Satana – I Peccatti dell’Umanita – Ambrosio 1912 (2,3)

Satana contro il Salvatore
(Dalla Messiade di KLÒPSTOK)

Come al primo atto, per la materia del quale ci siamo inspirati al capolavoro britannico, così in questo secondo che è nella storia del male, la continuazione del primo, abbiamo seguito le traccie luminose d’un capolavoro della letteratura tedesca La Messiade del grande scrittore Klopstok. E, perchè l’opera d’un genio della poesia fosse illustrata degnamente ci siamo, per la messa in scena della Passione di Gesù fatti forti dello studio di tutte le grandi composizioni pittoriche delle maggiori scuole d’Italia e di Europa, riuscendo, coll’aiuto di quei maestri a comporre quadri d’una emotività e d’una leggiadria sorprendente e affascinante. Le nuove conquiste della tecnica cinematografica, che cammina a passi di gigante, e l’esempio di quelli che ci precedettero, ci permise di mettere in scena la vita del Salvatore, in un modo affatto nuovo, arrivando ad un’espressione e ad un effetto non ancora raggiunto finora, e veramente meraviglioso.

Ecco pertanto l’argomento del secondo E’un mattino radioso e sereno. Per le vie di Gerusalemme, il Salvatore si avanza tra il popolo festante che agita le palme e i rami d’olivo. Satana, nascosto nell’ombra d’un gran pilastro, vede la turba avanzarsi, vede il Salvatore predicare il regno della pace e della giustizia, intende le parole di concordia e d’amore, e freme in cuor suo di rabbia, di sgomento e d’invidia. Presa una subita risoluzione si trasmuta in un Fariseo, ed imitando il fare umile e dolce dei falsi zelatori della fede, si avanza verso Gesù e lo segue, fra le turbe. Ed ecco che essi arrivano alle fresche e ombrose rive del Giordano, dove Satana assiste al battesimo del Salvatore. E ardendo di gelosia raduna a sé alcuni Farisei, degni di essergli compagni, disputa con loro, li anima contro Gesù. Tramano una congiura per insidiarlo, per scoprire se veramente quell’uomo sia il Messia. E trovato un paralitico sul loro cammino, lo fanno portare a Gesù che erasi ritirato nella pittoresca dimora di Marta e di Maria. Satana chiama fuori il Salvatore e con un sorriso umile e capzioso gli dice: « Se veramente sei figlio di Dio, risana questo paralitico! » Gesù si abbassa, prende dolcemente per mano l’infermo e gli dice: « Alzati e cammina! » E quegli si alza e cammina. Invece di ammirare il miracolo, i Farisei fremono in cuor loro d’invidia e di sdegno. Satana, allora, trattili in disparte, si offre di perdere il Salvatore.

E prima trovato Gesù tra gli apostoli, nell’orto degli ulivi, lo prega di appartarsi un momento con lui, e quando si sono allontanati di un tratto e si trovano soli, in una valle di rocce nude, il tentatore si rivela nel suo essere e insidia Gesù.

Ecco, ad un gesto della sua mano, appariscono splendide ed ammaliatrici visioni. Satana offre al Salvatore il piacere, la ricchezza, la potenza. Tre quadri: la mollezza e il lusso orientale; i tesori di un satrapo assiro; il trionfo di un Cesare Romano. Ma Gesù rifiuta e scaccia Satana, che sotto l’irresistibile impero di quella bianca mano tesa, indietreggia, e disperato si precipita giù dal monte. Ma anelando ad una rivincita, va in cerca di Giuda e vedendolo che conta denari ne inferisce che egli sia avaro, e con lusinghe lo attira nella casa del principe dei Sacerdoti, dove per trenta denari Giuda vende il suo maestro. Il principe dei Sacerdoti concede loro soldati con lande e fiaccole accese e guidati da Giuda essi pervengono all’orto degli ulivi, dove Gesù è arrestato e trascinato via dalle turbe, Giuda rimane solo e già si rallegra delle male acquistate monete, quando Satana gli si para dinnanzi in tutta la sua orrenda figura e sghignazzando gli rivela il tranello in cui è caduto. Egli vuoi perdere il Salvatore; ma vuole pure perdere Giuda.
« Guarda, egli dice allo scellerato, che hai fatto del tuo maestro! »

E sotto gli occhi spaventati Giuda sfila tutta la passione Cristo.

Satana - I Peccatti dell'Umanita, Ambrosio 1913 (2,3)
Satana - I Peccatti dell'Umanita, Ambrosio 1913 (2,3)

Mirabile capolavoro in molti quadri che noi crediamo superfluo riassumere.

Quando dinnanzi agli occhi di Giuda si leva, nel ciclo tragico, la croce su cui è spirato il suo Maestro, egli sente tutto l’orrore del suo misfatto. Satana lo insulta, fomenta in lui le fiamme della disperazione e lo abbandona sghignazzando al suo orrendo destino.

Ma un sospetto tormenta Satana. Gesù aveva profetato la sua risurrezione. Risorgerà? Satana accorre a Pilafo, fa apporre delle sentinelle alla pietra ov’è sepolto Gesù. Ma quando egli passa a vedere se esse vigilano, le trova addormentate. Invano schiumando di rabbia le scuote. Il loro sonno è invincibile. La pietra del sepolcro oscilla lentamente. Disperato Satana si slancia per trattenerla, vi si oppone col corpo. Invano. Una forza misteriosa la muove. Satana è schiacciato sotto le pietra, e mentr’egli digrigna e annaspa la terra, Gesù, bianco e trionfante esce dal Sepolcro e si leva al cielo.

Il Distruttore
SATANA NEL MEDIOEVO

Nella prima parte del Satana il dramma nostro rappresenta il genio del male come rivolto a combattere contro il bene e contro la giustizia, e rappresenta simbolicamente il vasto concetto con la lotta contro Dio del gran ribelle e contro il Salvatore, lotta dalla quale egli esce, nella fase finale, vinto e debellato. Ma in questa seconda parte, noi rappresentiamo Satana vittorioso, poiché egli combatte coll’ uomo, al quale egli calca il piede sul collo, facendolo suo servo, instillandogli i vizi e le passioni che lo trarranno a rovina.

Ed ecco il primo, terribile alleato di Satana, il depravatore delle razze, il fautore delle male passioni, il veleno che abbrutisce l’uomo l’alcool.

Siamo nel medioevo. In un convento rinomato per il bene che vi si compie, nel convento delle buone opere. I monaci studiano i morbi, ricevono ed albergano gli ammalati li curano, gli trattano come fratelli. Vi è nel convento un dottissimo alchimista, chiamato Gerberto, il quale però non è monaco, ma serve i monaci come speziale. Or questo Gerberto è povero e si rode in cuor suo che tutto il suo talento non gli giovi per trarlo dalla povertà. Acceso di superbia, fantastica continuamente di fabbricare un farmaco da guarire ogni male e che lo renda immortale presso la posterità. Ora all’alchimista, non invano pregante il demonio di aiutarlo, si presenta Satana sotto forma di un devoto pellegrino, gli fa confessare, con abili discorsi, le sue pene, e gli si offre compagno nella ricerca d’ un complesso di erbe per fabbricare il famoso liquore. Eccoli nel laboratorio. E’ notte. Il fuoco della fiamma infernale arrossa i volti dei due, intenti all’opera. Le erbe scaldano negli alambicchi, un profumo inebriante si diffonde e sotto gli occhi di Gerberto affascinato, un liquore di color verde vellutato incomincia a scorrere dal filtro.

«Questo liquore, esclama Satana levando in alto il bicchiere, si chiama absinthe e dona la gioia e l’ebrezza della felicità ».

Gerberto fremente, felice, ne gusta e proclama che il nuovo ritrovato è una invenzione divina, Allora Satana accorre, disturba i monaci dalla loro preghiera, narra loro l’invenzione di Gerberto. Incuriositi i frati abbandonano salteri e salmi, accorrono all’officina. Il profumo del nuovo liquore conturba le loro menti, essi bevono con Gerberto e tosto un’ esaltazione gioconda si impossessa di loro.

« Questo nuovo liquore, suggerisce ancora Satana, darà la ricchezza al vostro convento! »

Ed ecco l’ospedale delle buone opere cambiato in officina di distruzione. Cacciati gli ammalati, i monaci si son dati all’industria del liquore e l’oro si ammassa nelle loro casseforti.
Ma Gerberto, l’inventore, non ne ha premio che di gloria. L’avarizia possiede il cuore del monaco economo e Gerberto resta povero, sempre povero. Ma un giorno una bella cortigiana accompagnata da un cavaliere, viene a visitare, per curiosità il laboratorio di Gerberto; questi se ne innamora perdutamente e non le nasconde la sua passione. La cortigiana lo deride e lo ributta per la sua povertà.

« Con me, dice, occorrono gioielli e oro, e non parole ! ».

Satana - I Peccatti dell'Umanita, Ambrosio 1913 (2,3)
Satana - I Peccatti dell'Umanita, Ambrosio 1913 (2,3)

Gerberto avvilito e disperato confida i suoi dolori a Satana che lo consiglia di rubar l’oro all’economo, ruba il tesoro e fugge con Satana.

Al castello della cortigiana è sorpreso dal cavaliere amante, ed egli in un impeto d’ira e di gelosia, lo uccide. E poiché la cortigiana Fiammetta piange la morte del suo amante e protettore, Gerberto la consola indicandole il mucchio di denari che egli le ha portato.

Incomincia allora per Gerberto e la cortigiana una vita di piaceri e di lusso, ma i rimorsi dell’omicidio tormentano l’animo di Gerberto anche in mezzo alle feste. Egli pensa allora che solo il liquore della gioia lo potrà salvare, e circondato da amici cerca la dimenticanza nell’ubriachezza. Ben presto l’alcool fa sentire i suoi terribili effetti: l’abbrutimento trasforma Gerberto in un privo di affetti e di intelligenza. Del suo splendido ingegno più nulla rimane, come ben poco resta della bellezza di Fiammetta. La follia e le passioni più feroci si l’anno strada nei loro cervelli: una sera, in un’ orgia, per gelosia della donna e per male parole, Gerberto e la sua compagnia mettono mano alle spade e ai pugnali. Una mischia feroce ne segue, nella quale Gerberto e molti dei suoi lasciano la vita. Ed ecco, sul gruppo dei caduti, Satana lieto e trionfante, levare la coppa colma del verde liquore, e brindare alla distruzione ed alla rovina del genere umano.

Satana – I Peccati dell’Umanità, Ambrosio 1912

Fra i film italiani più ricercati questo è ai primi posti. Nel 1991 fu presentato alla XX Mostra Internazionale del Cinema LiberoIl Cinema Ritrovato di Bologna un brevissimo frammento di 8 minuti conservato al BFI – National Film and Television Archive di Londra. Difficile ritrovare un film senza vedere qualche immagine… proviamo un po’…

I Peccati dell’Umanità
(Satana)
in 4 parti ognuna a sé stante

Gli Dei se ne vanno. Il ciclo si spopola. Le fantasie e i desideri dell’umanità discendono dal cielo sulla terra. Ma di tutte le infinite persone del regno religioso, l’ultima a perdere lo scettro è quella di Satana. La fosca figura dell’angelo ribelle vigila ancora all’orizzonte del pensiero umano e coll’ombra delle sue ali sterminate infosca ancora la terra. Che se oggi non si crede, più al diavolo come a una realtà, se oggi sono state poste in fuga dalla luce della civiltà le credenze e le superstizioni e i sogni di cui si pascevano le anime dei nostri padri, intenebrate di paura e d’ignoranza, come figura estetica atta a rappresentare l’occulta potenza del male, Satana è popolare ancora; occorre ancora nei nostri discorsi, ancora, fìnchè un’altra non venga a sostituirlo, permane come concretazioue e personificazione della terribile forza che spinge l’uomo contro l’uomo, l’umanità contro l’umanità.

Desiderando di rappresentare in una tela sola il più vasto dramma possibile, di mettere a contrasto, nella misura pia impressionante, le passioni umane, di commuovere lo spettatore al massimo grado, la Casa Ambrosio immaginò un’azione grandiosissima, tratta dai più popolari e maggiori capolavori dell’umanità, nei quali la figura di Satana campeggi e agisca come simbolo, come figurazione dell’occulta potenza, che mettendo radice nel cuore, instilla e, suggerisce all’uomo il delitto, preparando a mano a mano le più grandi e impressionanti tragedie.

Questa idea, nuova in cinematografia, non lo è affatto in letteratura e nel teatro. Basterebbe ricordare i successi ininterrotti e grandiosi del «Faust», del « Mefistofele», e di tante altre opere che da quelle derivano. Il nostro Satana ha un po’ di Jago e un po’ di Mefisto, ma è bene umano, e quando si trova definitivamente trasmutato in uomo agisce come personaggio comune di dramma, solo ritenendo della sua origine la più, vasta e formidabile natura. Tutte le colpe e i mali dell’umanità trovano nel dramma presente la loro origine e il cuore dello spettatore è naturalmente portato ad una, moralità finale: a detestare, cioè, il delitto, figlio delle tenebre, e ad aspirare verso il bene, figlio della luce.

Parte Prima

Satana contro il Creatore
(dal Paradiso Perduto di J. Milton)

Satana - I Peccati dell'Umanità, Ambrosio 1912
Satana - I Peccati dell'Umanità, Ambrosio 1912

Le maggiori opere letterarie di tutte le nazioni furono oramai conquistate dalla cinematografia e trasportate dallo smagliante campo della parola a quello più concreto e divertente della visione e dello spettacolo. Fedeli a questo principio di volgarizzazione delle grandi fonti della bellezza e del pensiero, noi abbiamo ridotto a dramma cinematografico l’insuperato capolavoro della poesia inglese, l’immensa e formidabile visione del cieco ed infelice Omero britannico, in una parola, Il Paradiso perduto „ di Giovanni Milton. Occorse certo un’ innegabile temereità per accingersi ad un tale compito, per misurarsi a fare alle braccia con Milton ; ma la cinematografia ha fatto in questi ultimi tempi così enormi progressi da permettere anche di queste audacie, e noi usciamo dalla prova colla convinzione di essere vittoriosi, colla convinzione di dare allo spettatore l’impressione di assistere alle gigantesche lotte del ciclo e della terra, quali la mente del poeta vide e trasfuse nella commossa parola e nel verso immortale.

L’ origine della innumerevole serie di sventure che si accumularono nell’umanità è il tema trattato da Milton ed è anche il nostro.

Satana, il genio del male, rivela per la prima volta il suo potere, ribellandosi contro il principio del bene.

Eccoci nei campi sterminati del ciclo. La battaglia fra angeli buoni e cattivi è finita; al suolo giacciono annientate e disfatte le falangi dei ribelli. Ed ecco Satana ferito e rovesciato, che si rialza, arso da un inestinguibile odio, da una sete imperitura di vendetta.

Egli vuole ancora slanciarsi contro il cielo, vuole ancora combattere. La sua superbia non gli permette di piegare il capo, di arrendersi vinto. Ma la spada fiammeggiante di Dio gli balena dinanzi agli occhi; egli precipita dall’altezza del cielo giù capovolto, attraverso gli spazi dell’etere. E piomba sulla terra, ai piedi di un’aspra scabrosa montagna.

Smanioso del cielo, egli si aggrappa alla roccia e vuole risalire, risalire, ancora. Ma quando, dopo immensi sforzi, schiumante di fatica e di rabbia ne attinge la vetta, vede che oramai il cielo è troppo lontano e getta lo sguardo verso il piano.

La bellezza fresca della giovine terra lo seduce. Egli giura di insignorirsene e di diventarne padrone. Si getta a volo e tocca le soglie d’ una foresta. Ecco apparirgli i primi uomini che egli seduce, assumendo le spoglie di un serpente. E quando, perduta l’innocenza, essi sono agitati dalla disperazione, Satana si presenta a loro e si offre per guida. Caino, cupo, crudele, selvaggio, circondato dai suoi figli che vestono le spoglie dei lupi, uccisi colle dure mani, attira l’attenzione di Satana. Egli, sottilmente maligno, fa notare ai feroci i grassi agnelli e la bella figlia di Abele. Egli accende in Caino i semi della gelosia, egli fabbrica per lui le prima arme, una scure di selce, e lo spinge ad uccidere il fratello. Il primo omicidio è commesso, il primo sangue umano è sparso! da quel giorno la cerchia del delitto si allargherà fino a raggiungere l’insanabile furia di strage che ancora flagella l’umanità. Ma i figli del fratricida ascoltano le parole di Satana, che loro canta le bellezze della superstite figlia di Abele. Tutti tendono le mani avide e rapaci verso di lei, vengono tra loro a contesa, I due campi sono divisi a cagione della donna. Satana insegna a Caino a circondare la prima volta, d’un fosso e d’un muro di pietre un tratto di terra.

Satana - I Peccati dell'Umanità, Ambrosio 1912
Satana - I Peccati dell'Umanità, Ambrosio 1912

Ed a Nembrod, che si è separato dal padre, coi suoi fedeli, insegna l’arte di fondere la prima spada? Quanto sangue da quel giorno si spargerà sulla terra! Poi spinge le due falangi a lotta. Ecco il primo assalto, ecco la prima battaglia.

Nembrod vince. Caino cade ucciso. I fratelli levano le mani sui fratelli superstiti, li conducono schiavi, aprendo così 1′ era dell’ingiustizia. Invano la figlia di Abele grida il suo amore per un altro uomo; Nembrod col diritto della forza la strappa a lui e se la trascina seco, riluttante e piangente. E quando essa apertamente lo ricusa e manifesta il suo orrore e il suo ribrezzo per lui, Satana trattiene la mano del feroce che già si era levata sulla donna, e lo consiglia a sacrificarla ad un nume nuovo. Il nuovo Iddio è Satana stesso che assume aspetto d’ un idolo di granito, fondando il culto delle supertizioni e facendo a sé sacrificare il primo martire.

E quando Nembrod agitato dai rimorsi ha la visione di Caino e della donna da lui uccisi, Satana per stordirlo e per dannarlo, gli pone nel cuore un desiderio insaziabile di grandi opere, fomenta in lui quella febbre dell’irraggiungibile che ancora oggi tormenta e flagella l’umanità. Nembrod si accinge a costruire una torre che tocchi il cielo. Il cantiere dell’opera folle ferve di lavoro titanico, quando le forze degli elementi e l’ebrezza dell’uomo segnano che è giunta 1’ora della catastrofe, e la torre crolla dalla sua altezza, seppellendo Nembrod e lo stuolo dei suoi seguaci. Sulle rovine del grande dramma umano Satana freme, come il cuore del superbo dopo ogni catastrofe che segni la debolezza. Non è questa la storia di ogni uomo e di tutti gli uomini?

(segue Parte Seconda)

Il principe dell’impossibile – Itala Film 1919

il principe dell'impossibile
Si gira Il principe dell’impossibile (1919)

Ritrovato negli archivi della U.N.A.M di Città del Messico, presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone nel 1990.

Grottesco in 4 parti, soggetto di Riccardo Cassano, messa in scena di Augusto Genina, fotografia di Ubaldo Arata, scenografia di Giulio Foschi.

Il soggetto: Il Principe Venceslao d’Avrezac (Ruggero Ruggeri) è un uomo molto ricco ed annoiato, alla perenne ricerca di qualcosa di sensazionale che possa scuoterlo nella sua vita apatica.

Una notte, attraversando una strada, si trova improvvisamente di fronte ad un cadavere. Immediatamente decide di farsi passare per l’assassino, lasciando tracce e indici che possano far cadere la colpa su di lui.

Viene arrestato, si dichiara colpevole, sta per essere condannato, quando un elemento non considerato, alla fine, lo scagiona, facendo crollare il castello di menzogne che aveva costruito per puro divertimento. Gli rimane solo l’amore di Elene (Elena Makowska), una donna che gli era stata vicina fin dall’inizio della sua impossibile avventura.
Altri interpreti: Alfonso Cassini, Ernesto Sabbatini.

Luglio 1918, si gira Il Principe dell’Impossibile

— Siamo pronti, commendatore?

— Veramente?

— Sì… commendatore.

Ruggero Ruggeri si decide, abbandona il suo rifugio sotto gli ombrosi alberi del boschetto poco lontano ed entra in teatro. Nel grande lucernario pieno di sole, il caldo è veramente insopportabile. L’aria, non percorsa da nessun alito di vento, luminosa invece fino all’accecamento, sembra si sia immagazzinata lì dentro per farsi arroventare. Il termometro segna una temperatura quasi tropicale che se ne infischia del grande ventilatore messo a bella posta per combatterla e diminuirla di qualche grado.

Ruggero Ruggeri, provvisto di un minuscolo ventaglio che perde sempre, che rinnova ogni giorno e non lascia mai un momento in pace, d’un viso che è un capolavoro per le strane espressioni che il caldo, la luce, l’impazienza vi compongono sopra, si porta nel centro della scena e domanda spiegazioni su quello che dovrà fare.

— Mi dica il pezzetto, che facciamo adesso e a quale momento del copione corrisponde. — Spiego più rapidamente e chiaramente che posso. Ruggero Ruggeri mi ascolta, tenendosi il cappello dinanzi agli occhi all’altezza della fronte, sventolando disperatamente il piccolo ventaglio e… soffrendo pel sole, pel caldo, per le vesti che lo stringono (è in abito da cavallo e incravattato fino al collo), come se fosse fasciato da capo a piedi. Io capisco, affretto la spiegazione, la tronco, la semplifico. Si va in macchina. Dopo pochi giri, bisogna arrestarsi.

— Mi tolga quel riflesso… Non posso tenere gli occhi aperti.

Faccio togliere il riflesso, per quanto a malincuore e, lo dico, senza successo alcuno. Si ricomincia a girare.

— Commendatore… adagio nel venir avanti: c’è la panoramica… Apra gli occhi… fermo adesso… No… così… no… stia attento, va fuori campo.. alt… alt…

L’operatore si arresta, io mi avvicino. Ruggero Ruggeri fugge all’ombra delle piante. Io lo raggiungo, spiego nuovamente la scena e lo riconduco in teatro. Eccolo nuovamente a posto, cappello in aria in difesa del sole, ventaglio in azione, aspetto sofferente e impaziente, occhi socchiusi.

— La prego, Genina… facciamo presto. Si muore di caldo… io non ne posso più…

Siamo subito pronti. Si ricomincia a girare. Tutto va miracolosamente bene. Dico miracolosamente, perché in cinematografia le cose fatte in fretta riescono male. Non ho ancora finito di pensare, che la previsione si avvera. Si ingrana la macchina.

— O santo cielo non ci mancava altro che questo! — e via di corsa sotto i rami folti del piccolo bosco.

L’operatore sacramenta contro la macchina da presa, apre, toglie le cassette, strappa la pellicola, la cambia. Pochi minuti dopo Ruggeri rientra in campo e si rimette davanti all’obbiettivo, cappello in aria in difesa del sole, ventaglio in azione, aspetto sofferente e impaziente, occhi socchiusi.

— Pronti?

— Pronti!… Via!..

il principe dell'impossibile
Si gira Il principe dell’impossibile

Ma, al momento di girare, l’operatore si accorge che ha il fuoco spostato. Bisogna aprire l’apparecchio da presa e ricominciare da capo.

Guardo il viso di Ruggeri e mi accorgo che la burrasca sta per scoppiare. Eccola… eccola., ci siamo. Ascolto una violenta tirata contro il cinematografo, i teatri di posa infuocati dal sole, le macchine da presa che si ingranano, l’abitudine di lavorare nelle ore più calde della giornata, il metodo di messa in scena che non consente mai all’attore la minima comprensione di quello che fa…

— Ma commendatore… questo è il cinematografo.

— Sì… e non è arte.

Il fatto accadeva il 18 luglio. In quel giorno nessuno avrebbe mai potuto immaginare che un mese dopo Ruggero Ruggeri non solo si sarebbe abituato a tutti i gravosi inconvenienti e ai disagi del cinematografo, ma penetrando a fondo in ogni sua legge di lavoro, ci avrebbe dato la possibilità di riconoscerlo anche sullo schermo artista grande e raffinato quanto in teatro. Mi si potrà osservare che non è precisamente in un solo mese che Ruggero Ruggeri Ruggeri ha potuto comprendere il cinematografo. Egli è stato uno dei primi a varcare il Rubicone cinematografico e uno dei pochi ad insistere nel voler fare qualcosa di buono, per non ritornarsene precipitosamente indietro, seguendo l’esempio disgraziato di molti suoi compagni. È vero. Il Principe dell’impossibile credo porti il numero sette nell’ordine dei films da lui interpretati. Io però mi permetto d’insistere e, senza alcun vanto personale, considerare quest’ultimo suo lavoro come il fortunatissimo cui va l’onore di averlo deciso a studiare la grande differenza che passa fra la recitazione dinanzi al pubblico, cosa viva, nervosa, piena di calore e di comunicativa, e quella davanti all’obbiettivo della macchina da presa, cosa morta, fredda e stupida nella sua vitrea e imbarazzante fissità. Ecco perché oggi Ruggero Ruggeri è forse uno dei pochi grandi attori che sia passato dal teatro al cinematografo dimenticando completamente di aver recitato per molti anni, con strepitoso e incontrastato successo, sul palcoscenico di tutti i teatri del mondo. A differenza di molti suoi colleghi, anche grandissimi, che avevano sempre adattato ad una interpretazione cinematografica posizioni ed espressioni mimiche di cui il continuo uso del teatro aveva dato loro l’abitudine, egli ha creato ex nova tutta una serie di mezzi espressivi in perfetta armonia con le ultimissime forme di messa in scena. L’attore del cinematografo non ha quindi niente di comune in lui con l’attore di teatro. Non un gesto, non un movimento che possa ricordarcelo. È veramente sorprendente come egli abbia saputo costringere la sua mimica cinematografica in una immobile espressività.

Il cinematografo m’interessa — mi diceva tempo fa ritornando dall’aver passato in proiezione gli ultimi quadri fatti — trovo che per gli autori e gli inscenatori potrà elevarsi a vera forma d’arte.

— E per gli attori?

Ero curioso di conoscere il suo autorevole parere a tale riguardo.

— Non saprei risponderle con precisione, ma… a me sembra di no… Del buon virtuosismo… ma arte, veramente arte, sinceramente no…

Pittori, scrittori, commediografi, interrogati sulla stessa questione, hanno dato risposte presso a poco simili. Ma allora eravamo molto lontani da quello che adesso è il cinematografo.
Abbiamo esempi bellissimi di artisti che, convertiti al cinematografo e giunti rapidamente alla perfetta conoscenza di ogni suo segreto tecnico, con la stessa sicura padronanza se ne sono serviti che avevano sempre avuta nel maneggiare la penna, o i colori, o lo scalpello. Abbiamo altri esempi, pure bellissimi, d’artisti ignud d’opere e di fama che fatto del cinematografo l’unica loro forma di espressione artistica riuscivano a provarci come non sia impossibile animare il bianco schermo di una sala di proiezione d’immagini di bellezza e di poesia.

Ecco ora l’esempio di Ruggero Ruggeri, che impossessatesi completamente del metodo di recitazione cinematografica, lo usa con tale perfezione, tale maestria, tale arte, da non farci rimpiangere il calore della sua bella voce. Tutto questo è arte. Il cinematografo dunque, potrà divenire forma di arte purché gli artisti anziché rimanerne lontani, cerchino di studiarlo e comprenderne a fondo il suo non difficile linguaggio tecnico. Il cinematografo non è teatro, non è romanzo. Partecipa dell’uno e dell’altro in quanto è l’illustrazione animata, meglio la rappresentazione visiva dell’uno e dell’altro. Alle parole, che suscitano immagini, qui sono sostituite le immagini stesse. La parola del cinematografo è dunque pittura, scultura, composizione questo per gli autori. Per gli attori dirò che alla voce è sostituito il gesto, il movimento, il gioco di fisionomia. Modulazione di voce: maggiore o minore espressione di riso più o meno vicino alla macchina di presa. Pause nella voce, pause nell’azione. Immobilità e lentezza, lo stesso come in teatro è necessaria una dizione non precipitata, chiara e precisa. Sono paralleli semplici, ma che difficilmente autori ed attori riescono a stabilire. E per questo il cinematografo dovrebbe attendersi, anzi, pretendere il loro concorso.

AUGUSTO GENINA

Le foto. La prima in alto, da sinistra a destra, un signore senza identificare, Augusto Genina, Elena Makowska e Ruggero Ruggeri. Nella seconda, l’operatore Ubaldo Arata alla macchina da presa, Genina e Ruggeri.