Industria cinematografica in Italia 1909: La base di niente

Convegno 1909
Convegno 1909

L’esperienza ci dice che fra le industrie, la cinematografica, è quella che, più delle altre, ha avuto un rapido sviluppo, e ciò malgrado la sua completa disorganizzazione. Niente quindi di più naturale e di più logico che la crisi trascorsa vada ora tramutandosi in uno stato di latente preoccupazione, la quale (sia detto senza malintesi) se può giovare alle cause di prudenza, non è in ogni modo da consigliarsi tanto nella pratica. Cerchiamo dunque un po’ di vedere quali siano realmente i mali e gli errori in cui siamo caduti nel passato, adesso che siamo entrati in un periodo di relativa calma.

A giudicare invero dal carattere commerciale che ha contraddistinto le nostre aziende, noi vediamo chiaramente che il movimento dell’industria cinematografica italiana ha un aspetto spiccatamente contrario all’industria francese, la quale si svolge su più ampia scala che non la nostra, e rappresenta al giorno d’oggi, per importanza e finezza di manipolazione, l’estremo punto d’indagine tecnica e artistica.

Questo perché?

Bisogna, crediamo, a tal proposito, ricordarsi della forza finanziaria messa a disposizione delle aziende, per la deficienza della quale, l’azione nostra e il nostro contributo all’arte cinematografica, è stata del tutto, o quasi, inefficace.

Epperò ora va accennandosi un aumento lievissimo di produzione e un miglioramento sensibile della tecnica delle nostre fabbriche. A questo miglioramento saremmo arrivati anche prima se il contrasto d’idee e di programmi di noi italiani, non fosse stato così vivo da scuoterci con impulsi convulsi e quasi sempre soggettivi. Difatti quante e quante persone che noi conosciamo che, messesi loro stesse alla testa d’una qualsiasi iniziativa, hanno guardato troppo superficialmente il presente e troppo fiduciosi l’avvenire! E quante aziende che tentarono una volta di reagire alla spietata concorrenza, non si sono poi ritirate con la sfiducia ed il cuore dopo che i loro sforzi non trovarono l’ausilio richiesto!

Così, non volendo, l’industria forestiera andava agguerrendosi nei nostri insuccessi, fino a compromettere gli interessi vitali delle nostre fabbriche.

E pur oggi ancora dunque, attraversata la rivoluzione cinematografica, quale conclusione logica ne possiamo ricavare? Che cosa ci riserva l’avvenire? Gloria, onori, rapidi successi? oppure: bocciature, fallimenti, dissesti finanziari?

Forse né gli uni né gli altri, forse, dietro l’aspetto tranquillo oggi assunto dall’industria italiana, si va elaborando qualche cosa di veramente buono, in una forma più modesta magari, ma ancora più precisa e più pratica; epperò vediamo fin d’ora, quali ne siano realmente le sue basi.

Ho sempre sostenuto che il problema per il miglioramento della nostra industria non può essere risolto se non aumentando le finanze delle fabbriche di films, ed è bene anzi oggi aggiunga che questa mia affermazione non è campata in aria, ma basata sull’esame obiettivo dell’esperienza tanto per richiamare l’attenzione degli interessati su di un problema che stimo di capitale importanza.

Non starò qui in ogni modo, né mi pare d’altra parte conveniente, a passare in disamina, tanto più che sull’argomento altre volte ebbi occasione di fare una minuta analisi, solo premetto, come conclusione dettata dai fatti, e cioè dalla esperienza, e a dimostrazione degli effetti fattori, aggiunti e derivati (ambedue elementi del sistema economico delle aziende) che le attività più semplici di una manifestazione artistica, hanno alla loro volta bisogno d’esser precedute e assecondate da fattori tecnici e artistici, nonché da fattori industriali. Senza entrare in particolari sulla erronea via in cui si sono messe nei tempi scorsi le fabbriche italiane, emerge chiaro dalla produzione in commercio che la concezione artistica non è ancora bastantemente evoluta nella coscienza dei nostri cinematografisti, se si contentano di produrre delle films di un evidente e palmare controsenso estetico.

Come dunque conciliare la base… artistica… con la base tecnica… quando la base di tutto… (che poi in fin dei conti altro non è che deficienza) buoni frutti non se ne avrebbero potuto proprio ricavare? E se non buoni, perché non se ne sono ricavati almeno dei mediocri?

A questi effetti, credo, debbono, e non ad altri essere attribuite come cause principali gli attriti interni delle nostre aziende e la scarsezza di produzione.

Orbene, al presente, i sistemi da noi in vigore si sono allacciati e organizzati in una integrazione di forze assai promettente, oggi, più che mai, la nostra produzione tende ad invadere il mercato, e benché i tentativi siano ancora relativamente scarsi, tutto però fa prevedere in avvenire una grande rivincita della nostra industria su quella francese. Avvii dunque, nell’odierno movimento, qualche cosa di veramente buono, come l’essenza di nuovi impulsi esteriori di cui abbiamo parlato e il lavoro interno produttivo di elaborazione verso una sicura conquista.

Ferma la mia convinzione rimane quindi, fino a nuovo ordine di idee, la necessità di un pronto elevamento economico delle fabbriche a cui vada aggiunta s’intende una coscienza individuale e collettiva propria e sincera, solo a queste condizioni, e non altrimenti, le nostre energie, svegliate all’arringo della vita, nel contrasto vivo delle forze spiegate, sorgeranno trionfanti alla nobile gara dell’industria e del lavoro per uscire vittoriose.

Alfredo Centofanti (Il Cafè Chantant – La Rivista Fono-Cinematografica, 11 luglio 1909)

A proposito dell’immagine che accompagna questo articolo, si tratta di una fotografia storica, scattata durante il Secondo Congresso industriali cinematografici, Parigi 1909, presieduto da Georges Méliés. Da sinistra a destra, in prima fila: Rogers, Pathé, Eastman, Méliès, Gaumont, Urban, Gifford, Smith, Austier. Seconda fila: Brown, Messter, Olsen, Prévost, Bernheim, Comerio, Vandal, Raleigh, May, Winter. Terza fila: Cheseau, Effing, Zeiske, Hulch, Ottolenghi, Bolardi, Akar, Williamson, Bromhead. Quarta fila: Arribas, Robert, Reader, Rossi di Baulaincourt, Duskes, Paul, Hepworth. Quinta fila, Sciamengo, Gandolfi, May jr., Jourjon, Helfer, Paul Méliès, Ambrosio, Barker.

Archivio Cinematografico di Stato nel 1911

Inaugurazione 1911
Inaugurazione Monumento a Vittorio Emanuele II, 1911

“Quattro operatori della Cines hanno ripreso tutta intera la cerimonia dell’inaugurazione del Monumento a Vittorio Emanuele II avvenuta a Roma il 4 maggio 1911. Questa terminò alle ore 11 del mattino ed alle ore 16 la Cines consegnava al Cinematografo Moderno del cav. Filoteo Alberini la prima copia del film di oltre duecento metri, copia che veniva immediatamente proiettata al pubblico e la sera stessa partivano per tutta Italia un considerevole numero di copie di guisa che Firenze, Milano, Torino, Bologna, Genova hanno potuto proiettare il film il lunedì a mezzogiorno, cioè la mattina seguente alla Cerimonia.”

Per un archivio cinematografico

Dai secoli giunge la voce de’ momenti storici più importanti, sotto forma di rozzi documenti e di pietre, avanzo di opere grandiose di remote civiltà sotto forma di capolavori letterari ed artistici che sfidano le età, resteranno ancora per secoli testimoni della potenza umana.
E scolpiti nel marmo o ingialliti in deposito, ma privi di ogni vitalità che possa far conoscere da un semplice gesto uno dei lati della psiche, si presentano i grandi pensatori, guerrieri, benefattori o delinquenti il cui nome la storia registra.
Il nostro secolo che appena adolescente, ha già compiuto rivoluzione scientifica tale da potersi ritenere quale il vincitore in civiltà dei precedenti, tramanderà ai posteri memoria ancor più indelebile.
Non solo l’enorme produzione teoretica in ogni campo della scienza, non solo gli studi profondi in fisico matematica, le cui applicazioni seguono meravigliose, e quelli sociali che predeterminano l’emancipazione da ogni schiavitù; non solo i monumenti al genio collettivo o individuale nostra gente ed a mezzo del sottile disco la parola fascinatrice e profonda di creatori e sommi maestri.
Il secolo ventesimo lascerà che i posteri vedano, in azione, possibilmente tutto quanto di memorabile verrà compiuto dalla nostra generazione, ed abbiamo così un’idea precisa dell’ambiente in cui viviamo; che per quanto magistralmente descritto dallo storico non potrà ottenere efficacia rappresentativa migliore di quella della fotografia animata.
(…)
Noi proponiamo che per iniziativa privata, e meglio se dello Stato, si formi un archivio cinematografico, che raccolga films riproducenti dal vero tutto quanto è palpito di vita moderna d’interesse collettivo.
Venga formata una commissione tecnica per la scelta delle films, animata da criteri severissimi ed inizi l’istituzione da noi proposta, di carattere storico, artistico, morale.
Ripetiamo è lo Stato che dovrebbe assumerne l’iniziativa, e condurla con criterio spartano.
L’Italia celebra il cinquantenario del suo risorgimento a nazione, ed in Roma son convenuti d’ogni parte per l’inaugurazione dell’altare della patria, le rappresentanze popolari: comunale, civile, militare d’Italia tutta.
In Roma eterna si confusero le provincie d’Italia. Ebbene! S’inizi la raccolta nell’archivio cinematografico con la film riproducente l’indimenticabile apoteosi ed avanti, sempre avanti, con l’augurio che presto l’archivio, per liete e feconde manifestazioni civili, divenga circo d’onore.
Erasmo Contreras (Cinema, 20 giugno 1911)

L’Archivio Cinematografico di Stato
L’idea lanciata dal Direttore dell’Archivio di Stato in Roma

Per la ricerca di alcuni documenti storici che dovevo consultare, ebbi la fortunata occasione di conoscere il commendatore Ernesto Ovidi, il colto dottore che sovrintende con sapienza e con delicato tatto, all’Archivio di Stato in Roma e all’Archivio del Regno.
Le cure profonde ed assidue dell’ufficio, i lunghi studi, i consigli che i molti frequentatori dell’Archivio gli domandano e che lo costringono ad un lavoro assiduo, snervante, faticosissimo, non fiaccano per nulla la sua fibra eccezionale, ed egli trova modo di tenersi perfettamente al corrente delle nuove creazioni della scienza e dell’arte: le moderne invenzioni lo attraggono, lo seducono; le segue con amore, con slancio quasi giovanile.
La conversazione sulle ricerche alle quali ero per accingermi, terminava: la parola del commendatore Ovidi m’era stata preziosa di consigli, di suggerimenti, di citazioni e, per colmo di cortesia, egli mi offrì alcuni suoi appunti riguardanti l’oggetto dei miei studi, ma ricordandosi di non averli in ufficio, mi promise di farmeli recapitare.
— Qui ci deve essere il suo indirizzo — disse, guardando la mia carta da visita: ma poiché i suoi occhi si furono posati sul piccolo cartoncino Bristol che declinava il mio nome e la mia qualità di direttore artistico cinematografico, sorrise, la sua fisionomia prese un aspetto di viva curiosità, e…
— Lei s’occupa di cinematografia? — mi domandò.
— Da sette anni — risposi alzandomi.
— Segga, segga ancora un momento. Sappia che io reputo la cinematografia degna di figurare fra le scoperte più grandi del secolo, e che ai progressi giganteschi compiuti da quest’arte ancora bambina, mi interesso moltissimo. Conosco un po’ la macchina presa-vedute, e bisogna convenire che si rimane ammirati dalla semplicità dei mezzi adottati per riuscire a fissare sopra una tenue striscia di celluloide le infinite stasi del movimento! Non ho potuto ancora vedere né uno stabilimento, né un teatro cinematografico; ma credo che la lavorazione di una pellicola, dalla presa della negativa, fino alla completa montatura della positiva, debba formare curioso oggetto di studio, non è vero?
— Certo, signor commendatore — risposi.
E la nostra conversazione s’avviò, vivace, alle spese delle dissolvenze, sovraimpressioni, contromarce, operatori, attori, operai, imbibizioni, viraggi, con tale esuberanza e con tale profonda cognizione da parte del mio illustre interlocutore, che, quantunque, modestia a parte, in cinematografia io mi senta molto più forte che in archivistica, mi domandai quale di noi’ due fosse il tecnico.
— L’invenzione, oltremodo geniale— aggiunse l’egregio dottore — è da considerarsi non soltanto dal lato industriale, ma assai più dai punti di vista della pratica utilità che ne deriva alle masse, e da quello della coltura. Il popolo, meravigliato, vede oggi al cinematografo, quello che accade nelle Indie, nel Giappone, nell’Africa; vede lo svolgimento di una vita completamente dissimile da quella alla quale è abituato; prende cognizione di industrie nuove, di attività, di energie a lui completamente sconosciute. E per i ragazzi quale mezzo di più facile ritentiva!
Quando, per mezzo del cinematografo, essi avranno veduto i principali monumenti, le strade più belle, gli edifici più importanti di ogni singola città, come sarà per loro più facile ricordarne i nomi!!! La storia e la geografia insegnate ai ragazzi per mezzo della cinematografia, darebbero risultati splendidi, non crede ?
— Altro che! Fui fra i primi ad applaudire Brescia, la forte, che sta lottando strenuamente per ottenere dal ministero della pubblica istruzione, l’introduzione nelle scuole del cinematografo, come mezzo pratico di insegnamento. Ma al solito il ministero…
— E crede lei — interruppe diplomaticamente il commendatore Ovidi, — che senza le meravigliose cinematografi o delle sventure toccate ai nostri fratelli di Sicilia e di Calabria, palpitanti di strazianti verità, che gli occhi dei popoli potevano vagliare e che toccarono gli animi più di qualunque articolo di cronista, per caldo e vivace che fosse, crede lei che le liste di sottoscrizione avrebbero raccolto i capitali enormi che con slancio di fraterna carità giunsero ai vari comitati? No, di certo! E se servigi così utili sono regi a noi dalle cronache cinematografiche, penso che per i nostri posteri dovrebbe essere di grande ausilio una specie di storia cinematografica… Vede, — proseguì egli — se si ponesse mente con serietà di intenti, all’importanza della cinematografia, a quest’ora si avrebbero degli operatori da presa-vedute, governativi: ogni momento storico della nostra vita nazionale, opportunamente fatto cinematografare dallo Stato, e ben conservato, formerebbe un fondo storico importantissimo, fra cento o centocinquanta anni…
— Ma ci vorrebbe, allora — interruppi…
— La sezione cinematografica negli Archivi di Stato. E perché no? Non s’accorge di quale importanza sarebbero fra un secolo, cinematografie di tal genere? E quale assoluta documentazione storica per fedeltà d’ambiente e di costumi.fra cento anni… Vedere… Vedere muovere sullo schermo Re, Regine, Imperatori, soldati, dignitari, popoli di tempi passati, rivestiti di abbigliamenti completamente in disuso, compiere cerimonie ufficiali, quali parate, inaugurazioni di monumenti, guerre, battaglie con i mezzi dei quali si disponeva… cento anni fa!…
Francamente, mi dica — proseguì — non le piacerebbe di veder muovere Napoleone I? Immagini dunque, che lo stesso suo interesse dovranno avere i nostri tardi nipoti un giorno, per quello che avviene oggi sotto i nostri occhi!
— L’idea è veramente grande, commendatore, e spero che, quando i tecnici avranno trovato un supporto più stabile e più duraturo del celluloide, non ne venga tardata di troppe l’attuazione.
— Ed io mi auguro che il merito di aver apportato un così grande vantaggio nella fabbricazione della pellicola, spetti ad un italiano!
— Accompagno l’augurio con i voti più fervidi dell’animo mio e, spero che ella, commendatore, sia il primo ad impartire gli ordini necessari affinché una parte di questi locali, per suo merito, già trasformati così signorilmente in sede dell’Archivio, venga adibita ad uso dell’Archivio cinematografico di Stato.
E mi accomiatai.
Emmeci (La Vita Cinematografica, 20 ottobre 1911)

N.d.c. Dall’aprile 1910 il Consiglio comunale di Bruxelles fondò presso il suo archivio una collezione di pellicole cinematografiche.

Hollywood 1928: The Changeling, Clint Eastwood, Sergio Leone e Lido Manetti

Lido Manetti
Lido Manetti

I ricordi sono come le ciliegie, uno tira l’altro, e ieri sera, vedendo The Changeling diretto da Clint Eastwood mi è tornata in mente una storia che Sergio Leone raccontava spesso a proposito di Lido Manetti, un attore italiano che aveva lavorato con suo padre, Roberto Roberti. Proprio come in The Changeling la storia, o meglio il tragico finale della storia, è ambientato a Los Angeles nel 1928:

Manetti, che lui aveva diretto in Fra Diavolo, era andato in America per sostituire Valentino. Era bello, alto e molto italian style. Aveva un sicuro avvenire davanti a sé. Chissà quante donne si sarebbero suicidate per lui. Niente di tutto questo, invece. Non gli permisero di diventare un divo. Un brutto mattino, a Hollywood, davanti agli studios della Paramount, un’automobile lanciata a tutta velocità lo spiaccicò sotto le ruote. Non si seppe mai chi era stato a fare il lavoretto e quelle povere donne, anziché suicidarsi per lui, purtroppo dovettero adattarsi a morire di vecchiaia, oppure immolarsi per qualcun altro. Forse fu la mafia. Ma mio padre ripeté spesso che un poliziotto serio, per rintracciare l’autista pazzo, avrebbe dovuto guardare bene in faccia i divi degli anni successivi. Tra loro, sosteneva, ce n’era uno che la sapeva più lunga del procuratore distrettuale di Los Angeles. Anch’io, certe volte, mentre sto guardando un vecchio film in televisione, sono colto da uno strano senso di disagio. Fisso Clark Gable, Dick Powell, Paul Muni, Frederich March, James Stewart e un brivido gelato mi corre lungo la schiena. L’assassino potrebbe essere uno di loro. Capisci? Di Clark Gable, sopratutto, mi sono sempre fidato poco. Osservalo bene e poi dimmi se gli affideresti il tuo portafoglio. Chissà cosa non nascondeva, sotto il baffo, quel suo famoso sorriso. (intervista a Sergio Leone, C’era una volta in America, Diego Gabutti, Rizzoli 1984)

Lido Manetti, di origine fiorentina, comincia la sua carriera giovanissimo, a Roma. Il suo primo film, La principessa (Caesar 1917), in cui debutta con una breve particina, a fianco di Leda Gys, serve a trarlo dalla marea degli anonimi.

In seguito, Camillo De Riso, riesce a farlo scritturare alla Caesar Film di Giuseppe Barattolo e qui Lido assume di colpo il ruolo di primo attore giovane in Malia, compagna Francesca Bertini. Basta questo per affermarlo: tanto al pubblico come ai produttori, le capacità di Lido appaiono chiare e promettenti.

Egli ha il dono di essere simpatico a chi lo guarda e a chi lo conosce. E non ha più un momento di requie: dalla Tiber all’Itala, alla Libertas, alla Fert, ovunque egli lavora miete allori.

Sopravviene la crisi della U. C. I. e allora cominciano i vari contratti a forfait, con i vari registi-produttori: Genina, Gallone, De Liguoro, Negroni, Zorzi.

Ben presto, egli batte anche il primato per il maggior numero delle interpretazioni a fianco delle migliori attrici: Italia Almirante Manzini, Maria e Diomira Jacobini, Linda Pini, Carmen Boni, Rina de Liguoro.

Attaccatissimo al suo paese, rifiuta prima un contratto con la Cineplay di Londra, per un film nelle Indie inglesi; poi rifiuta i reiterati richiami di diverse società tedesche, per quanto la Germania allora fosse considerata come la Mecca del cinema europeo.

Soltanto quando la situazione in Italia si fa insostenibile per mancanza totale di lavoro, Lido si risolve a partire: e sceglie l’America.

Ha poco più di 26 anni; siamo nel 1925.

S’imbarca sulla Dante Alighieri in terza classe, ed è costretto a fare il Natale a bordo, perchè il cattivo tempo ostacola la traversata.

— E’ stato il più orribile Natale della mia vita… — egli scrive alla madre; ma il destino doveva serbargli dei giorni peggiori.

Infatti, rimane fermo a New York quasi un anno, per mancanza di denaro, e spera sempre di imbattersi in uno di quei pezzi grossi dell’industria filmistica. La fortuna lo aiuta: Carl Laemmle, allora presidente della Universal Pictures gli offre un modesto contratto e lo spedisce a Hollywood.

Nel frattempo in Italia, vengono proiettati i suoi ultimi due film: L’ultimo Lord di Genina, con Carmen Boni, e Maciste contro lo sceicco di Camerini.

A Hollywood, dopo una piccola parte in un film della Universal, lo lasciano sei mesi fermo, per poi scioglierlo da ogni impegno perché risultato “tipo non cinematografabile”…
È la miseria; la miseria a Hollywood, nella città del lusso e del cinema.

Ma, una volta tanto, i super-competenti americani avevano sbagliato. Il “tipo non cinematografabile” riesce a fare un provino alla Paramount per un film con Adophe Menjou, nel quale sono già falliti 26 concorrenti… Si cerca un tipo distinto, elegantissimo, un vero gentiluomo europeo e, su tutti, viene scelto proprio Lido, malgrado diversi tentativi di boicottaggio. Si tratta del Signore della notte. Egli con tale interpretazione, sbalordisce lo stesso Menjou, che si affretta a farlo scritturare dalla Paramount come elemento di sicuro rendimento…

Il nostro attore, al colmo della gioia, ritorna alla sua abitazione presso l’italiano Agostino Borgato, e abbraccia tutti; poi, come sempre, quando ha una buona notizia da comunicare, scrive a casa.

Da allora lavorò ininterrottamente. Costretto a portare un nome inglese, scelse quello di Arnold Kent, ma riuscì a imporre la condizione che, in Italia, i suoi film portassero il suo nome italiano: Lido Manetti.

Girò l’Accusata, con Pola Negri, Lo sciabolatore del Sahara, con Gary Cooper, Hula, con Clara Bow, Il mondo ai suoi piedi, con Florence Vidor.

Fu chiesto, poi, in prestito dalla United Artists per la parte di antagonista nella Donna contesa con Norma Talmadge.

Quest’ultimo film, malgrado fosse affidata a Lido la parte ingrata del cattivo, ottenne in America un successo clamoroso e sul nostro attore precisamente si puntarono tutte le attenzioni della critica e del pubblico. Direttore era Henry King. Alla United Artists l’entusiasmo è così grande che si viene nella determinazione di pagare la penale di rottura del contratto con la Paramount, pur di avere l’attore nei propri ruoli. Questa decisione era stata anche provocata dal fatto che su una serie di provini per il film Segreti con interprete principale Mary Pickford, Lido era risultato il più adatto senza discussione. (Morto lui, la parte fu affidata ad un nuovo attore : Leslie Howard). Del resto, Lido aveva anche superato brillantemente la prova fonica all’avvento del sonoro, con una dizione inglese perfetta.

Nulla mancava più; con l’ultima interpretazione, egli si sentiva portato alle più alte vette del suo sogno. Era stato in Italia da pochi mesi, per una visita alla famiglia e a loro aveva parlato tanto di questo ultimo passo che ora, l’essere finalmente “arrivato”, gli metteva nelle vene un desiderio incontenibile di comunicare la notizia. Difatti, cominciò a scrivere:

« Cara Mamma, caro fratello Alberto…

Poi, alle prime righe, squillò il telefono posato accanto a lui…

L’invito a cena, insieme agli amici e ai produttori…

L’incidente…