematografici (archivio in penombra)
La lettera di Carmine Gallone al Sindacato Giornalisti Cinematografici (archivio in penombra)

Secondo voi, gentili lettori, quale sarebbe il primo film “napoletano” della storia del cinema?

Lasciamo da parte le “vedute”, girate dai fratelli Lumière, voglio dire il primo film “a soggetto” girato a Napoli.

Secondo il bel volume Napoli nel Cinema di Enzo Grano e Vittorio Paliotti, il primo film a soggetto girato e prodotto a Napoli sarebbe La camorra di Roberto Troncone “che è di qualche mese più vecchio di La presa di Roma”, “ma mancano conferme da fonti d’epoca”, assicura, per esempio, Aldo Bernardini (Le imprese di produzione del cinema muto italiano, Paolo Emilio Persiani, con il gentile contributo di AV Preservation by reto.ch, 2015).

Purtroppo, nemmeno La presa di Roma, preso come riferimento nelle dichiarazioni di Roberto Troncone, risulta il primo film a soggetto di produzione italiana, come avevo pubblicato più di 10 anni fa in questa sede, citando l’articolo di Alessandro Santoni pubblicato nella rivista L’Eco del Cinema. Il mistero s’infittisce? Niente affatto, una fonte d’epoca è stata trovata. Più che una fonte d’epoca si tratta di una testimonianza scritta e firmata da un illustrissimo e longevo pioniere del cinema: Carmine Gallone.

Nel 1960, nel corso della manifestazione Quando il cinema si chiamava Napoli, organizzata dall’Associazione Napoletana della Stampa, gli organizzatori ricevono una lettera da Carmine Gallone in questi termini:

«Penso che possa interessarVi di sapere che il primo film napoletano, nel vero senso della parola, fu girato da me per conto dell’Unione Cinematografica Italiana – Periodo Barattolo 1918. Il titolo era: Il mare di Napoli, gli interpreti: Capozzi e Diomira Jacobini. E così anche il primo film sonoro napoletano: La città canora fu opera mia. Fu girato nel 1930 in tre versioni. Per questo film Murolo e Tagliaferri scrissero due nuove canzoni e precisamente Come se canta a Napule e Quante varche ‘e marinare. Interpreti principali: Brigitte Helm e J. Kiepura. Gli esterni di questo film furono girati fra Capri e Napoli»

Che ne pensate? Da un tratto sono scomparsi tutti: i Fratelli Troncone in primis, per non parlare della Dora Film e la (oggi) celeberrima in tutto il mondo (sì, sì, ho scritto in tutto il mondo) Elvira Notari. Nella stessa manifestazione, il primato del film napoletano, secondo lo storico Roberto Paolella, va riconosciuto ai Fratelli Troncone ma la data sarebbe il 1910.

Che rompicapo, vero?

A proposito di Carmine Gallone: secondo tutte le fonti d’epoca Fior di Male, prodotto dalla Cines nel 1915, interpretato da Lyda Borelli, e attribuito da storie e storici del cinema al nostro Gallone, è un “Cinedramma moderno in un prologo e tre atti ideato e messo in scena da Nino Oxilia”. Volete una prova, oltre alla brochure del film da me pubblicata e messa a disposizione qualche anno fa? Cercate il volume Rassegna generale della cinematografia, 1921 nella biblioteca digitale del Museo Nazionale del Cinema di Torino. A pagina 60/61 (128/129 nella versione digitale), alla voce Carmine Gallone potete leggere la sua filmografia (fornita al curatore del volume dallo stesso regista) e vedrete che Fior di male non c’e. Non vi resta che fare una ricerca su Nino Oxilia

Buona ricerca!

(Non finisce qui, la prossima “testimone autorevole d’epoca” sarà Francesca Bertini)

 

 

Cinematografo Lumière a Roma, Domenica 8 marzo 1896

Cinematografo Lumière a Roma, 8 marzo 1896
Il Messaggero, Domenica 8 Marzo 1896

CINEMATOGRAFO (La fotografia animata) Oggi inaugurazione via del Mortaro n. 17 (Il Messaggero, Domenica 8 Marzo 1896).

La grande scoperta del secolo

Sappiamo che i signori fratelli Lumière daranno a Roma un corso di rappresentazioni di uno spettacolo straordinario che Parigi, Londra, Bruxelles, possiedono da qualche giorno, e che ottiene un enorme successo. Si tratta della loro meravigliosa invenzione, il cinematografo il quale sarà installato nella via del Mortaro 17, nei locali del conosciutissimo fotografo cav. Le Lieure.

Ai nostri lettori non mancheranno le notizie dettagliate e sull’apparecchio e sul modo di funzionamento. Ci basta per ora dichiarare che il cinematografo non si contenta di riprodurre le scene le più variate alla grandezza naturale, ma, cosa meravigliosa, ne da il movimento. Così si assiste nei minimi dettagli al via vai d’una strada intera che la proiezione rende visibile in tutta la sua realtà; altre scene ancora, come l’arrivo di un treno in stazione, l’uscita di un’officina ecc., sfilano davanti allo spettatore meravigliato.

Tutta Roma accorrerà a questo spettacolo nuovissimo per l’Italia e di cui i nostri lettori saranno informati dopo la seduta d’inaugurazione.

Fra pochi giorni questo sito compierà 10 anni online. Questo è il mio regalo per voi, cari lettori, nella speranza di riuscire a cambiare qualcosa in questa “immobile” storia dell’immagine in movimento.
Con affetto,
Teresa