Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola, Ambrosio 1913
Copia restaurate a cura della Fondazione Cineteca Italiana con il contributo di Regione Lombardia.
Dal romanzo di Robida: Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle 5 O 6 parti del mondo ed in tutti i paesi visitati e non visitati da Giulio Verne.
Film in quattro episodi: L’isola delle scimmie; Alla ricerca dell’elefante bianco; La regina dei Makalolos; Farandola contro Fileas Fogg.
Argomento: Abbandonato alle onde dell’oceano, come Noè, su di una fragile cassetta dai genitori periti nel naufragio di un veliero, Saturnino è trascinato dalle correnti verso l’isola delle scimmie: queste lo allevano, abituandolo a parlare e a camminare come gli animali della loro specie. Fattosi uomo, Saturnino fugge dall’isola ed è catturato da un veliero: La Bella Leocadia. I modi scimmieschi di Saturnino stupiscono i marinai, ma ben presto egli impara a parlare e a comportarsi, diventando il beniamino di Capitan Lombrico. Quando questi muore, ucciso dai pirati, Saturnino assume il comando della nave, sulla quale scorazza per i mari di tutto il mondo, incontrando le più bizzarre avventure. Ad un certo momento si innamora di Mysorà, una donna-palombaro, che però viene divorata da una balena, e quindi catturata dal professor Croknuff, direttore dell’acquario di Melbourne. Saturnino accorre per liberare l’amata Mysorà. Ma lo stravagante naturalista pretende di conservare nel suo acquario anche la bella palombara, rigurgitata dalla balena. Saturnino dichiara guerra a Croknuff, arruolando le scimmie che l’hanno allevato e muove all’attacco delle ben munite fortificazioni dell’acquario. Naturalmente vince e libera Mysorà.
Saputo poi che è stato rubato l’elefante bianco del Re del Siam, il quale offre una lauta ricompensa, Saturnino, seguito dall’ormai inseparabile Mysorà, corre al Siam coi suoi fidi marinai e, attraverso mirabilanti stratagemmi, recupera l’elefante e lo riconsegna al legitimo proprietario. Nominato poi generalissimo dell’esercito del Milligan del Nord, muove guerra al Milligan del Sud, a capo del quale è il perfido Fileas-Fogg, che ha, tra l’altro, insidiato l’onore di Mysorà. La guerra culmina con una battaglia aerea, tra nubi di cartone e inverosimili ordigni bellici, dalle bombe al cloroformio alle mongolfiere armate di mitragliatrici e all’aspiratore pneumatico, che succhia letteralmente i nemici. Vinta anche quest’ultima guerra, Saturnino si ritira nell’isola delle scimmie a vivere in pace con Mysorà.
Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola, Ambrosio 1913
… il film è in rete, ma la qualità lascia molto a desiderare. Non sarebbe meglio poter disporre di una copia legale? A proposito, il nome della protagonista femminile, secondo le didascalie originali è: Mysora, Mysorà, non Misora, come nelle didascalie ricostruite.
Una buona notizia per tutti gli ammiratori di Eleonora Duse. La Cineteca Italiana di Milano ha restaurato, con il contributo della Regione Veneto, il film Cenere in occasione del 150° anniversario della nascita della grande attrice. Ma non è tutto. Il film verrà presentato a Milano il prossimo mese di dicembre e i fortunati spettatori riceveranno, come dono di Natale, una copia del dvd del film restaurato fino ad esaurimento copie. Per altre informazioni, visitare la pagina della Libri e DVD della Fondazione Cineteca Italiana di Milano.
In altre parole, un’occasione da non perdere che merita un viaggio.
La storia di questo film è stata raccontata diverse volte, proviamo anche noi a proporre un piccolo diario a proposito di Cenere… Roma 4 maggio 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “ Il libro è Cenere di Grazia Deledda. E’ un bel libro su l’isola di Sardegna. L’ho letto una volta — mi ricordo — in tournée — tu, Enrichetta — eri ancora bambina — e tante cose che mi turbavano nel libro — noi le vivevamo. Il libro è basato sulla necessità (non importa quale) d’una separazione fra madre e figlio. La madre sola e povera si abbrutisce nella morte del cuore, senza amore — ma il figlio — per volontà della madre — mandato via, a studiare, subisce un’evoluzione pratica — poetica — si fa Uomo, un vero uomo — fatto di azione, di sogno, e senza crudeltà sensuale, e capisce la pietà: qualcosa fra il Rolla di De Musset e il Renè di Chateaubriand, e, ben compresa, qualcosa della sete d’amore e di bene di Nietzsche. Allora, quando la Vita, il lavoro, lo sviluppo morale della sua anima, e l’amore del suo cuore, agiscono fortemente su lui (perché lui ama Margherita, una giovane ragazza) egli deve agire nella vita, ma ha della donna un ideale talmente alto che vuole prima di tutto ritrovare sua madre che lo ha abbandonato per il suo bene, dice lei, ma l’ha abbandonato — e poi vuole stabilire fra la sua donna e la madre — una forma di vita di lavoro… ma sia l’una forza che l’altra l’abbandonano. La fidanzata, per la vergogna di condividere la vita con una mendicante come la madre del giovane, e la Madre che da sola, si riconosce indegna di condividere la vita di suo figlio, e per orgoglio della povertà.
Vi è nelle ultime pagine del libro, un alto amore della Vita — della Vita, da chiunque ci venga questo dono divino; e la madre, qualunque essa sia, è la depositaria, cieca ma benedetta, della forza vitale… Insomma, ci sono delle pagine di realtà e poesia che mi tormentano il cuore, e l’immaginazione e che, io penso di poter fare comprendere senza parlare.”
Le lettere di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta Marchetti Bullough sono conservate alla Fondazione Cini di Venezia, donate della nipote Eleonora Ilaria Bullough, poi Sister Mary Mark. Il carteggio, scritto parzialmente in italiano e per la maggior parte in francese, uscirà prossimamente in un’edizione critica a cura di Maria Ida Biggi, sempre in occasione del 150° anniversario della nascita di Eleonora Duse. Roma 2 giugno 1916. lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta:“Non ho buttato a mare l’idea fondamentale che è il Lavorare al più presto possibile. Bisogna che la mia forza sia impiegata, non più a distruggere me stessa, ma a ricostruire. Sono in trattative assai strette, e quasi concluse: tutte buone, con tre case di film. Ma ancora non ho firmato, perché stavo male, e perché fare un film, è un problema spirituale che non si può decidere su due piedi.
Sono andata alla Casa Madre di tutte le case di films in Italia, ed è la Casa Ambrosio di Torino. E’ una casa piemontese, d’un onesto operaio, salito, per il lavoro, oggi, a una vera ricchezza. Sapevo che questo Ambrosio era stato, ed è ancora (se pure un po’ fuori moda) la Casa onesta dal lato scelta di film — serietà di scelta, e onestà finanziaria. Allora, di botto, telegrafai io stessa alla casa, l’indomani, il Direttore in capo era qua — un brav’uomo, e intelligente e che farà tutto quello che voglio io! Ecco, questo significa secondo me essere intelligente!
Insomma sono scritturata, ma per un solo film per provare, in società con la casa stessa. Sono divenuta socia, capito? Ho una casa di produzione! Sono felice! Mi hanno scritturata con tutti gli onori, s’intende — Farò quello che vorrò, dice il contratto, e a me danno il 50 per cento dell’introito — e mi anticipano 40 mila franchi, e 20.000 per le mie spese… Bene, calma, Eleonora! tu hai sempre lavorato, torni sulla tua strada — se la salute ti impedisce il lavoro di un tempo — e se la tosse ti impedisce di parlare, allora fa dei film — L’Arte del Silenzio — La febbre nel cuore, dopo questa offerta di Griffith, non ho sognato che dei fìlms!…
Il buon vecchio proprietario non domanda di meglio. Ha pianto baciandomi le mani, dicendo che lui, che tutta la sua vita ha fatto films, non ha mai capito tanto come io che di films non ne ho fatti mai…
Io ho diritto (ah! mi piace questa parola) sulle macchine e sull’operatore, che è la persona più difficile. Ma nel contratto, ho voluto diritto di scelta, dunque: giudizio. Vado a scegliere! E per il momento tu devi mettermi in corrispondenza con questo Lindsay, ho bisogno del suo libro, e tu devi mandarmi tutto quello che può essere utile alla cosa. Come già ti dissi ieri, bisogna mettersi al corrente delle cose tecniche. Le idee per i soggetti non mi mancano ma, ho bisogno che l’esecuzione sia moderna.
Insomma, vorrei sapere, come procede il cinema in Inghilterra. Io ho già scritto a Griffith (in ottobre) per il mio Michelangelo e voilà! Alla fine di luglio agosto, se mi rimetto in salute sarò a Viareggio. Avrò una casa, una baracchetta, e luce elettrica per sperimentare il primo film”.
Le tre case in trattativa erano la Cines, la Caesar Film e l’Ambrosio. Secondo altre fonti, Eleonora Duse si sarebbe messa in contatto con l’Itala Film e Giovanni Pastrone. Il contratto con Grazia Deledda fu stipulato il 1° luglio 1916.
Nel settembre 1915, la Duse aveva ricevuto una proposta di David W. Griffith, un contratto di quindici settimane per girare un film a Los Angeles, e la Duse aveva proposto diversi soggetti, tra cui un Michelangelo. Il libro di Lindsay è Art of the Moving Picture, Vachel Lindsay (1915). Torino 1° Luglio 1916. Dalle riviste: “Il cav. Arturo Ambrosio è stato in questi giorni a Roma per concretare una combinazione Ambrosio-Barattolo. Quindi, l’avv. Barattolo è partito per Parigi. Si dice che la eminente artista Eleonora Duse si sia decisa a debuttare nel cinematografo. Avrebbe stipulato con avv. Barattolo un contratto per eseguire una serie di pellicole, una delle quali in compagnia di Francesca Bertini. Per la stessa Bertini la grande attrice, sempre a quello che si dice, sta scrivendo un non comune lavoro”.
Torino 17 Luglio 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Palace Hotel-Torino. Alle 9 e mezzo ero già allo stabilimento Ambrosio dove si fanno le scene d’interno. È un posto davvero interessante! quanta gente! Stamattina, c’è stata la presentazione di tutto il personale; 204 persone sono impegnate per il mio film. Il film è passionale (madre e figlio) ma ci vogliono 204 persone per farlo vivere! un mondo! Io credo di sognare, la mia anima ritorna in me! Ah, che dire, e come dire, ciò che io ho perduto della mia anima in questi cinque anni senza lavorare, in prigione… La metà delle riprese non è utilizzabile, ma c’è qualche cosa — che non è male — un certo pudore nei confronti del gesto cinematografico. Ce n’è una che mi piace, in mezzo a un grande campo fiorito. E’ riuscito tanto bello, io la testa abbassata come una spigolatrice, e l’argento dei capelli bianchi, così luminosi come l’argento dei fiori. Sono talmente distaccata che solo il personaggio Rosalia parla ai miei occhi. E’ proprio molto carina — Ambrosio in estasi! Io ai sette cieli! La sarta dello stabilimento, mostrandomi la veste da mendicante che avrò nel personaggio, ieri mi diceva, con le lacrime agli occhi: Ah, quante volte ho visto la Signora risplendente, e invece ora! L’avrei abbracciata per la bontà del cuore e il paragone d’arte! Mah! Sogno? — no — lavoro, alle 4 parto per un villaggio di montagna, per fare il film in un omnibus di campagna, quando la madre con il suo fagotto fra le braccia, abbandona il villaggio per separarsi dal piccolo. Quanto piangerò, oh oh oh, figlia mia!”.
Torino 21 agosto 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Hotel d’Europe – Torino. Sono molto stanca, ieri ho dovuto lavorare sei ore nello stabilimento, perché i films d’interno sono una fatica cane. Bisogna lavorare alla luce elettrica sotto una tettoia di vetro bianco, un caldo!…” Pubblicità film Cenere 1916
La stampa cinematografica non riporta molte notizie sulla lavorazione del film. Una notizia apparsa su The Times afferma che la Duse è a Lugano, gravemente ammalata. Per tranquillizzare la figlia e rassicurarla sul suo stato di salute, Eleonora, operatore Arturo Ambrosio, si fa ritrarre alla porta dello stabilimento, in abiti da passeggio, un breve film, pochi metri di pellicola che, in realtà, non arriverà mai a destinazione: “Nella film ti parlo e ti dico: Courage Henriette, au revoir, Maman”. Nel corso delle riprese di Cenere, Arturo Ambrosio è diventato il suo operatore preferito: “in un film, quello che gira la manovella è uno degli operai più importanti. Da Ambrosio, ne ho passati 7 dico sette, perché nel momento che lavoravo da Ambrosio chiamavano i giovani alla guerra, e si lavorava con chi capitava… Ma uno, buono a girare è il vecchio Ambrosio, lui stesso, perché il suo cuore batte quando lavora e segue (soffre, diciamo) coi personaggi che filma”. 2 Settembre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “C’è un sacco di difetti, ma l’impronta è bella, una sola cosa è d’immaginazione (da noi) perché io non so se il grande Griffith l’ha fatta già, perché gli Americani sono molto avanti come film — ecco io non parlo mai per tutto il film. A bocca chiusa, si, o no, con la testa — e ci sono dei no piuttosto tristi. Tutto il personale della Casa Ambrosio, le povere ragazze che lavorano lì e gli impiegati, hanno chiesto di vedere il film della padrona, quindi le donne sono entrate nella camera oscura ed ecco, le mamme hanno compreso. Dunque speriamo che sia un successo d’arte e di cuore. Ho già iniziato il secondo film, La Donna del Mare. Dio mio, è difficile, ma insomma, se Dio vorrà”.
10 Settembre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Malinconia della domenica, figlia mia! Gli altri giorni si lavora, si da un calcio all’anima e al corpo e si tira avanti, ma questa tranquillità della domenica ora è riempita di lacrime. Quanti cuori nel mondo guardano case, bambini, focolari distrutti — orrore! Dovrò rispondere ai soldati, ho tanti soldatini che mi scrivono, ma, sono tanto stanca. Un soldatino di fanteria, un mio cugino lontano, col nome Duse, mi ha scritto: Lei non sarà la sola ad avere reso illustre questo nome, vedrà quello che farò io, al fronte!!! E’ un soldato di fanteria, ma da due mesi non ricevo più lettere. Sua moglie è qui, a Torino, ha dato alla luce un bimbo che ho battezzato Libero — atrocità della guerra! E’ domenica, e poiché non lavoro oggi, farnetico…
Il mio film è bello — Triste! Per essere triste è triste, ma bello — una acquaforte, qualcosa fra buio e luce. L’altro film sarà tutt’altra cosa. Grande spazio, nessuna gioia, ma volontà — slancio — resistenza, volontà della Vita — Chissà se riuscirà? chi sa, ma il cuore mi fa male oggi. Sempre la copia della Vita, mai la realtà”.
15 settembre 1916. Dalle riviste: L’Ambrosio-Caesar, a mezzo dell’avv. Barattolo ha scritturato Ida Rubinstein a Parigi, dove si attende con impazienza il film interpretato da Eleonora Duse, ancora in corso di realizzazione. Il gesto di Eleonora Duse, dell’attrice illustre, ammonisce che il cinematografo non è soltanto industria fredda, e fonte di quattrini, ma è qualche cosa di più: una vera manifestazione artistica o, ad ogni modo, una manifestazione capace di allietare e di rendere pensoso il pubblico. Per questo e non per altro, la Duse vi partecipa oggi. Tutti coloro, quindi, che vedono nel cinematografo quel mezzo potente di elevazione morale del pubblico, segneranno, nella storia dell’arte muta, a caratteri d’oro il giorno, nel quale la forte e dignitosa signora della scena, volle animare una vicenda umana, sopra un immobile schermo bianco, destinandone i primi guadagni per il fondo della Croce Rossa.
Ottobre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Firenze. Ho fatto senza la cameriera anche durante il film, perché il lavoro consola di tutto, ma ritornare da Maria quest’inverno, ne ho paura come se perdessi il solo bene che mi resta: la mia forza di lavoro, da Maria sarebbe la noia. Andrò dunque per non perdere tutto a fare questi sopralluoghi per il film ad Alassio… E’ anche vero che se non lavoro sono ancora più stanca, quindi scelgo il meno peggio”.
1° Ottobre 1916. Dalle riviste: “La tanto annunciata combinazione Ambrosio-Caesar non si farà, ma le due case mantengo buoni rapporti commerciali, e tra questi due di risonanza mondiale: Eleonora Duse e Ida Rubinstein”.
15 Ottobre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Alassio. Ambrosio mi ha telegrafato ora, che mi invierà le scene da aggiungere alle scene della natura stessa – spero di aver trovato ciò che occorre per filmare bene, ma non ne sono certa. Dicono che sui laghi – Bellagio – sarà meglio, ma come saperlo? ognuno vede la natura e l’arte in maniera diversa“.
16 Ottobre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Più lontano, in alto sui monti, la guerra, la guerra. Ho dimenticato a Firenze un telegramma che ho ricevuto dall’ospedale di Moncalieri, della Duchessa d’Aosta. Il film è stato dato all’ospedale dei soldati”.
Arturo Ambrosio nasce a Torino il 3 dicembre 1870. Mentre studia per ottenere il diploma di ragioniere, s’innamora della fotografia, la grande novità del ‘800. Arturo incomincia a fare ritratti a tutti: ai professori, ai nonni, alla fidanzata Teresa Borgogno, ai proprietari della ditta di tessuti in cui si era impiegato dopo il diploma. Quando si sposa nel 1898, la cucina di casa diventa una camera oscura. Ogni sera, dopo l’ufficio, studia ottica, e quindi si mette in contatto con la ditta tedesca E. Suter, che lo invita a Basilea per un corso di specializzazione. Tornato da Basilea, intorno al 1902, abbandona definitivamente i tessuti, aprendo a Torino, grazie all’aiuto economico del cognato, inventore della Rinoleina, un negozio di articoli ottici e fotografici.
« Mi avviai subito bene, e in breve mi trovai costretto ad assumere personale: 2 per l’ottica, 2 per il reparto fotografico, 3 per la sezione sviluppo; vendevo binocoli da teatro rivestiti di madreperla e civettuoli occhialini alle madame; scattavo fotografie formato gabinetto a dignitari di corte, a rigidi ufficiali d’ordinanza; e spiegavo il procedimento fotografico alla Regina Elena. Ero diventato amico di Casa Reale; al castello di Racconigi o nella tenuta di S. Anna di Valdieri, una stanza della foresteria stava sempre alla mia disposizione. Andavo là con le mie macchine, fotografavo la regina e la portavo in barca. La regina mi voleva bene perché avevo l’abitudine di alzarmi presto, e alle 6 del mattino anche lei era già in piedi. Allora andavamo nei boschi e tornavamo con una fazzolettata di funghi! »
Ambrosio diventa rappresentante generale per l’Italia delle ditte E. Suter, Vizard Camera C.o – Gundiach,Manhattan Optical C.ny (Rochester), Radiguet e Massiot (Parigi), e Ilford C.ny L.td (Ilford, Londra). Contemporaneamente al negozio di via Roma 2, apre una succursale a Milano, via Carlo Alberto 2.
Per il suo negozio, passano anche i Lumière guidati dal suo rappresentante Vittorio Calcina. I primi due collaboratori nelle imprese cinematografiche di Arturo Ambrosio sono due giovani particolarmente in gamba: Roberto Omegna e Giovanni Vitrotti.
Omegna, impiegato in un istituto di assicurazioni, sapeva già maneggiare una cinepresa e sarà il primo operatore di Ambrosio nella Corsa Susa-Moncenisio del 1905, nelle Manovre degli alpini al colle della Ranzola, e come inviato speciale per girare il disastro del Terremoto in Calabria.
Vitrotti, si dedicava soltanto alla fotografia, quando Ambrosio vide alcuni suoi lavori in una mostra della Società Subalpina, intuì subito le possibilità e lo mandò a chiamare.
« In quanto a quelle prime riprese, è stato scritto che io fui convinto ad effettuarle da Edoardo di Sambuy, il quale mi avrebbe aiutato fornendomi un nuovo tipo di macchina portato dalla Francia. Non è esatto. Edoardo era un mio amico, si occupava di ritratti e aveva un piccolo studio a via Napione che rilevai adibendolo a locale di sviluppo e stampa delle pellicole. Ma, riguardo al campo tecnico, debbo affermare che me ne occupavo e lo risolvevo personalmente, piuttosto a quell’epoca ero già in contatto con l’ingegnere svizzero Zollinger che poi assunsi e col quale creammo, da soli, ogni tipo di apparecchiatura. Quando ancora Kodak e Eastman ci inviavano pellicola non perforata, noi costruimmo e producemmo le prime perforatrici. Fu per questo che iniziò la mia amicizia con Samuel Goldwyn, venne da me, e vista la perforatrice, spalancò gli occhi, la volle a tutti i costi, gliela vendetti a 4.700 lire: fu un affare! »
Marchio Taurus
I primi film di Ambrosio vengono registrati sotto il marchio Taurus. Nel disegno del logo compare un toro, simbolo della città di Torino. Verso il 1905, apre il nuovo negozio di fotografia, ottica e cinematografia a via Santa Teresa 0, angolo piazza Carlo Alberto.
Il 2 maggio 1906, Arturo Ambrosio e Alfredo Gandolfi costituiscono una società in nome collettivo sotto la regione sociale Arturo Ambrosio & C. Sulle pagine della rivista La Fotografia Artistica, insieme alla pubblicità delle riproduzioni artistiche e industriali, si ricorda che ditta dispone di apparecchi per cinematografia e proiezioni. Un anno dopo, il 2 maggio 1907, la società viene sciolta. Al suo posto nasce la Società Anonima per azioni Arturo Ambrosio, con atto notarile del 16 aprile 1907.
Il teatro di posa è una piattaforma all’aperto nel giardino della sua villa a via Nizza 187, dove si girano i film a soggetto. Le scenografie dipinte da Decoroso Bonifanti e Borgogno, vengono montate su quello che viene chiamato “la piattaforma”, un praticabile di legno alto un palmo da terra, con attorno quattro pali e due tendoni. Come interpreti, i filodrammatici dialettali della compagnia Cuniberti, primo attore il tipografo dell’UTET Luigi Maggi. Le storie sono a cura di due giovani giornalisti: Ernesto Maria Pasquali e Augusto Ferraris (Arrigo Frusta).
« Nelle cantine della villa c’erano i laboratori, al primo piano alcune ragazze montavano le pellicole, e in un grande salone si faceva un po’ di tutto. Poi, un giorno, scoppiò un incendio; per fortuna riuscimmo a soffocarlo in tempo. Ma mi convinsi che era ora di organizzare uno stabilimento razionale e lo impiantai in via Catania. »
La cinematografia italiana, considerata da molti una moda del momento ed un negozio senza futuro, si trasforma in una vera industria:
« Cresceva senza che ce ne accorgessimo e anche noi crescevamo, senza saperlo. Ma per carità! non date troppa retta ai libri che vi parlano di terribili concorrenze fra i cinematografisti. Ci conoscevamo tutti, e per conoscerci meglio ancora, ci riunimmo al congresso di Parigi del 1909 e a quello di Torino del 1910. A leggere i libri c’è da credere chissà a quali lotte, come, per esempio, quando si accenna al famoso distacco di Pasquali dalla mia società per formarne una propria. Pasquali fece benissimo: c’era lavoro per tutti, lui aveva ormai imparato il mestiere, era un ragazzo in gamba, perché avrebbe dovuto rimanere sotto di me? Trovò un amico, il farmacista Tempo, che gli prestò i soldi, e un giorno mi disse: “Vorrei mettere su uno stabilimento, lei che ne pensa?” Gli risposi che lo approvavo e gli diedi la mano. Così, quando andai in America nel 1909, la storia parla di crisi, di scontro con i trust: in realtà erano problemi di vendita. Ebbene, con chi andai a New York? Con Sciamengo della Itala Film che era mio concorrente ma, prima di tutto, era mio amico. »
Dei primi film della ditta Ambrosio negli Stati Uniti e di molto altro, nel prossimo capitolo.