La vita cinematografica febbraio 1916

Il Giornale, Società Anonima Ambrosio 1916
“Il Giornale”, la grandiosa film che vinse il primo premio al Concorso della Associazione della Stampa Subalpina eseguita dai migliori artisti della Casa Ambrosio col concorso dei giornalisti torinesi.

Febbraio 1916

L’avv. Barattolo continua sempre più a dare alle pellicole edite — o da editare — con marca Caesar, ormai popolare ovunque, evidenti caratteri di superiorità e straordinarietà.

Ecco ora che viene annunziata una serie speciale di lavori, con protagonista Mario Bonnard: difatti abbiamo visto più volte il grande attore nella Capitale e sappiamo come le nuove interpretazioni riusciranno efficacissime e personali. La messa in scena sarà del Cav. De’ Liguoro, l’artista esimio che già, col Bonnard ad interprete, diresse: Fiori d’amore e morte, quel gioiello di due anni or sono, della Gloria.

Ma c’è ancora un’altra notizia: la Caesar ha avuto il permesso da Roberto Bracco di ridurre per il cinematografo La piccola fonte. La popolarità del capolavoro drammatico del commediografo napoletano, lascia prevedere un successo commerciale di prim’ordine; il successo artistico è già assicurato, poiché l’interprete sarà la Bertini (che Teresa!) ed il metteur en scène Giuseppe De’ Liguoro.

Le troupes di Serena, di Camillo De Riso e di Guillaume, continuano regolarmente il lavoro; il primo ha già ultimato: La cieca di Sorrento, che presto ammireremo. Ci assicurano che, oltre alla messa in scena d’una accuratezza insuperata, è notevolissima l’interpretazione; di modo che la riduzione del popolare romanzo di Mastriani, sarà uno dei prossimi grandi successi della Caesar.

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Il Cav. Augusto Jandolo, confortato dal successo di altri suoi drammi, tratti dalla nostra gloriosa storia, ovunque applauditi e suscitatori d’entusiasmo, ha ideato ed eseguito una pellicola episodica della battaglia di Palestro, 1859. Il titolo è: Altri tempi… altri eroi. Vittoria Moneta ed altri interpreti valenti ed efficaci hanno contribuito alla riuscita del lavoro, che conta scene d’imponenza mirabile, oltre che assai commoventi ed interessanti, la Real Film sarà, ancor meglio che con i due precedenti lavori, affermata da: Altri tempi… altri eroi.

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Prima d’iniziare il lavoro Petruska, di Giuseppe Adami, la nuova Casa Apollo del signor Micheli, ha ultimato Gloria di sangue. Ci dicono che sia una film eccezionale e che contribuirà ad imporre l’Apollo Film. L’interpretazione della Terribili-Gonzales è suggestiva, vigorosa, quanto mai efficace.

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Alla direzione della Brune Stelli di Roma, innanzi a un ristretto numero di pubblicisti e di artisti, Fausto M. Martini ha letto un suo nuovo lavoro cinematografico scritto appositamente per la Sig.na Gabriella Besanzoni, la nota artista della scena lirica.

L’impressione riportata dall’auditorio alla lettura del nuovo dramma, uscito dalla potente penna del letterato, è stata grandissima, e la maggiore entusiasta fu la Sig.na Besanzoni (acclamata dal pubblico romano sulle scene del Costanzi, della Scala, del Massimo) che, sedotta dall’arte muta, non sdegna di abbandonare, sia anche temporaneamente, le scene liriche per lo schermo.

Tra il commediografo ed il Sig. Armando Brunero, direttore artistico della Brune Stelli, è già corsa una completa intesa sullo svolgimento del lavoro, e, dato il nome illustre dello scrittore e la nota abilità tecnica del Brunero, siamo certo che un capolavoro, ideato e costruito con somma dignità d’arte, arricchirà il teatro cinematografico italiano.

Questa film sarà la prima della serie Besanzoni che la giovane Casa Romana editerà.

Gli onori della Casa vennero fatti, con la consueta signorilità, dal Sig. Luigi Castelli, proprietario della Brune Stelli Films.

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Con rogito del Dott. Pompeo Piceni, di Milano, venne costituita la Società in accomandita semplice Luca Comerio & C. la quale si è resa rilevataria dello Stabilimento Fotografico e Cinematografico del Cav. Luca Comerio — Via Serbelloni, 4 — e in Turro Milanese, e ne continuerà l’industria ed il commercio relativi.

La gerenza della Società è affidata ai Soci Accomandatari signori Cav. Luca Comerio, Ines Comerio-Negri, Rag. Emilio Levi.

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Si è suicidato a Firenze, con un colpo di rivoltella, il signor Tullio Marcadanti del Consorzio Pathé di quella città, e proprietario del notissimo cinematografo Garibaldi.

Le cause del suicidio devono ricercarsi — secondo la stampa locale — a dissesti finanziari.

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La Volsca Film di Velletri, che aveva temporaneamente interrotto il lavoro per il richiamo sotto le armi di quasi tutto il suo personale artistico e amministrativo, ha ricomposta la sua compagnia con elementi nuovi, fra i migliori disponibili, ed ha ripresa la sua attività alacre per mettersi in grado di rivaleggiare quanto prima colle sue concorrenti.

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È rientrato in Italia il Cav. Uff. Arturo Ambrosio, reduce dall’America del Nord. Non ho parole per dire la squisita cortesia del Cav. Ambrosio, che ha voluto ricevermi malgrado la turba innumerevoli dei visitatori, e l’enorme peso di affari che si sono accumulati nella sua assenza.

Il simpatico uomo, che del faticoso viaggio, così pieno di insidie e di pericoli, non porta sul viso tracce di stanchezza, ha avuto parole di vera ammirazione per lo sviluppo dell’industria cinematografica americana e non mi ha nascosto che la concorrenza, che di là si muoverà alla fine della guerra, non può, né deve lasciarci indifferenti!

« Senza voler discutere le qualità ed i difetti di tale produzione, è indubbio che gli americani non si stancano di creare, con mezzi geniali, un genere fatto a sé nella tecnica cinematografica, in felice connubio con dei soggetti trattati in modo del tutto nuovo e originale. È un metodo a cui in Europa non potremo naturalmente subito adattarci: la nostra anima, specialmente quella latina, si allontana assai da quella americana: le nostre idee non sono del tutto concordanti, sia per il sentire nostro speciale, sia per la diversa espressione delle passioni, che animano gli interpreti americani secondo il concetto, il desiderio del pubblico americano.

Ne viene di conseguenza che i nostri lavori non si confanno più agli occhi americani, che, assuefatti già al nuovo genere, vogliono le scene  ambientate al loro gusto.

Non è il caso di diminuirci, né di confessare che l’America sia superiore a noi: non è il caso, ripeto: gli americani ammirano senza difficoltà le nostre anime d’artisti, l’intelligente sentire che pervade ogni nostro lavoro, le superbe mises-an-scène che noi curiamo con tanto amore, i contrasti passionali che animano i nostri soggetti, la psicologia di certe situazioni, il garbo, l’eleganza di certe scene… ma ci contrappongono i loro lavori, che sono in questo momento originali e trattati in modo affatto diverso: lavori in cui le scene si susseguono con rapidità, senza inutili giuochi di fisionomia, senza lungaggini d’azione, senza superflui décors, con trovatine geniali, intercalate di quando in quando, che spezzano, se è necessario ancora, l’eventuale uniformità di qualche scena…; lavori, in conclusione, che non lasciano pensare al pubblico: gli impediscono la critica particolareggiata: non gli permettono di annoiarsi, anzi lo divertono quasi sempre, anche se l’essenza del soggetto non è del tutto nuova.

Non è il caso di parlare di guerra commerciale: un popolo come il nostro, che ha un valore di intelligenza duttile ed atta a plasmarsi sulla foggia altrui, senza mai perdere la propria aristocratica  e geniale personalità, non deve temere alcuna concorrenza: deve bensì seguire il progresso, mutandosi secondo le circostanze: uniformarsi alle novità… per riuscire ad imporsi o, quanto meno, a far sentire il suo peso sul mercato ed indurre così i concorrenti a stringere possibilmente un patto di alleanza, di reciproca tolleranza: un patto insomma vantaggioso per tutti… Ma è necessario lavorare, studiare: tenersi al corrente di quanto fanno gli altri popoli: non disperdere inutilmente le proprie forze… ed allora si riuscirà nell’intento…

La polemica per il Dante

Dante nella vita dei tempi suoi visione storica di Valentino Soldani
Brochure originale del film, Istituto di Edizioni Artistiche I.D.E.A. – Fratelli Alinari, Firenze. Tipografia L’Arte della Stampa, Succ. Landi

Roma, agosto 1920. Lettera di Valentino Soldani in risposta al senatore Benedetto Croce, ministro per l’istruzione.

Ero in giro quando fui colpito, quale istigatore a delitto, da Benedetto, filosofo per censo e ministro per filosofia, Croce.

Torno a Firenze e trovo sul Nuovo Giornale la escussione de’ testi già inoltrata. Facciamo un po’ di sosta. Decapitato dal Senatore Ministro, come un San Miniato qualunque io porto la mia testa in mano, pronto a gettarla io stesso in pasto ai cani.

La buonanima di Ferravilla ha già creato quel prodezzoso Tecoppa che fa accoppare dai frequentatori d’una bettola di Porta Ticinese il povero diavolo il quale tenta rimproverargli un’estorsione subita. E per fare accoppare il malcapitato che ha ragione, Tecoppa strepita a’ suoi colleghi d’osteria che colui: ha detto male di Garibaldi.

Se non ci fosse stato il Tecoppa ferravilliano, Benedetto Croce avrebbe avuta ‘na bbella penzata ad accusare il comitato fiorentino di voler metter Dante in cinematografo per le donne e i ragazzi.

Ma Tecoppa c’era prima e Benedetto Croce ha fatto una meschina figura e Ugo Ojetti, è tratto in errore non so da chi, né come, quando narra che una Società Cinematografica non solo non chiedeva denaro, ma ne offriva a certe condizioni.

M’importa chiarire questo fatto, anche perché, la Società in parola essendo artisticamente diretta da me, non mi capiti di essere fatto senatore per… censo e un giorno o l’altro — si sa, i Ministri cadono — non mi capiti di fare il filosofo e precedere il posto di Ministro.

Io, dunque, non offrivo denaro; ma semplicemente proponevo un po’ di collaborazione ai festeggiamenti.

Mi spiegherò con due esempi:

1° Occorreva al Comitato fiorentino fare un cartellone per bandire le onoranze in tutto il mondo?

— Ne occorrevano due, tre, dieci, anche per lanciare la film.

I premi del concorso indetto dal Comitato fiorentino potevano essere triplicati col nostro aiuto e noi avremo avuta amplia scelta per vari cartelloni, e i concorrenti avrebbero avuta maggior soddisfazione morale e pecuniaria.

2° Si parlava di feste coreografiche al cui pensiero tanti bene pensanti inorridiscono, impallidiscono e tremano?

— Noi, finito il nostro film, avremmo messo a disposizione del Comitato fiorentino, una ricostruzione di Firenze trecentesca sopra un’estensione di più che sessantamila metri quadri, migliaia di costumi esattissimi, attrezzi, strumenti, apparati, per questa parte coreografica.

La società costituita con mezzi ingenti per questa aborrita cinematografia, intendeva, solo per secondare la mia iniziativa, così a far più vasto il programma dei festeggiamenti. Altro che far cose per donne e ragazzi!

Però… però…

Adagio anche su questo.

Giorni or sono mi sono fermato in San Frediano — dico: San Frediano — ove un fitto agglomeramento di gente del popolo di quel quartiere, faceva cerchia intorno ad un uomo. E questi notissimo in Firenze ed ha ancora, nel suo modo di stare col pubblico qualcosa dell’antico cantastorie, qualcosa del rapsodo antichissimo. Egli spaccia le sue merci; ma prima parla al popolo di temi diversi; e sovente domanda agi ascoltatori stessi il tema da scegliere.

Una donna, con la prestezza delle popolane nostre chiese al rapsodo:

Dante!

E il rapsodo della piazza parlò del Poeta del Paradiso. E ne parlò con parola facile e piana, con una competenza da far pensare; senza errori di San Pietro Scheraggio, lui, non Ministro.

E disse e citò versi. E quei popolani di San Frediano — dico: San Frediano — stettero attenti e commossi, sentendo qualcosa di più puro che le maldigeste dottrine sociali volare sopra le loro teste. E comprarono moltissimi, un canto della prima Cantica che il rapsodo vendè.

Molti si compiacquero nel nome di Dante, come gli antichi, forse in nome di un Dio tutelare o di un Santo…

Ah! Quell’uomo in quel momento sopra quella folla, fece bene più, assai più di quanto non sappia farne un Ministro per censo!

Sì, lo so! Parafrasando la celebre risposta di Dante al buffone, il Ministro filosofo mi potrebbe rispondere del rapsodo:

— Perché egli è più de’ tuoi che de’ miei!…

Un momento, Eccellenza! Come filosofo potrebbe darsi che aveste ragione; ma come Ministro dell’Istruzione di un popolo, avete torto, torto marcissimo! Bisogna conoscere l’anima del popolo che si pretende ministrare; se no, se si ha dignità, si torna a casa a far il filosofo ed anche Senatore per censo.

Tanto più quando, come Ministro dell’Istruzione, dopo aver affermato ad illustri stranieri ch’essi non hanno forse mai letto Dante… si vanta come bbella penzata, degna del nome di Dante, il restauro di San Piero Scheraggio che io farò per il mio film…

Ah! se la mia ditta fosse americana un suo amministratore, certo direbbe al Ministro della Istruzione:

— Noleggiatemi pulpito vero, per mettere esso in chiesa non vera. All right! Buono per réclame! Quanto costa? Non chiedete eccessiva moneta; Italia molto indigente! Basta pochi dollari.

Grande misfortuna per Dante! anche dopo morto nascere in un paese così estremamente povero. Aoh! Grande misfortuna!

Valentino Soldani

Ti presento un’attrice: Soava Gallone

Soava Gallone 1913
Soava Gallone 1913

Roma, Agosto 1913

Caro Gigi,

Qualche anno fa, quando io scrivevo per il teatro e Lyda Borelli, quasi ancora bambina, faceva l’attrice giovane in non so quale compagnia, e tutti dicevano che era soltanto bella, tu mi hai stampato, su questa Scena di Prosa, un articolo che ne prevedeva il successo e l’ascensione.

Sono stato allora così buon profeta da essere tentato di ricominciare. Per l’attrice, che presento a te ed ai tuoi lettori, questo precedente ad ogni modo deve valere come un augurio.

Ho scoperto Soava Gallone (la mia attrice è polacca d’origine e nel suo idioma significa gloria) durante il coraggioso esperimento di teatro a sezioni, che Lucio d’Ambra e Achille Vitti hanno fatto con tanta fortuna alla Sala Umberto qui a Roma.

La Sala Umberto è vicina al Sindacato dei Corrispondenti e, la sera, molti giornalisti vi si davano convegno e vi sono capitato anch’io, ad una prima di Anima allegra. Lola era la Gallone, che non conoscevo nemmeno di nome. Quando è entrata in scena, mi è sembrato che entrasse con lei come una ventata di allegria. E durante due atti — la commedia era stata ridotta a due atti — la piccola attrice ha personificato in sé mirabilmente la gioia di vivere, con la freschezza dei suoi testi, il riso dei suoi occhi e la vivacità della sua voce. Si comprendeva che le erano ignoti tutti i clichès della scena, e che recitava come viveva. Non recitava, anzi; diceva soltanto, ma tutto si vivificava ad ogni parola e si trasformava ad ogni suo atteggiamento. Gli spettatori, quando la Gallone ha descritto le nozze e le danze dei Gitani, hanno veduto così precisamente, che un grande applauso è scoppiato all’improvviso, e l’attrice s’è arrestata senza fiato, come atterrita da quell’espressione veemente di consenso.

Era la prima volta, credo, che la Gallone recitava al Teatro per tutti. Era stata anche all’Argentina, ma per supplire un’attrice giovane nell’Aigrette, diventata repertorio, e i critici non se ne erano accorti. All’Umberto ha replicato per tredici sere, mi dissero, Anima allegra, e con molto successo. Doveva aver lasciato nelle sere seguenti un po’ di quella timidezza, che l’aveva sorpresa la prima volta, dopo l’applauso e scena aperta, venuto a persuaderla che ella non viveva veramente la sua vita, ma ne rappresentava un’altra sopra una ribalta.

Ho risentito la Gallone nell’Amico di Praga. Aveva ancora un po’ di paura del pubblico, ma qui il panico le stava bene, come uno di quei vestiti che ella porta sulla scena, e nella vita, con tanta eleganza. C’era da domandarsi se lo smarrimento, che leggevamo nei suoi occhi, e sentivamo nella sua voce, fosse soltanto un artificio: voleva venir meno o mancava? I miei amici, che erano in teatro, critici e autori drammatici, o squisiti intenditori d’arte, come Primo Levi, convenivano, tutti, che si trattava d’un’azione riflessa, e la lodavamo.

La differenza fra la donna che vive e quella che recita consiste in questo, che la seconda sa già dove la commedia od il dramma andranno a finire, la prima si atteggia cioè secondo mille sentimenti diversi; la seconda invece è dominata da quello che deve avvenire, ed il suo movimento ci sembra perciò più diretto allo scopo scopo e più intenso. Prendiamo l’Amico: ma Renata della vita doveva sperare, entrando nella casa dell’amante defunto, di riavere le sue lettere. La Gallone come Renata sa invece che il marito le avrebbe aperte, e dal momento in cui appare in scena brividi mortali passano nel suo piccolo corpo, come scintille nelle notti di tempesta lungo i fili elettrici. Dall’inizio del dramma essa ne comunica così l’ansia a chi l’ascolta; ma non lo fa, sapendo di rappresentare, si bene illudendosi di vivere.

Qualche giorno dopo la Gallone ha interpretato una commedia di Cottini di cui non ricordo il titolo. Due ragazzi fuggiti di casa per sposarsi, e inseguiti dai parenti, si rifugiano presso uno zio prete, il quale li aiuta a eludere uno Sherlock Holmes da strapazzo. Teatro sì, forse, arte no. Ma che delicata miniatura ha fatto la mia attrice di una ragazzina fra ingenua e furbesca, un po’ Pamela e un po Colombina, che ama e che sa, ma che trema ancora d’innanzi alla vita che le si rivela! C’era in ogni suo gesto una grazie minuta, una novità di accenni e di passaggi, e un gusto dell’atteggiamento che mi hanno sorpreso, come per miracolo.

La signora Gallone, che traduce le commedie dei nostri autori in polacco e che ha fatto tenere per molti giorni il cartellone a Varsavia alla Buona figliuola di Sabatino Lopez, è una delle interpreti della Cines. Lavora tutto il giorno e non si può dunque credere che abbia trovato il tempo di studiare le parti con un amore che le altre attrici non possono sempre avere, oppresse come sono dalle necessità di far nuovo e di prendere la curiosità del pubblico con una nuova trama. Del resto, al Teatro per tutti, per forza di cose, le commedie si mettevano su con due prove.

Non si tratta dunque evidentemente di interpretazioni riuscite per eccezione, a furia di studiare di stento. C’è nella Gallone, oltre alla coltura, che l’aiuta ad osservare, un intuito ed una grande passione per il teatro, un’ardente passione che attira fuori dei fondi monocromi delle films, questa Tanagra giovinetta, alla ribalta, dove i suoi capelli fiammanti, il grigio dei suoi occhi, il pallore e le vampe del suo volto (la Gallone non si trucca mai) diventano mezzi di emozione, come certi colori scelti, ed opportunamente  accompagnati nelle tele di Böcklin e in quelle di Carena. La Gallone certo non è una istintiva, come quasi tutte le nostre attrici, ma il suo sforzo per recitare le sensazioni con gli elementi essenziali è favorito dal temperamento e non si scopre mai.

Ora se i critici l’hanno notata, pur nelle pochissime interpretazioni dell’Umberto, la Gallone passerà presto dai piccoli esprimenti al grande teatro e farà la sua strada. Lasciami l’orgoglio di averla presentata per la prima volta a te, mio buon Gigi, ed ai lettori della tua Scena, così cara alla mia memoria.

Voglimi bene. Tuo aff.mo.

Tullio Giordana