Alberto Capozzi alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone

Alberto Capozzi
Alberto Capozzi

Il pioniere Alberto Capozzi, uno dei divi più quotati del cinema muto italiano comparirà sugli schermi delle Giornate del Cinema Muto 28 edizione che si celebrano a Pordenone dal 3 al 10 ottobre 2009. Credo si tratti di due “ritrovamenti”, e cioè, due film scomparsi della lunga carriera di questo attore-regista-sceneggiatore italiano. Il primo, in ordine di tempo è L’ostaggio, film Ambrosio del 1909. Il secondo, che ho molta curiosità di vedere (il perché lo racconterò più avanti, dopo aver visto il film), è Eine Versunkene Welt (Die Tragödie eines verschollenen Fürstensohnes) una produzione austriaca del 1922, regista e sceneggiatore Alexander Korda. In Italia il titolo del film era S.A. Il principe rosso. Come ho detto, ne riparlerò.

Alberto Angelo Capozzi, pioniere del cinema, nasce a Genova l’otto luglio 1886, da Pietro, armatore, e da Emanuela Causa. Trascorre l’infanzia a Sestri Ponente, e per volere di suo padre frequenta un Seminario, ma non sembra molto convinto della sua imposta vocazione.

Intanto scopre l’esistenza delle filodrammatiche, come tanti altri hanno fatto prima e dopo di lui. Comincia a recitare, s’innamora di quello strano mestiere, e pretende che se ne innamorino anche i suoi genitori. A sedici anni, riesce a ottenere una scrittura dal capocomico Novelli Vidali, e gli sembra d’aver raggiunto il paradiso. Comunica la notizia al padre, il quale non la commenta neppure; ma, da uomo avveduto, va dal capocomico e manda a monte la scrittura ed il futuro sui palcoscenici del figlio.

Ma Alberto non si rassegna e così, a diciassette anni entra in una compagnia drammatica diretta da un certo Musella, che lascia ben presto per la più prestigiosa Talli-Borelli.

Un giorno, leggendo le offerte di scrittura sul giornale teatrale Il piccolo Faust gli salta agli occhi il seguente annunzio: «Cercasi primo attore cinematografico ».

Siamo nel 1909, l’epoca in cui i primi attori si cercavano a mezzo d’inserzioni. Capozzi scrive immediatamente ad Ambrosio, l’uomo dell’inserzione, e riceve l’invito a presentarsi, a Torino. Arturo Ambrosio lo riceve insieme a Luigi Maggi, direttore artistico della casa, e gli fanno provare una morte molto tragica; a quell’epoca, il provino non era ancora nato, i registi andavano a occhio.

Finita la prova, mentre Alberto sta ricomponendosi i capelli, e mettendosi a posto la cravatta, Maggi e Ambrosio, appartati in un angolo, discutono sottovoce. Alla fine, Ambrosio s’avvicina all’attore:

— Mi sembra che possiate andare; se volete lavorare con noi, vi offro un contratto a trecento lire al mese.

Alberto accetta con evidente entusiasmo, e pochi giorni dopo interpreta il suo primo film, intitolato Spergiura; fa la parte di un ussaro, il quale viene murato in una camera, e diventa lo scheletro di un ussaro, e dopo Spergiura, Alberto gira un’infinità di film.

Ambrosio sembra soddisfatto, gli porta lo stipendio prima a cinquecento, poi a ottocento lire al mese. Nel 1910, la Pasquali Film si accaparra Alberto, a milleduecento lire al mese. Gli studenti fermano Capozzi per strada: — Ma è vero che guadagnate milleduecento lire al mese?

E quel volto, quel nome, diventano celebri in tutto il mondo. In America, in Francia, in Russia, in Polonia, in Africa, Alberto Capozzi celebre divo cinematografico, ha milioni di fedeli ammiratori e di ammiratrici spasimanti. I suoi film rendono cifre pazze, coi guadagni di uno solo fra essi, La rosa rossa, produzione 1912, Ernesto Maria Pasquali si costruisce i nuovi stabilimenti. E Alberto ignora tutto questo, non sa d’essere celebre; vive a Torino, dove tutti lo conoscono, ma è facile a quei tempi essere conosciuto da tutti a Torino. Riceve centinaia di lettere di ammiratori che non legge, ma le passa a Nino Oxilia, il quale risponde alle migliori.

Intanto Gaumont lo chiama a Parigi e gli offre un contratto per sessantamila Iire all’anno. Sessantamila; Capozzi lo guarda intontito, convinto d’aver a che fare con un pazzo.

— Ma, prima vorrei vedere…

— Come volete; io vi dò il contratto firmato: quando vi deciderete lo firmerete anche voi, e Capozzi ritorna a Torino, con il meraviglioso pezzo di carta in tasca. Non crede a quella cifra, ma vuol parlarne con Pasquali.

— Sai, sono stato a Parigi, da Gaumont. Quello è pazzo, mi ha offerto sessantamila lire all’anno… guarda qui il contratto…

Pasquali tace, tormentandosi le labbra, come è sua abitudine quando pensa intensamente. Si alza, ficca le mani in tasca,

— Senti, se è per questo, sessantamila lire te le dò io.

Accidenti, è impazzito anche Pasquali. Capozzi crede di sognare, ma invece si tratta di realtà realissima. E continua a lavorare per quella cifra, considerandosi un uomo favorito dagli dei.

Intanto scoppia la guerra. Il vecchio Chiarella offre a Capozzi di formargli una compagnia drammatica per l’America del Sud. La compagnia parte con un contratto di tre mesi, ed ha tanto successo che rimane oltre oceano un anno. In Argentina tutti conoscono Capozzi, lo aspettano folle di persone con le musiche. A Santos, dal piroscafo, Capozzi vede quell’immensità di gente, e le fanfare, le bandiere. Sa che sul piroscafo c’è l’arcivescovo nuovo che viene a prendere in consegna la diocesi, e crede che i festeggiamenti siano per lui.

— Che bella soddisfazione deve essere per l’arcivescovo sentirsi ricevuto con tanto entusiasmo, — dice Alberto al proprio segretario. E subito dopo sente centinaia di voci che scandiscono il suo nome, giunge a bordo una delegazione che gli presenta gli omaggi della folla.

Capozzi approfitta del suo successo, per fare intensa propaganda italiana. Dopo un anno, torna in Italia, lavora di nuovo per Ambrosio, realizzando il celebre Fiacre numero 13, quindi passa alla Sascha Film, di Vienna, con Alexander Korda, interpreta parecchi film. Quando torna in Italia, il cinema è in crisi; Alberto entra in compagnia drammatica con Tatiana Pawlova, che segna il debutto sul palcoscenico “professionale” di Vittorio De Sica, poi con Irma Gramatica e Alda Borelli. La Paramount lo invita a Parigi per fare un film, ci va e ne fa dieci. Poi Korda lo porta a Londra, lì Alberto avrebbe potuto lavorare molto, ma l’atmosfera politica si fa tesa, sempre più tesa e torna in Italia, poco prima della guerra.

Lavora nel cinema fino al 1943, muore a Roma il 17 marzo 1945.

Di Capozzi e Alexander Korda riparlerò dopo aver visto Eine Versunkene Welt, ovvero S. A. Il principe rosso.

Italo Pacchioni alle Giornate del Cinema Muto 2009

Italo Pacchioni
Italo Pacchioni

Nella sezione Cinema delle origini delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2009 si rende omaggio al pioniere Italo Pacchioni presentando il restauro digitale in HD (riversato in 35 mm) di tutti i suoi film. Sarebbe meglio dire, di tutti i film attribuiti a Italo Pacchioni, perché in certi casi l’attribuzione è incerta. Comunque, il valore di questi film come documenti storici è innegabile e vale una visita alle Giornate per avere l’occasione di vederli. Invito rivolto a tutti, ed in particolare ai circa 40.000 utenti di YouTube che hanno visto meno di venti secondi dei Funerali di Giuseppe Verdi, e messo in discussione l’autenticità. Uno dei film di Pacchioni proiettati alle Giornate sono i Funerali di Giuseppe Verdi del 1901.

E dopo le Giornate di Pordenone, invito la Fondazione Cineteca Italiana a rendere “visibile” Italo Pacchioni in un bel DVD. Magari in vendita, perché i vostri DVD (Cenere, I Mille, Oberdan, ecc.) non si sa come fare per averli (e riuscire a vederli se non vivi a Milano).

Prima di raccontare Italo Pacchioni, vorrei segnalare che in realtà non si tratta dei Funerali di Giuseppe Verdi. Il titolo corretto sarebbe: Trasporto delle salme di Giuseppe Verdi e sua moglie, Giuseppina Strepponi, dal Cimitero Monumentale alla Casa di Riposo per Musicisti, 27 febbraio 1901. Le cronache raccontano che più di 200.000 persone riempivano le strade di Milano. Una folla enorme, come dimostrano le numerose fotografie pubblicate dalla stampa in tutto il mondo. Sicuro che Italo Pacchioni ebbe un grande successo con questo filmato, ma siamo sicuri che non c’erano altri operatori? Mi sembra strano.

Vediamo adesso qualche nota biografica su Italo Pacchioni, nato a Mirandola di Modena il 29 marzo 1872.

Le informazioni biografiche su questo pioniere sono scarse e contraddittorie, ed i riscontri sulle fonti d’epoca non aiutano. Secondo un articolo pubblicato nella rivista Cinema (25 maggio 1942), firmato Nadir Trapani e Roberto Persichini, nel 1891 Italo Pacchioni aveva uno studio fotografico a Milano “molto ben avviato e aveva aperto succursali a Busto Arsizio e ad Abbiategrasso”.

Due anni fa, la Fondazione Cineteca Italiana ha pubblicato un volume, a cura di Elena Dagrada, Elena Mosconi e Silvia Paoli (Moltiplicare l’istante, il castoro 2007), dove Roberto Della Torre e Alessandro Oldani, propongono la data 1893 “dopo alcune esperienze come aiuto fotografo, (Italo Pacchioni) apre un proprio studio fotografico in Corso Genova 20, iniziando un’attività che proseguirà fino alla sua morte”, l’11 luglio 1940, “Ciò è provato da alcune fotografie conservate presso il Civico Archivio Fotografico al Castello Sforzesco di Milano sulla nuova Stazione Centrale, databili a dopo il 1931, anno di costruzione della stazione stessa”.

Nell’articolo della rivista Cinema, gli autori ringraziano Achille Pacchioni, figlio di Italo, siamo nel 1942, che “tiene attualmente lo studio fotografico a Milano”, vale a dire lo studio ereditato dal padre e “grazie a lui possiamo sapere oggi finalmente la vera origine del cinema italiano”. E questo perché nel citato articolo si afferma che Pacchioni, dopo aver visto a Parigi le prime proiezioni dei fratelli Lumière, e dopo aver tentato invano di ottenere un apparecchio dai Lumière, tornato in Italia “forte della sua sveglia intelligenza, fissatosi in mente il principio su cui era basata la proiezione, si ricostruì di sana pianta, con l’aiuto del fratello Enrico (non Emilio come riportava il Sacchi) e del meccanico Veronelli, un apparecchio di presa e proiezione con il quale girò quei film che si possono dire i primi e grandi concorrenti dei film Lumière”.

Piccola pausa per chiarire che “il Sacchi” che riportava erroneamente il nome del fratello di Italo è Filippo Sacchi, critico e giornalista cinematografico, che aveva intervistato Italo Pacchioni e pubblicato un articolo nel Corriere della Sera, 30 aprile 1935. Dei film, quelli in concorrenza ai Lumière parleremo dopo.

Andiamo avanti. A questo punto, Trapani e Persichini debbono fare i conti con un elemento indispensabile nell’invento della macchina da presa, e cioè, la pellicola. Ecco la spiegazione: “Sembra singolare come Italo ed Enrico siano riusciti ad ottenere il materiale vergine da Parigi; il film, però, come è ovvio, non corrispondeva, ma l’ingegnosità dei due suppliva con un lavoro meticolosissimo di aggiustamento del medesimo. La loro precisione si rivelava del resto nella stampa che essi effettuavano. Le stesse giunture dovevano essere fatte con una accuratezza tale che ancora oggi possiamo osservare intatte e perfette.”

Nuova pausa per segnalare che le perforazioni nei filmati di Italo Pacchioni, quelle che per molti anni ci ha fatto vedere la Cineteca di Milano, diventata nei ultimi tempi Fondazione Cineteca Italiana, sono molto simili alle classiche perforazioni Lumière.

Per quel che riguarda i film, secondo le fonti d’epoca citate (Sacchi, Trapani e Persichini) il primo fu una versione milanese del famoso arrivo di un treno alla stazione dei Lumière, e a questo ne seguirono altri a soggetto, proprio nel 1896. Il primo titolo sarebbe La gabbia dei matti. Di questo sono sopravvissuti e arrivati a noi, quindi a Pordenone, 3 metri di un “fuori scena”: Preparazione del film La gabbia dei matti.

L’attività cinematografica di Pacchioni meglio documentata è quella come esercente, dal 31 ottobre 1896 a Mirandola, la sua città natale, quindi Faenza, Novellara (1897), e dal 1898 a Milano, in un baraccone della Fiera di Porta Genova prima, ed in giro per l’Italia fino al 1901, insieme a due soci: Rinaldi e Ronzoni. Da notare che nelle cronache del tempo si dice che “Il Reale Cinematografo che i signori Rinaldi, Pacchioni e Ronzoni presentano alla Fiera di Porta Genova è provvisto di veri Films Lumière”. Se la macchina di Pacchioni riusciva a proiettare i suoi film e quelli dei Lumière, risulta evidente che le perforazioni erano molto simili.

Nell’articolo della rivista Cinema si legge che “I programmi duravano circa 45 minuti, mentre quelli di Lumière soltanto 25 minuti; le pellicole erano della lunghezza massima di 40 metri e minima di 15. Per ogni spettacolo venivano proiettati da dieci a quindici e anche venti film, secondo il numero di spettatori. Vi era anche un tentativo di sonoro accoppiato mediante l’accompagnamento di una banda costituita quasi sempre da elementi raccogliticci. Non esistevano didascalie e i titoli erano gridati al pubblico attraverso un finestrino praticato in cabina.”

Macchina da presa e proiezione stereoscopica Italo Pacchioni
Macchina da presa e proiezione stereoscopica Italo Pacchioni

Ma veniamo al pezzo forte, la descrizione della macchina da presa e proiezione: “L’illuminazione era effettuata mediante un saturatore ossieterico: l’ossigeno era racchiuso in una specie di saccone avente forma di mantice. Solo l’ottica e qualche altro pezzo della macchina provenivano di Parigi: il resto era pura invenzione di Italo Pacchioni, come anche il tentativo di stereoscopia ottenuto mediante il passaggio di due pellicole l’una a poca distanza dall’altra come si può osservare nel corpo dell’apparecchio che è sopravvissuto.” L’apparecchio è riuscito a sopravvivere anche alla seconda guerra mondiale e forma parte delle collezioni del Museo del Cinema – Fondazione Cineteca Italiana.

Dicevamo che secondo tutte le fonti, Pacchioni abbandona ogni attività cinematografica nel 1902, per dedicarsi esclusivamente alla fotografia, anche alla fotografia stereoscopica “come vorrebbe dimostrare una collezione venuta recentemente alla luce”. Alcune di queste fotografie sono pubblicate nel volume Moltiplicare l’istante, citato sopra.

In altre parole, dal 1902 al 1940, la principale attività del nostro pioniere sarebbe stata la fotografia. Lo studio, gli studi perché apre altri nel corso degli anni erano due a Milano, e due fuori città, a Busto Arsizio (Varese), e ad Abbiategrasso. E questo fino al 1940, quando suo figlio eredita tutto. (Che fine ha fatto il fratello Enrico?)

Peccato che nel Manuale Telefonico di Milano e Lombardia 1927, di Italo Pacchioni (e di tutta la famiglia Pacchioni) non ci sia traccia, né a Milano, né in Lombardia. Nello stesso elenco telefonico si può trovare, per esempio, Luca Comerio, altro famoso pioniere. Forse nel 1927 tutta la famiglia Pacchioni al completo era altrove, o erano diventati così poveri da non poterselo permettere… il telefono.

Fausto Maria Martini per l’arte di Lyda Borelli (2)

Fausto Maria Martini
Fausto Maria Martini

Già altri prima di me si è domandato se il cinematografo possa giovare o no alla complessiva e definitiva figura artistica di Lyda Borelli. Rispondere sin d’ora che sì è un’audacia che un onesto critico d’arte non può per ora permettersi. È più facile invece, restando nel campo della realtà, affermare che il contributo che l’arte di Lyda Borelli reca al cinematografo favorisca senz’altro l’evoluzione di questo verso una sempre maggiore nobiltà d’ espressione.

E infatti se il teatro muto ha sopratutto come suo mezzo d’evidenza espressiva il giuoco quasi mimico di atteggiamenti, è certo che della bellezza e dello stilizzamento di bellezza che la figura di Lyda Borelli porta pur sempre sulla scena il teatro muto non può che indefinitamente giovarsi.

Si pensi sin d’ora in quale mirabile euritmia di figurazione scenica Lyda Borelli ha saputo comporre i dissidi più violenti di Rapsodia Satanica, e gli impeti più profondamente e più drammaticamente lirici di La Falena, e si intenderà chiaramente quanto Lyda Borelli abbia contribuito a far ritrovare al cinematografo uno dei canoni fondamentali della sua evoluzione da mestiere, da commercio a dignità d’arte: e cioè l’estetica della composizione scenica.

Ricordo un interessantissimo articolo del critico teatrale del Times su un magazine londinese: e ricordo che il Wootrow, allora critico del Times, si domandava: « potrà mai il cinematografo diventare un’arte? » E rispondeva: « non lo diverrà mai se vorrà pur sempre mantenersi entro i limiti del teatro. Di fronte al teatro il cinematografo rappresenta uno sforzo d’espressione incompleta, perché difetta del primo e più efficace mezzo d’espressione, e cioè la parola. Ma, soggiungeva il Wootrow, potrà diventare arte e un’arte a sé, con ben distinti ideali, se si preoccuperà soprattutto di creare, oltre che un’estetica del paesaggio che può più degnamente comporre di quanto non si possa nei limiti ristretti del palcoscenico, esso si preoccuperà di creare un’ estetica degli atteggiamenti umani che i suoi personaggi assumono. La perfezione sarà raggiunta quando nella significazione più profonda – così ragionava l’articolista – gli attori sapranno assumere una specie di euritmia di atteggiamenti, tendenti magari verso una fissità statuaria, impossibile a concretarsi in teatro là dove la violenza stessa del dialogo turba qualunque sua pure studiata armonia di composizione scenica ».

Concludendo, l’articolista chiedeva al cinematografo di supplire con una nuova estetica dell’atteggiamento a quella manchevolezza d’espressione che fatalmente la nuovissima arte porta con sé. Orbene io mi domando – ricordando la sottilissima descrizione dell’articolista inglese – se sia mai apparsa sullo schermo un’artista meglio disposta di Lyda Borelli a far conseguire al cinema questo suo primo e più facile ideale d’arte: la musicalità della composizione scenica. Rammento taluni quadri di La Falena, durante i quali ebbi l’impressione che se il poeta si fosse trasmutato in pittore o scultore non avrebbe potuto meglio contenere nella fissità statuaria l’impeto della sua tormentata e complessa fantasia lirica. Sono in quella film taluni momenti così prodigiosi d’espressione che lo spettatore è d’un subito abbandonato dalla sua più tenace nostalgia: la nostalgia della parola.

Beve la poesia con gli occhi invece che con gli orecchi aridi. E non è questo un prodigio? Lo si deve a Lyda Borelli.

Per Grazia De Plessans, per l’eroina della Marcia Nuziale, veramente la grande bellezza di Lyda Borelli era un ingombro. Occorreva creare una figura di estrema dolcezza, di rara rassegnazione, grave e soave, gravis dum suavis, una figura di pauvre petite bien-aimée, di quelle che ammaliavano il buon gusto poetico di Mallarmé e di Rodembach: e Lyda ha saputo diminuirsi, distruggersi, annullarsi, s’effacer fino a rientrare nelle proporzioni estetiche della piccola provinciale accorata che ha terrore della felicità, come i bimbi del sole, e però alla presenza della felicità pone sulle palpebre la mano, perché la luce non l’abbagli, così come fanno i bimbi col sole.

Ricordate la scena in cui ella si presenta nella casa della ricca amica di collegio a chiedere lavoro per il suo amante: e più ricordate quella in cui ella riconosce atterrita d’aver accolto in lei i brividi di quella grande passione per un uomo degno di lei, per la quale era stata educata la sua anima di grande signora in esilio?

E la bellezza di Lyda? Oh! Tutto questo, che in altri tempi, come alle prime battaglie d’arte di Salomè, formava il più persuasivo fascino dell’attrice illustre, tutto questo è passato in seconda linea: ora primeggia l’anima di Lyda, fatta, per virtù del poeta, d’una morbidità lirica che commuove anche gli spettatori meglio temprati all’emotività della finzione scenica.

Lyda Borelli ha seguito nella sua vicenda d’arte questa sua peculiare strada. Ha cominciato con l’apparire una cerebrale il cui massimo sforzo era quello di tradurre in intellettualità viva il dono della sua bellezza (vedi in Salomè) ed ha toccato il culmine del suo cammino artistico, essendo riuscita a mettere a nudo il suo vivo cuore. Quando infatti ella appare, sulla ribalta, Grazia De Plessans, noi vediamo dinanzi a noi una piccola donna, affranta dal peso di una sua invincibile malinconia, che socchiudendo i grandi occhi velati dalle lunghe ciglia, ci mormora:

— Ecco il mio cuore!

Al principio di questa mia causerie mi è accaduto di mettere il nome di Lyda Borelli accanto a quello della Rachel.

Ora il raffronto mi è risuggerito da un altro ricordo. Il genialissimo fra i critici francesi Jules Lemaître affermava un giorno con un senso di quasi puerile meraviglia che le dames de la Comédie d’aufrefois erano mostruose. Forse l’apprezzamento era eccessivo, ma il Lemaître aveva in mente quell’abominevole ritratto della Rachel giovane, dipinto da Dubufe padre, con una fronte da idrocefalo, e una testa lunga lunga come taluna, dice Claretie, delle teste delle statue allegoriche di piazza della Concordia.

E Claretie soggiunge con un tono di malinconia e d’amarezza:

— « Ecco le divinità che i nostri padri adoravano! Ecco le donne che turbavano i loro cuori, esaltavano i loro cervelli, popolavano il fantasticare delle loro notti. È incredibile! »

Maschera, scultura di Leonardo Bistolfi 1914
Maschera, scultura di Leonardo Bistolfi 1914

Non credo che i nostri nipoti davanti a qualche fotografia o a qualche ritratto di Lyda Borelli proveranno quel senso d’assoluta meraviglia che Claretie giovane provò davanti al ritratto della Rachel, dipinto da Dubufe. La bellezza di Lyda Borelli anche se chiusa in quello stilizzamento abituale in cui amano costringere la figura il volto dell’attrice tutti i pittori e i fotografi che l’hanno riprodotta, la bellezza di Lyda Borelli è di quelle che vanno oltre i limiti del periodo della moda ammiratrice. È una bellezza che può anche e potrà considerarsi sub specie aeternitatis: in ogni modo è più probabile che fra cinquant’anni o un secolo piacciano le foggie odierne del vestire e dell’acconciarsi più di quanto non piacessero agli uomini della generazione passata le mode del tempo di Luigi Filippo.

Certo si è che questa rievocazione della Rachel dipinta, mi sospinge di nuovo a una meditazione che mi si offre spontanea tutte le volte che mi accade di parlare di un attore o di una attrice.

Avete mai riflettuto al triste destino che s’accompagna alla vita o alla sopravvivenza di un comico sia pure celeberrimo? Hanno un loro volto, ma la loro stessa arte, la loro stessa religione d’arte, se vogliamo chiamarla così, li costringe a nascondere questo volto sotto una maschera che muta ogni sera. E la maschera, composta dalla finzione scenica, corrode il volto che la porta fino a distruggerne i segni riconoscibili. O la maschera predominante è una e s’impone così che il volto umano si identifica con lei; o le maschere restano molteplici, diverse antitetiche fra di loro se volete , e allora tutte queste foggie d’umanità che a volta a volta l’attore o l’attrice assumono, formano come un’ onda affannosa contro cui la persona umana dell’interprete lotta disperatamente perché il suo volto affiori sul livello della contemporaneità o magari dell’immortalità. E qualche volta questa faccia riesce ad apparire nella sua verità nuda, ma come tormentata, ma come corrosa!… L’onda d’umanità molteplice entro cui si era bagnata l’ha corrosa fino a darle il pallore alabastrino di certi ciottoli che si trovano sui greti dei fiumi senza acqua. E allora, per chi lo ripensi, il volto dell’attore o dell’attrice acquista una sua strana fissità di statua e volge certi suoi occhi carichi di uno sguardo dalla lunghissima scia che sembra guardare a noi contemporanei da sconfinate lontananze: dalla lontananza di quella umanità idealizzata nella quale quel volto ha rischiato di affogare.

— Ecco il mio cuore!

Ricordo che una sera, mentre rievocavo dinanzi al pubblico romano che tanto lo aveva amato, la figura di Ferruccio Garavaglia, m’accadde di soffermarmi a lungo, diciamo così, sulle qualità corroditrici e assolvitrici della maschera che la professione quotidiana impone ali’ interprete; e cercare di significare con quale terribile sforzo, attraverso le innumeri faccie d’umanità assunte, il volto del grande attore scomparso riuscisse ad affiorare fino al livello del nostro sguardo e della nostra memoria così che a noi fosse dato riconoscerlo. Tanto cercavo di significare con la mia parola, e non sapevo che la mia parola proprio in quel mio vivace conato d’espressione toccava sul vivo il cuore della più grande attrice italiana vivente. Lo seppi dopo, quando sul palcoscenico dell’Argentina, Eleonora Duse che nel fondo del suo palchetto aveva ascoltato con consenso maggiore di quel che la mia prosa meritasse, la dolorosa rievocazione di Ferruccio Garavaglia, Eleonora Duse con un tono di voce che non potrò mai dimenticare nella vita, con una voce piena della malinconica meraviglia d’aver trovato chi avesse rivelato tutta la sconfinata tristezza d’un destino umano, mi disse:

– « È questa, amico mio, la nostra fatalità. La tortura e la morte dell’artista è la sua stessa maschera. Avete detto bene: avete voi rivelato a noi il nostro male! La maschera, quella per cui le folle ci applaudiscono quando la vedono sorridere o piangere sotto i solchi violenti di luce che la ridotta mette sul volto degli attori, la maschera, amico mio, corrode e ci distrugge questa nostra faccia umana ! »

Guardai in viso l’illustre attrice che, detto questo, si dileguava nell’ombra del palcoscenico ormai deserto, e in un attimo apparvero e scomparvero su quel volto pallido e lontano i volti delle altre : i volti delle figure che la grande interprete aveva assunto secondo i suggerimenti dei poeti che avevano esaltato la sua anima da Guglielmo Shakespeare a Gabriele D’Annunzio. Apparvero e scomparvero quei volti, ma tra loro come s’affannava ad emergere in una lotta disperata per prendere possesso della vita, il volto umano della illustre signora che aveva voluto confortare del suo consenso la mia faticosa interpretazione della più intima e più vera tragedia d’ogni sincera artista di teatro!

Orbene, contro questa fatai corruzione, contro questa morte d’ ogni giorno, l’artista non ha che una sua arma ed è riposta nella sua più profonda spiritualità. L’ attrice che faccia affiorare nelle linee del suo volto la sua stessa anima atterrita o esaltata, l’attrice che vesta il suo corpo del suo stesso spirito, solo può trionfare contro la tirannia della maschera scenica: può trionfare l’attrice che metta a nudo il suo vivo cuore e lo offra in uno slancio di purissima fede d’arte.

Orbene, per essere riuscita a dire un giorno — sul limite dell’espressione compiuta — la grande parola, noi preconizziamo per Lyda Borelli l’ascensione verso la nobiltà dell’arte integerrima e il diritto alla sopravvivenza di là dall’effimero della quotidiana finzione teatrale. Per aver detto: — Ecco il mio cuore!
FAUSTO MARIA MARTINI (Penombra, novembre 1917)