Il Cinematografo nel 1908

Gli ultimi giorni di Pompei, Società Anonima Ambrosio, Torino 1908

Quelli che ridono quando ci vedono uscire dal cinematografo o non lo capiscono o non ci sono mai stati; non ci si scappa. Nel primo caso non c’è più niente da fare; nel secondo bisogna proprio indurli a provare. Basta una volta. Il cinematografo è come…. le pellicole del medesimo — a parte le ciliegie di infantile memoria — l’una tira l’altra. Entrati una volta ci si ritorna all’infinito. E ci si prova gusto.

Perché?

Vattelappesca.

Cioè no, perché il cinematografo è un gusto. È un gusto come tanti altri, forse maggiore, certo migliore. Discuterlo è ozioso, ostacolarlo è impossibile. I gusti son gusti? Va bene. Ma questo è per di più comodo, facile ed economico.

E non fa male alla salute.

Quanti sono i gusti che non fanno male alla salute? Che non sono, almeno, pericolosi Non parlo del famoso trinomio pseudo mitologico: Bacco-Tabacco-Venere; ma la partita alle carte (leggi macao, 7 e mezzo, poker ecc.), ma l’automobile…. quando va contro un paracarro, ma il pugilato (è un gusto anche questo), ma la maldicenza…

È vero: c’è chi afferma che il cinematografo, co’ suoi barbagli e i suoi tremolii, stanca la vista. Ma questi sono i novizi. Non è che la stanchi: la allena. Anche il fare le elevazioni sugli anelli o su le sedie, stanca; ma non è forse questo un allenamento?

Se si rinforzano i muscoli, a forza di stancarsi, per l’identica ragione, in ossequio alla medesima teoria fisiologica, si deve aguzzar la pupilla. Anzi io penso che quando i cinematografi saranno tanto diffusi… che non ci andrà più nessuno, l’umanità ci avrà guadagnato un nervo ottico di più.

Scherzo?

Niente affatto. Consiglio anzi il cinematografo alle amministrazioni popolari in genere e al proletariato cosciente ed evoluto in ispecie.

Perché io ne so qualche cosa. Perché io al cinematografo ci vado sovente.

Mi ricordo, come fosse adesso, la prima volta. Prima di entrare mi sono guardato attorno mezz’ora con aria circospetta, per vedere se nessuno mi… vedeva. Avevo vergogna? Forse. Era la vigliaccheria delle mie azioni?

Può darsi. C’ero passato davanti tante volte e non mi ero deciso. Non avevo osato. Io stesso avevo anzi approvato i discorsi in cui quegli idioti che si nascondono sotto il nome di intellettuali giudicano questo il sollazzo delle cameriere educate e dei furieri-maggiori in attesa d’impiego; indegno non pur di critica, ma anche di osservazione.

Insomma il passatempo puerile, primitivo, per eccellenza.

Io stesso che condividevo queste idee per la stessa ragione per cui non mi piacciono i polpi — che non ho mai mangiato — ed i piselli — che non mangerò mai; io stesso ho sentito il bisogno di dichiarar altamente la mia protesta e d’affidarla alle stampe in una articolessa solenne.

Oggi sento il dovere di rinnegare. Anzi — meglio di tutto — me la rimangio.

Me la rimangio perché trovo più simpatico far così che non imitare quella infinità di papà seri, i quali, pur di non confessare questa debolezza… epidemica, che sta per diventar congenita e potrà (dio ce ne scampi) diventar atavica, vi portano tutte le sere il bimbo. E se ne dichiarano le vittime, salvo poi fare come quell’autore drammatico abbastanza noto e ritenuto persona navigata, che avendo in campagna i suoi rampolli, si fa prestare quelli degli altri.

Ma ho accennato artatamente agli autori drammatici. Essi sono infatti i più danneggiati da questo permù di teatro; essi sono forse i soli — a parte i capocomici che hanno trovato l’America nelle fazendas dei signori Chiarella, Suvini e Zerboni — ai quali il gusto (altrui) del cinematografo possa andare di traverso.

Il vantaggio che ha il cinematografo sugli altri generi di teatro — dalla prosa alla musica, colle nuances della pochade e dell’operetta è perché esso è tutto, è esclusivamente rappresentativo. Per la identica ragione per cui le tragedie dannunziane non piacciono alla maggioranza — il cinematografo attrae irresistibilmente. Là si chiacchiera — bene — ma un po’ troppo; là si raccontano gli avvenimenti; qui non c’è un cane che dica una parola ma gli avvenimenti si svolgono rapidamente. Magari anche troppo. Evidentemente il pubblico ama osservare più che ascoltare. Evidentemente il pubblico preferisce esser passivo che attivo. Non forse i fanciulli se la godono più a guardar le figure di un manuale d’ostetricia che non a leggere un bellissimo romanzo? Non forse i libri illustrati hanno più voga di quelli senza incisioni? Non forse il 90 per cento è abbonato alle riviste illustrate per sfogliarle ma non per leggerle?

L’uomo insomma vuol subire. Al cinematografo non si affatica. Non ha bisogno di ascoltare, di pensare, di ricercare moventi d’azione, atteggiamenti di anime, spunti di caratteri. No. Egli vede. Vede passare innanzi a sé una movimentazione, sia tragica, sia comica, ma sempre facile, immediata, ininterrotta. Che importa se tutto non è logico, se tutto non è dimostrato, se vi sono lacune che nessun buon senso potrebbe riempire mai? Quel che conta è il sentirsi tranquillamente, come alla finestra, spettatori indifferenti cui non è richiesta né intelligenza di giudizio, né fatica di osservazione, né seccatura di indagine.

Ecco perché il cinematografo è un gusto. Ecco perché l’avvenire è del cinematografo. Non dico che esso sia… il più bel giorno della mia vita, ma oserei dire che è il più bel divertimento di quanti se ne conoscano. E potrei anche osare di più, e cioè dire che esso è il meno educativo, è però il preferito. E poi è il più pudico.

Svolgendosi infatti ogni rappresentazione al buio, ogni spettatore è padrone di provare autenticamente le proprie emozioni e sinceramente manifestarle con rossori, contrazioni, pallori, lacrimuccie, interiezioni e magari… pizzicotti anonimi alle vicine di sedia. Il saper che nessun vi guarda perché non vi vede, lascia una sensazione dolcissima di solitudine — lo che fa quasi illudere che il divertimento sia tutto per sé. Sarà, questo, egoismo, ma anche l’egoismo vuoi la sua parte.

Ma se a taluno potesse sembrare esagerazione la mia: che il cinematografo è un gusto maggiore di tanti altri, pensi che in Italia ci sono — oggi che si parla — circa tremila cinematografi che fanno affari, ovverosia che si sostengono alternando nella giornata una decina di rappresentazioni a sala completa ; che ogni giorno ne sorgono di nuovi; che esistono in Europa nove case produttrici di pellicole (delle quali case, due italiane) che hanno un movimento di cassa di circa mezzo miliardo all’anno e impiegano trentamila persone.

E mentre il cinematografo si delinea come il più formidabile concorrente, come il più terribile nemico del teatro — la Società degli Autori non se ne accorge e vota pronunciamenti minacciosi contro tutti i Re Riccardi d’Italia.

Ma anche questo è un gusto.

Precisamente come il gusto del cinematografo.

Tullio Pànteo, ottobre 1908

Nell’immagine in alto, una scena del film Gli ultimi giorni di Pompei, produzione Ambrosio 1908, uno dei grandi successi della stagione. Si tratta di una cartolina pubblicitaria del Cinematografo Lumière (Palazzo Altieri) in Piazza del Gesù a Roma. L’autore dell’articolo, Tullio Pànteo, è un famoso giornalista e scrittore, autore della biografia Il poeta Marinetti, pubblicata nel 1908).

I film dal vero di produzione estera 1895-1907

Copertina del volume
Copertina del volume

Sono più di trent’anni che Aldo Bernardini studia il cinema muto italiano: tre suoi volumi sulla cinematografia nazionale dal 1896 al 1914 sono stati editi da Laterza nei primi anni ’80; con il compianto Vittorio Martinelli ha curato per il Centro Sperimentale di Cinematografia la filmografia della produzione a soggetto realizzata in Italia tra il 1905 e il 1931; sempre con Martinelli, ha scritto monografie sulle società di produzione di Gustavo e Goffredo Lombardo, sull’attrice Leda Gys e sui registi Roberto Roberti ed Enrico Guazzoni. Tra il 1987 e il 2003 ha diretto l’Archivio informatico dell’ANICA, da lui fondato.

Con questo volume Aldo Bernardini completa una pluridecennale ricerca sul cinema italiano dalle origini e sulla produzione documentaria che era confluita nel 2001 in Gli ambulanti e nel 2002 in I film dal vero, 1895-1914. Mancava la documentazione sui film girati in Italia da produttori e operatori stranieri che all’epoca — prima della nascita dell’industria e dell’esercizio stabile — erano stati decisivi per offrire ai pionieri italiani modelli e pratiche realizzative in grado di richiamare il pubblico popolare delle fiere e delle sale di varietà. A quest’importante produzione, in buona parte fortunatamente ancora esistente, Bernardini rivolge una speciale attenzione mettendo a disposizione di quanti si occupano della storia del linguaggio cinematografico e dell’evoluzione del costume i dettagliati appunti presi su ogni inquadratura, sulle caratteristiche tecniche ed espressive oltre che sui contenuti narrativi leggibili dallo spettatore odierno. Viene qui pure aggiornato il repertorio dei dal vero di produzione italiana, mentre un indice generale delle località si ricollega a entrambi i precedenti volumi segnalando, regione per regione, città per città, i luoghi di attività degli ambulanti e quelli illustrati nei film censiti.

All’apparato di immagini che accompagna il testo, si aggiunge un DVD con 32 titoli Lumière, Edison e Mutoscope, riprodotti rispettandone dimensioni e cadenze originali e consentendo quindi al lettore di farsi direttamente un’idea delle straordinarie qualità di quelle lontane riprese.

La produzione Lumière è esemplificata da cinque film che incontrarono all’epoca un’accoglienza particolarmente calorosa: Bains de Diane (Milan); Cortège au mariage du Prince de Naples; Roi et Reine d’Italie (Monza); Panorame de la Place St. Marc pris d’un bateau (Venise); Cuirassés de l’escadre française sur les cotes de Sardaigne.

Della  Mutoscope and Biograph sono state incluse quasi tutte le inquadrature (alcune risultano ancora oggi di particolare bellezza) realizzate in varie città italiane e le intere serie girate in Vaticano, con un ormai anziano papa Leone XIII, e a Venezia.

Venezia ricorre anche nelle riprese effettuate dalla ditta di Thomas Alva Edison, accanto però a scene e scorci di altre località frequentate dai turisti.

Questo, fresco di stampa, e gli altri due volumi (Gli ambulanti e I film dal vero 1895-1914), si possono ordinare nel sito della Cineteca del Friuli che ha avuto la felice iniziativa di editarli: La Cineteca del Friuli – Pubblicazioni – Libri/Books

Dal fonografo al fono-cinematografo, 1908

Fono-Cinematografo Gaumont
Fono-Cinematografo Gaumont

Tutti conoscono i dischi o cilindri fonografici, pochi sanno come si fabbricano. I fonogrammi registrati con grande spesa, per l’audizione diretta dei canti o delle orchestre, oramai non servono più che come prototipi, conservati accuratamente nei magazzini e utilizzati esclusivamente per la fabbricazione delle copie, in numero, si può dire, infinito, per mezzo di modelli galvanoplastici in rame nichelato, nei quali si colano, poscia, a volontà dei cilindri o dei dischi di pasta ordinaria, allo stesso modo che si sviluppano fotografie positive dal cliché negativo. Per i dischi, data la loro facilità di trasporto, questi modelli si fanno a stampa e ogni volta su tutta una serie di dischi accatastati. Un’officina di una certa importanza, può, in questo modo, fornire quotidianamente centinaia di fonogrammi, a prezzi così miti, che — compiendoli in altro modo — non sarebbe possibile poter fare.

La cosa più importante, in materia di fonogrammi è di ottenere la maggiore possibile fedeltà nei minimi dettagli dell’impronta, giacché, se la profondità del solco tracciato nella pasta si computa a centesimi di millimetri, ciascun centimetro di solco contiene migliaia di ondulazioni corrispondenti ai suoni, e — fatto curioso — si può vedere in ogni punto, per mezzo del microscopio, un aspetto diverso, a seconda del timbro della voce o della natura del strumento musicale che ha prodotta l’impressione su quel punto.

I dischi dei grandi fonografi, che servono per audizioni pubbliche, sono generalmente mossi con l’elettricità, e i deboli suoni prodotti nell’interno del diaframma dalla minuscole vibrazioni della membrana, crescono enormemente d’intensità per l’introduzione nel diaframma d’una corrente d’aria compressa.

Ma ciò è nulla in confronto del megafono a fiamma inventato dai signori Laudet e Gaumont. È un miscuglio d’aria e di acetilene sotto pressione che viene introdotto in un diaframma speciale che termina in due batterie d’infiammatori, analoghi agli infiammatori dei becchi Auer. Questo miscuglio viene acceso, e produce una serie di fiamme soggette, come nell’ordinario fonografo ad aria compressa, alle vibrazioni della membrana del diaframma.

La potenza di questo strumento è tale, che non si può immaginare l’effetto di un pezzo concertato, riprodotto con questo metodo, in una vasta sala.

Gli oratori che s’affannano a perorare una causa, davanti a un pubblico urlante di contraddittori, mercé la nuova scoperta, potrebbero introdurre tranquillamente nel megafono il loro discorso, e terrebbero testa ai più furibondi dei contraddittori: un giro di vite, e la voce si cambia in tuono.

Questa, è una  delle mille applicazioni del fonografo dell’avvenire.

E passiamo al cinematografo.

Il dottor Marey membro dell’Accademia delle scienze e il signor Demeny, direttore del laboratorio di fisiologia di Parigi studiavano indefessamente tutti i movimenti: voli du uccelli, caduta d’un bastone gettato in aria, nuoto di un pesce in una vasca, corsa di un uomo, ecc.; avevano adoperati i più ingegnosi mezzi per fotografare a intervalli regolari, le successive posizioni di questi soggetti, preferibilmente operando sovra uno sfondo perfettamente nero, e riducendo il soggetto a qualche linea brillante, ben disegnata: per esempio, vestivano di nero un uomo, che diveniva, così, invisibile sul cliché, avendo, però, cura di mettere sulle sue braccia, sulle gambe, sul torso, alcune linee di bottoni lucenti che, da soli, impressionavano la lastra, e davano la silhouette ridotta alla più semplice espressione, dei movimento delle membra, istante per istante.

Quanto a combinare un otturatore che scoprisse e coprisse l’obiettivo a intervalli regolari, niente di più semplice di un disco rotativo perforato.

Ma si giunse, bentosto, ad un importante perfezionamento, sostituendo all’unica lastra fotografica un nastro pellicolare pieghevole, sul quale di fotografava la scena intera, facendola scorrere a ciascuna impressione, la lunghezza d’una immagine, in maniera da ottenere, ben distinte, le istantanee di ciascuna fase del movimento studiato. Infine, questo movimento di ricostituiva dando alla pellicola positiva, tratta sulla negativa uno spostamento simile, con la stessa velocità, in un apparecchio di proiezione, sostituito all’apparecchio che serviva per prendere le vedute.

Ed ecco il cinematografo attuale.

Non c’è bisogno d’insistere sull’attrattiva che offre la riunione del fonografo col cinematografo.

La difficoltà maggiore sta nell’ottenere un sincronismo perfetto fra i due apparecchi. Non si può, evidentemente, presentare al pubblico un attore che parli prima di aprir bocca. Per questo, non si può considerare come fono-cinematografo la combinazione presentata a Parigi nell’esposizione del 1900, dei due apparecchi. L’operatore, male o bene, cercava di far accordare parole e movimenti girando più o meno velocemente la manovella del cinematografo intanto che il fonografo parlava.

È invece la matematica precisione che hanno i fono-cinematografi della società Gaumont, denominati apparecchi cronofoni assai ricercati.

In questo strumento, il fonografo ad aria compressa, messo in movimento da un motore elettrico, comanda automaticamente la marcia del motore elettrico del cinematografo, e i due apparecchi vanno con egual velocità.

Il legame fra i due apparecchi è elettrico, assicurato colla massima esattezza, tanto se vicini, quanto se distanti l’uno dall’altro.

Bisogna, però, prevedere i salti.

Per esempio, se il disco è un po’ troppo usato, l’ago del fonografo salta un solco, sopprimendo, così, una parte delle parole o della musica; intanto il cinematografo marcia regolarmente.

È possibile riparare a ciò, grazie ad un differenziale analogo a quello delle automobili, anch’esso messo in moto da un motore ausiliare che accelera o rallenta il cinematografo, senza che il motore del fonografo se ne risenta, sino a che lo riconduce alla unione primitiva.

Il fonografo viene anzitutto messo in movimento, poi, nel momento marcato da un segno sopra il disco, dal luogo corrispondente alla prima immagine del nastro, l’operatore preme sopra un bottone che mette in movimento il motore del cinematografo; e così la scena si svolge con effetto brillante, stupefacente.