Alberto Capozzi alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone

Alberto Capozzi
Alberto Capozzi

Il pioniere Alberto Capozzi, uno dei divi più quotati del cinema muto italiano comparirà sugli schermi delle Giornate del Cinema Muto 28 edizione che si celebrano a Pordenone dal 3 al 10 ottobre 2009. Credo si tratti di due “ritrovamenti”, e cioè, due film scomparsi della lunga carriera di questo attore-regista-sceneggiatore italiano. Il primo, in ordine di tempo è L’ostaggio, film Ambrosio del 1909. Il secondo, che ho molta curiosità di vedere (il perché lo racconterò più avanti, dopo aver visto il film), è Eine Versunkene Welt (Die Tragödie eines verschollenen Fürstensohnes) una produzione austriaca del 1922, regista e sceneggiatore Alexander Korda. In Italia il titolo del film era S.A. Il principe rosso. Come ho detto, ne riparlerò.

Alberto Angelo Capozzi, pioniere del cinema, nasce a Genova l’otto luglio 1886, da Pietro, armatore, e da Emanuela Causa. Trascorre l’infanzia a Sestri Ponente, e per volere di suo padre frequenta un Seminario, ma non sembra molto convinto della sua imposta vocazione.

Intanto scopre l’esistenza delle filodrammatiche, come tanti altri hanno fatto prima e dopo di lui. Comincia a recitare, s’innamora di quello strano mestiere, e pretende che se ne innamorino anche i suoi genitori. A sedici anni, riesce a ottenere una scrittura dal capocomico Novelli Vidali, e gli sembra d’aver raggiunto il paradiso. Comunica la notizia al padre, il quale non la commenta neppure; ma, da uomo avveduto, va dal capocomico e manda a monte la scrittura ed il futuro sui palcoscenici del figlio.

Ma Alberto non si rassegna e così, a diciassette anni entra in una compagnia drammatica diretta da un certo Musella, che lascia ben presto per la più prestigiosa Talli-Borelli.

Un giorno, leggendo le offerte di scrittura sul giornale teatrale Il piccolo Faust gli salta agli occhi il seguente annunzio: «Cercasi primo attore cinematografico ».

Siamo nel 1909, l’epoca in cui i primi attori si cercavano a mezzo d’inserzioni. Capozzi scrive immediatamente ad Ambrosio, l’uomo dell’inserzione, e riceve l’invito a presentarsi, a Torino. Arturo Ambrosio lo riceve insieme a Luigi Maggi, direttore artistico della casa, e gli fanno provare una morte molto tragica; a quell’epoca, il provino non era ancora nato, i registi andavano a occhio.

Finita la prova, mentre Alberto sta ricomponendosi i capelli, e mettendosi a posto la cravatta, Maggi e Ambrosio, appartati in un angolo, discutono sottovoce. Alla fine, Ambrosio s’avvicina all’attore:

— Mi sembra che possiate andare; se volete lavorare con noi, vi offro un contratto a trecento lire al mese.

Alberto accetta con evidente entusiasmo, e pochi giorni dopo interpreta il suo primo film, intitolato Spergiura; fa la parte di un ussaro, il quale viene murato in una camera, e diventa lo scheletro di un ussaro, e dopo Spergiura, Alberto gira un’infinità di film.

Ambrosio sembra soddisfatto, gli porta lo stipendio prima a cinquecento, poi a ottocento lire al mese. Nel 1910, la Pasquali Film si accaparra Alberto, a milleduecento lire al mese. Gli studenti fermano Capozzi per strada: — Ma è vero che guadagnate milleduecento lire al mese?

E quel volto, quel nome, diventano celebri in tutto il mondo. In America, in Francia, in Russia, in Polonia, in Africa, Alberto Capozzi celebre divo cinematografico, ha milioni di fedeli ammiratori e di ammiratrici spasimanti. I suoi film rendono cifre pazze, coi guadagni di uno solo fra essi, La rosa rossa, produzione 1912, Ernesto Maria Pasquali si costruisce i nuovi stabilimenti. E Alberto ignora tutto questo, non sa d’essere celebre; vive a Torino, dove tutti lo conoscono, ma è facile a quei tempi essere conosciuto da tutti a Torino. Riceve centinaia di lettere di ammiratori che non legge, ma le passa a Nino Oxilia, il quale risponde alle migliori.

Intanto Gaumont lo chiama a Parigi e gli offre un contratto per sessantamila Iire all’anno. Sessantamila; Capozzi lo guarda intontito, convinto d’aver a che fare con un pazzo.

— Ma, prima vorrei vedere…

— Come volete; io vi dò il contratto firmato: quando vi deciderete lo firmerete anche voi, e Capozzi ritorna a Torino, con il meraviglioso pezzo di carta in tasca. Non crede a quella cifra, ma vuol parlarne con Pasquali.

— Sai, sono stato a Parigi, da Gaumont. Quello è pazzo, mi ha offerto sessantamila lire all’anno… guarda qui il contratto…

Pasquali tace, tormentandosi le labbra, come è sua abitudine quando pensa intensamente. Si alza, ficca le mani in tasca,

— Senti, se è per questo, sessantamila lire te le dò io.

Accidenti, è impazzito anche Pasquali. Capozzi crede di sognare, ma invece si tratta di realtà realissima. E continua a lavorare per quella cifra, considerandosi un uomo favorito dagli dei.

Intanto scoppia la guerra. Il vecchio Chiarella offre a Capozzi di formargli una compagnia drammatica per l’America del Sud. La compagnia parte con un contratto di tre mesi, ed ha tanto successo che rimane oltre oceano un anno. In Argentina tutti conoscono Capozzi, lo aspettano folle di persone con le musiche. A Santos, dal piroscafo, Capozzi vede quell’immensità di gente, e le fanfare, le bandiere. Sa che sul piroscafo c’è l’arcivescovo nuovo che viene a prendere in consegna la diocesi, e crede che i festeggiamenti siano per lui.

— Che bella soddisfazione deve essere per l’arcivescovo sentirsi ricevuto con tanto entusiasmo, — dice Alberto al proprio segretario. E subito dopo sente centinaia di voci che scandiscono il suo nome, giunge a bordo una delegazione che gli presenta gli omaggi della folla.

Capozzi approfitta del suo successo, per fare intensa propaganda italiana. Dopo un anno, torna in Italia, lavora di nuovo per Ambrosio, realizzando il celebre Fiacre numero 13, quindi passa alla Sascha Film, di Vienna, con Alexander Korda, interpreta parecchi film. Quando torna in Italia, il cinema è in crisi; Alberto entra in compagnia drammatica con Tatiana Pawlova, che segna il debutto sul palcoscenico “professionale” di Vittorio De Sica, poi con Irma Gramatica e Alda Borelli. La Paramount lo invita a Parigi per fare un film, ci va e ne fa dieci. Poi Korda lo porta a Londra, lì Alberto avrebbe potuto lavorare molto, ma l’atmosfera politica si fa tesa, sempre più tesa e torna in Italia, poco prima della guerra.

Lavora nel cinema fino al 1943, muore a Roma il 17 marzo 1945.

Di Capozzi e Alexander Korda riparlerò dopo aver visto Eine Versunkene Welt, ovvero S. A. Il principe rosso.

Italo Pacchioni alle Giornate del Cinema Muto 2009

Italo Pacchioni
Italo Pacchioni

Nella sezione Cinema delle origini delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2009 si rende omaggio al pioniere Italo Pacchioni presentando il restauro digitale in HD (riversato in 35 mm) di tutti i suoi film. Sarebbe meglio dire, di tutti i film attribuiti a Italo Pacchioni, perché in certi casi l’attribuzione è incerta. Comunque, il valore di questi film come documenti storici è innegabile e vale una visita alle Giornate per avere l’occasione di vederli. Invito rivolto a tutti, ed in particolare ai circa 40.000 utenti di YouTube che hanno visto meno di venti secondi dei Funerali di Giuseppe Verdi, e messo in discussione l’autenticità. Uno dei film di Pacchioni proiettati alle Giornate sono i Funerali di Giuseppe Verdi del 1901.

E dopo le Giornate di Pordenone, invito la Fondazione Cineteca Italiana a rendere “visibile” Italo Pacchioni in un bel DVD. Magari in vendita, perché i vostri DVD (Cenere, I Mille, Oberdan, ecc.) non si sa come fare per averli (e riuscire a vederli se non vivi a Milano).

Prima di raccontare Italo Pacchioni, vorrei segnalare che in realtà non si tratta dei Funerali di Giuseppe Verdi. Il titolo corretto sarebbe: Trasporto delle salme di Giuseppe Verdi e sua moglie, Giuseppina Strepponi, dal Cimitero Monumentale alla Casa di Riposo per Musicisti, 27 febbraio 1901. Le cronache raccontano che più di 200.000 persone riempivano le strade di Milano. Una folla enorme, come dimostrano le numerose fotografie pubblicate dalla stampa in tutto il mondo. Sicuro che Italo Pacchioni ebbe un grande successo con questo filmato, ma siamo sicuri che non c’erano altri operatori? Mi sembra strano.

Vediamo adesso qualche nota biografica su Italo Pacchioni, nato a Mirandola di Modena il 29 marzo 1872.

Le informazioni biografiche su questo pioniere sono scarse e contraddittorie, ed i riscontri sulle fonti d’epoca non aiutano. Secondo un articolo pubblicato nella rivista Cinema (25 maggio 1942), firmato Nadir Trapani e Roberto Persichini, nel 1891 Italo Pacchioni aveva uno studio fotografico a Milano “molto ben avviato e aveva aperto succursali a Busto Arsizio e ad Abbiategrasso”.

Due anni fa, la Fondazione Cineteca Italiana ha pubblicato un volume, a cura di Elena Dagrada, Elena Mosconi e Silvia Paoli (Moltiplicare l’istante, il castoro 2007), dove Roberto Della Torre e Alessandro Oldani, propongono la data 1893 “dopo alcune esperienze come aiuto fotografo, (Italo Pacchioni) apre un proprio studio fotografico in Corso Genova 20, iniziando un’attività che proseguirà fino alla sua morte”, l’11 luglio 1940, “Ciò è provato da alcune fotografie conservate presso il Civico Archivio Fotografico al Castello Sforzesco di Milano sulla nuova Stazione Centrale, databili a dopo il 1931, anno di costruzione della stazione stessa”.

Nell’articolo della rivista Cinema, gli autori ringraziano Achille Pacchioni, figlio di Italo, siamo nel 1942, che “tiene attualmente lo studio fotografico a Milano”, vale a dire lo studio ereditato dal padre e “grazie a lui possiamo sapere oggi finalmente la vera origine del cinema italiano”. E questo perché nel citato articolo si afferma che Pacchioni, dopo aver visto a Parigi le prime proiezioni dei fratelli Lumière, e dopo aver tentato invano di ottenere un apparecchio dai Lumière, tornato in Italia “forte della sua sveglia intelligenza, fissatosi in mente il principio su cui era basata la proiezione, si ricostruì di sana pianta, con l’aiuto del fratello Enrico (non Emilio come riportava il Sacchi) e del meccanico Veronelli, un apparecchio di presa e proiezione con il quale girò quei film che si possono dire i primi e grandi concorrenti dei film Lumière”.

Piccola pausa per chiarire che “il Sacchi” che riportava erroneamente il nome del fratello di Italo è Filippo Sacchi, critico e giornalista cinematografico, che aveva intervistato Italo Pacchioni e pubblicato un articolo nel Corriere della Sera, 30 aprile 1935. Dei film, quelli in concorrenza ai Lumière parleremo dopo.

Andiamo avanti. A questo punto, Trapani e Persichini debbono fare i conti con un elemento indispensabile nell’invento della macchina da presa, e cioè, la pellicola. Ecco la spiegazione: “Sembra singolare come Italo ed Enrico siano riusciti ad ottenere il materiale vergine da Parigi; il film, però, come è ovvio, non corrispondeva, ma l’ingegnosità dei due suppliva con un lavoro meticolosissimo di aggiustamento del medesimo. La loro precisione si rivelava del resto nella stampa che essi effettuavano. Le stesse giunture dovevano essere fatte con una accuratezza tale che ancora oggi possiamo osservare intatte e perfette.”

Nuova pausa per segnalare che le perforazioni nei filmati di Italo Pacchioni, quelle che per molti anni ci ha fatto vedere la Cineteca di Milano, diventata nei ultimi tempi Fondazione Cineteca Italiana, sono molto simili alle classiche perforazioni Lumière.

Per quel che riguarda i film, secondo le fonti d’epoca citate (Sacchi, Trapani e Persichini) il primo fu una versione milanese del famoso arrivo di un treno alla stazione dei Lumière, e a questo ne seguirono altri a soggetto, proprio nel 1896. Il primo titolo sarebbe La gabbia dei matti. Di questo sono sopravvissuti e arrivati a noi, quindi a Pordenone, 3 metri di un “fuori scena”: Preparazione del film La gabbia dei matti.

L’attività cinematografica di Pacchioni meglio documentata è quella come esercente, dal 31 ottobre 1896 a Mirandola, la sua città natale, quindi Faenza, Novellara (1897), e dal 1898 a Milano, in un baraccone della Fiera di Porta Genova prima, ed in giro per l’Italia fino al 1901, insieme a due soci: Rinaldi e Ronzoni. Da notare che nelle cronache del tempo si dice che “Il Reale Cinematografo che i signori Rinaldi, Pacchioni e Ronzoni presentano alla Fiera di Porta Genova è provvisto di veri Films Lumière”. Se la macchina di Pacchioni riusciva a proiettare i suoi film e quelli dei Lumière, risulta evidente che le perforazioni erano molto simili.

Nell’articolo della rivista Cinema si legge che “I programmi duravano circa 45 minuti, mentre quelli di Lumière soltanto 25 minuti; le pellicole erano della lunghezza massima di 40 metri e minima di 15. Per ogni spettacolo venivano proiettati da dieci a quindici e anche venti film, secondo il numero di spettatori. Vi era anche un tentativo di sonoro accoppiato mediante l’accompagnamento di una banda costituita quasi sempre da elementi raccogliticci. Non esistevano didascalie e i titoli erano gridati al pubblico attraverso un finestrino praticato in cabina.”

Macchina da presa e proiezione stereoscopica Italo Pacchioni
Macchina da presa e proiezione stereoscopica Italo Pacchioni

Ma veniamo al pezzo forte, la descrizione della macchina da presa e proiezione: “L’illuminazione era effettuata mediante un saturatore ossieterico: l’ossigeno era racchiuso in una specie di saccone avente forma di mantice. Solo l’ottica e qualche altro pezzo della macchina provenivano di Parigi: il resto era pura invenzione di Italo Pacchioni, come anche il tentativo di stereoscopia ottenuto mediante il passaggio di due pellicole l’una a poca distanza dall’altra come si può osservare nel corpo dell’apparecchio che è sopravvissuto.” L’apparecchio è riuscito a sopravvivere anche alla seconda guerra mondiale e forma parte delle collezioni del Museo del Cinema – Fondazione Cineteca Italiana.

Dicevamo che secondo tutte le fonti, Pacchioni abbandona ogni attività cinematografica nel 1902, per dedicarsi esclusivamente alla fotografia, anche alla fotografia stereoscopica “come vorrebbe dimostrare una collezione venuta recentemente alla luce”. Alcune di queste fotografie sono pubblicate nel volume Moltiplicare l’istante, citato sopra.

In altre parole, dal 1902 al 1940, la principale attività del nostro pioniere sarebbe stata la fotografia. Lo studio, gli studi perché apre altri nel corso degli anni erano due a Milano, e due fuori città, a Busto Arsizio (Varese), e ad Abbiategrasso. E questo fino al 1940, quando suo figlio eredita tutto. (Che fine ha fatto il fratello Enrico?)

Peccato che nel Manuale Telefonico di Milano e Lombardia 1927, di Italo Pacchioni (e di tutta la famiglia Pacchioni) non ci sia traccia, né a Milano, né in Lombardia. Nello stesso elenco telefonico si può trovare, per esempio, Luca Comerio, altro famoso pioniere. Forse nel 1927 tutta la famiglia Pacchioni al completo era altrove, o erano diventati così poveri da non poterselo permettere… il telefono.

Rotaie, film Movietone girato nel 1930

Lettera della SACIA 1930
Lettera della SACIA 1930

Nel corso delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 28th Edizione, dal 3 al 10 ottobre 2009, nella sezione Il canone rivisitato si proietterà il film Rotaie di Mario Camerini. Questo piccolo saggio non ha nessuna pretesa di polemica, è una vecchia questione che avrei voluto chiarire alcuni anni fa. Forse questa è la volta buona.

Prima di passare al caso Rotaie, un piccolo preambolo sul perché certi luoghi comuni nella storiografia cinematografica sono duri a morire. Fino a qualche anno fa, era molto difficile reperire certe fonti d’epoca, e quelle disponibili non erano, come dire, alla portata di tutti. Quasi tutte le carte delle più importanti compagnie di produzione sono sparite e disperse, interi archivi di personaggi fondamentali nella storia del cinema italiano sono sperduti nel buio, come il titolo di un famoso film, sperduto anche lui, dicono. La maggiore collezione di riviste del periodo muto stava, e continua ad essere nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, un bastione quasi inespugnabile (infatti l’emeroteca è in una vecchia fortezza) e comunque un’operazione molto onerosa per quelli che non abitano a Firenze. Altre collezioni pubbliche sembravano essere in continuo restauro, quindi inaccessibili per i comuni mortali, e le collezioni private erano molto private. A tutto questo bisogna aggiungere che se riuscivi a fare una ricerca non avevi dove pubblicarla, per la solita crisi del mercato editoriale. Ma le cose stanno cambiando. Molti archivi e biblioteche hanno aperto le porte, e del mercato editoriale puoi fare a meno grazie al web. Chiuso il preambolo, torniamo a Rotaie.

La prima questione in discussione è la data 1929, la seconda che si tratta di un film muto, sonorizzato a posteriori contro il volere di Camerini, la terza che sia distribuito dalla Cines (Pittaluga, immagino).

Cercherò, basandomi in alcuni documenti d’epoca, di confermare che il film è stato girato nel 1930, ed è un film “sonoro, cantato, sistema movietone” fin dalla nascita.

Nel volume Materiali sul Cinema Italiano 1929/1943 (Pesaro 14/21 settembre 1975), dove il film mantiene la data 1929, una delle fonti consultate e citate nel volume è l’articolo di Ettore M. Margadonna pubblicato nella rivista Comoedia (15 aprile – 15 maggio 1930). Giusto in questo articolo si legge che: “Il film sarà compiuto alla fine di maggio e in ottobre esso sarà presentato contemporaneamente alle platee italiane, europee e americane”. Mi sembra abbastanza chiaro che il film sia una produzione del 1930. L’articolo continua raccontando alcuni particolari sul progetto, interpreti e lavorazione:

Kate von Nagy in Rotaie 1930
Kate von Nagy in Rotaie 1930

“Le cose sono andate così: Rotaie doveva essere girato dall’Augustus, una società che è morta dì parto, dando alla luce un bel figliolo, Sole. La SACIA ha comperato lo scenario per una cifra che non vi dico, altrimenti il numero dei soggettisti aumenterebbe oltre le modeste esigenze della produzione nazionale. Si trattava di trovare una interprete di cartello e allora l’avv. Agnesi, consigliere delegato della SACIA, si recò in Germania, deciso a ricondurre in Italia una bella preda: Brigitte Helm.

Brigitte sarebbe venuta molto volentieri. Essa era, com’è, stufa d’interpretare delle parti maledette, e per liberarsi dal compito increscioso ha intentato perfino una causa alla sua società. Ma l’ha perduta e fino al 1931 dovrà restare dov’è. Agnesi che all’entusiasmo e alla fiducia aveva aggiunto anche un degno onorario per l’attrice dovette rassegnarsi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere perché Kate Von Nagy, scritturata al posto di Brigitte, non fa rimpiangere la prima e come interprete della protagonista di Rotaie sembra più idonea dell’altra. Kate Von Nagy è, come vedete, una dolce e semplice creatura: non ha l’aria, non le stimmate, non le pretese della donna fatale, ripugnante personaggio femminile che ci tocca ancora prendere sul serio. In Germania aveva fatto buona prova in due films : La fuggitiva e Abbasso gli scapoli.

Chi l’ha vista lavorare afferma che la sua interpretazione ha il merito di una spontanea e delicata semplicità. È un’attrice cauta, riservata, pensosa. Le hanno messo di fronte un giovanissimo attore italiano, Maurizio d’Ancora, al secolo Rodolfo Gucci, che ha uno stato di servizio quasi in bianco, ma tutti ne dicono bene. Lo scovò un vecchio lupo dello schermo, Alfredo Lind, che notò l’anno scorso a Rifredi, dove la SACIA ha gli stabilimenti, un giovanetto che gli aveva chiesto di poter assistere alla ripresa di un film. E lo fece lavorare, sembra con soddisfazione generale, in Ragazze, non scherzate.

Per completare il triangolo, ecco Daniele Crespi, pittore, giornalista, attore e decoratore. Gli è stata affidata l’ingrata parte di seduttore, e se la fa perdonare volentieri. Per il collegamento che esiste fra la società italiana e la tedesca Nero Film, Costantino David presiede al film come direttore di produzione. Mario Camerini, ve l’ho detto, è il direttore artistico. Ha dieci anni d’attività cinematografica ed è il responsabile diretto di Kiff Tebbi, girato per l’A.D.I.A.

L’operatore (tutti si scordano di parlare dei modesti ma tanto necessari e meritevoli collaboratori del film) è Ubaldo Arata che è nel cinema da una trentina d’anni, e ne avrà viste, lui, delle belle! Direttore dell’allestimento è Umberto Torri, insieme con Vittorio Cafiero, Angelo Canevari e Daniele Crespi. Gli interni di questo film sono stati girati alla Farnesina. Gli esterni a Ostia, alla Centrale Elettrica di Roma, alla ferrovia Roma-Napoli e alla stazione di Termini.

Il ministero delle Comunicazioni e il Governatorato hanno accordato all’impresa le più ampie facilitazioni.

Il film Rotaie sarà parlato in quattro lingue (italiana, inglese, francese, tedesca) e le scene che dovranno essere parlate sono girate quattro volte, per dare gli appropriati movimenti alle bocche, a seconda delle diverse e speriamo non orribili favelle. La sonorizzazione verrà compiuta a Berlino, ma non è improbabile che si venga ad accordi con la Pittaluga perchè il commento sincronico possa essere eseguito alla Cines. Il film è già stato venduto per la Francia, la Germania, l’Inghilterra, l’Ungheria, l’Austria e il Brasile. Il Cine-Club di Milano presenterà fra non molto ai suoi associati un’accurata selezione delle scene di questo film.”

Fin qui l’articolo di Margadonna. Vediamo adesso altre fonti.

La prima notizia che vi propongo è della rivista Kinema, novembre 1929: “La SACIA (Società Anonima Cinematografica Italo-Americana) è in piena attività; ha terminato in questi giorni il suo primo film, diretto da Alfred Lind, e si accinge ad allestire il secondo. La serie, già promessa e annunziata da qualche tempo, si è iniziata; e tutto lascia sperare – e noi lo auguriamo – che durerà, e che la giovane Casa Editrice milanese porterà un valido contributo alla restaurazione del film italiano.

Già questo secondo film si annunzia appunto come genuino e integro prodotto d’italianità. Il titolo è Rotaie: ed è autore del soggetto un nostro collega in giornalismo, Corrado D’Errico. Direttore artistico sarà Mario Camerini, l’apprezzato inscenatore di Kiff Tebbi, il film che è riuscito a sfondare il mercato nord-americano. E italianissimi saranno tutti gl’interpreti.

La notizia più importante, perchè la più significativa, è che l’Ente Nazionale per la Cinematografia si è profondamente interessato alla realizzazione di questo film, e ha già assicurato il suo collocamento sul mercato italiano. (…) Anche Rotaie, come già il film diretto da Lind, sarà girato nei teatri di posa di Rifredi, presso Firenze, che la SACIA ha in affitto, e nei quali ha installato i mezzi più moderni per una lavorazione intensiva e tecnicamente perfetta.”

Nel gennaio 1930, la rivista Cinematografo diretta da Alessandro Blasetti scrive: “La SACIA prepara la lavorazione di Rotaie che sarà girato a Roma negli stabilimenti della Farnesina da Mario Camerini, con Kate von Nagy, la deliziosa attrice che ammirammo in Fuggitiva. Direttore della produzione: sig. Horzewsky.”

L’eco del cinema, gennaio 1930, pubblica un inserto sui nuovi teatri : “I teatri della Farnesina sorgono in un’amena zona contata da circa 1000 metri quadrati, situata vicino al Tevere, in località denominata Farnesina. I due teatri di posa (muto e sonoro) coprono complessivamente 2500 mq di area. Altri 5000 mq. circa sono utilizzati per i laboratori, depositi, uffici, camerini, ecc.

Gli impianti elettrici, eseguiti secondo criteri moderni, tengono presenti le possibili evoluzioni della tecnica cinematografica. Uno dei teatri – il primo in Italia attrezzato per il film sonoro – dispone di apparecchiatura che può essere alimentata, sia da corrente continua che da corrente alternata, con un carico di oltre 4000 ampéres alla tensione di 110 volts.

I teatri della Farnesina, proprietà Suprema Films Roma-Venezia, sono al Vicolo della Farnesina, 15-17.”

Brigitte Helm
Brigitte Helm

Nello stesso numero, questa notizia conferma che Brigitte Helm doveva essere la protagonista di Rotaie: “Brigitte Helm non verrà in Italia presso la SACIA perchè avendo dato amichevole soluzione alla controversia sorta fra lei e la Ufa ha ripreso il corso delle sue interpretazioni annullando il compromesso con la SACIA.” Comunque, da li a pochi mesi, Brigitte Helm girerà a Napoli il film La città canora.

Ancora Cinematografo di Blasetti, 5 marzo 1930: “Roma 1° febbraio. La SACIA inizia negli stabilimenti della Farnesina il film Rotaie di Corrado d’Errico, per la direzione di Mario Camerini. Edda, Bruno e Vittorio Mussolini hanno visitato lo stabilimento vivamente interessandosi e alla esposizione della trama del magnifico scenario di D’Errico e alle prime costruzioni sceniche approntate. L’avv. Agnesi espresse agli ospiti illustri la riconoscenza della Società per la particolare attenzione concessale.”

La stampa cinematografica segue con molta attenzione i nuovi progetti in lavorazione, ancora L’eco del cinema, aprile 1930: “A Roma, stando alle voci che circolano, spira buon vento per la cinematografia italiana, o meglio per la rinascita cinegrafica nostra. Le novità sono parecchie e tutte degne di nota e fra le tante si è finalmente appurato che a giugno, la Pittaluga inizierà la lavorazione negli stabilimenti della ex-Cines in Roma. (…) Alessandro Blasetti, realizzerà uno sketch Resurrectio e lo sonorizzerà. Le parole di Resurrectio sono del giovane realizzatore di Sole. Inoltre la Pittaluga metterà in scena altri films. La SACIA (nonostante tedeschi ed italiani non vadano tanto d’accordo), ultimato Rotaie realizzerà un altro lavoro.”

E a pag. 40 dello stesso numero: “Finalmente si gira… Negli stabilimenti della SACIA si è quasi ultimato di girare Rotaie, soggetto di Corrado D’Errico, interpretato da Kate von Nagy e Rodolfo Gucci, realizzato da Mario Camerini, il valoroso direttore di Kiff Tebbi. Il film può dirsi girato in due mesi circa, poiché il primo giro di manovella è stato dato il 30 gennaio u.s.; ciò prova come alla SACIA non si perda tempo. Rotaie sarà sonoro e parlante in quattro lingue: italiana tedesca, inglese e francese.”

Il film ottiene il visto di censura il 30 giugno 1930, distribuito da Mario Brovelli (niente Cines, niente Pittaluga) nella stagione 1930-1931 (sonoro cantato sistema movietone), e presentato al Cinema Corso di Milano dal 21 al 25 marzo 1931.