Catalogo delle Giornate 2009, elaborazione della copertina Calderini-Marchese, foto Fotocollection Filmmuseum Vienna
Al rientro delle Giornate di Pordenone ho trovato una brutta sorpresa, meglio sorprese: il siti inpenombra archivio del cinema muto – archivio dello spettacolo; Francesca Bertini; Luchino Visconti; Cinema Italiano 1930-1945 e kinetografo non c’erano più… un anno e mezzo di lavoro cancellato di colpo… o quasi perché eccomi qui. Nel forum del sito WordPress.org c’erano molti altri casi simili, di siti molto, ma molto più “importanti”, curati da webmasters di tutto rispetto. Non è la prima volta e ho sempre risolto, ma questa, veramente non ci voleva… giusto, guarda caso, al rientro delle Giornate. Ho messo da parte con molta cura l’indirizzo/indirizzi IP nei file di log dei rispettivi siti (dove sono registrati gli indirizzi dei computer che hanno visitato-smanettato nei miei siti prima e dopo il disastro, informazioni veramente interessanti, che grazie ad un servizio di tracer diventano più interessanti ancora, provare per credere ) e sono ritornata a casa wordpress, dove mi trovo molto bene. Grazie WordPress.com! Se non fosse per voi…
Per quel che riguarda la cronaca delle Giornate di Pordenone 2009 rimando al prossimo post. In anteprima, la copertina del catalogo con Mae Murray in La vedova allegra (che successone la proiezione del film! nel teatro Verdi non c’era nemmeno un posto in piedi…e che musica!), copertina dei bravissimi Calderini-Marchese, foto Filmmuseum Vienna.
Ho aspettato a scrivere il pezzo dedicato a Francesca Bertini e le Giornate del Cinema Muto 2009 perché fino a pochi giorni fa le informazioni sui film della Bertini presentati a Pordenone erano incomplete. Si sapeva, dal sito delle Giornate, che i film da presentare erano tre, ma uno in particolare ha cambiato titolo e data più volte. Ieri (finalmente), ho letto la presentazione dei tre film nel sito del Centro Sperimentale – Cineteca Nazionale.
Il primo è Amore senza stima, produzione Celio Film Roma 1912; il secondo Mariute, produzione Bertini Film per Caesar Film (senza Roma) 1918; ed il terzo Marion artista di caffè-concerto, produzione Bertini Film – UCI, questa volta sì, Roma 1920.
Per rispetto verso tutte le cineteche, biblioteche e amici che in questi anni mi hanno aiutato nelle ricerche su Francesca Bertini, ed in vista del progetto per il centenario della prima apparizione sullo schermo di Francesca Bertini nel 2010, vorrei chiarire un paio di aspetti che direttamente mi riguardano.
Il film Amore senza stima, recuperato e restaurato dalla Cineteca Nazionale “dopo 97 anni” e presentato la prossima settimana a Pordenone sarà una novità per certi archivisti, ma non per me.
Questo titolo compare a pagina 13 del catalogo N. 1 – Cinema Muto, senza data (intorno al 1950), pubblicato dal Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma, a cura del Conservatore Fausto Montesanti: Amore senza stima (B. Negroni, con F. Bertini; Celio Film, 1914); e nei cataloghi di distribuzione culturale editi dalla Unione Italiana Circoli del Cinema, per esempio nell’edizione 1991-1992, il film Amore senza stima, Cines 1914 è a pagina 127.
Nel volume Il cinema muto italiano 1913, prima parte (Bianco e Nero, Roma: CSC – Nuova Eri Edizioni Rai 1994), a cura di Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli, a pagina 86 si legge che La bufera, produzione Celio Film, Roma 1913 “Uscito sugli schermi prima dell’istituzione della censura, il film non ottene il nulla osta richiesto dalla Celio agli inizi del 1914. Tenuto in deposito per alcuni anni, uscì nuovamente nel 1918, con il titolo Amore senza stima, sulla scia del successo dei film interpretati dalla protagonista.”
Da questi dati sono partita per le mie ricerche. Nel non molto lontano 2003, ne discutevo con Vittorio Martinelli a Bologna, in occasione della retrospettiva dedicata a Francesca Bertini dalla Cineteca di Bologna – Il cinema ritrovato. Un paio di anni fa, ho ritrovato finalmente e per puro caso la soluzione dell’enigma.
Nel frattempo, avevo segnalato l’esistenza di questo film nell’archivio della Cineteca Nazionale di Roma a Irela Nuñez del Pozo, e questo perché nel volume Francesca Bertini, a cura di Gianfranco Mingozzi, con una filmografia di Vittorio Martinelli (Le Mani – Cineteca di Bologna 2003), il film La bufera – Amore senza stima non compare nell’elenco dei film preservati-restaurati (pagina 207). Irela prese buona nota di tutto, ma da quel momento in poi cominciarono per me le difficoltà per avere accesso ai materiali di questo film, con le più svariate scuse da parte sua, mentre io “dovevo” aiutare lei nelle ricerche con i materiali del mio archivio. La cosa è andata avanti così per circa due anni.
In questo tempo, come dicevo sopra, altri archivi, biblioteche, Cineteca Nazionale inclusa, e per questo voglio ringraziare Franca Farina e Mario Musumeci, mi hanno aperto generosamente le porte. Ma l’Amore senza stima è rimasto per me off-limits.
Dalla nota al saggio Film salvati e da salvare alla Cineteca Nazionale, Irela Nuñez del Pozo, con la collaborazione di Franca Farina (Non solo dive – Pioniere del Cinema Italiano, Cineteca di Bologna 2008; nota 10, pagina 191), si capisce che uno dei possibili titoli in ballo per Amore senza stima era L’Avvoltoio, primo lungometraggio della Celio Film, e si capisce (anche) che io ho fatto partecipe Irela delle mie ricerche… e dei materiali della mia “collezione” come la chiama lei. Collezione e ricerche sono disponibili sul web in questo sito ed in quello della Lost Films.
Tutto questo, specialmente il contegno incomprensibile di una persona che ho aiutato in molte occasioni, mi addolora molto, ma fa parte di una strana bramosia di “apparire” ad ogni costo. Un, come dire, amore senza stima verso le pellicole che alcune di queste persone proclamano di volere “salvare”.
Chiudo lo sfogo senza commentare il contenuto della pagina dedicata ai film della Bertini presentati a Pordenone, mi riservo di farlo dopo la visione.
Qualche domanda: Come fate a sapere che il film è stato distribuito nel 1923 e non nel 1918, come afferma Martinelli? Perché dovrebbe essere L’avvoltoio e non, per esempio, L’arrivista? Dov’è il visto di censura di Amore senza stima nel 1918 o nel 1923 ?
(Dedicato a chi mi fa sparire il sito da domenica scorsa)
Il pioniere Alberto Capozzi, uno dei divi più quotati del cinema muto italiano comparirà sugli schermi delle Giornate del Cinema Muto 28 edizione che si celebrano a Pordenone dal 3 al 10 ottobre 2009. Credo si tratti di due “ritrovamenti”, e cioè, due film scomparsi della lunga carriera di questo attore-regista-sceneggiatore italiano. Il primo, in ordine di tempo è L’ostaggio, film Ambrosio del 1909. Il secondo, che ho molta curiosità di vedere (il perché lo racconterò più avanti, dopo aver visto il film), è Eine Versunkene Welt (Die Tragödie eines verschollenen Fürstensohnes) una produzione austriaca del 1922, regista e sceneggiatore Alexander Korda. In Italia il titolo del film era S.A. Il principe rosso. Come ho detto, ne riparlerò.
Alberto Angelo Capozzi, pioniere del cinema, nasce a Genova l’otto luglio 1886, da Pietro, armatore, e da Emanuela Causa. Trascorre l’infanzia a Sestri Ponente, e per volere di suo padre frequenta un Seminario, ma non sembra molto convinto della sua imposta vocazione.
Intanto scopre l’esistenza delle filodrammatiche, come tanti altri hanno fatto prima e dopo di lui. Comincia a recitare, s’innamora di quello strano mestiere, e pretende che se ne innamorino anche i suoi genitori. A sedici anni, riesce a ottenere una scrittura dal capocomico Novelli Vidali, e gli sembra d’aver raggiunto il paradiso. Comunica la notizia al padre, il quale non la commenta neppure; ma, da uomo avveduto, va dal capocomico e manda a monte la scrittura ed il futuro sui palcoscenici del figlio.
Ma Alberto non si rassegna e così, a diciassette anni entra in una compagnia drammatica diretta da un certo Musella, che lascia ben presto per la più prestigiosa Talli-Borelli.
Un giorno, leggendo le offerte di scrittura sul giornale teatrale Il piccolo Faust gli salta agli occhi il seguente annunzio: «Cercasi primo attore cinematografico ».
Siamo nel 1909, l’epoca in cui i primi attori si cercavano a mezzo d’inserzioni. Capozzi scrive immediatamente ad Ambrosio, l’uomo dell’inserzione, e riceve l’invito a presentarsi, a Torino. Arturo Ambrosio lo riceve insieme a Luigi Maggi, direttore artistico della casa, e gli fanno provare una morte molto tragica; a quell’epoca, il provino non era ancora nato, i registi andavano a occhio.
Finita la prova, mentre Alberto sta ricomponendosi i capelli, e mettendosi a posto la cravatta, Maggi e Ambrosio, appartati in un angolo, discutono sottovoce. Alla fine, Ambrosio s’avvicina all’attore:
— Mi sembra che possiate andare; se volete lavorare con noi, vi offro un contratto a trecento lire al mese.
Alberto accetta con evidente entusiasmo, e pochi giorni dopo interpreta il suo primo film, intitolato Spergiura; fa la parte di un ussaro, il quale viene murato in una camera, e diventa lo scheletro di un ussaro, e dopo Spergiura, Alberto gira un’infinità di film.
Ambrosio sembra soddisfatto, gli porta lo stipendio prima a cinquecento, poi a ottocento lire al mese. Nel 1910, la Pasquali Film si accaparra Alberto, a milleduecento lire al mese. Gli studenti fermano Capozzi per strada: — Ma è vero che guadagnate milleduecento lire al mese?
E quel volto, quel nome, diventano celebri in tutto il mondo. In America, in Francia, in Russia, in Polonia, in Africa, Alberto Capozzi celebre divo cinematografico, ha milioni di fedeli ammiratori e di ammiratrici spasimanti. I suoi film rendono cifre pazze, coi guadagni di uno solo fra essi, La rosa rossa, produzione 1912, Ernesto Maria Pasquali si costruisce i nuovi stabilimenti. E Alberto ignora tutto questo, non sa d’essere celebre; vive a Torino, dove tutti lo conoscono, ma è facile a quei tempi essere conosciuto da tutti a Torino. Riceve centinaia di lettere di ammiratori che non legge, ma le passa a Nino Oxilia, il quale risponde alle migliori.
Intanto Gaumont lo chiama a Parigi e gli offre un contratto per sessantamila Iire all’anno. Sessantamila; Capozzi lo guarda intontito, convinto d’aver a che fare con un pazzo.
— Ma, prima vorrei vedere…
— Come volete; io vi dò il contratto firmato: quando vi deciderete lo firmerete anche voi, e Capozzi ritorna a Torino, con il meraviglioso pezzo di carta in tasca. Non crede a quella cifra, ma vuol parlarne con Pasquali.
— Sai, sono stato a Parigi, da Gaumont. Quello è pazzo, mi ha offerto sessantamila lire all’anno… guarda qui il contratto…
Pasquali tace, tormentandosi le labbra, come è sua abitudine quando pensa intensamente. Si alza, ficca le mani in tasca,
— Senti, se è per questo, sessantamila lire te le dò io.
Accidenti, è impazzito anche Pasquali. Capozzi crede di sognare, ma invece si tratta di realtà realissima. E continua a lavorare per quella cifra, considerandosi un uomo favorito dagli dei.
Intanto scoppia la guerra. Il vecchio Chiarella offre a Capozzi di formargli una compagnia drammatica per l’America del Sud. La compagnia parte con un contratto di tre mesi, ed ha tanto successo che rimane oltre oceano un anno. In Argentina tutti conoscono Capozzi, lo aspettano folle di persone con le musiche. A Santos, dal piroscafo, Capozzi vede quell’immensità di gente, e le fanfare, le bandiere. Sa che sul piroscafo c’è l’arcivescovo nuovo che viene a prendere in consegna la diocesi, e crede che i festeggiamenti siano per lui.
— Che bella soddisfazione deve essere per l’arcivescovo sentirsi ricevuto con tanto entusiasmo, — dice Alberto al proprio segretario. E subito dopo sente centinaia di voci che scandiscono il suo nome, giunge a bordo una delegazione che gli presenta gli omaggi della folla.
Capozzi approfitta del suo successo, per fare intensa propaganda italiana. Dopo un anno, torna in Italia, lavora di nuovo per Ambrosio, realizzando il celebre Fiacre numero 13, quindi passa alla Sascha Film, di Vienna, con Alexander Korda, interpreta parecchi film. Quando torna in Italia, il cinema è in crisi; Alberto entra in compagnia drammatica con Tatiana Pawlova, che segna il debutto sul palcoscenico “professionale” di Vittorio De Sica, poi con Irma Gramatica e Alda Borelli. La Paramount lo invita a Parigi per fare un film, ci va e ne fa dieci. Poi Korda lo porta a Londra, lì Alberto avrebbe potuto lavorare molto, ma l’atmosfera politica si fa tesa, sempre più tesa e torna in Italia, poco prima della guerra.
Lavora nel cinema fino al 1943, muore a Roma il 17 marzo 1945.
Di Capozzi e Alexander Korda riparlerò dopo aver visto Eine Versunkene Welt, ovvero S. A. Il principe rosso.