Ritrovati restaurati e visibili

pina menichelli
Pina Menichelli sulla copertina della rivista torinese La vita cinematografica

Come dicevo, Le Giornate di Pordenone sono le pioniere (in Italia) del film ritrovato e restaurato, la prossima edizione sarà la 30a.

Dei film italiani presentati a Pordenone e Bologna sono visibili soltanto questi, alcuni ormai introvabili.

Date invece un’occhiata a questa pagina nel sito Silent Era: Silent Film Collection 1890-1934, e poi, se volete, confrontate i titoli presentati a Pordenone e Bologna.

Ma il peggio non è questo, il peggio è che il cinema muto italiano corre il rischio di scomparire dalla memoria collettiva… mondiale.

Poche settimane fa leggevo una intervista ad un famoso Indiana Jones del cinema, dove raccontava come nella sua collezione c’era una copia di certo film di Pina Menichelli, ma aveva poche possibilità di trovare uno sponsor per il restauro perché, parole testuali: “senza nessuna vedette, non interessa a nessuno”.

No comment… L’Indiana Jones del nitrato d’argento perduto ragiona come un imprenditore, dal suo punto di vista ha ragione.

Nemmeno io credo che i film del cinema muto italiano abbiano un ampio mercato, ma se è per questo, possiamo dire lo stesso di una gran parte dei film nella lista del sito Silent Era.

Cosa c’è che non va nei film italiani?: l’invisibilità. Perché non si riesce a farli conoscere di più?: perché non sono commerciali, nessuna “vedette”. Ma… parliamo di cultura o di fare i soldi con la cultura?

Per il momento, i film del cinema muto italiano ritrovati e restaurati servono come scusa per ottenere finanziamenti: dallo stato e dai privati. Riprendendo il titolo dell’autobiografia di Francesca Bertini: Il resto non conta.

Pina Menichelli Castroreale 10 gennaio 1890

Pina Menichelli 1918
Pina Menichelli 1918

Roma, ottobre 1918. Sono andato alla Rinascimento che il cav. Carlo Amato dirige con tanta cura, con tanto amore e con tanta sapienza, per conoscere davvicino Pina Menichelli. La Rinascimento è al vicolo dei Parioli, nell’aperta e ubertosa campagna romana, ma io ho percorso tutto il lungo e maestoso viale dei Parioli ed ero per giungere alla plebea e garrula Acquacetosa se un’anima di Dio non m’avesse indicato con precisione il vicolo campestre ove ha dimora la nuova Casa romana. Sono giunto impolverato e sudato ed alla giovinetta che m’ha aperto il cancello della villa stavo per chiedere invece della Menichelli… un bicchier d’acqua.

Pina Menichelli non era nella villa, era giù, nel fondo d’un vialetto ove sorge il teatro di posa. È venuta poco dopo in una vettura, da cui è discesa, vestita di bianco, accesa pel vivo color biondo dei capelli che pone dei riflessi rosei sul bel volto ovale. M’ha stesa la sinistra perché la destra stringeva gelosamente… un uovo di gallina.

— È nato or ora! — m’ha detto con compiacenza, dopo la breve presentazione.

— Questa vita buffissima — ho detto io — ormai non ci da che preoccupazioni di genere… alimentare, anzi… di generi alimentari.

— Non mi parli di alimentazione!

— Già. Ma l’aria che si respira qui è di per se stessa un prezioso alimento.

— Bei luoghi, non è vero?

— Bellissimi.

Entriamo nella villa. Pina Menichelli è una di quelle figurine muliebri di pura tempra italiana, che uniscono cioè alla sveltezza armonica delle forme un senso di dolcezza nel volto e nei gesti.

Ma la dolcezza nel volto di Pina Menichelli spesso si aduna negli occhi chiari e allora un’espressione di fierezza scende dal naso aquilino agli angoli della bocca forte e sensuale; quella fierezza istintiva e non d’artificio che abbiamo ammirato nelle varie interpretazioni dell’attrice. Questa volta, contrariamente a quanto spesso mi succede ed in cui — lo confesso — non manca un tantino di perdonabile malignità, non ho chiesto l’età dell’attrice che visitavo. È così giovane ed è così fresca Pina Menichelli, che pare un po’ la primavera!

— Ora — ho pensato — se sembra la primavera, perché mai devo chiederle quante… primavere ha? È assurdo.

E le ho chiesto invece del suo passato artistico che m’interessava di più.

Ma prima di raccontarmi il quando e il come s’iniziasse al lavoro del cinematografo, la bionda e bella attrice m’ha detto d’una sua pena. L’ultimo suo lavoro, La moglie di Claudio, era stato del tutto censurato.

— Del tutto?

— Precisamente.

— Ma scusi: il suo ultimo lavoro non è Gemma di Sant’Eremo?

— Per nulla. È quello anzi un lavoro abbastanza vecchiotto.

— Dicevo, dicevo…

— Che cosa?

— Ecco, scrivendo della Gemma di Sant’Eremo notavo qualche suo difetto che non m’era occorso di vedere in altri suoi lavori. Evidentemente quei suoi difetti erano stati sorpassati diggià. E perché poi hanno censurata La moglie di Claudio ?

— Indovini un po’?

— Veramente con la censura cinematografica c’è poco da indovinare, poiché per essa l’impossibile diventa possibile.

— Orbene, glielo dirò io: perché nel lavoro mi hanno trovata troppo… affascinante!

— No… cioè sì!

— Davvero; non scherzo mica, sa!

— Ma la censura è ora esercitata dalle donne? Perché solo una cattiveria femminile può giungere a questa… deliberazione. Cosicché lei non potrebbe… andare nemmeno per la strada, seguendo il ragionamento dei censori.

— È chiaro.

— Sì, ma è anche bestiale. Con questa morale a pie’ sospinto i signori censori sono diventati semplicemente immorali. Ma trovo pure che tutto ciò fa ridere.

— Già, se tutto quel po’ po’ di denaro speso per la pellicola non gridasse vendetta.

— E questo è anche vero.

Tralasciamo il discorso che ha posto sul viso di Pina Menichelli quella tale espressione di fierezza di cui vi ho parlato e l’attrice mi racconta del suo passaggio al cinematografo.

— Dico passaggio, perché io ero un’attrice drammatica com’erano attori drammatici i miei genitori:

— È siciliana lei, non è vero ?

— Sono nata in Sicilia come potevo nascere in Lombardia… Ho recitato in diverse compagnie e parecchio in quella ultima di Flavio Andò.

— Chissà che non l’abbia intesa recitare a Como con l’Andò… che allora già non recitava più.

— Potrà darsi benissimo. Con la compagnia di Flavio Andò ho recitato, mi ricordo, uno dei primi lavori di Tomaso Monicelli: Prima dell’amore, mi pare. Ma allora Monicelli non era celebre…

Io arrossisco per Monicelli, e dico :

— Ora celebre è anche lei !

— In Italia, no; ma all’estero un pochino; in Francia e in Inghilterra specialmente.

— Anche in Italia.

Pina Menichelli in La verdad desnuda, Cine Popular 1923
Pina Menichelli in La verdad desnuda, Cine Popular 1923

— È troppo gentile, lei. Ma continuo la mia breve storia. Un giorno a Roma fui incuriosita e attratta dalla cinematografia che dalla capitale prendeva il suo pieno sviluppo e le confesso che ritenni maggiormente conforme al mio temperamento artistico più la posa che la recita; non solo, ma i guadagni del teatro drammatico di allora non bastavano più nemmeno alla mia sobrietà… — vede, come sono sincera? — e decisi senz’altro di darmi al cinematografo, senza falsi pudori e senza la scusa di voler provare per diletto o per riposo, ma completamente e coscienziosamente mi diedi ad esso sicura di riuscirvi un giorno o l’altro.

— E in quale Casa entrò?

— Alla Cines naturalmente… Chi non ha cominciato dalla Cines? Ma alla Cines per una strana… consuetudine — in quei tempi, almeno! — appena un’attrice era in maturazione… andava altrove! Così capitò per la Bertini, così per la Jacobini…

— … così per la Menichelli…

— No, il caso mio è diverso. Alla Cines non ho fatto nulla…

— Come nulla?

— Dovevo fare qualcosa, ma intanto mi lasciavano apprendere… le prime nozioni di cinematografia!

— E poi?

— E poi finì che stanca di… non far nulla me ne andai a Torino, all’Itala. Qui, veramente s’è svolto il mio lavoro più vero e maggiore, se non tutto il mio lavoro di attrice cinematografica.

— Lavoro che culmina con Tigre reale e con il Fuoco. Le ricordo perfettamente queste pellicole. Furono davvero il suo battesimo d’arte e la chiara significazione della sua singolare figura d’artista.

E qui i lettori non vorranno certo ch’io ricordi loro questi due avvenimenti del cinematografo italiano che svelarono totalmente la forza artistica di Pina Menichelli, nonostante che talvolta in qualche suo gesto fosse ricordata, sia pure lievemente, qualche altra attrice. A rendere gli avvenimenti più cospioni concorsero i nomi degli autori dei lavori e cioè i due più grandi scrittori italiani contemporanei: Giovanni Verga e Gabriele D’Annunzio e un misterioso direttore di scena che si nascondeva sotto lo pseudonimo di Piero Fosco. Ricordate la scritta sui cartelloni? Piero Fosco vigilò l’esecuzione. Il Fosco non era poi che il torinese rag. Pastrone che nella nostra messa in scena cinematografica recò davvero un geniale rivolgimento.

La Menichelli in questi due lavori dimostrò di essere la più significativa delle nostre attrici negli impulsi della più umana passione, quella che unisce gli uomini alle donne, che sconvolge, che accieca, che prostra le creature mortali, e gli spettatori fremettero dei suoi fremiti come si intenerirono dei suoi abbandoni, abbandoni che assursero ad una potenza da poche interpreti raggiunta, specie in quello supremo che si estingue nella morte.

Pina Menichelli mi parla della funzione del direttore di scena nella cinematografia e ci troviamo perfettamente d’accordo. Poiché come me ella pensa che l’animatore e il creatore d’un lavoro è sopratutto il direttore di scena.

— Eppure — aggiungo — con le attrici di cinematografo che ho intervistato in altri tempi non s’è mai parlato di direttori di scena. Ognuna delle mie gentili pazienti riteneva in buona fede d’aver portato al trionfo, da sola, il lavoro interpretato. Ciò che dice lei è molto simpatico.

— Mi pare di essere più sincera, io!

— No, lei è solamente sincera. Una superba interpretazione non potrà mai assurgere ai fastigi del successo se non è contornata da mille piccoli o grandi contributi. Chi misura, chi equilibra, chi rende efficaci questi contributi? Il direttore di scena, senza dubbio. Ma poiché il volto del direttore di scena non appare mai sul telone, rendiamogli almeno questa giustizia di parlarne tra persone leali.

— Questa grande giustizia, voleva dire.

— Vuoi parlarmi ora dei suoi ultimi lavori?

— Le ho già detto della Moglie di Claudio, l’ultimo lavoro che ho interpretato per l’Itala. Ma la censura che permette da noi la stessa commedia d’interpreti francesi proibisce la mia forse perché è… italiana, perché pare che le nostre autorità si precipitino avidamente e in tutti i modi a rovinare la nostra industria cinematografica. Ma dicono che sono troppo affascinante ed io non posso tagliarmi il naso, certo, per far piacere, ai censori!

— Senza volerlo, le ho riaperta la ferita.

— È un peccato, non le sembra? Intanto qui alla Rinascimento ho terminato or ora Il padrone delle ferriere e ne sono soddisfatta, ma lei lo vedrà a suo tempo se pure il mio… fascino non continuerà ad offuscare gli occhiali dei censori! Sono felicissima dell’altro lavoro che sto interpretando ora e che ha scritto Giuseppe Maria Viti. S’intitola Il giardino della voluttà ed è originalissimo e pieno di sorprese. Mi piace tanto e lo interpreto con tanta gioia e con tanto ardore che ritengo sarà la mia cosa migliore.

— Ed io non ne dubito, sia per le sue virtù e sia per l’ingegno del collega Viti.

E con questa sincera convinzione stringo la piccola e morbida mano di Pina Menichelli e abbandono la villa quieta, ombrosa e deliziosa.
Giovanni Innocente

Tigre reale – Itala Film 1916

tigre reale
Pina Menichelli, Tigre reale (1916), manifesto di Metlicovitz

Oggi, mercoledì 12 ago 2009 alle ore 21:00, nel corso del Festival Internazionale del cinema muto musicato dal vivo (Strade del Cinema) si proietterà Tigre reale (Itala Film 1916) musicato dal vivo, appunto, da Gavino Murgia, Antonello Salis, Paolo Angeli.

Un bel evento da non perdere se siete in Aosta e dintorni.

Se invece, come me, siete a molti chilometri di distanza non vi resta che aspettare la prima occasione che capiti per andare a vedere questo film.

Copie ritrovate e restaurate di questo film presso la Cineteca Nazionale (Roma); Museo Nazionale del Cinema (Torino); Nederlands Filmmuseum (Amsterdam).

Proiettato nel 1993 al Festival Internazionale Cinema Giovani, in una copia colorata e restaurata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino in collaborazione con la Cineteca del Comune di Bologna, è ritornato spesso sugli schermi in Italia ed all’estero, ma niente edizione DVD o trasmissione televisiva.

Il soggetto, tratto dal romanzo di Giovanni Verga, fu acquistato dall’Itala Film di Torino nel 1912 e venne realizzato soltanto quattro anni dopo, nel 1916. Sembra che alla riduzione cinematografica collaborasse lo stesso Verga, mentre Giovanni Pastrone, alias Piero Fosco “vigilò la esecuzione” della messa in scena, operatori Segundo de Chomón e Giovanni Tomatis.

Per il lancio del film, come nel caso D’Annunzio/Cabiria, la pubblicità insisteva in ricordare il nome prestigioso di Giovanni Verga, ma non dimenticava Pina Menichelli reduce del grande successo commerciale de Il Fuoco, successo che venne un po’ a meno dopo l’intervento della censura. Meno male che Pastrone era uno che non si perdeva d’animo facilmente perché i film di Pina Menichelli incontrarono spesso seri problemi di censura. Dopo Il Fuoco, Tigre reale, La colpa (primo titolo di Gemma di Sant’Eremo), e Meche d’or trovarono molte difficoltà con la venerabile istituzione. In una lettera inedita di Pastrone del 21 marzo 1917 si legge: “le due pellicole Colpa e Meche d’or dormono sempre il sonno del giusto nel limbo dei Santi Padri, attendendo la venuta del Messia sotto forma di una resipiscenza della Censura, per risorgere a nuova vita” (I giorni di Cabiria, Museo Nazionale del Cinema 1997).

Ma cosa avevano di così sconvolgente questi film? Nel caso di Tigre reale i tagli di censura riportati da Vittorio Martinelli sono: « Nella parte sesta, in una delle ultime didascalie, sopprimere le parole: “Sul suo corpo passarono soffi di colvulsione spaventosa, si che le misere ossa par che scricchiolassero”, nonché le scene che precedono e susseguono detta didascalia e precisamente quelle nelle quali si vede Natka contorcersi tra le braccia di Giorgio » (Vittorio Martinelli, Il cinema muto italiano 1916, Bianco e Nero-Nuova Eri 1992).

Nel fascicolo I giorni di Cabiria citato sopra si racconta dei due finali di Tigre reale. L’adozione di un finale alternativo per le copie destinate all’esportazione era una pratica diffusa. Nel finale della copia italiana, Giorgio La Ferlita (Alberto Nepoti), sposa Erminia (Valentina Frascaroli) e ha un figlio, mentre la contessa Natka (Pina Menichelli) muore in solitudine dopo un ultimo appuntamento con Giorgio.

Nel finale per l’esportazione, che sui quaderni di descrizione delle parti conservati nell’archivio del Museo del Cinema di Torino viene definito “speciale inglese”, Giorgio non sposa Erminia. Natka chiede un ultimo appuntamento a Giorgio. Durante l’incontro presso l’hotel dell’Odeon, scoppia un incendio. Natka e Giorgio vengono chiusi a chiave nella camera dal marito della contessa. I due riescono a salvarsi, mentre il marito geloso viene dato in pasto alle fiamme dai capricci di questo finale alternativo.

A questo punto bisognerebbe parlare della fedeltà al romanzo di Verga, ma vorrei raccomandare la lettura del romanzo, che è disponibile gratis su internet.

Magari anche il film fosse disponibile per tutti… senza che per questo si dovesse fare a meno dalle proiezioni musicate dal vivo.