Pochi mesi fa, verso la metà dello scorso maggio, è stata inaugurata a Valencia (Spagna), la nuova sede della videoteca dell’IVAC La Filmoteca – Istituto Valencià de Cinematografia Ricardo Muñoz Suay. L’archivio di questa videoteca conserva più di 13.000 titoli della storia del cinema, dai pionieri ai giorni nostri, con una particolare cura, e non poteva essere altrimenti, per la produzione “valenciana”.
Ma c’è di più. La videoteca si propone di raccogliere pellicole di cinematografie minoritarie, film a bassa diffusione, ed altri prodotti audio-visuali fuori dai soliti circuiti commerciali, anche queste, di tutti i tempi, di tutte le epoche e di tutte le nazionalità. Come esempio dell’interesse dimostrato dall’IVAC in questo tipo di prodotti audio-visuali, consiglio di visitare questa pagina, dove si parla del restauro di una serie di documentari amatoriali girati nella selva amazzonica e nel Mato Grosso.
Il servizio della videoteca è disponibile — e posso assicurare dalla mia esperienza che è veramente così e non si tratta soltanto di parole — per studenti, personale docente, studiosi e ricercatori, associazioni culturali pubbliche, istitituzioni e centri di diffusione culturale.
Un’aspetto interessante, fra i molti di questa iniziativa, è la possibilità di consultare i fondi online, e quindi, anche molto lontano da Valencia, farne la relativa richiesta all’indirizzo mail della videoteca: videoteca_ivac@gva.es
Di altre attività dell’IVAC collegate a questa videoteca, come la vendita di pubblicazioni delle Edizioni della Filmoteca e la rivista Archivos, parlerò in un prossimo post.
Questo articolo è il primo di un’antologia di testi intorno al cinematografo apparsi sulla stampa periodica e deve molto, nel senso che è ispirato, ad un vecchio progetto di Maria Adriana Prolo, grande ricercatrice e storica del cinema, nonché fondatrice del Museo del Cinema di Torino, alla quale idealmente è dedicato. (A proposito, e questo è un invito, non un rimprovero, a quando una voce tutta per lei su Wikipedia?)
Iniziamo dunque con la rivista L’Attualità, Anno I Numero 1, Milano, 1° maggio 1896, direttore-editore, Carlo Aliprandi. Per non seguire il cattivo esempio di certi storici, vorrei aggiungere che questa e molte altre meraviglie simili le devo alla generosità e gentilezza di Luciano Michetti Ricci, al quale non finirò mai di ringraziare abbastanza.
L’entusiasta e visionario autore è Arnaldo De Mohr, scrittore ed editore milanese, nato nel 1875, che fonderà la ditta libraria: De Mohr Antongini e C. di Milano. Membro, per tre anni, del comitato direttivo dell’Associazione lombarda dei giornalisti, scrittore ed autore di commedie. Uno dei suoi romanzi, L’epilogo (1899), fu premiato al concorso della Società per la Pace.
L’immagine corrisponde al primo programma di proiezioni del Cinematografo Lumière, del quale si parla nell’articolo.
Da molte settimane al Teatro Milanese di Milano, accorre un pubblico numeroso ad ammirare il cinematografo, o per dirlo con una parola più facile, la fotografia animata; ed uscendo dalla sala la folla ha sulle labbra mille esclamazioni di meraviglia e di stupore.
E meraviglia e stupore più giustificati non conosciamo, perché davvero la nuova scoperta è qualche cosa di incredibile, di straordinario. Chi scrive, il quale segue con grande interesse tutti i nuovi passi della scienza e che per la scienza ha quasi una venerazione, dopo aver assistito alle prove di questo cinematografo, ebbe un istante di entusiasmo, di vero e grande entusiasmo, pensando alla potenzialità formidabile della intelligenza umana, pensando che l’avvenire è della scienza e che verrà giorno in cui essa saprà non solo spiegare tutti i misteri ed i fenomeni del cosmo, ma correggere la natura e creare ciò che essa non sa dare. La parola — cinematografo vuol dire precisamente, scrittura, disegno del movimento: e…. come tutte le parole difficili, deriva dal greco: kinedmos in greco significa appunto moto, movimento; e grafo, che come tutti sanno, vuoi dire scrivere. Quindi: scrivere il movimento: come fotografia vuol dire scrivere l’immagine, ecc.
Ed ora, benché sia assai difficile, tenteremo di spiegare in che consiste e che cosa sia questo cinematografo. Per la maggiore intelligenza del lettore, è d’uopo che egli risalga un poco nella sua vita e ricordi quel giocattolo, formato d’una stretta striscia di carta sul quale sono rappresentate le diverse pose che assumono successivamente un uomo che salta o che balla, un cane o un cavallo che corrono, e così via. Quella striscia posta in una scatola circolare, nella quale sono tagliate, ad una certa distanza l’un dall’altra, alcune strette fessure, e fatta girare rapidamente, da all’occhio che si appressa a queste fessure l’illusione dell’uomo o dell’animale rappresentato con le varie figure e delle quali però sempre una sola ma che pare in movimento, che sembra salti, balli, corra. Da questo apparecchio primitivo — che ha formato uno dei nostri più cari divertimenti — derivò poi il così detto cinematoscopio, che sarebbe il fratello maggiore del primo e il fratello minore di questo ultimo, maggiormente perfezionato, e che chiamano cinematografo.
Nel cinematoscopio, al movimento irregolare ed ai mezzi semplici e primitivi che si aveva nel giocattolo, venne sostituito il moto regolato e celere di un orologio elettrico, sostituendo anche ai disegni grossolani del giocattolo, delle fotografie le quali disposte in altri apparecchi più perfezionati dava una illusione; sufficientemente perfetta della vita reale, con la riproduzione di scene vere coi movimenti di uomini e di cose. Il cinematoscopio si poteva osservarlo qualche tempo fa in Galleria Vittorio Emanuele ed anche allora la scoperta aveva fatto rumore.
Ma dal cinematoscopio al cinematografo che passo gigantesco! Pure il risultato meraviglioso lo si deve alla semplice applicazione della proiezione. Cosa molto facile…. ma che rammenta la famosa storiella dell’uovo di Colombo. E tutto il merito della nuova scoperta lo si deve ai fratelli Augusto e Luigi Lumière di Lione i noti fabbricatori delle lastre fotografiche che portano il loro nome e sono le più rapide.
Dalla proiezione applicata al cinematoscopio si ebbe l’ingrandimento della scena fotografata e la possibilità, che essa possa essere veduta contemporaneamente da un numero infinito di persone. Vantaggi questi notevolissimi, poiché anche, con l’ingrandimento fotografico, la rappresentazione del reale è più evidente e più efficace.
Prima di incominciare le prove, nella sala del teatro, viene distribuito un foglio, in cui, per maggior intelligenza degli spettatori, è spiegato per sommi capi il processo di questa fotografia animata. Con l’aiuto di esso cerchiamo di spiegare al lettore questo processo.
Le scene animate sono fotografate su di una striscia pellicolare che si svolge verticalmente in una scatola chiusa, munita di un obbiettivo successivamente aperto e chiuso, mentre la striscia si ferma o continua a svolgersi. Mediante un meccanismo preciso, la fascia pellicolare, sulla quale si fotografano le immagini, si svolge con movimenti successivi, separati da punti d’arresto.
Questa striscia passa dunque da una massima velocità ad un’immobilità assoluta, e si trova rischiarata per tutto il tempo che la prova è in riposo, vale a dire i due terzi del tempo totale.
Le diverse prove ottenute così ad intervalli di un quindicesimo di secondo sono rigorosamente simili; vale a dire che, se si sovrappongono due immagini qualunque, le parti rappresentanti soggetti immobili coincidono esattamente, mentre che le altre parti hanno posizioni la cui differenza rappresenta il movimento effettuatesi nell’acqua, negli esseri viventi, ecc., al momento in cui si ottennero le singole prove.
Il numero delle prove essendo di 15 per minuto secondo, una scena di un minuto comprende dunque 900 fotografie ed occupa una striscia lunga 18 metri e larga tre centimetri.
Così mentre col cinematoscopio si possono riprodurre soltanto piccole scene, con pochi personaggi, che si muovono in uno spazio necessariamente molto ristretto, il cinematografo può rappresentare scene complicate, varie e di grande estensione, come strade affollate, stazioni coi treni in arrivo, stabilimenti durante il lavoro, ecc., ecc. Così abbiamo assistito allo sbarco dei fotografi per il Congresso di Lione; al passaggio di un carro mascherato, con relativo seguito di folla, in una via di Nizza, durante il Carnevale; all’arrivo di un treno in stazione con relativa uscita dei viaggiatori; ai bagni di mare, coi bagnanti che si tuffano, spruzzando intorno l’acqua, e le onde che si accavallano; ad una partita a carte; al lavoro, degli operai nello stabilimento Lumière; all’uscita degli operai dallo stabilimento Lumière, mentre un grosso cane passa di corsa, due biciclettisti appaiono e scompaiono rapidamente, e una elegante carrozza passa lungo la strada, scomparendo in un nugolo di polvere….
Nè più né meno!
Ripetiamo: qualche cosa di meraviglioso, che lascia stupiti, pensosi, impressionati.
Ora si parla — e pare anzi cosa fatta — della scoperta della fotografia a colori. C’è tutto. Pensate.
Unite la fotografia a colori alla fotografia animata: date ai vestiti, alle faccie, agli occhi, alle cose, il loro colore naturale: fate muovere queste cose e questi personaggi col cinematografo; date agli esseri umani la voce naturale e alle bestie il loro linguaggio, per mezzo del fonografo Edison : riproducete tutto insieme, e si avrà la vita continuata. I nostri poveri morti potranno rivivere davanti a noi. Potremo udire il suono della loro voce, averli sempre vicini anche se il destino ce li avrà rubati, potremo assistere a scene avvenute a mille chilometri di distanza; potremo vedere – in modo reale – costumi, personaggi, avvenimenti. Stando seduti in poltrona in Italia, ci sarà dato d’ascoltare un discorso tenuto una settimana prima alla Camera francese; vedere l’oratore, osservare la sua faccia, i moti della sua bocca, dei suoi occhi, i movimenti del suo corpo, i gesti delle sue braccia, e ascoltare la sua voce e udire ciò che ha detto!
Pare una cosa assurda, impossibile; pare un sogno di mattoide, e invece… invece si verrà ad avere tutto questo e forse in un tempo relativamente breve.
Chi scrive si augura, e lo augura a tutti voi, lettori e lettrici, di poter assistere a questo risultato meraviglioso della scienza, per poter dire con la superbia dell’uomo che si sente davvero il re, il padrone, il despota della creazione: la scienza, fatta vassalla dell’uomo, ha vinto, ha superato la natura!
E chiudiamo esortando i nostri lettori milanesi ad assistere alle prove del cinematografo. Il prezzo è mite — mezza lira — e si è ad usura compensati dallo spettacolo meraviglioso. (a.d.m.)
Fotogramma del film Sole di Alessandro Blasetti, Secondo Tempo
Oggi a Bologna, “Il Cinema Ritrovato” rende omaggio ad Alessandro Blasetti, in occasione dell’anniversario della sua nascita, il 3 luglio 1900. Ho letto con sorpresa che “si presenterà una ricostruzione (a cura di Alfredo Baldi, Riccardo Redi e Michela Zegna, con la collaborazione di Anna Fiaccarini, Vittorio Martinelli e Donatella Trono) di Sole (1929), opera prima di Alessandro Blasetti, film considerato perduto dal 1943. I risultati raggiunti dalle nuove ricerche promosse dalla Cineteca di Bologna, saranno presentati al pubblico in un montaggio che rappresenta una prima ipotesi di ricomposizione dei materiali sopravvissuti. A questi frammenti conservati dalla Cineteca Nazionale, si aggiungono ora gli inediti fotogrammi originali e una selezione di foto di scena che ricostruiscono la trama del film”. Sono queste le parole testuali della nota per la stampa, e francamente questo è troppo. Se non fosse per il retroscena più che penoso di questa storia che sto per raccontare, la cosa mi farebbe sorridere.
Altri fotogrammi dal film Sole di Alessandro Blasetti
Per la verità, sapevo già di questa ricostruzione, ma credevo ingenuamente che qualcuno si sarebbe messo in contatto con me, visto che otto anni fa, in occasione del centenario di Alessandro Blasetti, avevo proposto questo stesso progetto a Vittorio Boarini, come sicuramente lui, allora direttore della cineteca bolognese ricorderà. Vittorio Boarini si era dimostrato subito disponibile, e poche settimane dopo avevo pronto il dossier (conservo ancora il CD con la ricostruzione del film, fotografie di Bragaglia e fotogrammi del film, testi presi dalla sceneggiatura originale, ecc., la lettera di autorizzazione di Mara Blasetti per lavorare nel progetto, intestata a me, come richiesto da Boarini, che voleva essere sicuro di non avere nessun problema di diritti, e la corrispondente ricevuta). Avevo trovato i fotogrammi del film mentre preparavo i materiali per il centenario di Blasetti e sono rimasta molto sorpresa (e molto felice) anch’io per questo fortunato ritrovamento che permetteva di ricostruire un film molto importante nella storia del cinema italiano prima del sonoro. Nelle mie intenzioni, e in quelle di Mara Blasetti e Vittorio Boarini, c’era la ricerca dei tre film considerati perduti di Blasetti: Sole, L’impiegata di papà ed Il caso Haller.
Altri fotogrammi ancora del film Sole di Alessandro Blasetti
Naturalmente avevamo pensato, io e Mara Blasetti, di chiedere la collaborazione delle cineteche affiliate alla Fiaf tramite la Cineteca di Bologna, per il ritrovamento di questi film, ed era questo lo scopo del dossier, meticolosamente preparato da me sui film blasettiani. Naturalmente feci altre ricerche, per esempio, ritrovare quando ed in quali circostanze questi film erano stati proiettati in pubblico per l’ultima volta. E nel caso di Sole, scoprì che contrariamente a quanto affermavano certi testi, il film non era sparito, non era l’unica copia esistente, ed il negativo non era stato distrutto, le ragioni per le quali il film non s’era più visto, erano altre…
Alcuni mesi dopo, cercando di coinvolgere altri studiosi italiani in questo progetto, il primo nome — da me proposto — fu Riccardo Redi, autore del volume Sole, edito dal Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1985. Al signor Redi le fu inviata, tramite Armando Giuffrida, nel corso del festival di Pordenone del 2000, una parte dei documenti relativi alla casa di produzione Augustus, produttrice di Sole. Passata qualche settimana, il signor Redi si mise in contatto con Mara Blasetti facendo la seguente proposta: tutto bene per un nuovo volume sul film Sole, a cura di Adriano Aprà e Riccardo Redi, ma senza la mia collaborazione. Davanti a questa proposta, Mara Blasetti contrastò che: visto che i nuovi documenti (e non soltanto i fotogrammi del film o le fotografie, ma l’intera documentazione sull’Augustus; lettere, contratti, corrispondenza varia) era un mio ritrovamento (nel senso che avevo ritrovato cose che Redi stesso nel suo volume su Sole non aveva mai riportato), era giusto che io prendessi parte a questa pubblicazione (Ringrazio ancora una volta Mara Blasetti per questo generoso gesto nei miei confronti). E così, del volume non se ne parlò mai più… ma non finisce lì perché pochi mesi dopo ricevo una telefonata da Vittorio Martinelli che mi chiede di convincere Mara Blasetti a cedere i fotogrammi, le fotografie e tutta la documentazione del film Sole per un progetto di ricostruzione (costo 20.000.000 di lire), come lui, Martinelli, aveva fatto con Non c’è resurrezione senza morte. Io dissi di sì, va bene, purché si faccia, va bene lo stesso. Ma non se ne fece niente, perché a pagare questo progetto doveva essere il Comitato Alessandro Blasetti per il Centenario. Dopodiché, io stessa rinunciai a continuare ad occuparmi di Blasetti, volontariamente e senza aver preso una lira per il mio contributo (c’erano ancora le lire), anzi, mettendole di tasca mia, per circa un anno… La storia, come molte altre storie legate alle ricerche cinematografiche sono troppo malinconiche per essere raccontate, e comunque, non mi sembra questa la sede. Basti dire che non mi sono trovata in sintonia con Ernesto Nicosia, segretario del Comitato Blasetti il quale pretese che io cedessi la biografia di Blasetti da me compilata per il volume del centenario ad una sua amica “che doveva farsi un nome”, ma non era solo questo, a parte i miei scritti, il signor Nicosia e le sue manovre, diciamo che non mi garbabano affatto perché in gioco c’era non soltanto la storia del cinema ma i miei dati fiscali. E basta così. Credo ricordare che questo signore non garbasse nemmeno a Gian Luca Farinelli, stando a quanto lui stesso mi disse nel corso di una telefonata.
E così, in questi otto anni, mi sono occupata di storia del cinema e ho collaborato, come sempre molto generosamente, come credo ricorderanno alcuni amici di Torino e Roma, a tanti progetti di cinema, MA NON SONO MAI INTERVENUTA in nessuna delle diverse iniziative intorno a Blasetti, e nemmeno dietro alle ripetute richieste di Mara, sono tornata indietro su questa mia decisione.
Ma questa mancanza di etica professionale da parte di una istituzione (e dei suoi rappresentanti) verso una persona che pochi mesi fà ha collaborato ad una delle sue iniziative è inaccettabile.
Insieme a questo post, tre immagini del film Sole, secondo tempo. Come prova, prima prova di quanto detto sopra. A seguire, nei prossimi giorni, altre.
Un consiglio: prima di fare le cose di nascosto, pensate che fortunatamente esiste internet…