Saltarello (Buster Keaton)

Buster Keaton
Buster Keaton

15 luglio 1924. I comici si seguono e non si rassomigliano. Eccone ora uno di nuovo conio, Saltarello.

Buster Keaton, tale è il suo vero nome, ha una carriera piuttosto avventurosa. Le sue peripezie cominciarono, per così dire, fin dalla nascita. Poche settimane dopo del giorno, il 4 ottobre 1895, in cui aveva visto la luce, il suo villaggio nativo, Piqua, nel Kansas, Stati Uniti, veniva asportato e cancellato dalla carta geografica da un immane ciclone. E Buster seguì il padre nella sua vita nomade, sotto la tenda, da fiera in fiera, da città a città.

Quando il padre, Joseph Keaton, fondò una compagnia comica, il figlio, Buster, ne divenne subito uno degli attori. Egli aveva allora sei anni e dava prova di buone disposizioni acrobatiche per il modo in cui sapeva rotolar giù dalle scale senza farsi il menomo male. La compagnia constava del padre, della madre e del figlio, e Buster ne condivise le sorti girando per sedici lunghi anni ogni centro degli Stati Uniti e delle Colonie Britanniche del Nord America. Fu una compagnia che assurse a molta notorietà e che ancor oggi è ricordata favorevolmente negli Stati Uniti.

Nei primi mesi del 1917, Buster Keaton aprì una parentesi alla sua creatività comica, per seguire le sorti, che eran tragiche, del momento. Si arruolò nelle file dell’esercito americano, partì per la Francia e fece i suoi bravi diciotto mesi di fronte. Durante di essi, il bravo comico, diventato soldato, ebbe modo di mettere alla prova la sua imperturbabilità e di severamente collaudare la sua capacità a discernere il lato umoristico anche nelle cose più tragiche.

Al ritorno in America, il Shubert Winter Garden di New York gli offrì un posto come comico col compenso di 750 dollari per settimana. Buster rifiutò, e ne accettò uno nel cinematografo per 40 dollari settimanali. Aveva avuto l’ispirazione giusta: aveva scelto la via che non doveva più lasciare.

Lo si vide allora dare ogni sua attività alla Famous Players Lasky Corporation, e comparire in parecchi lavori al fianco di Fatty Arbuckle e di Picratt, formando con essi una triade delle più indovinate ed esilaranti. Il successo di Keaton fu tale, e ad un certo punto egli acquistò  tanta confidenza nelle sue capacità artistiche, che fondò una compagnia propria. Seguendo i consigli del suo direttore di scena ed amico fedele, Joseph M. Schenk, egli girò allora tutta una serie di soggetti comici che gli valsero una giusta reputazione, che lo resero popolare ovunque, e che lo fecero classificare nel rango dei primi attori americani.

Egli pose infatti in scena da quel momento numerosi films per la Metro, per la First National e poi nuovamente per la Metro. Il nostro comico non ha al momento attuale ancora compiuto ventinove anni d’età. È quindi uno degli artisti del suo genere più giovani e che abbiano compiuto una carriera più rapida. Il che costituisce un’altra prova del suo grande valore. Keaton ha l’avvenire avanti a sé.

Nel 1921, Buster Keaton sposò Natalie Talmadge, artista cinematografica di prim’ordine essa pure, e sorella di Norma e Costanza Talmadge, attrici primarie presso la First National. La Natalie Talmadge si ritirò dalla vita attiva dell’arte, ma regalò al suo consorte un fior di bimbo, che Buster si affrettò ad iniziare i segreti dello schermo ed a far comparire in un film all’età di un anno. Tanto per non smentire la tradizione di famiglia.

Un recente lavoro vide anzi riuniti davanti all’obiettivo Buster Keaton, suo padre, la sua sposa, e suo figlio: marito e moglie, un vecchio di settant’anni ed un bimbo di pochi mesi, tutti dello stesso lignaggio.

Natalie Talmadge, la consorte del nostro comico, non è però tornata allo schermo che temporaneamente. Essa, che al momento del matrimonio aveva rinunciato ad un contratto di centomila dollari per un paio di films, lascia al marito ed alle sorelle le soddisfazioni e le emozioni dell’arte muta. La terza delle sorelle Talmadge trova che nulla al mondo vale la quiete famigliare e la gioia che essa procura: e di questi affettuosi sentimenti ha dato recentemente una nuova prova palmare, « lanciando » sulla scena della vita un secondo legittimo erede dei beni di suo marito. Il primo pianto con cui il neonato salutò la luce del giorno, venne cinematografato in primo piano: con un padre che conosce i segreti dell’arte muta a perfezione, il bimbo dovrà però ben presto imparare ad esprimere i dolori ed i piaceri suoi coll’espressività della maschera invece che con altisonanti strilli.

La comicità di Keaton è d’un tipo particolarissimo. Vestito senza eleganza e quasi goffamente, con in testa un cappellino stretto e piatto, Keaton rassomiglia di più ad un chierico in vacanza che ad un comico. Egli non ride mai, questa è la sua caratteristica più netta ed originale. Di qualunque genere siano le peripezie che egli attraversa, la sua faccia è l’espressione più perfetta che si possa immaginare dell’indifferenza. Si scateni un putiferio attorno a lui per una marachella che egli stesso ha combinato, o crolli improvvisamente tutto l’universo, il suo viso conserva la impassibilità classica del filosofo, che ritiene che nulla al mondo meriti la perdita della calma.

Il suo sguardo ha anzi tanto di freddo e di glaciale, che in Francia, Buster Keaton, dopo di essere presentato come Malec, assunse il nome di Frigo. E « freddurista » Keaton lo è in tutta l’espressione della parola. I suoi direttori di scena e compagni di lavoro raccontano infatti che lo stargli vicino mentre si gira un film, è la cosa più esilarante di questo mondo, tanto comiche ed appropriate  sono le osservazioni satiriche che escono, come a getto continuo, dalla bocca dell’artista.

Keaton possiede però anche una seconda qualità in modo eminente: quella dell’elasticità del corpo e della capacità alle più strane e rischiose acrobazie. Chi lo ha visto all’opera in qualcuno degli ultimi lavori di Fatty assieme al rubicondo attore ed a quell’altro bel tipo di pazzoide che è Picratt, ne è rimasto meravigliato ed entusiasta. In Fatty all’Albergo di Inn Crett, Buster Keaton compie, come salti e come equilibrismo, delle prodezze inverosimili. Questa sua magnifica dote fu quella che gli valse il nome di Saltarello sotto cui è noto in Italia.

Questo eccentrico-acrobata-freddurista tipo di comico affronterà ben presto il giudizio del pubblico italiano, come protagonista di lavori suoi. Lo affronterà dopo che tutta una schiera di artisti del suo genere provenienti dalle più diverse parti del mondo hanno trionfato fra di noi. L’originalità dell’« uomo che non ride mai » è garanzia di sicuro successo. Intervistato recentemente da un giornalista inglese, sul come le fosse  venuto in mente di girare dei films comici per conto proprio, Buster Keaton rispose: « Ho pensato per la prima volta a far ridere assistendo alla rappresentazione di un gran dramma ». Lo spirito dell’osservazione quindi. E la legge dei contrasti.
(da Films Pittaluga)

Assunta Spina al cinematografo

« A Nelly la Gigolette seguì Assunta Spina: protagonisti io e Gustavo Serena, registi io e Gustavo Serena, aiuto registi io e Gustavo Serena. »
Francesca Bertini
(Film, 10 settembre 1938)

Affermazioni false, auto-esaltazioni e iperboli sono materia prima della storia del cinema, come scrive Kevin Brownlow nel suo Hollywood  – L’era del muto a proposito di una dichiarazione di Thomas Alva Edison nel 1891, ma la leggenda intorno alla vita e le opere di Francesca Bertini occuperebbe uno dei primi posti nel caso di una classifica internazionale sui misteri mai risolti della storia del cinema. E più passano gli anni, e più il mistero s’infittisce. Le poche notizie attendibili vengono regolarmente sepolte sotto un nuovo strato di leggende. Come scrive Costanzo Costantini « addentrarsi nella vita di Francesca Bertini è come inoltrarsi in una nebulosa, in una “nebulosa stellare”, trattandosi d’una delle più grandi “stelle” del cinema: bisogna dipanare la bibliografia più confusa, contraddittoria e approssimativa con la quale l’intera storia del cinema muto italiano ci metta alle prese. »

Proviamo a entrare in questa nebulosa e prendiamo, per esempio, la storia della realizzazione di Assunta Spina, girato negli ultimi mesi del 1914.

Cominciamo dalle fonti cartacee dell’epoca. Quelle sopravvissute…

Francesca Bertini, che il 4 settembre 1914 aveva firmato un contratto con Gioacchino Mecheri, viene “prestata” per un mese alla Caesar Film di Giuseppe Barattolo, mentre Mecheri finisce di costruire il teatro di posa di una nuova casa di produzione che si chiamerà Bertini Film:

« Ci viene comunicato che una nuova ed importante Casa editrice sorgerà fra breve nella capitale sotto l’iniziativa del solerte e geniale avv. Mecheri, già direttore generale della Celio films. Tanto all’estero che in Italia sono conosciuti ed indiscussi il valore e l’attività dell’egregio avv. Mecheri; è tanto più che ci si assicura che Francesca Bertini la bellissima e bravissima attrice cinematografica Stella Italiana sia già stata scritturata dalla nuova Casa che inizierà prestissimo i suoi lavori e che della Bertini prenderà il nome. Dunque… auguri… auguri.. »
(Il Maggese Cinematografico, 30 ottobre 1914)

I primi due film di Francesca Bertini per la casa di Giuseppe Barattolo sono Nelly la Gigolette e Don Pietro Caruso dall’atto unico di Roberto Bracco, messa in scena di Emilio Ghione, direttore artistico della Caesar Film. Il primo sarà un grande successo di pubblico, il secondo sembra scomparso nel nulla.

Verso la metà di ottobre, mentre “i quadri del Don Pietro Caruso vanno a gonfie vele”, Francesca Bertini chiede e ottiene da Gioacchino Mecheri una proroga fino al 1° novembre 1914 per completare la lavorazione dei film “promessi” alla Caesar Film di Barattolo. Più o meno in contemporanea vengono pubblicate sulla stampa le prime notizie sulla trasposizione cinematografica di Assunta Spina:

« La Caesar Film ha acquistato il diritto di riprodurre Assunta Spina di Salvatore di Giacomo. »
(La Cinematografia Italiana ed Estera, 1-30 ottobre 1914)

Sembra che nel corso della lavorazione degli esterni a Napoli la troupe di Assunta Spina, o meglio la mini troupe composta da Francesca Bertini, Gustavo Serena e l’operatore Alberto Carta, abbia dovuto fare i conti prima con la popolazione locale — “Ci hanno buttato addosso persino dei pomodori, e siamo dovuti scappare” racconterà la Bertini in numerose occasioni ricordando le riprese — e poi con un tempo eccezionalmente cattivo che costrinse la troupe a rimanere inoperosa per due settimane. Tutto ciò obbligò alla Bertini a ritornare da Mecheri per chiedere un’ultima e definitiva proroga fino al 15 dicembre, fu concessa ma per quella data Francesca aveva già deciso di rompere il contratto con Mecheri e firmare con Barattolo. La “cosa” finirà nei tribunali e non sarà che l’inizio di un duello tra “due cavazioni, due botte dritte; tu mi prendi Ghione, io ti biffo la Bertini, da quel momento due volontà decise, cocciute, non si concederanno quartiere, mai più”, come ricorderà anni dopo Emilio Ghione nelle sue memorie.

Chi prese la decisione di portare sullo schermo Assunta Spina? Secondo Vico d’Incerti, che nel 1952 si mise in contatto con Francesca Bertini e Gustavo Serena:

« Fu lui (Salvatore Di Giacomo n.d.c.), infine, a suggerire il film nel 1914 — come risulta dalla lettera che inviò a Francesca Bertini in quel tempo — anche se poi non collaborò che in minima parte, limitandosi a scrivere, dopo ripetute insistenze, la didascalia iniziale (che giunse per altro quando il film era ormai montato, e non poté quindi essere inserita).
(…)
Cos’è rimasto del dramma da cui è derivato, nel film che la Caesar realizzò a Roma negli ultimi mesi del 1914, quando era ancor viva l’eco del successo teatrale? Non molto, purtroppo, oltre al fatto. (…) Quanto nel film è stato aggiunto rispetto al lavoro teatrale, cioè il lungo antefatto, è linearmente raccontato: serve allo scopo senza, naturalmente, apportare pregi artistici. La sceneggiatura di questo preambolo è stata suggerita dalla stessa Bertini: era lei che del dramma sapeva tutto, perché la compagnia napoletana con la quale, giovinetta, aveva recitato prima di passare al cinema, l’aveva in repertorio; lei stessa vi aveva preso parte nelle vesti di una delle stiratrici, e all’autore era legata da affettuosa amicizia. Di Giacomo preferì non mettervi mano, perché — scrisse alla Bertini — non aveva alcuna pratica in questa nuova e per lui ancora misteriosa tecnica del cinema. Gustavo Serena poi, che del film fu non solo interprete, ma anche metteur en scène, si lasciò di buon grado suggerire dalla Bertini nel tracciare la sceneggiatura, per la ragione non trascurabile che contraddire quel demonio di ragazza era già allora impresa pressoché impossibile non solo per lui, misurato e cortese signore, ma anche per chi avesse avuto animo più battagliero del suo. »
Vico D’Incerti
(ferrania, giugno 1952)

Qualche anno dopo la versione offerta da Francesca Bertini nella sua autobiografia è diversa:

« Per consiglio di Barattolo, scrissi subito a Salvatore Di Giacomo pregandolo di concedere alla Caesar Film i diritti cinematografici dell’Assunta Spina. Gli dissi anche la mia grande felicità di poter finalmente interpretare la sua commedia che tanto amavo. Il grande poeta non si fece pregare: mi rispose immediatamente concedendo a Barattolo i diritti di riduzione cinematografica del suo dramma. Nella lettera, che purtroppo è andata distrutta con le altre cose che avevo e con tanti ricordi del passato, egli, tra l’altro, scriveva:
“Io non ho idea di cosa sia la sceneggiatura di un film. Affido a te la mia opera. Desidero, comunque, che l’adattamento cinematografico sia fatto da te, da te sola. come tu lo vedi e come tu lo senti, cinematograficamente parlando.” Io sapevo a memoria la commedia e fu per me estremamente facile la sua trasposizione cinematografica. Vi aggiunsi il prologo e la scena davanti allo specchio in cui Assunta si guarda, dopo essere entrata, ferita in un basso napoletano in preda all’ansia e la disperazione. Questa scena entusiasmò il pubblico e piacque molto anche a Salvatore Di Giacomo. Cooperò alla regia Gustavo Serena, che fu pure interprete valoroso del personaggio di Michele. »
Francesca Bertini
(Il resto non conta, Giardini 1969)

Le versioni non concordano, ma sopratutto non è molto credibile il disinteresse di Salvatore Di Giacomo nella trasposizione cinematografica della sua “creatura”. In mancanza di documenti d’epoca (lettera, cessione di diritti, ecc.), proviamo a consultare le fonti d’epoca.

Nell’autunno 1913 viene fondata a Roma la Morgana Films, edizioni d’arte, direttori amministrativi marchese Alfredo Capece Minutolo di Bugnano ed il comm. Levi, direttore artistico Nino Martoglio. Uno dei progetti che vengono annunciati è la versione cinematografica di Assunta Spina della quale parla in questa intervista Salvatore Di Giacomo:

« Roma, 5 febbraio 1914. (…) Salvatore Di Giacomo si trova a Roma per la convocazione della Commissione per l’Arte Drammatica, di cui egli è stato chiamato a far parte in sostituzione dell’on. Romussi. L’ho trovato ieri mentre rispondeva non so a quante lettere, e davanti a lui c’era una farraggine di carte, che erano come il documento della sua meravigliosa e formidabile attività. Perché Salvatore Di Giacomo è un lavoratore straordinario. Direttore della magnifica Lucchesiana di Napoli, da lui creata, ordinata e portata a grande lustro, egli trova il tempo di dirigere delle collezioni di volumi di erudizione e di arte, far delle ricerche storiche, scriver libri, riordinare la sua antica produzione, scrivere quelle delicate e maravigliose canzoni napoletane che han fatto la fortuna del Polyphon, e poi articoli per riviste giornali, ed ora anche lavorar per il cinematografo. L’autore di Assunta Spina era raggiante di gioia perché aveva scovato non so dove un codice del secolo XVIII manoscritto, rilegato in pergamena e contenente versi sotto il titolo alquanto idilliaco di Divertimenti estivi.

(…)

Scoprii le mie batterie e domandai cosa preparasse, se fosse vero di una riduzione di Assunta Spina e di altri suoi lavori per il cinematografo, quali intendimenti portasse nella Commissione per l’Arte Drammatica.

Cercò di schermirsi, inutilmente, poi si confessò vinto:

— Vi devo dire, prima di tutto, che io amerei piuttosto di far bene, scambio di far sapere. Senonché le forme della investigazione giornalistica moderna sono tali che non si riesce facilmente a sottrarsi agl’interrogatorii, cui non possono sfuggire nemmeno i solitarii. Credo, caro amico, di essere imputato in questo momento, davanti a voi, di due cose: di prender parte, in sostituzione di Romussi, alla Commissione governativa per l’Arte Drammatica, e di aver ceduto il diritto ad una grande società romana, di cavarne una film della Assunta Spina.

— Poiché dunque accettate la parte di imputato, discolpatevi allora davanti quel grande giudice che è S. M. il pubblico. Io sarò lieto di farvi da cancelliere verbalizzante.

— Per la prima parte che devo dirvi? Farò il mio dovere di artista e galantuomo, e impiegherò quel poco di talento che ho per sostenere tutto quel che è bello, utile e decoroso in quelle discussioni.

— E per la film Assunta Spina?

— La film? Ecco: io ho molto volentieri acconsentito alle idee della nuova società. Volere o volare, il cinematografo è in troppa voga perché lo si possa discutere dal lato della invasione e dell’interessamento vivissimo che suscita. Si può discuterlo, e assai spesso, del suo lato artistico, estetico e direi anche logico. Infatti è la ragione, è la logica più comune che spesso mancano a queste rappresentazioni. Ai personaggi dei drammi e delle commedie la cinematografia toglie qualche cosa che, assieme con la materiale agitazione scenica, è l’arma magnifica dello scrittore: la parola. Non hanno più la medesima forza di prima il riso, il pianto, l’apostrofe, la preghiera, non più un grido vi fa davvero gelare, un singhiozzo far versare lacrime. Ora a questa mancanza si è creduto che bastasse sostituire apparati sorprendenti, paesaggi, marine, chiari di luna e splendori di sole ed esposizioni di spettacoli naturali fin qua ignoti a noi e che non avremmo mai veduti e non vedremmo. Non basta. Un fatto che non si colleghi con bell’ordine d’immaginazione a queste esposizioni esula naturalmente dall’interessamento generale dello spettatore. La tela malamente intessuta si rimpicciolisce, e il particolare uccide l’idea. Il pubblico si è già accorto della insipienza e della banalità di molti di questi spettacoli. Egli chiede bensì di commuoversi e d’interessarsi, ma non vuole interrotta o sviata la sua emozione e la stupidaggine lo disgusta. Occorre che degli artisti, dei veri artisti sorveglino da vicino la composizione degli spettacoli ed anche ne apprestino di più umani, di più logici, di più artistici, in una linea che soddisfi l’occhio e la mente nel tempo istesso.

— Ed è a questa nobilitazione della film dunque che voi intendete contribuire?

— E perchè no? Si è piegato a consentire che un suo nobile suggestivo lavoro sia cinematografico un insigne scrittore di grande sensibilità ed onestà artistica: Roberto Bracco. Ha convenuto forse egli, come convengo io, che l’azione di Sperduti nel buio debba nel cinematografo essere più diffusa e variata e che un necessario ordito più peculiare debba esprimere tanti momenti di quella dolorosa concezione che il drammaturgo ha in origine separata dalla sua esposizione più completa, rapida e serrata com’è. La sua fantasia si eserciterà a comporre questo nuovo materiale quasi sussidiario, e l’esperienza di un nostro collega valoroso, Nino Martoglio, il quale si è più avvicinato alla conoscenza tecnica di questa nuova forma di spettacolo, aiuteranno il mio caro amico e concittadino. Il suo esempio m’incoraggia perché mi viene da un artista col quale ho vissuto i primi anni di giovinezza, e che m’è stato di esempio ancora nell’amore per l’arte e pel rispetto per l’arte.

— Spero però che non abbandonerete completamente il teatro per il cinematografo!

— Questo no, ma che volete? La Francia e tutti gli altri paesi offrono proventi ben più larghi a chi fa il teatro e per avventura ne ottenne successo. E l’Italia non troppo. Nel caso mio, visto che io non scrivo che per il teatro dialettale, i proventi sono irrisorii quando si pensa che una sola Compagnia dà le cose mie, La Magnetti intanto ha sciolta la sua (ma spero che lei tornerà alle scene) ed ecco mancanti di colpo i proventi. Più eque e più generose invece le società cinematografiche rimunerano ben più largamente gli autori. Il dunque tiratelo voi…

— Per il momento però il cinematografo non avrà dunque da voi che Assunta Spina?

— Sì, io ho ceduto il diritto, ed essa sarà interpretata da quei due suggestivi artisti che sono Giovanni Grasso ed Adelina Magnetti — come vedete una bella unione di forze espressive. Non è detto però che io non farò delle cinematografie originali, che anzi qualcuna ne ho già disegnata nella fantasia. Penso che v’è da mescolare ai soggetti drammatici i buoni soggetti idilliaci, sentimentali che mandino il pubblico contento a casa e che facciano benedire la cinematografia. Ed io credo che mi metterò precisamente su questa via.

— E l’Assunta Spina cinematografica seguirà fedelmente il dramma originale?

— No completamente, perché bisogna adattarlo alle esigenze tecniche e sceniche della cinematografia, ma il dramma sarà sempre quello.

E Salvatore di Giacomo, con parola colorita e con quel suo gesto largo e sobrio ad un tempo mi spiega le grandi linee della riduzione cinematografica di Assunta Spina.

— Ridurrete altri vostri lavori per il cinematografo, oltre ai lavori originali?

— No. Gli altri miei lavori teatrali non si prestano a siffatte riduzioni per la prevalenza di elementi scenici che non si possono costringere ad ammutolire sullo schermo cinematografico e sopprimendo i quali l’azione perde i suoi caratteri peculiari.

Renato La Valle
(Il Giornale d’Italia) 

Sembra più che evidente l’interesse di Don Salvatore per il cinematografo, e dall’intervista non si direbbe che fosse proprio del tutto nuova per lui la “misteriosa tecnica del cinema”. La versione cinematografica di Assunta Spina con Adelina Magnetti, prima interprete del dramma sulle scene di prosa, e Giovanni Grasso rimase un progetto per motivi che qui sarebbe molto lungo da spiegare. Dall’intervista si capisce abbastanza chiaramente che Don Salvatore aveva pronto un soggetto, forse un abbozzo di soggetto. Com’era la prima versione cinematografica di Assunta Spina scritta da Salvatore Di Giacomo? Assomigliava alla versione Bertini-Serena? Era la stessa?

Per finire, ritornando alle “leggende” intorno a Francesca Bertini (vedere gli extra nel DVD  pubblicato pochi giorni fa dalla Cineteca di Bologna – Fondazione Cineteca Italiana), Vittorio Martinelli era un grande storico del cinema e una persona molto divertente… La storia di Michele Di Giacomo (Miquel), fratello “degenere” di Salvatore Di Giacomo con “una capoccia così” l’ho sentita più volte e non soltanto da lui. Purtroppo, secondo l’anagrafe, Salvatore Di Giacomo, figlio primogenito di Francesco Saverio e Patrizia Buongiorno, aveva soltanto due fratelli: Gustavo (che diventò giornalista professionista), ed Eugenia. Inoltre, che l’autoritaria (e amatissima) mamma Patrizia abbia convinto Salvatore a vendere i diritti di Assunta Spina a Giuseppe Barattolo nel 1914 risulta molto improbabile, per non dire impossibile: Patrizia Buongiorno morì a Napoli il 21 luglio 1909. Tutto questo “io dissi” a Vittorio nel lontano 2003, lui non si arrabbiò affatto, anzi mi disse: “Vuoi fare il prossimo libro su Francesca Bertini con me?”. Un caro saluto Vittorio, là dove tu sia!

Un grand acteur vu par un grand peintre

Rudolph Valentino et Beltran Massès
Rudolph Valentino et Beltran Massès

Souvenirs du peintre Federico Beltran Massès.

Après des semaines de travail, Massès vient de terminer le portrait de Valentino. Rudy, très fier, a choisi, dans le salon de Falcon Lair, une place particulièrement bien, où le grand tableau a été installé. Et, depuis plusieurs jours, c’est un défilé de photographes et des reporters. On interviewe Massès et Valentino, on les photographie tous deux, debout devant le portrait de Rudolph…

Seul avec Beltran, l’enthousiaste Valentino continue de parler peinture.

— Je suis si content d’avoir eu l’idée, pour ce portrait, de revêtir mon costume de caballero espagnol, dit-il, dit-il.Savez-vous que, de tous les costumes, c’est celui que je préfère? Mon rêve serait de toujours interpréter, à l’écran des rôles espagnols ou arabes. Et je voudrais un jour, être, dans un film, un jeune radjah hindou…

Pour l’instant, en attendant de devenir radjah, il est indispensable que Rudolph se transforme en cosaque russe. Les prises de vues de l’Aigle noir viennent de commencer. Chaque matin, Valentino se rend au studio, accompagné de Massès, qui est devenu son ami inséparable. Et Beltran s’amuse de la métamorphose quotidienne de l’acteur: on voit entrer, dans une loge d’artiste, un Rudolph moderne, élégant, en complet beige ou gris perle.

Un quart d’heure après, la porte s’ouvre, et un jeune cavalier cosaque surgit, plus russe que nature, magnifique de force et de grâce sous le dolman et le haut bonnet à poils…

Au travail! Après avoir vérifié son maquillage, Valentino entre dans le champ des cameras et des sunlights. Et, dès cet instant, il cesse d’être lui-même pour devenir vraiment « l’aigle-noir ». Beltran s’émerveille de voir la conscience, l’enthousiasme et l’opiniâtreté que Rudolph apporte à sa tâche. Cet acteur adulé est perpétuellement  obsédé par cette idée: « Jouer mieux, encore mieux, se surpasser soi-même. Et, insensible aux compliments, il demande à Massès de jouer le rôle de critique.

— Ce jeu de scène, comment était-il Beltran?

— Très émouvant, Rudolph, il me semble…

— Vous êtes sûr? Mais peut-être cela pourrait-il être encore beaucoup mieux? Je vais recommencer…

Dix fois, vingt fois, Valentino reprend une scène, sans se soucier de sa fatigue…

Les jours passent. Massès, rappelé à Paris par ses affaires, annonce son départ, non sans regret. Il s’est pris à aimer Rudolph comme un frère. Et il sait que le jeune acteur aurait, en ce moment plus que jamais, besoin d’avoir auprès se soi un ami sûr. Le désaccord entre Natacha Rambova et Valentino s’aggrave chaque jour, le divorce paraît inévitable. Et Rudolph, tous ces derniers temps, a été très malheureux. Il y a quelques jours, entrant dans la chambre de Valentino, Massès l’a trouvé en larmes, un revolver à la main et parlant de se tuer…

— C’est idiot, Rudolph! a-t-il crié. Vous tuer, à votre âge, avec l’avenir qui vous attend, êtes-vous fou? Vous allez poser ce revolver et me jurer de ne plus jamais avoir d’idées pareilles…

Rudolph a promis d’être raisonnable. Mais il reste sombre et, en dehors de son travail, n’a de goût pour rien.

Heureusement, si, chez Valentino, les crises sentimentales sont violentes, elles sont d’assez courte durée. Ayant un peu reculé son départ, Massès voit avec joie l’humeur de Rudolph devenir peu à peu plus sereine. Le travail et l’amitié aidant, le jeune acteur retrouve un peu de son calme habituel, se reprend à sourire à la vie.

La veille du départ de Beltran, Rudolph aborde avec le peintre une question délicate.

— Ce portrait que je vous avais commandé, Beltran, vous me l’avez donné, au lieu de me le vendre. Cela ne peut rester ainsi. Je voudrais, au moins, que vous emportiez un cadeau, un souvenir de moi. Dites.moi ce qui pourrait vous faire plaisir?

Devant l’insistance de Valentino, Massès se décide.

— Eh bien! puisque vous le voulez, savez-vous ce que j’aimerais? Que vous me donniez votre chien Hollywood.

A la surprise du peintre, Rudolph a l’air désolé.

— Oh! non, Beltran, demandez-moi autre chose, n’importe quoi… Mais pas ce chien, je l’aime tellement…

— Nous trouverons autre chose, alors, Rudolph…

Et le peintre oublie l’incident. Le lendemain, Valentino accompagne Massès à la gare. Le train ne part que dans une demi-heure. Les deux amis se préparent à l’attendre ensemble, quand soudain Rudolph pousse un cri:

— J’ai oublié quelque chose à la maison, attendez-moi, je reviens tout de suite!

Il court, saute dans sa voiture, démarre à fond de train. Et, au bout d’un quart d’heure, Massès voit arriver Valentino et son chien Hollywood. D’autorité, Rudolph hisse l’animal dans le compartiment.

— Je vous donne mon chien, Beltran, dit-il, tout essoufflé…

Et, avant que le peintre ait pu dire un mot, Rudolph l’embrasse sur les deux joues et quitte le wagon…

Paris. Depuis des mois, Massès n’a pas vu Valentino. Mais, régulièrement, le jeune acteur lui envoie de ses nouvelles. De Hollywood d’abord, puis de New-York, puis de Londres, où Rudolph est venu assister à la présentation de l’Aigle noir.

Enfin, Rudolph arrive à Paris. Pendant huit jours, les deux amis ne se quitteront guère.

Un soir, de lui-même, Rudolph entre dans la voie des confidences:

— Beltran, il fat que je vous annonce quelque chose: je suis amoureux…

— Je m’en doutais, fait, Massès, en riant un peu.

— Oui, mais ce que vous ne devineriez jamais, c’est de qui je suis épris: de Pola Negri… Je l’ai rencontrée chez Marion Davies, à Hollywood. Et, maintenant, nous sommes presque fiancés. Je reviendrai à Paris avec elle, Beltran, et vous ferez son portrait, n’est-ce pas?… Je crois que je vais être très heureux. Cette fois, les mauvais jours sont passés, la vie est belle…

Le lendemain, Rudolph, toujours rayonnant, repart pour l’Amérique, où il doit retrouver Pola Negri. Les semaines, les mois passent. Et, un jour, en ouvrant le journal, Beltran Massès pousse un cri: Rudolph Valentino est mort, à trente et un ans, d’une crise d’appendicite…

Claude Dorè
(Ciné-Miroir, 5 Juillet 1929)