Luciano Michetti Ricci

Poche ore fa ho ricevuto la notizia della scomparsa di Luciano Michetti Ricci e mi dispiace tanto che non posso fare a meno di parlarne. Non ho trovato niente sulla stampa (nel web). Sembra che questo silenzio intorno alla sua scomparsa, come mi ha spiegato sua moglie, sia una cosa proprio voluta da lui. Ma io difficilmente riesco a stare zitta e vorrei ricordare a tutti i suoi amici che magari, un piccolo omaggio se lo meriti e come.

Luciano Michetti Ricci era una delle persone più colte, curiose, gentili e disponibili che abbia mai incontrato. Sembra la solita frase di circostanze, ma non è così.

Ricordo molto bene una delle prime volte a casa sua, quando “ereditai” uno scatolone di ritagli stampa, un vero tesoro di preziose ed introvabili informazioni che lui, per molti anni, aveva accuratamente conservato e catalogato, e che io non vedevo l’ora di sfogliare. Mentre Armando, ironicamente, diceva qualcosa come “non so dove andiamo a finire con tutta questa carta”, Luciano, sulla soglia della porta e sempre con sorriso sulle labbra, molto complice nei miei riguardi rispose: “Già, ma quando uno ha la passione…” Forse perché lui, di passione ne aveva tantissima ma, allo stesso tempo, era felice di condividerla. E questo, nel mondo dei ricercatori è non è abituale, tutt’altro.

Giornalista, regista, storico del cinema (e di molto altro), era un pozzo di conoscenze senza fondo, un ricercatore instancabile, ed un vero signore d’altri tempi pieno di comprensione e di pazienza.

Vi propongo un astratto del suo saggio sul cinema in cartolina del 1985 che forse vi risulta familiare… la “versione originale” è questa:

« La storia del cinema passa anche di qui, non può scordare quei milioni di rettangoli di carta nove per quattordici chiamati cartoline che, riproducendo i volti magici di Francesca Bertini, di Valentino della Garbo o Gary Cooper, hanno distribuito altrettanti milioni di illusioni: il possesso concreto, fisico di un pezzo del sospirato divo e, insieme, l’ingresso in quel mondo.
Il divismo cinematografico, la grande macchina per costruire e vendere miti e sogni, ha funzionato per mezzo secolo attraverso tutto il colossale armamentario che sappiamo: il cosiddetto culto dei divi era incrementato da rutilanti kermesse devozionali (festival e consegne di premi), dai volumetti con le storie edificanti delle “stelle”, dai giornali specializzati nel ravvivare la fede con foto, esaltazione di prodigi, con leggende e indiscrezioni, e infine dalle cartoline, appunto, valide come “santini”, immaginette sacre e, se con autografo, vere e proprie reliquie dell’idolo. È un’epoca definitivamente tramontata, altri miti dominano oggi l’Immaginario collettivo che non quelli cinematografici. Perciò collezioni come quelle dei materiali divistici hanno — al di là dei ricordi personali e delle emozioni dei raccoglitori — un valore tutt’altro che trascurabile di “documento storico”. Tanto per fare un esempio, varrebbe la pena di analizzare le differenti maniere con cui gli attori, attraverso i decenni e nei vari paesi, si offrono all’obiettivo del fotografo e si potrebbe ripercorrere l’evolversi del costume e del gusto fotografico proprio dall’angolo del divismo in cartolina. Contentiamoci per ora di ricostruire una prima, piccola storia della cartolina cinematografica in Italia, a partire dalle scene di film diffuse da editori pionieri fino al dilagare dei ritratti dei divi. È un’impresa avventurosa, quasi disperata, perché — come vedremo — a parte le molte superstiti cartoline, sono scomparsi gli archivi degli editori, spesso sono scomparsi gli stessi editori: scarse e vaghe le testimonianze. Pochi sanno che gran parte delle primissime serie di cartoline di cinema che siano state prodotte nel mondo sono state stampate in Italia, a Terni. Non hanno potuto scoprirlo neppure gli animosi organizzatori della mostra Il mondo in cartolina che, proprio a Terni, nella primavera-estate 1984, ha rievocato le glorie del grande stabilimento tipografico Alterocca, fondato nel 1887. Tipico pioniere di stampo ottocentesco dai baffoni alla Umberto I ma dagli ideali socialisti, il professor Virgilio Alterocca (1853-1910), già direttore di scuole elementari e ispettore scolastico, cominciò l’attività editoriale stampando un giornaletto in una tipografia con un piccolo torchio e pochi caratteri, poi fece l’impresario teatrale con un suo politeama, impiantò nella città umbra la rete telefonica… E nel 1898, intuendo che c’era un futuro per le cartoline illustrate, si specializzò, con la sua tipografia che già si era ingrandita, in quella produzione che lo fece conoscere in tutta Europa e anche fuori. Con una precisa idea di contribuire alla diffusione di una cultura popolare e “alla conoscenza delle bellezze artistiche e naturali”, cominciò con le vedute pittoresche d’Italia per allargarsi a usi e costumi di paesi esotici, agli uomini illustri, alle opere liriche, ai poemi, ai romanzi, all’attualità (se capitava un’eruzione del Vesuvio o un terremoto a Messina), a qualche allegoria osé (nel 1901 la foto di una giovane al telefono, a busto scoperto), alla galleria di stelle del varietà, anticipazione del divismo che esploderà poi col cinema (del resto, la bella Otero, che compare tra queste fascinose, aveva danzato per la macchina da presa nel 1898 a Pietroburgo per un film di venti metri e poi. durante la proiezione, nascosta dietro lo schermo, si era anche “doppiata” sincronizzando il battito dei tacchi). Ma l’archivio della casa Alterocca è stato colpito dai bombardamenti dell’ultima guerra e quel che restava è andato disperso quando lo stabilimento è stato chiuso; e nessuno saprà dirci qualcosa di preciso sul come un bel giorno il professor Alterocca si mise d’accordo con la grande casa Pathé di Parigi per stampare delle serie di cartoline di cinema. Si tratta di scene di film di pochi minuti (quanto duravano allora), girati in Francia fra il 1902 e il 1905, Ricordiamo che in Italia non c’era ancora nessuna casa di produzione; il primo stabilimento cinematografico. l’Alberini e Santoni, fu impiantato a Roma, fuori porta San Giovanni, appunto nel 1905.
Queste cartoline, dunque, con la scritta, piccola piccola, Cinématographe Pathé, furono stampate, a quanto si deduce dai timbri postali di quelle spedite, nel 1904 e nel 1905, per essere diffuse anche in Italia ma soprattutto in Francia, visto che le più hanno solo scritte in francese, altre in francese e italiano.
La serie più curiosa riguarda il brevissimo film La guerra russo-giapponese del 1904, con scene assai movimentate come Attacco di una fortezza, Difesa di Port Arthur, Arresto di una spia,  Esecuzione di una spia. La guerra era in corso e si sarebbe conclusa l’anno seguente con la resa dei 35 mila russi assediati a Port Arthur. Ma questa del film era un attualità ricostruita a Parigi, sotto la guida del braccio destro di Pathé, l’espertissimo Ferdinand Zecca. A rifare gli avvenimenti il cinema aveva imparato già dal 1897. Per una parata militare o la visita di un sovrano si mandava l’operatore a riprendere la scena dal vero, ma per una guerra lontana era molto più semplice e meno pericoloso inscenarla con comparse in uno studiò cinematografico o nelle campagne vicine. Il pubblico decretava il successo di questi “cinegiornali” senza chiedersi se erano veri.
C’è poi la serie di cartoline dedicata alla vita di Napoleone. Il film, composto di quindici quadri, cioè di tanti brevissimi film autonomi (Napoleone alla scuola di Brienne, Napoleone alle Piramidi, Bonaparte nella vita intima, Napoleone e la sentinella addormentata, La morte di Napoleone) raggiungeva complessivamente la durata di 35 minuti. Abbastanza eccezionale in quegli anni. C’è un Don Chiscìotte, un Guglielmo Tell, un Cristoforo Colombo e c’è una spassosa scena comica: un uomo inseguito da otto donne, tutte con un gran cappello, come usava. In questo caso non c’è scritto che film è, ma sulla scorta dei vecchi cataloghi Pathé non è difficile scoprire che si tratta di Dieci donne per un marito, storia di un tizio che mette un annuncio sul giornale per trovar moglie, ma all’appuntamento si presentano troppe donne e lui cerca scampo nella fuga, inseguito a lungo da tutte.
Ebbene, il paziente lettore si starà già chiedendo quando mai arrivano le cartoline dei beneamati divi. Risposta: ovviamente, arrivano col divismo. E in Italia di una vera esplosione della popolarità degli attori del cinema — tale da giustificare l’emissione di cartoline — non si parlerà che durante la prima guerra mondiale. Bisogna ricordare che nei primi anni del cinema gl’interpreti di quelle storie che si consumavano in pochi minuti erano del tutto anonimi. Bastava agli spettatori la meraviglia sempre rinnovata di vedersi animare sullo schermo quelle figure, la curiosità per l’intreccio. Soltanto quando si cominciano a scritturare celebrità del teatro, se ne sfruttano come richiamo i nomi Nel 1908 in Francia perfino la grande Sarah Bernhardt si lascia catturare dal cinema (ma ne resterà delusa). In Italia nel 1910 tocca a Ermete Novelli figurare nelle locandine del film Re Lear (con accanto una ragazza ancora sconosciuta Francesca Bertini). È in quegli anni che le case di produzione prendono la consistenza di vere industrie, le sale di proiezione si ingrandiscono e si cominciano a produrre film sempre più lunghi. Con il colosso Quo Vadis? di Guazzoni del ’13 e, l’anno dopo, con Cabiria di Pastrone il lungometraggio trionfa definitivamente. E poco alla volta non conta più soltanto la vicenda, ma anche l’attore via via emerge, viene ripreso più da vicino, attira attenzione e interesse del pubblico. C’è chi scrive ai giornali specializzati per avere notizie su questo o quell’interprete di cui ha imparato, da un film all’altro, a riconoscere la fisionomia. Ecco, quando lo spettatore comincia a interessarsi a un attore al di là del personaggio del film (e poi vorrà sapere chi è, come vive, i suoi gusti e le sue abitudini) vuoi dire che sta per nascere il divo. Ma prima di entrare nel mondo dei divi va registrato il sempre più frequente uso di cartoline diffuse dalle case di produzione e dai principali cinematografi per lanciare i film.»
Luciano Michetti Ricci, Il Cinema in Cartolina
(La Cartolina, anno 5° N. 3 lug. sett. 1985)

Contro il cinematografo

Cesare Dondini
Cesare Dondini

La prima campagna della stampa italiana contro il cinematografo è del 1908, promossa dal quotidiano La Gazzetta del Popolo. In varie riprese, si criticava artisti e pubblico, considerando il cinematografo come “corruttore del sano popolo italiano”. Nel 1909-1910, la campagna fu ripresa da altri quotidiani, come il Corriere della Sera, che definì i soggetti cinematografici “romanzi per analfabeti”.

La notizia della fondazione della Film d’Arte Italiana (marzo 1909), provocò un’ulteriore alzata di scudi contro il cinema. Promotore dell’iniziativa cinematografica, per conto della Pathé Frères, era l’impresario Adolfo Re Riccardi, rappresentante per l’Italia dei diritti degli autori francesi, e presidente, sempre per l’Italia, della VELF (Vente et Location de Films). Come direttore artistico fu scelto Ugo Falena, figura di primo piano nel mondo teatrale, e come interpreti, seguendo la norma della sua sorella Film d’Art francese, alcuni fra i più quotati interpreti teatrali del momento. Quest’ultimo scatenò il finimondo e Cesare Dondini, della compagnia del Teatro Argentina di Roma, venne messo fuori dalla porta senza tanti complimenti, ecco una sua lettera pubblicata dal giornale teatrale Il Tirso:

Bologna, il 22 agosto del 1909. Caro de Benedetti, Ti sarò grato se vorrai pubblicare che il Consiglio della Compagnia Drammatica di Roma, di cui facevo parte sino a ieri, à creduto giusto e opportuno sciogliermi improvvisamente dal contratto triennale e pretendere il pagamento della penale, adducendo il motivo che essendomi io prestato a impressioni cinematografiche preparatorie (di cui l’esposizione non è ancora avvenuta né si sa quando avverrà) avevo violato i patti contrattuali. E l’articolo di scrittura del quale il Consiglio crede attingere lo strano diritto è questo: Art. 3 – L’artista non potrà, senza autorizzazione, prender parte a nessun altro spettacolo, sia pubblico che privato, come stabilisce l’art. 17 del Regolamento (Il quale art. 17 del Regolamento dice: L’artista che dovesse assentarsi ecc… ecc…, o che fosse invitato a recitare anche in luogo privato, dovrà prima chiedere il permesso ecc…) Non faccio commenti per ora sull’inusitato e grave provvedimento, né discuto lo strano giudizio; mi rivolgo subito ai tribunali per ottenere giustizia, certo che frattanto i colleghi che da vent’anni mi hanno compagno onesto, retto e vigil difensore – sia pure con deboli forze – si leveranno in una solenne protesta civile ed artistica. Ti ringrazio sicuro del favore e sono Cesare Dondini.

Ma non bisognava credere troppo nella solidarietà dei colleghi, e Dondini venne condannato a pagare la penale e tutte le spese legali due anni dopo. Dondini aveva partecipato al film Otello, interpreti principali Ferruccio Garavaglia e Vittoria Lepanto, esterni a Venezia. Questa è soltanto una mia teoria, ma può darsi che per risolvere definitivamente la questione, la Film d’Arte Italiana si rivolse nientemeno che a Ermete Novelli, una delle figure più prestigiose e popolari del teatro di prosa. Lo racconta Franco Liberati nel volume 20 anni di vita e di palcoscenico:

Ricordo eravamo col Novelli al Politeama di Napoli. L’avv. Lo Savio aveva cercato invano di convincere il grande attore; sul punto di veder perduta la partita, disse all’interprete di Papà Lebonnard:
— Dite un po’: voi avete mai veduto recitare Ermete Novelli? No, eh? Ebbene, col cinematografo lo vedrete… Vi vedrete!
Fu l’argomento ad hominem. Gli occhi dell’artista sfavillarono: a lui parve gli avessero proposto la erezione di una statua che lo riproducesse in un blocco di marmo nell’eternità, ed accettò.

Molte voci si placcarono, ma non tutte. Mario Caserini, uno dei pionieri del cinematografo, venne qualificato dalla stampa “comico mancato”, reo di aver fondato, insieme a Maria Gasperini che diventerà sua moglie nel marzo 1911, la prima Scuola d’Arte Cinematografica, con sede nella romana Galleria Sciarra. La casa di produzione per la quale lavorava allora era la Cines, che già nel 1907 aveva creato una Compagnia Stabile, diretta da Egidio Rossi, in collaborazione con Maria Gasperini. Dopo l’attacco sui giornali, Mario Caserini e le sue ragioni in favore del cinema come arte vengono accolte in una conferenza celebrata nell’Aula Magna del Collegio Romano il 2 febbraio 1910.

Hollywood 1928: The Changeling, Clint Eastwood, Sergio Leone e Lido Manetti

Lido Manetti
Lido Manetti

I ricordi sono come le ciliegie, uno tira l’altro, e ieri sera, vedendo The Changeling diretto da Clint Eastwood mi è tornata in mente una storia che Sergio Leone raccontava spesso a proposito di Lido Manetti, un attore italiano che aveva lavorato con suo padre, Roberto Roberti. Proprio come in The Changeling la storia, o meglio il tragico finale della storia, è ambientato a Los Angeles nel 1928:

Manetti, che lui aveva diretto in Fra Diavolo, era andato in America per sostituire Valentino. Era bello, alto e molto italian style. Aveva un sicuro avvenire davanti a sé. Chissà quante donne si sarebbero suicidate per lui. Niente di tutto questo, invece. Non gli permisero di diventare un divo. Un brutto mattino, a Hollywood, davanti agli studios della Paramount, un’automobile lanciata a tutta velocità lo spiaccicò sotto le ruote. Non si seppe mai chi era stato a fare il lavoretto e quelle povere donne, anziché suicidarsi per lui, purtroppo dovettero adattarsi a morire di vecchiaia, oppure immolarsi per qualcun altro. Forse fu la mafia. Ma mio padre ripeté spesso che un poliziotto serio, per rintracciare l’autista pazzo, avrebbe dovuto guardare bene in faccia i divi degli anni successivi. Tra loro, sosteneva, ce n’era uno che la sapeva più lunga del procuratore distrettuale di Los Angeles. Anch’io, certe volte, mentre sto guardando un vecchio film in televisione, sono colto da uno strano senso di disagio. Fisso Clark Gable, Dick Powell, Paul Muni, Frederich March, James Stewart e un brivido gelato mi corre lungo la schiena. L’assassino potrebbe essere uno di loro. Capisci? Di Clark Gable, sopratutto, mi sono sempre fidato poco. Osservalo bene e poi dimmi se gli affideresti il tuo portafoglio. Chissà cosa non nascondeva, sotto il baffo, quel suo famoso sorriso. (intervista a Sergio Leone, C’era una volta in America, Diego Gabutti, Rizzoli 1984)

Lido Manetti, di origine fiorentina, comincia la sua carriera giovanissimo, a Roma. Il suo primo film, La principessa (Caesar 1917), in cui debutta con una breve particina, a fianco di Leda Gys, serve a trarlo dalla marea degli anonimi.

In seguito, Camillo De Riso, riesce a farlo scritturare alla Caesar Film di Giuseppe Barattolo e qui Lido assume di colpo il ruolo di primo attore giovane in Malia, compagna Francesca Bertini. Basta questo per affermarlo: tanto al pubblico come ai produttori, le capacità di Lido appaiono chiare e promettenti.

Egli ha il dono di essere simpatico a chi lo guarda e a chi lo conosce. E non ha più un momento di requie: dalla Tiber all’Itala, alla Libertas, alla Fert, ovunque egli lavora miete allori.

Sopravviene la crisi della U. C. I. e allora cominciano i vari contratti a forfait, con i vari registi-produttori: Genina, Gallone, De Liguoro, Negroni, Zorzi.

Ben presto, egli batte anche il primato per il maggior numero delle interpretazioni a fianco delle migliori attrici: Italia Almirante Manzini, Maria e Diomira Jacobini, Linda Pini, Carmen Boni, Rina de Liguoro.

Attaccatissimo al suo paese, rifiuta prima un contratto con la Cineplay di Londra, per un film nelle Indie inglesi; poi rifiuta i reiterati richiami di diverse società tedesche, per quanto la Germania allora fosse considerata come la Mecca del cinema europeo.

Soltanto quando la situazione in Italia si fa insostenibile per mancanza totale di lavoro, Lido si risolve a partire: e sceglie l’America.

Ha poco più di 26 anni; siamo nel 1925.

S’imbarca sulla Dante Alighieri in terza classe, ed è costretto a fare il Natale a bordo, perchè il cattivo tempo ostacola la traversata.

— E’ stato il più orribile Natale della mia vita… — egli scrive alla madre; ma il destino doveva serbargli dei giorni peggiori.

Infatti, rimane fermo a New York quasi un anno, per mancanza di denaro, e spera sempre di imbattersi in uno di quei pezzi grossi dell’industria filmistica. La fortuna lo aiuta: Carl Laemmle, allora presidente della Universal Pictures gli offre un modesto contratto e lo spedisce a Hollywood.

Nel frattempo in Italia, vengono proiettati i suoi ultimi due film: L’ultimo Lord di Genina, con Carmen Boni, e Maciste contro lo sceicco di Camerini.

A Hollywood, dopo una piccola parte in un film della Universal, lo lasciano sei mesi fermo, per poi scioglierlo da ogni impegno perché risultato “tipo non cinematografabile”…
È la miseria; la miseria a Hollywood, nella città del lusso e del cinema.

Ma, una volta tanto, i super-competenti americani avevano sbagliato. Il “tipo non cinematografabile” riesce a fare un provino alla Paramount per un film con Adophe Menjou, nel quale sono già falliti 26 concorrenti… Si cerca un tipo distinto, elegantissimo, un vero gentiluomo europeo e, su tutti, viene scelto proprio Lido, malgrado diversi tentativi di boicottaggio. Si tratta del Signore della notte. Egli con tale interpretazione, sbalordisce lo stesso Menjou, che si affretta a farlo scritturare dalla Paramount come elemento di sicuro rendimento…

Il nostro attore, al colmo della gioia, ritorna alla sua abitazione presso l’italiano Agostino Borgato, e abbraccia tutti; poi, come sempre, quando ha una buona notizia da comunicare, scrive a casa.

Da allora lavorò ininterrottamente. Costretto a portare un nome inglese, scelse quello di Arnold Kent, ma riuscì a imporre la condizione che, in Italia, i suoi film portassero il suo nome italiano: Lido Manetti.

Girò l’Accusata, con Pola Negri, Lo sciabolatore del Sahara, con Gary Cooper, Hula, con Clara Bow, Il mondo ai suoi piedi, con Florence Vidor.

Fu chiesto, poi, in prestito dalla United Artists per la parte di antagonista nella Donna contesa con Norma Talmadge.

Quest’ultimo film, malgrado fosse affidata a Lido la parte ingrata del cattivo, ottenne in America un successo clamoroso e sul nostro attore precisamente si puntarono tutte le attenzioni della critica e del pubblico. Direttore era Henry King. Alla United Artists l’entusiasmo è così grande che si viene nella determinazione di pagare la penale di rottura del contratto con la Paramount, pur di avere l’attore nei propri ruoli. Questa decisione era stata anche provocata dal fatto che su una serie di provini per il film Segreti con interprete principale Mary Pickford, Lido era risultato il più adatto senza discussione. (Morto lui, la parte fu affidata ad un nuovo attore : Leslie Howard). Del resto, Lido aveva anche superato brillantemente la prova fonica all’avvento del sonoro, con una dizione inglese perfetta.

Nulla mancava più; con l’ultima interpretazione, egli si sentiva portato alle più alte vette del suo sogno. Era stato in Italia da pochi mesi, per una visita alla famiglia e a loro aveva parlato tanto di questo ultimo passo che ora, l’essere finalmente “arrivato”, gli metteva nelle vene un desiderio incontenibile di comunicare la notizia. Difatti, cominciò a scrivere:

« Cara Mamma, caro fratello Alberto…

Poi, alle prime righe, squillò il telefono posato accanto a lui…

L’invito a cena, insieme agli amici e ai produttori…

L’incidente…