Shylock, 1910: il debutto di Tofano e la Bertini che non c’è

Manifesto
Manifesto

Rivedendo la filmografia di Francesca Bertini per il progetto in corso di lavorazione, ho ritrovato i miei appunti di qualche anno fa a proposito dei film della Film d’Arte Italiana Pathé.

Il “qualche anno fa” sarebbe otto anni fa, quando uscì il DVD Silent Shakespeare della Milestone (adesso è disponibile anche quello del BFI) che, secondo la pubblicità, contiene due film interpretati da Francesca Bertini per la Film d’Arte Italiana Pathé nel lontano 1910: Il Mercante di Venezia e Re Lear. Questo è vero soltanto per Re Lear, perché della Bertini non c’è nessuna traccia nel Mercante di Venezia. In altre parole, l’attrice che interpreta il ruolo di Jessica non è la Bertini, come continuano a riportare molte filmografie, anche sul web.

Ma non è tutto perché il titolo del film è semplicemente Shylock, come si deduce dal manifesto originale della Film d’Arte Italiana e dalla pubblicità dell’epoca. Inoltre, fu con questo titolo che Ermete Novelli (1851-1919), uno dei grandi interpreti della scena di prosa italiana a cavallo tra l’ottocento ed il novecento, presentava al pubblico la sua personale versione del dramma shakespeariano, come racconterà anni più tardi Sergio Tofano nel volume Il teatro all’antica italiana:

Un Novelli che in Il mercante di Venezia sopprime l’ultimo atto perché il suo personaggio non vi compare: tanto che nel cartellone la tragedia perde il suo titolo originale e vi figura solo con quello di Shylock, di cui, non si può negare, era interprete di gran potenza da farsi quasi perdonare quell’arbitrio. Anzi, il primo manifesto di Novelli annunziava: SHYLOCK e, sotto, tra parentesi (DAL MERCANTE DI VENEZIA) DI GUGLIELMO SHAKESPEARE. Ma un giorno, chi sa come, per distrazione di un tipografo probabilmente, le parentesi caddero e da allora i manifesti annunziarono la tragedia in questi termini: SHYLOCK DAL MERCANTE DI VENEZIA, che facevano piuttosto pensare a una visita di cortesia del facoltoso ebreo allo sventurato Antonio.

Impagabile, come sempre, Sergio Tofano, che fece il suo debutto sulla scena di prosa proprio nella compagnia di Ermete Novelli nella stagione 1909-1910. Per tutti i suoi ammiratori, che sono molti, raccomando di vederlo nel suo debutto cinematografico proprio nel Mercante di Venezia, ovvero Shylock della Film d’Arte Italiana Pathé, incluso nel DVD Silent Shakespeare. Non mi risulta che lui abbia raccontato di questo debutto, ed è molto strano che finora (ne avevo parlato cinque anni fa con Vittorio Martinelli e, sopratutto, con Alessandro Faccioli) nessuno ci abbia fatto caso.

Comunque, una Bertini in meno, ed un Tofano in più. Come cambio non c’è male.

Dimenticavo, tanto la riduzione da Il Mercante di Venezia di William Shakespeare, come la messa in scena del film Shylock, Film d’Arte Italiana Pathé, vanno attribuite ad Ermete Novelli.

Sotto, a destra dell’immagine, potete distinguere Sergio Tofano in una scena di questo film.

Sergio Tofano, primo a destra
Sergio Tofano, primo a destra

Bébé, versione italiana 1912, dal Marocco a Tripoli

Una scena del film
Una scena del film

Ovvero, come Bébé, il personaggio protagonista di una fortunata serie di pellicole dirette da Louis Feuillade per la Gaumont, grazie a qualche provvidenziale ed opportuna modifica nell’argomento, diventa un eroe a Tripoli.

Secondo la filmografia di Louis Feuillade (pubblicata nella rivista 1895, numero hors série septembre 2000), il titolo del film è Bébé au Maroc, anno di produzione 1911. Il numero di catalogo è lo stesso: 3723, non così il metraggio: 421 nella versione originale francese, contro i 450 della versione italiana. Tutto fa supporre che si tratti dello stesso film, uscito in Italia nei primi mesi del 1912.

Ecco l’argomento, versione italiana:

BEBE’ A TRIPOLI
Scene comico-eroiche in 6 parti e 20 quadri. Numero di catalogo: 3723. Lunghezza della pellicola m. 450

Bebè, il piccolo prodigio della Casa Gaumont, non si smentisce mai: egli è sempre all’altezza della situazione. Gli eventi lo hanno portato a Tripoli, e là il piccolo eroe ha saputo far valere la sua avvedutezza e il suo coraggio.

I genitori di Bebè si preparavano a partire per Tripoli. L’ingegnere Pietro Carli era stato incaricato di studiare il tracciato della nuova linea ferroviaria da costruirsi tra Tripoli e Ain-Zara. Lo accompagnavano nel suo viaggio la moglie e il fedele servo.

Quanto a Bebè era deciso che egli sarebbe rimasto a casa affidato alle cure della zia. Ma il nome di Tripoli faceva battere forte il cuore del nostro piccolo eroe; le vittorie dei nostri marinai e dei nostri soldati, le vicende tutte della guerra interessavano troppo da vicino Bebè, perché egli restasse volentieri fra le domestiche pareti.

(…) Chiuso nella sua stanza bebè si è dato allo studio della geografia; egli medita profondamente sul mappamondo e sulle carte con la gravità di un grande esploratore. Anch’egli prepara una spedizione e quale spedizione!

Una sera col favore delle tenebre, Bebè si alza, si veste, si arma di un lungo cannocchiale da campagna e di una rivoltella d’ordinanza e, fiero come un conquistatore prende la via del porto.

(…) Teuf, teuf, teuf… Il motore romba lietamente e l’appetito si risveglia ben presto nello stomaco del capitano della Giulia! Bebè beve e mangia… per pagare più tardi alle onde il suo tributo di marinaio novellino.

(…) Raggiunta la spiaggia, Bebè da una scalata ad una duna sabbiosa e dalla cima comincia a scrutare col cannocchiale l’orizzonte in apparenza deserto. Ad un tratto getta un grido: egli ha scorto lontano un accampamento. Là si distribuiscono armi: sono i turchi che armano gli arabi contro gli italiani; certamente si sta preparando un colpo di mano… Bebè non manca si istinti bellicosi. Colla rivoltella in pugno, penetra nel campo nemico dove non erano rimaste che donne e fanciulli, e colla violenza s’impadronisce delle vesti di un piccolo arabo. Poi si spalma il viso di cera da scarpe e si trasforma in un autentico beduino.

(…) Ma l’attenzione del nostro eroe è rivolta ad una nuvola di polvere che si eleva lontano nell’immensità del deserto. Un grido si spavento esce dalle sue labbra; turchi ed arabi si sono gettati sopra una carovana e si preparano a compierne il massacro. Un cannone è là sul limite esterno del campo: bebè si precipita e, caricatolo. senza indugio fa partire un colpo!

L’artigliere improvvisato cade riverso… ma non appena si rialza vede arrivare a briglia sciolta un gruppo di zaptié nella bella uniforme delle truppe eritree, che presentano le armi a Bebè. Dietro i cavalieri abissini vi sono dei bianchi.

— Papà! Mamma!

Folle di gioia Bebè si precipita fra le braccia dei genitori, salvati dal suo provvidenziale colpo di cannone, e lascia sui loro visi le tracce evidenti del suo viso di beduino improvvisato.

Intorno si leva il grido: Viva l’Italia!

(Dalla rivista Novissima Echo, Milano, 31 gennaio 1912)

Augustus 1928, primo film di Alessandro Blasetti

Augustus 1928
Augustus 1928

Mi riservavo di parlare su questo primo tentativo cinematografico di Alessandro Blasetti in un’altra sede, ma visto quel che è successo poche settimane fa al Cinema Ritrovato di Bologna, sarà meglio non pensarci più, e così, ecco qualche nota su questo primo ed inedito film della casa di produzione Augustus, fondata a Roma nel 1928, direttore artistico (e fondatore), Alessandro Blasetti.

Si tratta di un piccolo film sperimentale, titolo Augustus Soc. An., 58 metri, visto di censura 24102, secondo l’elenco delle pellicole cinematografiche approvate dal Ministero dell’Interno, in data 31 marzo 1928 (vedere l’immagine sotto), operatore Antonio Cufaro, soggetto e sceneggiatura, Alessandro Blasetti, supervisione di Ernesto Cauda. Per il momento è tutto, vi lascio con uno degli articoli, dove si parla di questo primo film italiano della rinascita, cedo la parola a Marcello Gallian e ricordo che siamo nel 1928:

Sono stati proiettati l’altro giorno, fra un atto e l’altro del film Il Gaucho interprete principale Douglas Fairbanks, cinquanta metri di cinematografo italiano.

Ovverosia, i primi cinquanta metri del nuovo cinematografo italiano, così come lo intendiamo noi, contro tutti i vecchi carichi d’anni e d’esperienza e contro alcuni nuovi, che ricalcano, a modo loro, senza fantasia, preoccupati dalla paura e dalla responsabilità delle nuove intenzioni che creano nemici dovunque, le nostre idee ed i nostri propositi. Fra qualche anno, come di consueto, tutti grideranno alla scoperta e si daranno da fare di qua e di là, per accaparrarsi un posticino d’onore, o un angolo di responsabilità nella battaglia quotidiana di realizzazione, che noi, soli e senza scrupoli, abbiamo incominciato oggi, nel tempo nero, fra accuse di ogni sorta, pericoli da sormontare, barricate da abbattere, pezzi grossi da dimenticare, tradizioni, usi e costumi da gettare in soffitta o nei burroni della spazzatura.

La réclame dell’Augustus (50 m. di pellicola) è il primo film italiano della rinascita; osiamo dir questo, col tono del grido dell’allarme o con la frase improvvisa dello spaccamontagne o dell’arruffapopoli, perché siamo sicuri che a voler fare i prudenti, i compassati, i giusti, ci sia tutto da rimettere e nulla da guadagnare, in un’epoca cinematografica di banditori, di morigerati, di timidi, di gente che non vuoi compromettersi ad ogni costo per la paura di perdere il pane o di essere rasa al suolo da un ritardo di pubblicità improvviso.

Nè oggi perderemo il pane, come lo abbiamo sempre perduto, ché il mondo è pieno di straccioni e di pezzenti e di affamati dall’economia e della pubblicità non abbiamo bisogno: perciò parliamo chiaro; l’unica rabbia di cui pascono i nostri avversari, proviene dal fatto che non ci vedono legati a questo e a quello, non facciamo parte di combriccole o di consorzi, non accettiamo riserve e postille alle leggi che devono governare per la nuova cinematografia, e andiamo avanti, tra le fanfare degli imbecilli, o singhiozzi dei vinti, e il suono rauco della tosse cronica dei vecchi. Tutti, chi più chi meno, giornaletti e riviste, impresari e tecnici, hanno un programma da tornaconto e che si basa sulle opinioni correnti, le opinioni della tradizione cinematografica che ha imperversato malamente, per molti anni; l’Augustus, società di giovani per lo sfruttamento di films italiani, ha un programma rivoluzionario e si basa fortemente, audacemente, su una scoperta della massima importanza: (così io interpreto il programma-azione dell’Augustus): dare all’Italia un cinematografo italiano che eviti i difetti e gli errori della vecchia cinematografia e avanzi in valore e in fantasia le così dette invenzioni della cinematografia americana: fare cinematografo del cinematografo e non fotografia animata di scene teatrali. Cinematografo è antiteatro, dice S. A. Luciani nel suo ultimo libro; per noi è qualche cosa di più: riuscire a far sì che tutto che è non possibile avvenga sul teatro, sia unico elemento caratteristico di una visione cinematografica.

Il visto di censura del film
Il visto di censura del film

E ci spieghiamo, oggi, che cinquanta metri di film ce ne danno il destro. Alcuni, gli americani in ispecie, i quali dispongono di esuberante denaro, credono di far cinematografo, fotografando, ad esempio, una mandria di centomila bufali (Il Gaucho), un mare in burrasca (I fanti del mare) od una enorme folla di gente (Il Re dei Re) o un infinita carovana di automobili in corsa (La Grande Parata). Tutto ciò, sia detto una volta per sempre, non è cinematografo, secondo il nostro avviso: è vasto teatro, è anfiteatro di personaggi, è enorme palcoscenico; non è la quantità dì cose o di persone che fa il cinematografo, ma la qualità e sopratutto il modo col quale vengono riprodotte: cinematografo non è fotografia, che altrimenti tutti, chi più chi meno, sarebbero grandi cinematografisti, come purtroppo si crede: ma è interpretazione fotografica, di una data cosa o di una data persona, a seconda del momento, dell’epoca, dell’atmosfera nelle quali dette cose e dette persone sono viste. Cinematografo non è oggettivismo, ma soggettivismo; non è realtà, ma realismo magico; non è riproduzione, ma interpretazione. In teatro, Reinhardt vi sa rendere con cento comparse una folla di mille persone; Bragaglia con un arco, a seconda delle luci e delle prospettive, vi da il risultato di un sotterraneo o di un palazzo. Quello che Reinhardt e Bragaglia, ad esempio, per citare un tedesco e un italiano, non possono assolutamente rendere, è il successivo ed infinito modo di vedere un sotterraneo o una folla, a seconda del momento, e dello stato d’animo; non possono insomma fare di un sotterraneo un movimento d’archi infiniti nel buio o di una folla una montagna.

Nuovamente, si crede che il cinematografo non si distingua dal teatro, per il solo fatto che sul palcoscenico, dinanzi ad una platea cruda, non possano apparire cavalli in corsa, automobili e trams, ad esempio; gli è che, nel caso nostro, non era possibile rendere in palcoscenico, la sensazione di un automobile che si rovescia con lo spettacolo del paesaggio visto come lo vedrebbero gli occhi smarriti di un uomo che cade; come avviene nella réclame cinematografica dell’Augustus: risulta chiara e disastrosa la caduta e non si vede l’automobile che si rovescia. Per un uomo che cade si rovescia il mondo dalla parte opposta nella quale egli è caduto; e così appare il mondo sullo schermo.

Così, e ci piace spendere due parole ancora sopra una fatica di giovani, l’atmosfera del disastro appare ancora violentemente nell’uomo che telefona; è una faccia spaventata, un microfono nero e un tempo buio di ombre intorno, ombre solide, ombre-architettura, che non avevo mai visto in un film italiano, ad onore del vero. I competenti i teorici, i fotografari, insomma, avrebbero ripreso la strada e l’automobile, la mano che spara, poi l’altra automobile che ribalta, così, in natura, in realtà senza interpretazione e senza avventure di sensazioni, come un qualsiasi fotografo di provincia; i paesaggi, le figure, le cose appaiono nei nostri films, sempre, come i soldati e le serve nelle loro pose privilegiate, nelle vetrine dei sobborghi.

Ho detto figure e non personaggi: poiché nella réclame cinematografica dell’Augustus, a Dio piacendo, esistono figure e non personaggi: figure all’ordine della bacchetta magica del direttore artistico che le regola, le inventa, le plasma, le trucca a seconda delle passioni e degli avvenimenti.

Si trovano dunque riuniti, in questi pochi metri di pellìcola impressionata, i mezzi e gli espedienti di una tecnica nuova, o meglio, della nuova estetica cinematografica, la quale non vede il mondo come è, ma come appare, e come tale lo dimostra sullo schermo. Preludio ad un’epoca immensa di scoperte; di esperienze e di fatiche disumane: prima azione per le imprese future della cinematografia italiana.

Come è stato realizzato questo piccolo film, oggi non è conveniente dire: lo sapranno chissà come i competenti della cinematografia di domani, quando sarà possibile fare un parallelo storico fra i quattro ragazzi che con dieci bastoni e qualche rivoltella hanno cambialo fisonomia all’Italia e questi quattro ragazzi che con una macchina presa in prestito e un automobile gentilmente concessa, hanno iniziato la rivoluzione cinematografica italiana.