Prima parte della storia di Arturo Ambrosio e la sua casa di produzione: dal negozio a Torino, al primo film: Corsa Susa Moncenisio 1905, proiettato al Cinematofono, via Roma 25 (Spettacolo misto di Cinematografo e Cinematofono) il 17 luglio 1905, la corsa era del giorno prima; il primo marchio cinematografico della ditta: Taurus, i diversi cambiamenti fino a diventare Società Anonima Ambrosio; il primo teatro di posa (via Catania 30, Torino); i primi film di successo (Serie Oro), i “dal vero” (fotogrammi di La guerra italo-turca, 1911), premio del 1911 per Nozze d’oro; la commemorazione dei Mille di Garibaldi nel cinquantenario dell’unificazione d’Italia; i diversi generi: dalla commedia al dramma, il giallo; le grandi firme (Gabriele d’Annunzio); i film a episodi; una casa di produzione italiana apre la filiale americana: Ambrosio American Co.; accordo con la Photo Drama di George Kleine; i collaboratori: Giovanni Vitrotti (in Russia, vestito da cosacco 1911), Roberto Omegna direttore tecnico, gli attori (ho messo soltanto qualcuno: erano troppi!); i cinema dedicati all’Ambrosio dal suo affezionato distributore Giuseppe Barattolo (a Roma, allora Padiglione Colonna, adesso Galleria Alberto Sordi, ma il cinema non c’è più), il nuovo teatro di posa verso la Dora, autunno 1914, e lui… il factotum: il pioniere Arturo Ambrosio 1870-1960.
Disegno di Riccobaldi per il film La Nave (1921) archivio in penombra
Rimanendo nella 4a edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone (1985), insieme a Consuelita del quale parlavo nel post precedente, tra gli eventi musicali del festival c’era nientemeno che la seconda versione cinematografica di La Nave di Gabriele D’Annunzio. Una produzione, o meglio una super-produzione della storica casa Ambrosio di Torino, aiutata nell’oneroso impegno dalla casa Zanotta di Milano, anno di grazia 1921. In realtà 1919-1921, due anni di lavorazione.
Le cronache dei tempi nostri affermano che fu un flop sensazionale, una crosta come direbbe un famoso storico-critico-ricercatore-attore, e nei ultimi tempi presentatore a Mediaset di cinema ritrovato (accidenti! anche lui con lo stesso titolo…). Vediamo invece cosa ci racconta un quotidiano dell’epoca:
La Nave al Cinema Modernissimo e al Quattro Fontane di Roma
Il commento cinematografico de La nave di Gabriele D’Annunzio segna indiscutibilmente una data nella storia artistica della cinematografia italiana. Si tratta di un lavoro che sia per il soggetto di grandiose proporzioni, sia per la qualità degl’interpreti, sia per la superba ricchezza della messa in scena, si impone alla considerazione del pubblico e — malgrado i suoi difetti — solleva le sorti della cinematografia.
Riservandoci di dare un accurato giudizio sulla grande evocazione dannunziana, riproduciamo quello del Tempo che, secondo noi, è fra i più esatti apparsi nella stampa romana.
« Questo commento cinematografico, secondo la definizione della Casa Editrice, alla tragedia d’annunziana, è fatto col più attento rispetto dell’opera del poeta e con la cura scrupolosa di non offuscarne mai gli intendimenti artistici; il che sarebbe certamente accaduto se la riduzione avesse concesso, per amore di più facili effetti, a quel gusto popolaresco da cui sono inquinate di solito le traduzioni cinegrafiche dei lavori letterali a sfondo storico o leggendario. C’è dunque nel commento un lodevolissimo senso di misura e di sobrietà, che costituisce la ragion prima della sua efficacia, e, in complesso, si può veramente affermare che, anche sotto l’aspetto cinematografico, La Nave sia un’opera riuscita. A nostro avviso, difetta però in essa la parte stilistica e formale: avrebbe cioè dovuto essere più studiata e intensa la tecnica cinefotografica (che è appunto la forma, lo stile del film e dipende quindi dalla direzione artistica) per corrispondere, pur con i mezzi diversi di cui la cinematografia si deve necessariamente servire, all’altezza, complessità e raffinatezza della forma letteraria di questa come di ogni altra opera dannunziana. La riduzione si sarebbe certo avvantaggiata da una maggiore ingegnosità di accorgimenti e di espedienti tecnici; da una più ricca virtuosità, insomma, di espressione visiva. Da cui sarebbe stato senza dubbio dissipato anche quel senso di squilibrio, che, talvolta, nonostante la dignità sostanziale delle scene e dei quadri, si stabilisce tra la perfetta letterarietà delle diciture, o titoli che dir si voglia, e il semplicismo meccanico con cui i quadri e le scene corrispondenti sono realizzati.
La interpretazione di Ida Rubinstein (Basiliola) è veramente ottima. Da Galaor, nella parte di Marco Gratico, avremmo desiderato una varietà e una forza di espressioni che mancano al gioco della sua fisonomia. Migliore, ci è parso, sotto questo aspetto, il Galvani (Sergio Gratico). Molto bene la Tarlarini nelle vesti di Ema. Discreti gli altri.
In conclusione, si tratta di uno spettacolo che ha molti elementi di bellezza e di nobiltà, e dobbiamo essere grati alla Casa Ambrosio (già benemerita, sotto tanti aspetti, della cinematografia italiana) di aver voluto e saputo far vivere anche sullo schermo il vibrante poema della celebrazione adriatica ».
Messa in scena, aggiungo io, D’Annunzio Gabriellino e Roncoroni Mario, operatore Narciso Maffeis.
Commento musicale Ildebrando Pizzetti. E fu con questa musica, eseguita la pianoforte, che i fortunati spettatori di Pordenone riuscirono a vedere e giudicare il film… 26 anni fa. Il prossimo passaggio quando? Altri 26 anni?
Puntata del 1° Festival dei Film Ritrovati, Restaurati, Invisibili, segue…
Luigi Maggi, interprete e regista dei film della casa Ambrosio
Ricominciamo il percorso per i film criminosi del 1911 con La dannazione di Caino, secondo titolo La maledizione di Caino, produzione Ambrosio, messa in scena di Luigi Maggi, interpreti Luigi Maggi, Giulietta De Riso. Delitto di gelosia in uno scenario rurale e neorealista, con il solito spettro tenace e vendicativo:
« Due paesani sono innamorati della stessa donna. Il primo, dopo essere stato da lei respinto, vede la calda accoglienza riservata al rivale e decide di vendicarsi su di lui. Costui, per tornare a casa, deve effettuare con il suo carro un lungo percorso su strade di montagna, e il primo, senza farsi scorgere, dà da bere al cavallo del secondo una pozione alcoolica; cosi che, durante il viaggio che porta il carro a sfiorare dei vertiginosi precipizi, il cavallo comincia a sbandare di qua e di là, e alla fine fa precipitare carro e passeggero giù per una scarpata sulle rocce sottostanti: e l’uomo muore. Nessuno sospetta la responsabilità del rivale nell’accaduto; e dopo qualche tempo questi riesce a far breccia nel cuore della donna e a fidanzarsi con lei. Ma comincia allora la sua punizione: dovunque vada, lo perseguita l’immagine dell’uomo che ha ucciso. Perfino durante la cerimonia nuziale, lo spettro si interpone tra la donna e l’uomo, che è sempre più terrorizzato. Lo spettro lo incalza, lo spinge a salire sulla montagna, lo fa ritornare nello stesso luogo in cui è avvenuto il tragico incidente: e qui egli mette un piede in fallo e precipita, trovando a sua volta la morte. »(1)
I delitti riposano per un paio di mesi, siamo in state. La ripresa delle programmazioni nel mese di ottobre porta sugli schermi una Romanza, diventata Santa (Santa Romanza appunto), produzione Cines, interpreti Fernanda Negri Pouget, Gastone Monaldi:
«Battista è l’assistente di un anziano chimico; durante il lavoro commette una grave imprudenza e dovrebbe essere licenziato, ma Bianca, la figlia del chimico, impietosita, interviene presso il padre e il giovane conserva il suo posto. Credendo che Bianca sia innamorata di lui, Battista tenta di abbracciarla, ma la ragazza lo respinge. La ripulsa provoca nell’animo dell’ingrato Battista un desiderio di vendetta: aggredirà il padre di Bianca e lo deruberà, approfittando dell’assenza della giovane, recatasi con il fidanzato a una festa.
Bianca però ha dimenticato a casa lo spartito di una romanza che deve cantare alla festa, e rientra con il fidanzato in tempo per difendere il padre dall’aggressione dell’assistente infedele: nella colluttazione con il fidanzato di Bianca, Battista rimane ucciso. Didascalia finale: «Se non fosse stato per la romanza…». (Da una visione del film)(1)
A proposito, che fine ha fatto il film? Se Bernardini e Martinelli dicono di averlo visto dovrebbe essere in qualche archivio.
Di La vendetta del morto, produzione Ambrosio, soggetto Arrigo Frusta, operatore Giovanni Vitrotti, l’unico interprete segnalato dalle cronache è Mary Cléo Tarlarmi. Ambientazione francese altolocata per la solita storia ispirata dal noto “ride bene chi ride l’ultimo” anche quando sei nell’ al di là:
«Come Gaston Lafont, l’ammalato, l’agonizzante, il morente, s’accorge che sua moglie lo tradisce col miglior amico, il medico curante, una piccola fiamma gli brilla nell’occhio, annebbiato dal male. Manda pel notaio, fa testamento e chiude le labbra ad un ostinato silenzio. A poco a poco le mani si fanno ceree, lo sguardo si spegne, i battiti del cuore diminuiscono. Gaston Lafont è morto. Così i due complici sono liberi finalmente e davanti loro brilla la felicità. E quando il notaio legge il testamento del defunto, nessuno dei due sospetta l’insidia.
«Lascio tutte le mie sostanze a mia moglie a condizione ch’ella si unisca in matrimonio col dottor Piero Baldi, il quale ebbe per me tante cure. In caso di morte di uno dei coniugi, al superstite passerà l’intera eredità.»
Ma il morto conosceva assai bene l’animo dei due colpevoli. E col loro matrimonio la sua vendetta incomincia. La felicità sognata dilegua come brina al sole. In breve, la vita per la povera donna diventa un inferno. Il dottor Baldi non è solo infedele, cinico, dissipatore, ma brutale e violento. E un pensiero l’assilla: in caso di morte di uno dei coniugi al superstite passerà l’intera eredità. Così medita il delitto: con mano ferma versa un potente veleno nel bicchiere della donna e, sorridendo, le porge a bere. Ma la donna ha visto l’atto delittuoso. Come la vita è ormai intollerabile, accetta la morte, e senza batter palpebra, beve fino all’ultima goccia. Poi, appena l’assassino le volge le spalle, con un affilato pugnale, mortalmente lo ferisce. La vendetta del morto è compiuta!». (1)
Il convegno supremo, altra produzione Ambrosio, soggetto Frusta, messa in scena Luigi Maggi, operatore Giovanni Vitrotti. Pure questo ambientato in Francia, stesso ambiente altolocato, epoca imprecisa, ma dalla presenza di una “chanteuse” di caffè-concerto, una sciantosa direbbero in Italia, potrebbe essere il 1911:
« Marcello di Valery, un giovanotto molto elegante e mondano, frequentatore dei salotti più aristocratici, è travolto dalla passione per Gaby, una chanteuse di caffè-concerto, una «piccola donna molto bionda, molto pallida, colle labbra aperte sempre a un enigmatico sorriso di sfinge» e non va più a divertirsi con gli amici. Una sera, tra gli omaggi inviati alla chanteuse dai suoi ammiratori, nota un costosissimo canestro di orchidee, inviato da un inglese, un certo «Harry Pendali»; e la sera stessa segue Gaby – che, con il pretesto di un forte mal di testa, lo aveva congedato – fino al villino dove abita lo straniero. Dopo una notte di attesa, quando all’alba la donna se ne va sulla sua automobile, Marcello affronta il rivale e lo sfida a duello. Prima di lasciarsi, l’inglese si accorda con Marcello perché, chi di loro sopravviverà, si incarichi di punire la donna da cui entrambi sono stati traditi. E’ Harry a rimanere sul terreno, ucciso. La sera stessa, Marcello manda a Gaby, che nulla sa di quanto è avvenuto, un invito a cenare a casa sua: al termine, le offre un grappolo d’uva, porgendole gli acini con le proprie labbra; le racconta intanto la storia del loro amore, rivelandole come l’uva che stanno mangiando sia stata da lui stesso avvelenata. «Gaby, atterrita, balza in piedi, e manda un urlo. Marcello l’afferra, l’abbraccia, la stringe forte: ‘Sì, mormora, sì, dobbiamo morire; dammi le labbra!’».
Veramente non capisco come Mary Cléo Tarlarini abbia potuto incarnare la « piccola donna molto bionda » (data un’occhiata alla foto pubblicata nel primo post della serie criminale 1911).
La fertile e criminosa immaginazione del reparto sceneggiature della Società Ambrosio non si ferma davanti a nulla scomodando persino le feste natalizie. Tutto va bene per il botteghino. In Natale tragico la coppia Tarlarini-Capozzi si rovina a vicenda le feste con un misto di adulterio, gelosia e la solita vendetta, che in questo caso finisce in auto-martirio:
« In occasione del Natale, la contessa Giuliana di Rosalba attende dal marito il regalo di una collana, e l’uomo esce di casa per fare l’acquisto. La contessa prova dentro di sé un sentimento di rimorso, perché sa di non essere degna di un marito così devoto e affettuoso: ella ha infatti un amante. Quando il conte rientra in casa con la collana, trova la moglie già addormentata e, ascoltando le parole sconnesse che ella pronuncia nel sonno, scopre il suo adulterio e in un cassetto trova la lettera «infame» che ne costituisce la prova. Corre allora a prendere la rivoltella, chiedendosi cosa fare: uccidersi? ucciderla? Pensando, immagina una vendetta ancora più tremenda. Nell’astuccio che ha portato a casa sostituisce la collana con la rivoltella carica, con la lettera ‘infame’ e con un biglietto.
Giuliana si sveglia nel cuore della notte, al suono delle campane che annunciano il Natale; scesa dal letto, vede l’astuccio sul tavolo, lo apre, e alla fine comprende e allibisce, leggendo: «Tuo marito sa tutto ed ecco la condanna che egli stesso vuole ch’io esegua di mio pugno!». «Giuliana è troppo fiera, pur nella sua colpa. Bisogna morire. E sa darsi la morte coraggiosamente. Il corpo dell’adultera stramazza sul tappeto, mentre l’eco della rivoltella si diffonde nella notte solitaria unendosi al clangore festante delle campane…»
Mi pare molto interessante l’introduzione dei due elementi sonori come epilogo della storia: l’eco della rivoltella che si diffonde mischiato al suono delle campane…
E adesso basta, sospendiamo per qualche post queste cronache del crimine per darci alla pazza gioia. Vi racconto in un paio di giorni.
1. Aldo Bernardini, Vittorio Martinelli, Il cinema muto Italiano 1911 – I film degli anni d’oro; Biblioteca di Bianco e Nero – Centro Sperimentale di Cinematografia 1996.