L’Emigrante, Itala Film 1915 primo film italiano senza titoli e sottotitoli


(dal canale SACCOAle su YouTube)

Tanto per mantenere la promessa fatta qualche mese fa al collega di E Muto Fu, qualche appunto sull’avventurosa e contrastata storia del primo film italiano senza titoli e sottotitoli:

All’ultimo momento l’Itala Film ci comunica una notizia che ci riempie di stupore: alcuni compratori di films, collo specioso pretesto che i proprietari di Cinema (fortunatamente esclusi quelli di Torino) si rifiutarono di proiettare L’emigrante senza titoli e sottotitoli, hanno obbligato la Casa di aggiungerveli, diversamente non avrebbero ritirate le copie impegnate!
Non facciamo commenti, perchè dovremmo usare parole riventi contro codesti speculatori incapaci di concepire il bello ed il nuovo: per costoro la cinematografia deve sempre rimanere allo stato primitivo, perchè trattano tuttora il pubblico che frequenta le Sale di proiezione come un branco d’imbecilli e di ignoranti!
Qui in Torino, come a Genova, a Spezia, ecc. L’emigrante si è proiettato senza titoli, ed il pubblico ne è rimasto soddisfattissimo, apprezzando l’innovazione; perchè negli altri paesi tale cosa è impossibile?
(nota della redazione pubblicata nella rivista La vita cinematografica, dicembre 1915)

L’innovazione del film senza titoli e sottotitoli (nel 1915) ebbe invece pieno successo all’estero: “All’Italia spetta l’onore di aver presentato la prima film senza sottotitoli”, dall’articolo The Passion Plays of Italy, pubblicato nella rivista inglese The Bioscope.

Il Fauno – Ambrosio 1917

il fauno
Il Fauno, disegno di Carlo Nicco

Il Fauno, produzione Ambrosio 1917, è una pietra miliare del cinema simbolista italiano. Febo Mari, regista-soggettista-sceneggiatore-interprete, utilizzando contemporaneamente risorse teatrali e cinematografiche, compone un racconto fantastico dove dimostra totale padronanza del mezzo e della messa in scena.

La fotografia di Giuseppe Vitrotti e la scelta delle inquadrature, fanno il resto. Alcune scene dello studio dell’artista, alla luce del camino, sono di una bellezza mozzafiato nell’uso del chiaroscuro, altrettanto le scene dell’idillio campestre.

Il film si apre e si chiude con il regista che recita un verso per presentare la sua storia (in cui appare anche come il Fauno), e lo stesso alla fine, tenendo un inchino finale.

La storia del Fauno è una variante della leggenda Pigmalione.

Una sera, lo scultore Arte (Vasco Creti) lascia Fede (Nietta Mordeglia), la sua modella, da sola nel suo studio con una statua in marmo di un fauno, simbolo di amore.

L’amore primo è il Mito della favola, / ha dalla faccia a l’anca, forme umane, / ha infisso sulla fronte un segno, un rudere / dell’arma dell’offesa. Ha nome il Fauno. / Poggia il peso del tronco sugli stinchi / del capro e sugli zoccoli forcuti. / Fu generato dall’amor di Fede / e formato dal pollice de l’Arte. / Ha l’anima di pietra e non ha torto.(1)

Lei si addormenta e sogna che la statua si anima. Fede ed il Fauno (Febo Mari) s’innamorano.

Il Fauno
Scena del film

Femmina (Elena Makowska), una ricca principessa, acquista la statua, Fede segue il carro di trasporto in campagna. La statua cade giù dal carro, si rompe, e prende vita. Il Fauno e Fede fuggono in campagna.

Così uniti, in un angolo di mondo / Che è come il paradiso della terra, / la Purezza e l’Amore – Fauno e Fede – / vivono i giorni della vita prima.(1)

L’idillio arcaico si svolge in una serie di bellissime località che si affacciano sul mare.

Una reggia non vale una capanna, / e le acque delle fonti e le radici / della terra, sapore hanno più buono / del sangue e della carne palpitante / che sanno di violenza e di delitto. / E quivi il sole luce al giorno oproso / e la pronuba tenebra protegge / il sonno di una notte di quiete. (1)

il fauno
Scena del film

Ma un cacciatore si accanisce su di loro, combatte con il Fauno, e gli spara. L’incantesimo è rotto, e il Fauno torna alla sua forma di marmo. Fede va dallo scultore e intercede per la statua, ma inutilmente. Esaurita da tanto sforzo, si addormenta.
Il Fauno di marmo piange. Fede, svegliandosi dal suo sogno, si rende conto che è passata soltanto un’ora (la durata approssimativa del film), e guarda con meraviglia la statua.

Il Fauno restaurato è stato presentato al Festival di Cinema Ritrovato durante il Congresso FIAF a Bologna nel maggio 1994. Non dico altro, un bellissimo film… Quando lo vediamo tutti?

I versi di Febo Mari contrassegnati (1) appartengono alla brochure di presentazione del film, con tavole disegnate da Carlo Nicco (prima immagine in alto).

Febo Mari

Febo Mari Ambrosio Film
Febo Mari, Ambrosio Film

A Messina, in Via Munizione n. 16, alle ore 10 del 16 gennaio 1881, nasce Alfredo Giovanni-Leopoldo Rodriguez, in arte Febo Mari. (dall’atto di nascita pubblicato nel volume Febo Mari, di Nino Genovese, Edizioni Papageno 1998).

“Nella mia Messina, lungo una di quelle viuzze della città distrutta, che tagliavano a scacchi il quartiere mezzano – il quartiere che scendeva dall’altura della Rocca dell’Andria alla banchina del porto – in una di quelle viuzze bianche e fredde, via di Neve, nel patio di una casa catalana, verso il 1895, cinque ragazzi creavano la Scuola d’Arte” (Febo Mari)

E fu così che…

“Il figlio del barone Giovanni Rodriguez – ed è inutile far cenno alle origini – di nome Alfredo e di anni quattordici, entra a far parte di una Scuola de l’Arte improvvisata, unitamente ad altri quattro coetanei storditi dall’audacia e trascinati allo sbaraglio. Il ragazzo Rodriguez aveva deciso di fare il teatro; il che stava significare che avrebbe dovuto provvedersi di una sala con almeno una pedana, un copione, alcune suppellettili, ed infine un pubblico davanti al quale recitare. Poiché il capo era lui, Alfredo, gli toccò fare praticamente tutto, e se gli altri furono in grado di aiutarlo manualmente, il copione doveva inventarlo e scriverlo lui. Lo fece, col titolo Fratello e la recita, non si sa come, avvenne. (…) Inutile aggiungere che per la famiglia Rodriguez, tentativi e proponimenti del genere erano da considersi ragazzate. Che intanto continuasse gli studi e con profitto, possibilmente.

(…)

Alfredo, come voleva la sua famiglia, prese la sua Laurea in Lettere e Filosofia. Ma la sua vera e segreta vocazione era la scena. Giunto a Milano nel 1905, entra nel Circolo Filodrammatico di Arte Moderna (frequenta Labriola, Leone, Monicelli), impara a recitare frequentando (brevemente) i corsi di Teresa Boetti Valvassura, si scrittura nella Compagnia Franchini-Fumagalli (1908), e dopo tre mesi, lo troviamo come primo attore giovane nella compagnia di Virginia Reiter. Meno di un anno dopo, nel 1909, primo attore con Ferruccio Garavaglia: “A trent’anni era già primo attore in un mondo dal difficile incedere, perché i gradini della carriera erano rigorosamente controllati e misurati dai figli d’arte, i nati da genitori attori cui la scena di prosa apparteneva per diritto atavico”(Lucio Ridenti)

Nel 1911 assume la direzione della Compagnia del Teatro Manzoni di Milano. Un anno dopo, forma parte della più aristocratica compagnia stabile italiana, sempre al Manzoni, diretta da Marco Praga, finanziata da Giuseppe Visconti di Modrone (papà del futuro regista teatrale e cinematografico Luchino, che allora aveva soltanto sei anni), capocomici Tina Di Lorenzo ed Armando Falconi. Ma non è tutto, perché nel 1911, Arturo Ambrosio lo invita a debuttare nel cinema, e lui accetta, naturalmente. Nuove esperienze, nuove possibilità, un “mezzo” di espressione “moderno” tutto da esplorare. Verso la fine del 1912, Febo Mari debutta come regista di Il critico, produzione Ambrosio. Passato all’Itala di Pastrone, recita accanto a Zacconi (Padre), alla Menichelli (Il Fuoco, Tigre reale), dirige Zacconi (L’emigrante), se stesso, Valentina Frascaroli e Felice Minotti (La gloria), ha qualche contrasto con Pastrone (o forse no), e ritorna all’Ambrosio per dirigere, in collaborazione con Arturo Ambrosio, il famoso Cenere, unico film interpretato dalla Duse.

Nel 1917, dirige uno dei film più affascinanti (dal mio punto di vista) della sua carriera: Il Fauno.

Nel 1918 fonda a Torino la propria casa di produzione la Mari Film.

Dirige Francesca Bertini, nella sua Bertini Film, e litigano (così racconta la leggenda). Forse per questo accetta d’interpretare una nuova versione di Assunta Spina, diretta da Roberto Roberti (ex regista della Bertini), prodotta ancora una volta da Giuseppe Barattolo, ma interpretata da Rina De Liguoro. Il quartetto Mari-De Liguoro-Barattolo-Di Giacomo, riprova con Mese Mariano, ma non sembra abbia avuto molta fortuna, sono tempi difficili. Per il cinema bisognerà aspettare il 1937. Per il teatro di prosa no, il teatro di prosa, con qualche breve pausa, è da sempre al centro delle attività artistiche di Febo Mari, qualche anno prima della morte aveva interpretato persino un’operetta, Il pipistrello, di Strauss.

Ho dimenticato di segnalre molti film, ma voglio ricordare che fin dal 1895, Mari ha scritto diverse opere teatrali, soggetti per il cinema (realizzati e inediti), articoli per i giornali, un romanzo (Chissà perchè, pubblicato nel 1933), e poesie, racconti, memorie…alcuni introvabili, altri fortunatamente conservati dalla figlia Isa, attrice e segretaria di edizione (La Dolce Vita), scrittrice anche lei di un romanzo portato al cinema: Nella Città dell’Inferno, interpreti Anna Magnani e Giulietta Masina, regia Renato Castellani.

Febo Mari morì improvvisamente a Roma il 6 giugno 1939. La sua seconda moglie e compagna per molti anni Misa Mordeglia, ci ha lasciato diverse testimonianze (scritte e in video), sulla vita e i tempi di questo affascinante e poliedrico personaggio, un giorno mi decido e cerco di costruire un documentario. Anche a me piace sognare ogni tanto!