La Mimosa di Segundo de Chomón

La Mimosa, produzione Iride Film
La Mimosa, produzione Iride Film (Chomón-Zollinger) 1924

Questo film è un “pezzo” importante nella ricerca su Segundo de Chomón. Si tratta, forse, della seconda prova del processo di cinematografia a colori Chomón-Zollinger, premiato all’Esposizione Internazionale di Cinematografia di Torino 1923, un vero successo secondo la stampa dell’epoca:

Ieri sera all’esposizione di fotografia e ottica ebbero luogo i saggi della cinematografia a colori presentati dall’Ing. Ernesto Zollinger associato al Sig. Segundo De Chomon e che strappavano a più riprese applausi al pubblico che affollava la sala. Si ebbe la dimostrazione che la cinematografia a colori può essere ormai considerata come un’altra vittoriosa conquista. Come i due ingegneri siano giunti a questa perfezione disse con concisa e chiara parola l’Avv. Geymonat, il quale spiegò che è stato possibile ottener tali risultati soltanto dopo che fu risolto il problema di una pellicola pancromatizzata ed ultrasensibile. Questo è appunto il merito dei due inventori che sono due nostri concittadini d’adozione. Il nuovo procedimento rappresenta un indiscutibile progresso sui tentativi precedenti: e cioè la mancanza di riproduzione delle sfumature e delle mezze tinte ed il ritmo innaturale del movimento delle immagini. L’esperimento, a giudizio di pubblico e di tecnici così brillantemente riuscito, è basato sul sistema della dicromia: sistema non nuovo ed impiegato già nell’anteguerra da Smith ed Urban. Ma mentre nei risultati ottenuti fin qui col sistema della dicromia si riscontrava quasi sempre una dominante di colore che soverchiava gli effetti di colori e luce della scena riprodotta, nei quadri presentati dai signori Zollinger e De Chomon tutti i particolari di luce e tutte le sfumature di tinte risaltano evidenti ed efficaci, come le percepiscono i nostri occhi nella realtà. Il sistema di dicromia così perfezionato rappresenta un progresso tecnico e raggiunge una maggior praticità di applicazione industriale anche su quello della tricromia in quanto sono necessari due fotogrammi invece di tre, non occorre un apparecchio speciale né tre operatori come nel sistema a tricromia Gaumont.

Bimbi ed animali, fiori e frutta, cicli e marine, aurore e tramonti, natura morta e natura viva, apparsi ieri sullo schermo, dettero al pubblico l’illusione di trovarsi non in un salone chiuso, ma al cospetto dei grandi spettacoli naturali, tanta era la verità delle coloriture, la nitidezza delle immagini, la naturalezza del movimento. Ormai si può dire che la cinematografia a colori dal campo sperimentale è entrata nella pratica e sarà presto in pieno dominio dell’industria. (Gazzetta del popolo, 4 luglio 1923)

Del film si sa poco o niente: qualche testimonianza, qualche lettera. In nessuno dei volumi dedicati a Chomón si fa il minimo accenno alla casa di produzione Iride Film, proprietari Ing. Ernest Zollinger e Segundo de Chomón, Corso Grugliasco, 14 – Torino.

Lo storico spagnolo Carlos Fernandez Cuenca, pioniere nello studio del cineasta aragonese, scrive che Mimosa fu premiato all’Esposizione di Torino. E’ il primo a raccontare qualche particolare sul film: argomento, sceneggiatura, direzione e fotografia Segundo de Chomón; assistente operatore Roberto de Chomón; 1.222 metri.(1)

Juan Gabriel Tharrats, che dedicò mezza vita allo studio e la “promozione” di Chomón, ci racconta qualche dato in più di “prima mano”, e cioè dai ricordi di Piero Chomon: il film, girato nella Riviera italiana, racconta la storia di un amore adolescente. Tharrats riporta il contenuto di un ritaglio di lettera, senza data, sullo sfruttamento della patente del processo a colori per i signori A. Abberg, Carlo e Hans Lutz, Martino Staehli.(2)

Agustín Sanchez Vidal, storico aragonese come Chomón, apporta un dato interessante, un contratto del 7 luglio 1923 fra Chomón-Zollinger “e altre soci capitalisti”.(3)

Dal volume di Simona Nosenzo apprendiamo che nel 1926: “Simon Mischonsniky – subentrato a Zollinger nei diritti di sfruttamento dell’invenzione – il 19 settembre scrive a Chomón per conoscere il metraggio di un film commerciale colorato con sistema Chomón-Zollinger, che ritiene in suo possesso. Chomón risponde a Zollinger il 26 settembre affermando di non poter soddisfare la richiesta e suggerendo che probabilmente Mischonsniky si riferisce a Mimosa, pellicola che però è rimasta in Italia: ha con sé solo le immagini presentate all’Esposizione Internazionale, ma è comunque pronto ad aiutare il nuovo socio prestandogli il materiale di cui dispone”. La lettera e la velina di risposta sono irreperibili, dopo la morte di Piero Chomón, aggiunge la Nosenzo nelle note.(4)

Se mettiamo insieme tutti i dati il cocktail offre molte possibilità e tanti buchi neri:

La Mimosa, produzione Iride Film, proprietari Ernest Zollinger – Segundo de Chomón, argomento e fotografia Segundo de Chomón, girato nella Riviera italiana, interpreti sconosciuti, metraggio 1.222 metri.

Un contratto del 7 luglio 1923, firmato non si sa dove, forse a Torino.

Il nuovo socio, Mischonsniky, residenza sconosciuta, che nel 1926 vuole sapere il metraggio di Mimosa.

Nel 1926 c’era una copia del film in Italia.

L’immagine che accompagna questo post, una pagina di pubblicità La Rivista Cinematografica, giugno 1924: «Iride Film – Ing Zollinger & S. De Chomón – Torino – 14 Corso Grugliasco – Cinematografia artistica a colori naturali – La Mimosa – Eseguita secondo il processo premiato all’Esposizione Internazionale di Cinematografia di Torino 1923 col Primo Premio di GRANDE MEDAGLIA D’ORO ».

Questa ricerca su La Mimosa sperduta ha molte possibilità, tante quanto altre sorelle sperdute e ritrovate quando meno te lo aspetti. Dico “sorelle” perché in Italia, ai tempi del muto, i film erano al femminile: “la film”.

Inserisco la ricerca in Lost Films, aspetto notizie. E’ benvenuta qualsiasi segnalazione.

1. Segundo de Chomón (maestro de la fantasía e de la técnica), Carlos Fernandez Cuenca – Editora Nacional 1972.
2. Los 500 films de Segundo de Chomón, Juan Gabriel Tharrats – Universidad de Zaragoza, 1988.
3. El cine de Chomón, Agustín Sanchez Vidal – Caja de Ahorros de la Inmaculada 1992.
4. Manuale técnico per visionari – Segundo de Chomón en Italia 1912 – 1925, Biblioteca Fert 2007.

Delitto perfetto 1910

Alberto Capozzi
Alberto Capozzi

Febbraio 1910, la Serie Nera della casa Ambrosio presenta Chi l’ha uccisa, un soggetto nel migliore stile Alfred Hitchcock, firmato dal solito Arrigo Frusta. Azione a carico della coppia Tarlarini-Capozzi:

« Un medico ha deciso di uccidere la propria moglie, Luisa, di cui ha plagiato la volontà per mezzo dell’ipnosi. Mentre la donna si trova sotto il suo controllo, le ordina di bere a una certa ora una bottiglia di veleno, dopo aver scritto in una lettera: « Mi uccido di mia mano e di mia volontà ». II medico poi si reca come suo solito al club, mentre Luisa, rimasta sola in casa, esegue i suoi ordini. Quando arriva la polizia, la donna è morta e non ci sono motivi di sospetto: il domestico, Giovanni, testimonia di essere andato di persona a portare al medico la notizia del suicidio della moglie. II colpevole dunque resta libero, ha compiuto il delitto perfetto, anche se nell’ultima scena sul suo volto si legge lo sgomento. » (1)

Qualche settimana dopo, sempre la casa Ambrosio, sforna un nuovo titolo La più forte, soggetto di Frusta per la serie “mariti assassini”. Mary Cléo Tarlarini nel ruolo della moglie, Gigetta Morano interpreta l’amante, e Capozzi, come al solito, nel ruolo del marito:

« Durante il soggiorno in una località della Costa Azzurra, dove ha accompagnato la moglie ammalata, un uomo si innamora perdutamente di un’altra e per stare con lei si lascia indurre a liberarsi della moglie; e una sera, mentre quest’ultima riposa su di una roccia a picco sul mare, la fa precipitare nell’abisso. I due amanti partono per l’estero. Ma l’uomo è ossessionato dal ricordo della moglie, sente la sua voce che lo chiama. Ritornato nel luogo del delitto, egli respinge l’amante, va come un sonnambulo fra le rocce, attirato inesorabilmente dal mare: finché vi precipita dentro. «L’ammalata, la scomparsa, la morta ha vinto! »(1)

Di donne gelose e di vendetta abbiamo visto qualche esempio, ma in Abbandonata, prodotto dell’Itala Film, la donna fatale finisce per avere la meglio:

« In un villaggio di campagna una giovane coppia va timidamente a chiedere al padre di lei il consenso per le nozze, che viene concesso, e per l’occasione viene organizzata una grande festa. Mentre essa è in corso, una straniera molto elegante appena arrivata dalla città suscita ben presto l’interesse del giovane promesso sposo. La sua fidanzata soffre in silenzio, ma poi, incontrata la sua rivale in un casolare solitario, le rivolge un patetico appello, che non viene però accolto. Esasperata dalle parole di scherno della donna venuta dalla città, la contadina esce dal casolare, ne spranga la porta, poi vi mette davanti un mucchio di fieno e appicca il fuoco. Ma mentre sta ritornando verso casa, incontra il fidanzato, al quale racconta quello che ha fatto: ritorna allora indietro con lui, e sblocca la porta, cercando di salvare la rivale, che giace svenuta tra le fiamme. Il suo innamorato sopraggiunge e riesce a portarla fuori; ma la povera contadinella, soffocata dal fumo, resta prigioniera delle fiamme. »(1)

Sempre dell’Itala, L’abisso, questa volta il soggetto è ambientato nel gran mondo, nessuna traccia sull’autore:

« In un grande albergo della Riviera ligure, un giovanotto squattrinato osserva un noto, facoltoso commerciante, e studia un piano per derubarlo. Camuffatosi con finti baffi e barba, il giovanotto attacca bottone con il mercante e lo persuade ad accompagnarlo su di un ponte sovrastante un ripido burrone. E mentre l’uomo sosta ammirando e commentando la bellezza del paesaggio, il giovanotto con una spinta lo fa cadere dal ponte e poi, calatosi fino in fondo al burrone, recupera dalle tasche dell’ucciso una somma di denaro e gli prende anche un bellissimo anello che porta al dito. Un vagabondo scopre il cappello e quindi il corpo del commerciante. Due anni dopo, l’orfana del mercante è diventata una signorina facoltosa. Un giorno una panne della propria automobile la costringe ad accettare l’aiuto di un giovanotto di passaggio su di un calesse. I due così si conoscono, si piacciono, scoprono di amarsi e si fidanzano. Dopo qualche tempo, il giovanotto manda alla sua bella un mazzo di fiori che adorna un magnifico anello, nel quale la ragazza riconosce però, con orrore, il gioiello che portava suo padre. Presa da un terribile sospetto, la ragazza vuol fare una verifica: ospita nella propria automobile il giovane e poi lo conduce lungo il sentiero già percorso dall’assassino e dalla sua vittima; e quando arriva sulla scena del delitto, osserva attentamente le reazioni del suo compagno, comprendendo, dalla sua emozione, come sia lui il colpevole. Ella allora lo accusa apertamente: l’uomo prima si schermisce, poi cerca di strangolare la sua compagna; ma gli compare davanti agli occhi l’immagine dell’uomo che ha ucciso. Impaurito, il giovanotto indietreggia e finisce per precipitare nell’abisso, trovando la morte nello stesso luogo in cui aveva commesso il suo delitto. » (1)

E’ arrivato il turno della Navone Film che presenta il primo soggetto criminale di “cinema nel cinema”, messa in scena di Guido Ciotti:

Un dramma in una fabbrica di films

« Gli artisti sono riuniti in una sala convegno di una Fabbrica di Films cinematografiche. Il primo attore ha dei sospetti sulla fedeltà della prima attrice, sua moglie. La segue, e la sorprende a conversare col primo attor giovane; questi si allontana imbarazzato, ed il marito si scaglia violento sulla moglie, ma, vinto dall’amore, mentre essa trema e piange, l’abbraccia e quasi invoca il suo perdono. Dopo la distribuzione delle parti agli artisti, il marito li sorprende di nuovo nel proprio camerino: la donna si allontana spaurita dall’atteggiamento minaccioso di lui, il quale, con una calma forzata, dice al giovane che lo ucciderà ove persista ad attentare alla sua pace.
La commedia incomincia, e lo svolgimento di essa, per una strana fatalità, è uguale a quello che i tre protagonisti vivono nella vita reale, e nella scena finale, in uno slancio di furore geloso, il marito, della commedia, gettando via la spada, uccide realmente il suo rivale con un colpo di rivoltella. »(1)

Il soggetto di Vendetta fatale dell’Ambrosio non mi sembra, sulla carta, molto originale:

« Lidia, benché sposata, è ancora disperatamente innamorata di un altro uomo amato in precedenza, che l’ha lasciata e non vuole più saperne di lei. Nella mente della donna prende corpo una folle idea di vendetta. Dopo aver invitato l’uomo a un appuntamento notturno, con la scusa di un ultimo addio, invia una lettera anonima al proprio marito, informandolo del tradimento della moglie e dell’appuntamento. I due uomini si trovano così di fronte e si battono a duello con la pistola. Al momento degli spari, Lidia cerca di fermarli mettendosi in mezzo, ma, colpita da una pallottola, paga con la vita la sua tragica vendetta. » (1)

Nemmeno questo Lotta d’anime, uscito qualche settimana dopo, è all’altezza delle produzioni Ambrosio:

« L’illustre professor Marti, un chimico, durante un esperimento di laboratorio per un incidente perde la vista. Nella disperazione che lo assale, unica sua ragione di vita restano la giovane sposa e la figlioletta. Mentre prende il fresco in una calma notte d’estate in giardino, il professore sorprende un dialogo tra sua moglie e il suo migliore assistente, che si danno un appuntamento nel chiosco giapponese. Brancolando, il cieco va a nascondersi nel chiosco, dove sorprende la moglie, le chiude la gola con una mano di ferro, impedendole di parlare; e quando la porta si apre, il cieco spiana una rivoltella e spara due colpi. «Un corpo cade, la donna sviene e il cieco tende l’orecchio… Silenzio! – Ah! l’ho colpito! E le pupille spente pare che s’illuminino un’ultima volta ancora, davanti alla morte dell’uomo che gli ha rubato l’ultimo raggio di felicità. » (1)

Bisogna aspettare a dicembre del 1910 per ritrovare, con Alibi atroce, il solito marito assassino, freddo ed spietato, interpreti: Alberto A. Capozzi, Luigi Maggi, Mary Cléo Tarlarini. Finalmente vediamo comparire i poliziotti… che arrestano l’uomo sbagliato:

« Il dottor Lawson nasconde sotto l’apparenza dello scienziato «l’istinto dell’uomo primitivo, del selvaggio»: quando scopre che la moglie ha un amante, mette a punto il delitto perfetto. Quando la donna si reca dall’amante, egli la spia, la segue fino a un villino solitario; poi bussa alla porta, si fa aprire, l’aggredisce e la strangola, distendendola quindi sul letto. Poi si rivolge alla polizia, spiegando che la moglie lo tradisce e pregando gli agenti di accompagnarlo per constatare l’adulterio: così quando l’amante entra in casa e scopre il cadavere della donna, viene sorpreso dal delegato di polizia e dagli agenti, che lo arrestano e lo accusano di essere l’assassino. Così «il capolavoro è compiuto». » (1)

Alla prossima con questo testo firmato Arrigo Frusta:

« Penso che la sensibilità del lettore sia la stessa sensibilità dello spettatore; e che il cineasta — per adeguarsi alla sensibilità dello spettatore — eviti, pure lui, ogni e qualunque raffinatezza spirituale, che tanto urta la gente d’oggidì, cosicché produca solo più film di massiccio materialismo. In giro, sui cartelloni della réclame, eroi d’ogni fatta brandiscono armi d’ogni sorta, e carabine e pistole e revolver e mitra. E i titoli, con poca differenza, son sempre questi: Mani in alto!Criminali contro il mondoLa catena dell’odioGangster in agguatoIl ricatto più vileMandato di catturaSezione omicidiDelitto per procuraDelitto alla televisioneIl tunnel del terroreIl terrore dei gangster. Accidenti che mondo! dico io. E: alla grazia che allegria! E intanto mi chiedo se tutto questo sia frutto d’una casta particolare di scrittori, o più specialmente dovuto alla collaborazione d’un pubblico appassionato, la quale segni la grande conquista della istruzione obbligatoria. Perché in questo nostro paese — e certo in tutti i paesi — succede che a nessuno salterebbe il ghiribizzo di mettere in carta una prolusione — poniamo — sulla scrittura dei Longobardi, senza aver appreso qualche nozione di storia, o fare un commento esegetico, non essendo versato nella conoscenza dei Libri Sacri… ma dov’è quell’uomo qualunque, quel libero cittadino che non si creda capace d’ideare e non s’affretti a battere il suo stupendo treatment di vita vissuta, suggerito dal fattaccio di cronaca, e non l’indirizzi alla Scaricamiracoli-Film, o al comm. Ciarlivendoli, gran collettore d’Oscar, di palme e di Grolle d’oro?
Arrigo Frusta
(Una Manifattura Cinematografica di cinquant’anni fa, Bianco e Nero, 10/11 1960)

Nota: 1. Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1910 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996)

La collezione Jean Desmet patrimonio dell’umanita

La collezione Jean Desmet patrimonio dell'umanita
La collezione Jean Desmet patrimonio dell’umanita

Una buona notizia per il Film Museum e per tutti noi: La collezione Jean Desmet è stata nominata dal registro dell’Unesco Memory of the World.

The Desmet Collection was acquired by the Netherlands Film Museum in 1957. It is the professional legacy of the cinema owner and film distributor Jean Desmet (1875-1956) and consists of almost 900 – predominantly foreign – films, a business archive and thousands of posters, stills, programmes and flyers. There is no other collection in Europe containing such a wealth of information about film distribution and cinema operation in the period 1907-16. Furthermore, the film collection contains a large amount of material that is actually nothing less than a representative sample of the commerciai stock of its time. These films come mainly from France, the United States, Italy, Germany, Denmark and to a lesser extent Great Britain, Russia, Sweden, Austria, the Netherlands and Belgium. All the popular genres of the time are present in both short and long form: dramas, comedies, variety numbers, travelogues, scientific documentaries, actualities and cinema newsreels. Many of the films are no longer extant in the countries where they were first produced.

Ivo Blom (Jean Desmet and the Early Dutch Film Trade, Amsterdam University Press 2003)

Molti auguri al Netherlands Film Museun per il meritato riconoscimento, per conservare, preservare e restaurare questi tesori.

Come sicuramente sapete, un fetta consistente della collezione sono le copie, uniche al mondo, dei film italiani “degli anni d’oro”. Quelli che tutti noi vogliamo vedere. Approfitto dell’occasione per sollecitare, ancora una volta, il rilascio in DVD di qualche film italiano.

Grazie in anticipo!

(Grazie a Ivo per il libro! Auguri anche a te!)