Italo Pacchioni alle Giornate del Cinema Muto 2009

Italo Pacchioni
Italo Pacchioni

Nella sezione Cinema delle origini delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2009 si rende omaggio al pioniere Italo Pacchioni presentando il restauro digitale in HD (riversato in 35 mm) di tutti i suoi film. Sarebbe meglio dire, di tutti i film attribuiti a Italo Pacchioni, perché in certi casi l’attribuzione è incerta. Comunque, il valore di questi film come documenti storici è innegabile e vale una visita alle Giornate per avere l’occasione di vederli. Invito rivolto a tutti, ed in particolare ai circa 40.000 utenti di YouTube che hanno visto meno di venti secondi dei Funerali di Giuseppe Verdi, e messo in discussione l’autenticità. Uno dei film di Pacchioni proiettati alle Giornate sono i Funerali di Giuseppe Verdi del 1901.

E dopo le Giornate di Pordenone, invito la Fondazione Cineteca Italiana a rendere “visibile” Italo Pacchioni in un bel DVD. Magari in vendita, perché i vostri DVD (Cenere, I Mille, Oberdan, ecc.) non si sa come fare per averli (e riuscire a vederli se non vivi a Milano).

Prima di raccontare Italo Pacchioni, vorrei segnalare che in realtà non si tratta dei Funerali di Giuseppe Verdi. Il titolo corretto sarebbe: Trasporto delle salme di Giuseppe Verdi e sua moglie, Giuseppina Strepponi, dal Cimitero Monumentale alla Casa di Riposo per Musicisti, 27 febbraio 1901. Le cronache raccontano che più di 200.000 persone riempivano le strade di Milano. Una folla enorme, come dimostrano le numerose fotografie pubblicate dalla stampa in tutto il mondo. Sicuro che Italo Pacchioni ebbe un grande successo con questo filmato, ma siamo sicuri che non c’erano altri operatori? Mi sembra strano.

Vediamo adesso qualche nota biografica su Italo Pacchioni, nato a Mirandola di Modena il 29 marzo 1872.

Le informazioni biografiche su questo pioniere sono scarse e contraddittorie, ed i riscontri sulle fonti d’epoca non aiutano. Secondo un articolo pubblicato nella rivista Cinema (25 maggio 1942), firmato Nadir Trapani e Roberto Persichini, nel 1891 Italo Pacchioni aveva uno studio fotografico a Milano “molto ben avviato e aveva aperto succursali a Busto Arsizio e ad Abbiategrasso”.

Due anni fa, la Fondazione Cineteca Italiana ha pubblicato un volume, a cura di Elena Dagrada, Elena Mosconi e Silvia Paoli (Moltiplicare l’istante, il castoro 2007), dove Roberto Della Torre e Alessandro Oldani, propongono la data 1893 “dopo alcune esperienze come aiuto fotografo, (Italo Pacchioni) apre un proprio studio fotografico in Corso Genova 20, iniziando un’attività che proseguirà fino alla sua morte”, l’11 luglio 1940, “Ciò è provato da alcune fotografie conservate presso il Civico Archivio Fotografico al Castello Sforzesco di Milano sulla nuova Stazione Centrale, databili a dopo il 1931, anno di costruzione della stazione stessa”.

Nell’articolo della rivista Cinema, gli autori ringraziano Achille Pacchioni, figlio di Italo, siamo nel 1942, che “tiene attualmente lo studio fotografico a Milano”, vale a dire lo studio ereditato dal padre e “grazie a lui possiamo sapere oggi finalmente la vera origine del cinema italiano”. E questo perché nel citato articolo si afferma che Pacchioni, dopo aver visto a Parigi le prime proiezioni dei fratelli Lumière, e dopo aver tentato invano di ottenere un apparecchio dai Lumière, tornato in Italia “forte della sua sveglia intelligenza, fissatosi in mente il principio su cui era basata la proiezione, si ricostruì di sana pianta, con l’aiuto del fratello Enrico (non Emilio come riportava il Sacchi) e del meccanico Veronelli, un apparecchio di presa e proiezione con il quale girò quei film che si possono dire i primi e grandi concorrenti dei film Lumière”.

Piccola pausa per chiarire che “il Sacchi” che riportava erroneamente il nome del fratello di Italo è Filippo Sacchi, critico e giornalista cinematografico, che aveva intervistato Italo Pacchioni e pubblicato un articolo nel Corriere della Sera, 30 aprile 1935. Dei film, quelli in concorrenza ai Lumière parleremo dopo.

Andiamo avanti. A questo punto, Trapani e Persichini debbono fare i conti con un elemento indispensabile nell’invento della macchina da presa, e cioè, la pellicola. Ecco la spiegazione: “Sembra singolare come Italo ed Enrico siano riusciti ad ottenere il materiale vergine da Parigi; il film, però, come è ovvio, non corrispondeva, ma l’ingegnosità dei due suppliva con un lavoro meticolosissimo di aggiustamento del medesimo. La loro precisione si rivelava del resto nella stampa che essi effettuavano. Le stesse giunture dovevano essere fatte con una accuratezza tale che ancora oggi possiamo osservare intatte e perfette.”

Nuova pausa per segnalare che le perforazioni nei filmati di Italo Pacchioni, quelle che per molti anni ci ha fatto vedere la Cineteca di Milano, diventata nei ultimi tempi Fondazione Cineteca Italiana, sono molto simili alle classiche perforazioni Lumière.

Per quel che riguarda i film, secondo le fonti d’epoca citate (Sacchi, Trapani e Persichini) il primo fu una versione milanese del famoso arrivo di un treno alla stazione dei Lumière, e a questo ne seguirono altri a soggetto, proprio nel 1896. Il primo titolo sarebbe La gabbia dei matti. Di questo sono sopravvissuti e arrivati a noi, quindi a Pordenone, 3 metri di un “fuori scena”: Preparazione del film La gabbia dei matti.

L’attività cinematografica di Pacchioni meglio documentata è quella come esercente, dal 31 ottobre 1896 a Mirandola, la sua città natale, quindi Faenza, Novellara (1897), e dal 1898 a Milano, in un baraccone della Fiera di Porta Genova prima, ed in giro per l’Italia fino al 1901, insieme a due soci: Rinaldi e Ronzoni. Da notare che nelle cronache del tempo si dice che “Il Reale Cinematografo che i signori Rinaldi, Pacchioni e Ronzoni presentano alla Fiera di Porta Genova è provvisto di veri Films Lumière”. Se la macchina di Pacchioni riusciva a proiettare i suoi film e quelli dei Lumière, risulta evidente che le perforazioni erano molto simili.

Nell’articolo della rivista Cinema si legge che “I programmi duravano circa 45 minuti, mentre quelli di Lumière soltanto 25 minuti; le pellicole erano della lunghezza massima di 40 metri e minima di 15. Per ogni spettacolo venivano proiettati da dieci a quindici e anche venti film, secondo il numero di spettatori. Vi era anche un tentativo di sonoro accoppiato mediante l’accompagnamento di una banda costituita quasi sempre da elementi raccogliticci. Non esistevano didascalie e i titoli erano gridati al pubblico attraverso un finestrino praticato in cabina.”

Macchina da presa e proiezione stereoscopica Italo Pacchioni
Macchina da presa e proiezione stereoscopica Italo Pacchioni

Ma veniamo al pezzo forte, la descrizione della macchina da presa e proiezione: “L’illuminazione era effettuata mediante un saturatore ossieterico: l’ossigeno era racchiuso in una specie di saccone avente forma di mantice. Solo l’ottica e qualche altro pezzo della macchina provenivano di Parigi: il resto era pura invenzione di Italo Pacchioni, come anche il tentativo di stereoscopia ottenuto mediante il passaggio di due pellicole l’una a poca distanza dall’altra come si può osservare nel corpo dell’apparecchio che è sopravvissuto.” L’apparecchio è riuscito a sopravvivere anche alla seconda guerra mondiale e forma parte delle collezioni del Museo del Cinema – Fondazione Cineteca Italiana.

Dicevamo che secondo tutte le fonti, Pacchioni abbandona ogni attività cinematografica nel 1902, per dedicarsi esclusivamente alla fotografia, anche alla fotografia stereoscopica “come vorrebbe dimostrare una collezione venuta recentemente alla luce”. Alcune di queste fotografie sono pubblicate nel volume Moltiplicare l’istante, citato sopra.

In altre parole, dal 1902 al 1940, la principale attività del nostro pioniere sarebbe stata la fotografia. Lo studio, gli studi perché apre altri nel corso degli anni erano due a Milano, e due fuori città, a Busto Arsizio (Varese), e ad Abbiategrasso. E questo fino al 1940, quando suo figlio eredita tutto. (Che fine ha fatto il fratello Enrico?)

Peccato che nel Manuale Telefonico di Milano e Lombardia 1927, di Italo Pacchioni (e di tutta la famiglia Pacchioni) non ci sia traccia, né a Milano, né in Lombardia. Nello stesso elenco telefonico si può trovare, per esempio, Luca Comerio, altro famoso pioniere. Forse nel 1927 tutta la famiglia Pacchioni al completo era altrove, o erano diventati così poveri da non poterselo permettere… il telefono.

Adriana Lecouvreur – Tespi Film 1918

adriana lecouvreur
Adriana Lecouvreur, Bianca Stagno-Bellincioni

Una delle maggiori difficoltà per i fans del cinema muto (italiano e non) è il riuscire a sapere se un certo film è sopravvissuto e dove si trova. Un buon punto di riferimento è il sito Silent Era e la sua lista di Lost Films. Ma non è molto aggiornato per quel che riguarda i film italiani, di questo, per esempio, non c’è traccia in tutto il sito. C’è il catalogo della FIAF, consultabile soltanto a pagamento (o internamente dagli archivi affiliati alla FIAF), ma nemmeno questo è molto aggiornato e affidabile, o così mi hanno detto alcuni archivisti.

Non so se Adriana Lecouvreur, eseguito dalla Tespi Film nel 1918, presentato dalla Caesar Film lo stesso anno, compare in altri archivi della FIAF, ma so di certo che una copia positiva nitrato di 1500 metri è alla Cineteca Italiana di Milano. Secondo il visto di censura del 18 dicembre 1918, i metri sono 2196. Grazie Italia Taglia! Come dicevo, i film non sai se sono sopravvissuti o meno, non puoi vederli, ma puoi consultare i visti di censura. Siamo un passo avanti.

Il film non compare nella lista di film restaurati dalla Cineteca Italiana, ma Nitrate Can’t Wait, e sicuramente sarà stato preservato.

Il dramma omonimo (1849) di Eugéne Scribe e Ernest Legouvé, è stato portato al cinema diverse volte, tre per quel che riguarda il cinema muto. Nel 1912 da Louis Mercanton, con Sarah Bernhardt come protagonista, nel 1928 da Fred Niblo, Dream of Love, Adriana-Joan Crawford, e da Ugo Falena nel 1918, Adriana-Bianca Stagno Bellincioni.

L’azione si svolge nella Parigi del XVIII secolo. La protagonista è un’attrice famosa, Adriana Le Couvreur (1692-1730), grande interprete del repertorio di Racine, Corneille e Voltaire alla Comédie Française. Il film racconta, o dovrebbe raccontare perché non sono riuscita a vederlo, l’amore di Adriana per Maurizio di Sassonia, pretendente al trono di Polonia (che lei all’inizio scambia per un semplice ufficiale) e del mazzo di violette che la contessa Luisa Enrichetta Francesca d’Harcourt-Lorena, contessa di Bouillon, interpretata da Marion May, innamorata segretamente di Maurizio, le invia. Un mazzo di violette avvelenato, secondo i canoni del XVIII, famosi per questo tipo di scherzi. Maurizio, interpretato da Enrico Roma, non arriverà in tempo a salvare la sua amata Lecouvreur. Fine della storia.

Sicuramente il film è molto interessante, comunque merita un restauro soltanto per il fatto che si tratta di uno dei film ritrovati del cinema muto italiano. E riuscire a vederlo senza tante storie: ritrovato, restaurato e visibile per tutti.

Marcantonio e Cleopatra – Cines 1913

marco antonio e cleopatra
Da sinistra a destra: Amleto Novelli, Gianna Terribili Gonzales, Bruto Castellani

Messa in scena: Enrico Guazzoni, soggetto ispirato alla tragedia Antony and Cleopatra (1607) di William Shakespeare, alle Vite di Plutarco e al poema Cleopatra di Pietro Cossa.
Interpreti principali: Gianna Terribili Gonzales (Cleopatra), Amleto Novelli (Marco Antonio); Ignazio Lupi (Ottaviano), Elsa Lenar (Ottavia), Matilde di Marzio (la schiava Agar).

Ecco un film ritrovato tanto tempo fa, non restaurato, e visibile in un DVD made in USA: Antony and Cleopatra, Grapevine Video 2007.

Si tratta di una copia dell’edizione americana distribuita da George Kleine in USA, didascalie inglesi, 74 minuti.

Non è male, ma l’originale doveva essere molto meglio, mancano – per esempio – i viraggi, che in un film come questo sono fondamentali Vediamo cosa pensava la stampa dell’epoca:

Il superbo lavoro ideato e compiuto dall’egregio pittore sig. Guazzoni dopo il grande successo, indimenticabile e senza confronti, ottenuto dal suo Quo Vadis? Se non ha conseguito lo stesso esito teatrale che è stato forse il solo miraggio dei dirigenti della Cines, segna però un nuovo e gigantesco passo innanzi nel campo della Cinematografia e per merito del pittore Guazzoni artista delle varie e complesse vedute, segna una magnifica espressione d’arte, risultato da uno studio coscenzioso e saldo di costumi e di decorazioni e di ricostruzione da trasportare lo spettatore all’entusiasmo facendogli passare dinanzi vivi e palpitanti, e quadri ed episodi di un epoca meravigliosa, con quella magnificenza e fastosità quali soltanto una fervida fantasia poteva immaginare.” (…) La fotografia eccellente, lascia desiderare in qualche interno nel quale le luci non sono sempre ben distribuite. Buonissimi, anzi alcuni meravigliosi per lo splendido effetto, sono i viraggi, gli effetti di marina, di tramonto e di notte, degno di lode è dunque anche il valente operatore signor Bona che con tanta preziosità ha arricchito fotograficamente ogni quadro.(…) Innumerevoli sono i quadri degni di essere ricordati. Di un effetto fantastico quello della marcia notturna delle truppe Romane lungo la spiaggia. Bellissimi i quadri dei trionfi di Ottaviano a Roma e quelli di Antonio e Cleopatra in Egitto. Suggestivo oltremodo il quadro della fuga del popolo dalla città devastata in fiamme. Di bell’effetto architettonico l’altro del Senato e l’aula senatoria dallo stile severo ed imponente. Per il difficile lavoro di messa in scena, degli edifizi degli atrii e delle scene tutte merita lode speciale l’egregio scenografo capo signor Lombardo che alle doti tecniche aggiunge virtù intrinseca d’artista. Fedeli i costumi, le armi, gli attrezzi e i mobili. Ogni particolare, salvo poche eccezioni, è curato in questo soggetto con scrupolosa attenzione. Di buon effetto è poi la scena dei coccodrilli ai quali viene gettata Hagar; l’impressione che questo quadro fa al pubblico è grandissima, e sarebbe riuscita pure impressionantissima la scena nella quale Cleopatra prova sui suoi schiavi i diversi veleni per studiare le rispettive morti, se le parti degli schiavi fossero state sostenute da buoni attori..” V. O. Vice Guerzoni (La Cine Fono, Napoli 13 dicembre 1913)