Il pubblico del cinema muto

che ne dice lei
che ne dice lei?

Quando si studia la storia del cinema muto la prima fonte da prendere in considerazione sono i film, quelli sopravvissuti, in secondo luogo le fonti cartacee, chiamate dagli addetti non-film. Naturalmente sono arrivate a noi molte testimonianze dei protagonisti (registi, attori, produttori, critici, eccc.). Poche, di mia conoscenza, le testimonianze degli spettatori. Il ruolo di spettatore, un ruolo fondamentale, non sembra attirare l’attenzione degli studiosi. Certo – direte voi – ma come si fa a sapere cosa pensavano gli spettatori dell’epoca? Bisogna organizzare una seduta spiritica?

Ma no! Non c’è né nessun bisogno. Possiamo sapere molte cose grazie alle fonti cartacee. Nel 1922 nasce a Torino la rivista al Cinemà, una delle sezione si chiama “che ne dice lei?”:

Sotto questo titolo, col prossimo numero si inizierà una rubrica in cui troveranno risposta tutte le curiosità dei nostri lettori d’ambo sessi, intorno al cinematografo. Volete sapere la marca delle cravatte di Capozzi? La misura  dei guanti di Francesca Bertini e di Pearl White?

Il nostro Cicerone che, munito di poteri soprannaturali, tutto sa, tutto vede, tutto conosce, come il Pathé Journal sarà sempre pronto a rispondere a qualsiasi domanda, anche se questa fosse un po’ più indiscreta del necessario.

Avanti dunque: domandate e sarete esauditi.

Uno studio approfondito delle risposte nella rubrica dimostra che la promessa di rispondere a domande indiscrete rimarrà una promessa. Davanti a certe domande la fantasia di Cicerone si sbizzarrisce in risposte come questa:

“Mia May abita a Berlino ed è maritata con un fabbricante di scatole per le conserve di pomodoro, il quale (il marito, non il pomodoro) è nato 49 anni or sono e sette mesi, or sono anch’essi a Tokio Giappone, dalla unione di un Mandarino e di una Mandarina: da ciò, forse, l’istinto per le conserve.

Mia May parla parecchie lingue: il tedesco, il russo (con o senza insalata), il latino e il greco antichi e moderni, e un’altra ancora che usa solo con suo marito e gli amici più intimi.”

La principale curiosità degli spettatori del 1922-1923 non sono le cravatte di Capozzi o la misura dei guanti della Bertini,  i cinefili vogliono sapere come si fa a diventare 1. attori 2. registi 3. soggettisti (o meglio come vendere un suo soggetto). Più o meno come adesso. Il problema è che il cinema italiano si trovava allora come adesso in piena crisi:

“La domanda che mi fate è uguale a quella che mi fanno il novanta per cento delle mie lettrici. E’ una fatalità, ma non so proprio come favorirvi, data la situazione gravissima della cinematografia italiana. Darvi degli indirizzi di Case Cinematografiche è come indurvi a fare un buco nell’acqua. Se avete realmente attitudini e buona volontà, aspettate tempi migliori e poi tentate. Però, non fatevi soverchie illusioni.”

Dopo il metodo migliore per entrare nel mondo del cinema, la curiosità si sposta verso la vita e miracoli di quelli che già ne fanno parte, dettagli come età, situazione sentimentale, indirizzo, di attrici-attori-registi. Una spettatrice di Roma vuole sapere della vita privata di Pina Menichelli, un’altra di Torino la età di Vera Vergani: “Ho già scritto che l’età delle attrici non si dice mai. Come tutte le donne, esse hanno l’età che dimostrano”. Emilio Ghione, interprete e regista è molto quotato: “In questo momento è in Germania, ma ne ignoro l’indirizzo. Emilio è abbondantemente ammogliato ed ha una consorte gelosissima”. Imitando i colleghi d’oltre oceano i protagonisti del cinema muto italiano hanno imparato che notizie ed interviste fanno bene allo status stellare, ma la vera data di nascita, lo stato civile e l’indirizzo privato rimangono un tabù.

Ogni tanto capita qualche cinefila/o interessato in questioni tecniche:

“Ci sono certe macchine da presa che possono essere utilizzate come macchine fotografiche e da proiezione. Una di queste è la Cinescope.”

“I fratelli Williamson brevettarono in America un apparecchio che permette di riprendere fotografie sottomarine.”

“Le scene di notte vengono sempre fatte… di giorno. E’ la sola pellicola positiva che viene tinta in blu.”

Le preferenze degli spettatori, nei primi due anni della rivista, sono riservate al cinema italiano e i suoi protagonisti, che nello sforzo per continuare a lavorare migrano in Francia e Germania. Un aspetto sorprendente è che questi film girati dagli italiani all’estero ottengono buoni risultati al botteghino internazionale, mentre la produzione di film in Italia è ridotta ai minimi. Ma di questo vi racconterò più avanti.

La Rosa di Tebe – Cines 1912

La Rosa di Tebe 1912
Francesca Bertini e Amleto Novelli, La Rosa di Tebe 1912

Messa in scena: Enrico Guazzoni
Interpreti principali: Francesca Bertini (Selime, la rosa di Tebe), Amleto Novelli (Efrain), Ignazio Lupi (Ramsete).
Lunghezza metri 574
Film scomparso.

Argomento:

Il re Ramsete sente vantare le bellezze di Selime, detta la rosa di Tebe. Incuriosito, si traveste e si reca a vederla: ne rimane ammaliato e la fa rapire e condurre ai propri palazzi, innamorandosi perdutamente. Scongiuri, preghiere sono vane al cuore di Selime, che ama Efraim, il pastore; il quale, furente di gelosia, attenta alla vita del re e vien messo in prigione. Ora Selime è arbitra delle sorti di Efraim; si conceda ed il pastore sarà libero. Ma Selime rifiuta sdegnosamente e Ramsete perde ogni speranza di amore. Allora ordina che il pastore colga la rosa di Tebe e le nozze avvengono con grande solennità. Chiamati gli sposi alla reggia, vien consegnato a Selime un cofanetto da parte del Re: è il regalo di nozze. Efraim l’apre e vi trova uno stile lordo di sangue: è l’arma con cui Ramsete si è trapassato il cuore…

Recensione:

I dramma storici ritornano di moda e la Cines in questo genere di lavori ha sempre ottenuto il plauso incondizionato della critica e successo entusiastico del pubblico.

La moda ha voluto che per qualche tempo la casa romana tralasciasse il genere che è suo onore e suo vanto; ma ora che la parentesi dei lavori moderni è per chiudersi per volontà dello stesso pubblico che l’aprì, auguriamoci che la casa romana non indugi più oltre e riprenda a fabbricare il suo genere nel quale poche case soltanto la possono contrastare il primato.
Ciò noi pensavamo poche sere or sono assistendo alla rappresentazione della Rosa di Tebe, il forte dramma di Re Ramsete, ora soltanto comparso sul panno bianco dei cinematografi di Napoli, ma già lusinghiermente accolto in altre città d’Italia.

Rosa di Tebe ha tutte le qualità del dramma: passioni violente che si sprigionano da nature eccezionali, delicati sentimenti eternamente in contrasto con forti passioni e poi un esteriorità pomposa, impressionante che da al contenuto maggiore allettamento e maggior forza, aggiungendovi bellezza e colore.

La novella è bella: Un Re egizio Ramsete vede la pastorella Rosa di Tebe e se ne innamora e la fa rapire ; ma invano ne spera amore, poiché ella ama Efrain, il pastore bello e selvatico col quale ella ha passato deliziosamente ore lietissime d’ amore tra i campi. Re Ramsete questo amore non può cancellare dall’animo della vergine egizia e si sacrifica, egli che tanto 1′ama, permettendo che ella sposi il giovine pastore. Nel giorno delle nozze però egli si uccide ed ai due sposi dona il pugnale col quale si è colpito.

Quanta bellezza in questa lieve novella o quanta delicatezza e quanto sentimento nel Re egizio e quanta forza nella giovine vergine, che pure colmata di onori e di ricchezze dal suo regale amante, puro accontentata in ogni cosa, non dimentica il suo Efrain che per lei sospira e per lei attenta alla vita del Re, che violentemente gliela tolse.

Interpreti del lavoro sono stati la Bertini, il Lupi e se non erro il Bracci (Amleto Novelli n.d.c.). Questi ultimi pur rendendo bene la parte loro affidata non hanno recitato con l’usata vigoria, ma la Bertini ha fatto della sua parte una vera creazione, rivelandosi attrice intelligente e fortissima. Specie nella scena con Re Ramsete noi abbiamo notato le doti di questa artista impareggiabile alla quale si va schiudendo un brillante avvenire, che potrà essere veramente radioso se la brava, attrice continuerà a mettere sempre lo stesso studio e lo stesso impegno messo in qualche scena di questo lavoro.

La messa in scena nel suo sfarzo ha rivelato troppo le artificiosità del cartone, in ispecie nella scena gran luce ove la crespe del falso e dello sbiadito appaiono con maggior risalto.
Rosa di Tebe ha, dunque, pregi non comuni di bellezza e noi ne siamo lieti perché col trionfo di questo lavoro trionfa anche l’industria italiana nel nome, di una tra le più accreditate nostre case.