Mafia e camorra nel cinema muto: Questa film non s’ha da fare

Una frase del presidente del consiglio Silvio Berlusconi a proposito dei film che hanno come argomento le storie di mafia mi serve di spunto per ricordare che stranamente nessuno ha mai scritto una storia di cinema italiano e mafia nell’era del cinema muto, e cioè dal 1895 al 1930. Sicuramente dopo questo post scoprirò che non è vero, ma per il momento non sono riuscita a trovare nessuna traccia. Dovrebbe essere una storia dove non si parlasse soltanto di film, ma di altri aspetti fondamentali come la gestione dei locali, le sale da gioco, ecc. Lascio e lancio qui la proposta per questo progetto.

Per quel che riguarda i soggetti, la filmografia non è molto ampia, nemmeno negli anni dove per una ragione o per l’altra la mafia compariva spesso nelle prime pagine della stampa quotidiana.

Uno dei primi titoli che ho trovato è La camorra napoletana, produzione Ambrosio del 1906, lo stesso anno del delitto Cuocolo a Torre del Greco (5 giugno 1906), ma l’argomento del film non ha niente a che vedere. Mi mancano dati per sapere come è stato accolto dalla critica e dal pubblico, ma qualche anno dopo, nel 1911, la stessa società Ambrosio di Torino presenta sugli schermi Nella camorra, interpreti Alberto Capozzi, Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi, accolto dalla critica in questi termini:

“E’ con vero rincrescimento ch’io parlo di questa film della notissima Casa Torinese, la quale, se dal lato artistico ci ha presentato una pellicola finita a rispondente alla legge della tecnica, dal lato del soggetto e della moralità invece porge il fianco alla critica più acerba. Io non discuto il lavoro, che se di questo mi dovessi occupare, dovrei senza meno dire che non risponde al vero e che il tutto è completamente di nesso logico; io dico che di questi soggetti, mai e poi mai dovrebbe tentarsi la riproduzione in cinematografia, sia perché sono una deplorevole glorificazione delle brutture umane e della immoralità, che il pubblico tutto ormai vuole riscontrare in ogni creazione, sia perché da se stessi formano una collana di fatti obbrobriosi ed indegni dell’attenzione dell’artista e della gente chiamata a giudicare.

Purtroppo al di là delle Alpi l’eco delle nostre cronache cittadine ha una ripercussione dolorosa; perché a tanto voler aggiungere una prova così lampante e materiale del come avvengono presso di noi i delitti, e quali le cause che generano gli stessi nella bassa classe del popolo?

Camorra è, dunque, una pellicola destinata… al cestino, e ciò mi spiace dirlo, per la Casa Ambrosio che tanto ha fatto per la riuscita della film che, come dissi in principio, artisticamente vale…. e molto.” La recensione è firmata Carambolage (La Vita Cinematografica, Torino 15 marzo 1911)

Quella primavera del 1911, si apriva alla Corte d’Assise il Processo Cuocolo, seguito con molta attenzione dalla stampa e quindi dall’opinione pubblica. Il processo finì 12 mesi dopo, l’8 luglio 1912. Uno dei protagonisti di questo celebre processo fu Gennaro Abatemaggio. Non ho spazio per raccontare il retroscena del delitto ed il ruolo di Abatemaggio in questo processo (per sapere di più basta fare una ricerca su internet), ma è proprio di lui e del progetto di un film che parla questa cronaca del 1921, pubblicata nella rivista napoletana La Cine Fono:

“Alcune notti or sono mi venne a trovare, nella redazione di un quotidiano dove le necessità della vile borghesia mi costringono a vegliare, il famigerato «cucchieriello»: Gennaro Abatemaggio, l’eroe del processo Cuocolo, l’ex aiutante di battaglia, l’organizzatore di dimostrazioni fasciste, l’uomo della vivida intelligenza e dall’attività strana e straordinaria.
Non era per uno dei soliti fatti di cronaca ai quali è legato il suo nome che lo spingeva, ad ora inusitata, nella redazione di un giornale; Abatemaggio andava in cerca di un soggettista e lo cercava tra i miei colleghi.

Il delatore della camorra napoletana aveva architettato un piano strabiliante. Con la sua parlantina più che partenopea lo illustrava ampiamente. Egli avrebbe ricostruito per una casa cinematografica tutto il processo Cuocolo. E chi avrebbe potuto farlo meglio di lui, il vero protagonista dell’oscura e pur clamorosa tragedia? Né sarebbe mancato il concorso del maresciallo Capezzuti, straordinario tipo di Sherlok Holmes, ridotto dal fato a disimpegnare le mansioni di impiegato d’ordine negli uffici di una società di navigazione.

Sarà un affare sicuro, diceva «Gennariniello», con gli occhi brillanti per la visione dei guadagni straordinarii.

Ed infatti l’affare si presentava molto bene dal punto di vista finanziario. Ci pensate, il processo Cuocolo tenne desta a suo tempo l’attenzione di tutto il mondo civile. Coloro che vedono Napoli avvolta in un nembo azzurro profumato d’aranci, ebbero la sensazione che il nembo si fosse diradato per dare al mondo lo spettacolo del verminaio. Era come il levarsi di un magnifico drappo funerario della carogna putrefatta della vecchia città tirrena.

La film avrebbe nociuto fortemente al buon nome di Napoli, ma ciò non preoccupava eccessivamente Abatemaggio, né i suoi finanziatori; essi si preoccupavano unicamente di lanciare sul mercato una film che avrebbe attirato la morbosità dei pubblici più differenti.

Io pensavo che il processo Cuocolo in film avrebbe portato all’estero tutta la vergogna del nostro passato e non volli nascondere il mio pensiero.

Che volete, quando si è offerta in terra straniera la propria esistenza nel nome di Napoli, non si può subire con moderna filosofia il vilipendio della città azzurra. Saranno i rimasugli d’un idealismo sorpassato, ma non me ne posso liberare d’un fiato.

Esortai perciò Abatemaggio a desistere dalla sua idea. Gli dissi che egli avrebbe dovuto dimenticare la tragedia che ebbe il suo fosco epilogo a Viterbo. Gli ricordai il suo recente passato di soldato valoroso, la sua medaglia d’argento, la sua promozione per merito di guerra, la sua ferita gloriosa che purificava l’orribile sfregio che gli deturpava il viso e gli dissi che tanto onore sarebbe stato distrutto dalla speculazione cinematografica ch’egli si proponeva…

Abatemaggio si commosse ma non rispose.

Dopo un paio d’ore che Abatemaggio aveva lasciato la redazione del giornale fui chiamato al telefono. La questura mi avvisava gentilmente che il Commissario Polito era andata ad arrestare Abatemaggio contro il quale era stato spiccato un mandato di cattura per truffa, ma che il famoso protagonista del processo Cuocolo, per non subire l’obbrobrio delle manette si era fatto esplodere un colpo di rivoltella in direzione del cuore. Le condizioni del ferito erano gravissime.

Benché l’abitudine professionale mi faccia restare indifferente dinanzi ai più atroci fattacci, la notizia del suicidio di Abatemaggio mi lasciò un’impressione profonda.

Pensate: Due ore innanzi quell’uomo esuberante di vita e di volontà mi parlava dei suoi progetti ed ascoltava con un senso di tristezza le mie esortazioni che certo non incoraggiavano il proposito di quanto lo avrebbe condotto ad una nuova celebrità: quella cinematografica. Ed in due ore, nella notte fredda e tranquilla, quell’uomo aveva vissuto il suo dramma terribile, la sua anima deformata dall’ambiente in cui era stata costretta a passare la giovinezza, aveva ispirato intensamente la redenzione. Ora si preparava a ricostruire freddamente la tragedia ch’egli aveva vissuto spasmodicamente, senza sentirsi affogare dal fango che affiorava nel ricordo. Ma un vecchio reato reclamava la sua vendetta. Ed Abatemaggio che aveva la sicurezza di essere completamente redento non seppe resistere alla Nemesi umana. E tentò di spezzarsi il cuore.

Ora «o’ cucchieriello» langue, fra gli spasimi dell’emottisi, nel letto n. 70 dell’ospedale dei Pellegrini.

La film del Processo Cuocolo è così stata rimandata, forse, definitivamente.

Sarà un’attrazione di meno per la prossima stagione cinematografica, ma Napoli non subirà l’onta di una nuova diffamazione.”

Alberto Capozzi alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone

Alberto Capozzi
Alberto Capozzi

Il pioniere Alberto Capozzi, uno dei divi più quotati del cinema muto italiano comparirà sugli schermi delle Giornate del Cinema Muto 28 edizione che si celebrano a Pordenone dal 3 al 10 ottobre 2009. Credo si tratti di due “ritrovamenti”, e cioè, due film scomparsi della lunga carriera di questo attore-regista-sceneggiatore italiano. Il primo, in ordine di tempo è L’ostaggio, film Ambrosio del 1909. Il secondo, che ho molta curiosità di vedere (il perché lo racconterò più avanti, dopo aver visto il film), è Eine Versunkene Welt (Die Tragödie eines verschollenen Fürstensohnes) una produzione austriaca del 1922, regista e sceneggiatore Alexander Korda. In Italia il titolo del film era S.A. Il principe rosso. Come ho detto, ne riparlerò.

Alberto Angelo Capozzi, pioniere del cinema, nasce a Genova l’otto luglio 1886, da Pietro, armatore, e da Emanuela Causa. Trascorre l’infanzia a Sestri Ponente, e per volere di suo padre frequenta un Seminario, ma non sembra molto convinto della sua imposta vocazione.

Intanto scopre l’esistenza delle filodrammatiche, come tanti altri hanno fatto prima e dopo di lui. Comincia a recitare, s’innamora di quello strano mestiere, e pretende che se ne innamorino anche i suoi genitori. A sedici anni, riesce a ottenere una scrittura dal capocomico Novelli Vidali, e gli sembra d’aver raggiunto il paradiso. Comunica la notizia al padre, il quale non la commenta neppure; ma, da uomo avveduto, va dal capocomico e manda a monte la scrittura ed il futuro sui palcoscenici del figlio.

Ma Alberto non si rassegna e così, a diciassette anni entra in una compagnia drammatica diretta da un certo Musella, che lascia ben presto per la più prestigiosa Talli-Borelli.

Un giorno, leggendo le offerte di scrittura sul giornale teatrale Il piccolo Faust gli salta agli occhi il seguente annunzio: «Cercasi primo attore cinematografico ».

Siamo nel 1909, l’epoca in cui i primi attori si cercavano a mezzo d’inserzioni. Capozzi scrive immediatamente ad Ambrosio, l’uomo dell’inserzione, e riceve l’invito a presentarsi, a Torino. Arturo Ambrosio lo riceve insieme a Luigi Maggi, direttore artistico della casa, e gli fanno provare una morte molto tragica; a quell’epoca, il provino non era ancora nato, i registi andavano a occhio.

Finita la prova, mentre Alberto sta ricomponendosi i capelli, e mettendosi a posto la cravatta, Maggi e Ambrosio, appartati in un angolo, discutono sottovoce. Alla fine, Ambrosio s’avvicina all’attore:

— Mi sembra che possiate andare; se volete lavorare con noi, vi offro un contratto a trecento lire al mese.

Alberto accetta con evidente entusiasmo, e pochi giorni dopo interpreta il suo primo film, intitolato Spergiura; fa la parte di un ussaro, il quale viene murato in una camera, e diventa lo scheletro di un ussaro, e dopo Spergiura, Alberto gira un’infinità di film.

Ambrosio sembra soddisfatto, gli porta lo stipendio prima a cinquecento, poi a ottocento lire al mese. Nel 1910, la Pasquali Film si accaparra Alberto, a milleduecento lire al mese. Gli studenti fermano Capozzi per strada: — Ma è vero che guadagnate milleduecento lire al mese?

E quel volto, quel nome, diventano celebri in tutto il mondo. In America, in Francia, in Russia, in Polonia, in Africa, Alberto Capozzi celebre divo cinematografico, ha milioni di fedeli ammiratori e di ammiratrici spasimanti. I suoi film rendono cifre pazze, coi guadagni di uno solo fra essi, La rosa rossa, produzione 1912, Ernesto Maria Pasquali si costruisce i nuovi stabilimenti. E Alberto ignora tutto questo, non sa d’essere celebre; vive a Torino, dove tutti lo conoscono, ma è facile a quei tempi essere conosciuto da tutti a Torino. Riceve centinaia di lettere di ammiratori che non legge, ma le passa a Nino Oxilia, il quale risponde alle migliori.

Intanto Gaumont lo chiama a Parigi e gli offre un contratto per sessantamila Iire all’anno. Sessantamila; Capozzi lo guarda intontito, convinto d’aver a che fare con un pazzo.

— Ma, prima vorrei vedere…

— Come volete; io vi dò il contratto firmato: quando vi deciderete lo firmerete anche voi, e Capozzi ritorna a Torino, con il meraviglioso pezzo di carta in tasca. Non crede a quella cifra, ma vuol parlarne con Pasquali.

— Sai, sono stato a Parigi, da Gaumont. Quello è pazzo, mi ha offerto sessantamila lire all’anno… guarda qui il contratto…

Pasquali tace, tormentandosi le labbra, come è sua abitudine quando pensa intensamente. Si alza, ficca le mani in tasca,

— Senti, se è per questo, sessantamila lire te le dò io.

Accidenti, è impazzito anche Pasquali. Capozzi crede di sognare, ma invece si tratta di realtà realissima. E continua a lavorare per quella cifra, considerandosi un uomo favorito dagli dei.

Intanto scoppia la guerra. Il vecchio Chiarella offre a Capozzi di formargli una compagnia drammatica per l’America del Sud. La compagnia parte con un contratto di tre mesi, ed ha tanto successo che rimane oltre oceano un anno. In Argentina tutti conoscono Capozzi, lo aspettano folle di persone con le musiche. A Santos, dal piroscafo, Capozzi vede quell’immensità di gente, e le fanfare, le bandiere. Sa che sul piroscafo c’è l’arcivescovo nuovo che viene a prendere in consegna la diocesi, e crede che i festeggiamenti siano per lui.

— Che bella soddisfazione deve essere per l’arcivescovo sentirsi ricevuto con tanto entusiasmo, — dice Alberto al proprio segretario. E subito dopo sente centinaia di voci che scandiscono il suo nome, giunge a bordo una delegazione che gli presenta gli omaggi della folla.

Capozzi approfitta del suo successo, per fare intensa propaganda italiana. Dopo un anno, torna in Italia, lavora di nuovo per Ambrosio, realizzando il celebre Fiacre numero 13, quindi passa alla Sascha Film, di Vienna, con Alexander Korda, interpreta parecchi film. Quando torna in Italia, il cinema è in crisi; Alberto entra in compagnia drammatica con Tatiana Pawlova, che segna il debutto sul palcoscenico “professionale” di Vittorio De Sica, poi con Irma Gramatica e Alda Borelli. La Paramount lo invita a Parigi per fare un film, ci va e ne fa dieci. Poi Korda lo porta a Londra, lì Alberto avrebbe potuto lavorare molto, ma l’atmosfera politica si fa tesa, sempre più tesa e torna in Italia, poco prima della guerra.

Lavora nel cinema fino al 1943, muore a Roma il 17 marzo 1945.

Di Capozzi e Alexander Korda riparlerò dopo aver visto Eine Versunkene Welt, ovvero S. A. Il principe rosso.

Satana – I Peccati dell’Umanità – Ambrosio 1912 (4)

La lotta delle classi
(SATANA NELLA VITA MODERNA)

Il genio del male, nella vita moderna, accende e soffia nelle fiamme della passione che più arrossò gli orizzonti delle nostre grandi e terribili città industriali: l’odio di classe. La mania insaziabile di piaceri, di lusso di denaro da una parte, l’invidia, la gelosia, lo smoderato impeto di rivendicazioni dall’altra, spingono capitale e lavoro, ricchi e proletari a urtarsi come due mari muggenti, sotto un ciclo solcato da lampi e nereggiante di tempesta.

Ecco la storia :

In una grande metropoli del mondo vivono due anime innocenti e buone: Furio e Maria. Egli è meccanico, operaio in una delle immense officine del possente re dell’acciaio, essa è fioraia in un negozio elegantissimo. Una sera Maria è obbligata contro sua voglia, a portare una corbeille di splendide orchidee al Music Hall, dove, nella notte, il re dell’acciaio darà una splendida festa. Furio 1’accompagna, ma un cameriere vieta 1’entrata del Music Hall riservato ai milionari, a quel meschino abito di cotone, sudicio di fumo e di olio. Furio dolente aspetta la sua piccola amica fuori della porta dell’elegante ritrovo.

satana i peccati dell'umanità
Satana – I Peccati dell’Umanità, Ambrosio 1912 (4)

Or ecco, mentre la piccola fioraia, compiuto il suo mandato sta per andarsene, irrompe nella sala il re dell’acciaio, colla sua corte di ricchi annoiati, di cocottes, di parassiti… E’ una corsa, una ridda, un delirio… La piccola e tremante fioraia è travolta da quel torrente… La sua corbeille le è strappata di mano i suoi fiori volano in aria, fra le grida e gli strilli di quei signori che vogliono divertirsi. Ma quando il re dell’acciaio si volge verso la piccola fioraia per ordinare che sia gratificata di una mancia, l’innocente e fresca bellezza di lei lo colpisce. Egli è preso da un subito desiderio di quel fiore non ancora sbocciato e, come Maria, smarrita e spaventata si divincola e fugge, egli la insegue fino alla porta, dove Furio veglia e aspetta.

Il povero operaio e 1’onnipossente suo padrone si trovano di fronte, pronti a combattere per la donna, uomo contro uomo. Un lampo d’odio si sprigiona dai loro occhi. Accorrono gli amici, accorrono i camerieri, che scacciano Furio a pedate, accorrono le donne che trascinano nuovamente nelle sale il re dell’acciaio. Ma nel cuore di Furio s’ è accesa una fiamma di odio chiuso e divorante, nel petto del sovrano è rimasta, come un solco di desiderio e di profumo, la memoria della piccola fioraia, invano insidiata.

Questo pensiero lo insegne nell’orgia, lo martella mentre egli si addormenta nel Music Hall, infiamma i suoi sogni di ubriaco. I servi rispettano il sonno del sovrano, si ritirano spegnendo la luce.

Satana - I Peccati dell'Umanità, Ambrosio 1912 (4)
Satana – I Peccati dell’Umanità, Ambrosio 1912 (4)

Ed ecco nell’ombra fitta levarsi dal suolo una lunga fiamma ed in essa comparire Satana, simbolo delle passioni che agitano il cuore dell’uomo e lo trascinano alla perdizione. Satana fa un salto ed appare vestito alla civile come un elegantissimo giovane della società moderna. Egli mesce in una coppa uno champagne infernale e lo offre al re dell’acciaio, che destandosi, è ben meravigliato di vedersi dinanzi il giovine sconosciuto. Ma questi lo ammalia col suo sorriso fascinatore. Lo accompagna a casa, ascolta le pene della sua passione d’ amore, il cui tormento cresce a dismisura, rendendo ormai intollerabile la vita a quell’ uomo, alla felicità del quale non manca che una cosa sola:essere amato ! Satana si offre con estrema cortesia, di rintracciare la piccola fioraia. Infatti, il giorno seguente, egli, colla scusa di farsi portare dei fiori, fa salire nella sua vettura Maria.

Furio, vede la sua amante per caso, a fianco di quel giovane sconosciuto, e freme d’un primo impeto di gelosia. Satana gioisce con ineffabile sogghigno. Le file delle sue reti incominciano a tendersi. Satana mette in opera le sue arti. Conduce Maria presso una bellissima cortigiana che, istruita prima da Satana, incomincia una sottile opera di seduzione sull’ingenua, lodandone la bellezza, offrendole delle splendide vesti di seta, dei cappelli piumati, dei gioielli rilucenti. La vanità corrompe il cuore di Maria. Essa è ormai così infatuata della sua bellezza, ha la testa così esaltata dalle lodi e dall’improvvisa fortuna, che Satana può facilmente condurla dal re dell’acciaio. Coll’offerta d’uno splendido monile, questi se la rende amica. Satana glie la spinge lentamente nelle braccia, e si ritira in buon punto, serrando la porta con un magnifico sogghigno di trionfo.

E’ trascorso un mese. Il re dell’acciaio ha trovato una felicità non mai sognata nell’amore della bella fioraia. Egli non è più 1’uomo dalla fibra erculea , il duro combattente per la potenza e per la sterminata ricchezza. Nell’oblio del piacere e nel1′ amore egli dimentica e abbandona gli affari. Ma se ne ricorda bene Satana, che nominato dal sovrano gerente e plenipotenziario per il suo signore, conduce le cose in modo da ribellargli contro gli operai con le inique sue vessazioni e da far proclamare loro uno sciopero generale, che sta per degenerare in rivolta. Gli operai credono che i loro mali discendano dal loro formidabile padrone. Essi non conoscono il burattinaio che muove i fili del dramma.

Conoscono invece Satana come amico, poiché questi si presenta loro come tribuno e difensore dei diritti del povero e con discorsi infiammati li eccita sempre più verso il padrone.
Finché un giorno, mentre il re dell’acciaio passa in vettura a fianco di Maria, Satana arma la mano di Furio e gli sibila nello orecchio: « Eccolo là il nemico che ruba le vostre donne e vi fa morire di fame e di vergogna! » oppresso dalla terribile ossessione rossa, Furio spara e uccide. Fuggono. Gli operai amici di Furio sbarrano la strada, combattono colla polizia per proteggere l’allontanamento del loro eroe. Satana induce Furio a rinchiudersi in una casa deserta. Gli provvede armi e polvere. La polizia circonda la casa, ma Furio combatte disperatamente e non si arrende. Allora Satana induce Maria a tradire l’antico suo fidanzato, che la privò, per gelosia, delle ricchezze e delle gioie a cui si era così bene abituata.
Sotto apparenza di amore, Maria si riduce presso la casa ov’è chiuso Furio: egli parlamenta con lei dalla finestra, le apre. Ma quando già sta per credere al finto suo amore, una sghignazzata lo avverte della presenza di Satana. Questi, entrato, non si sa da che parte, fa notare a Furio come Maria lo abbia venduto gettando la chiave dalla finestra alla polizia. Cieco d’odio Furio stringe Maria in un abbraccio di morte e getta una fiaccola accesa in un barile di polvere.

La casa è invasa dalla polizia che ha aperto con la chiave lanciata loro dall’ex fioraia. Con orrendo fragore scoppiano le polveri, la casa crolla seppellendo fra le sue rovine, assedianti e assediato, polizia e assassino, Furio e Maria, stretti nell’ ultimo, disperato amplesso.

Sulla gran catastrofe, solo, sereno, ignaro dei dolori umani, il perfido consigliere, l’artefice del male, il genio e lo spirito dell’odio, accende impassibile una sigaretta con un tizzone fumante della casa distrutta e lancia il fumo verso il cielo con una smorfia di beffa e di sfida.

Satana - I Peccati dell'Umanità, Ambrosio 1912 (4)
Satana – I Peccati dell’Umanità, Ambrosio 1912 (4)