Turbarono col silenzio le platee di tutto il mondo

Il cantante pazzo (era il titolo di uno dei primi film parlati, interpretato da Al Jolson) uccise le “stelle” del muto. I loro nomi sparirono dai cartelloni che per diversi anni avevano richiamato un pubblico più attento ma meno esigente; vennero licenziate le orchestrine che suonavano nascoste dietro lo schermo o in una buca ai piedi del palcoscenico e le attrici come la Bertini, la Gys, Hesperia, la Lepanto, la Menichelli, appassirono e cedettero il passo a bellezze meno vistose.

LA DIVINA FRANCESCA

Francesca Bertini può considerarsi la decana di queste donne che turbarono le platee col loro espressivo silenzio. La “divina Francesca”, ovverosia la napoletana Elena Vitiello, restò al centro delle cronache cinematografiche dal 1911 al 1920. Per i suoi tempi fu una donna moderna. Diventò quasi un personaggio da film parlato, nella cornice del cinema muto. Si muoveva con morbidezza, senza gli scatti caricati e i gesti meccanici che erano comuni a buona parte delle attrici della sua epoca; cosa eccezionale, poi, sapeva fare a meno di tendaggi e finestre, allorché doveva dimostrare con languidi e repentini movimenti di braccia la sua passione e la sua ira.

Già famosa, sposò il conte Cartier, col quale si trasferì a Parigi. Dopo la parentesi francese, durata diversi anni, tornò allo schermo con Odette. Il soggiorno in Francia aveva trasformato il suo linguaggio. Parlava un misto di italiano, di napoletano e di francese “petit negre”.

Snob di carattere, la Bertini era una strana solitaria, capace di restar chiusa nella propria camera d’albergo per delle giornate intere. Fra le “stelle del muto” fu l’unica che ebbe una buona amicizia con la Magnani. Anna apparteneva all’altra epoca, a quella creata dal Cantante pazzo. Gli scontri fra queste due donne, una romana e l’altra napoletana, dotate entrambe di un temperamento eccezionale, erano quasi sempre uno spettacolo. Sia la Bertini che la Magnani non si lesinavano le critiche, manifestate sempre con battute di spirito incalzanti e sottili.

Francesca fu senza dubbio una delle donne più corteggiate. Lo diceva lei stessa con quell’aria di superiorità romantica che era forse la sola tinta appassita nell’insieme dei suoi colori che resistevano al tempo. Oltre ad essere bella, la Bertini era anche spiritosa. Un giorno, nel “grill” dell’Ambasciatori, le si avvicinò, con mille moine, un giovane attore del cinema. Il ragazzo parlava in fretta, quasi senza prendere fiato, e ogni tanto esclamava: « Oh, la divina Francesca! ». Lei lo lasciò dire, poi, accompagnandolo con uno sguardo pieno di noia, esclamò: « Le pauvre! ».

Fra gli amici romani contava soprattutto i Visconti. A uno di essi, cugino del regista Luchino, regalò una foto con una dedica che si avvicinava molto alle didascalie dei suoi film: “Francesca per tutti, Elena per te”.

Lasciò l’Italia nel 1942 e se ne andò in Spagna dove tornò a fare anche del cinematografo. Oggi con molto coraggio e con considerevole successo, recita nei teatri spagnoli e interpreta un personaggio che non sembra del tutto intonato al suo carattere: la “signora dalle camelie”.

Le altre attrici sono rimaste quasi tutte a Roma e, in buona parte, sono sposate o vedove.

Lyda Borelli, moglie di Cini e madre del futuro marito di Merle Oberon, è a Venezia. Ha conservato, sebbene con qualche modifica, le acconciature di un tempo e non è raro vederla ancora vestita di veli a salice piangente, con un sottile e lungo bocchino fra le labbra. Carmen Boni vive invece sulla riviera francese, dove trascina giornate noiose e pesanti per le cure cui la sottopongono i medici. Pina Menichelli, ritiratasi del tutto dal cinema, si è rinchiusa nel mondo dei suoi ricordi e quando, di tanto in tanto, parla dei successi di allora, si ha l’impressione che il suo pensiero si abbandoni a gradite fughe nel tempo. Maria Jacobini, dopo aver vissuto gli ultimi anni all’Albergo Quirinale, ossessionata dalla solitudine e dall’abbandono, è morta.

LA PIÙ CELEBRE MESSALINA

Rina De Liguoro abita ai Parioli, in una casa che rassomiglia un po’ alle abitazioni dei “divi” di Hollywood. Veste di nero per un lutto recente; da cinque mesi ha perduto la figlia Regana, interprete del film Santa Caterina da Siena. In quella pellicola, anche la De Liguoro volle tornare al cinematografo e lo fece con molta disinvoltura. restò un po’ perplessa davanti ai riflettori, ma fu cosa da poco. Il suo viso non è gran che cambiato. Ha sempre gli occhi espressivi e fondi e un’aria assorta, estatica. Il salotto dove riceve è una specie di museo. Sui mobili ci sono fotografie della figlia; di suo conserva un “olio” di Gastone Lavrielle, che la ritrae in un abito da sera verde. Nel ritratto porta i capelli gonfi e crespi e in mano, con gesto prezioso, tiene un ventaglio di piume di struzzo.

Prima di essere attrice, Rina De Liguoro (figlia di un ufficiale dei bersaglieri) fu musicista. Si diplomò in pianoforte al conservatorio di Napoli e a Napoli, appunto, andava ad ammirare i film della Bertini, che venivano proiettati al Salone Margherita. La “divina” trionfava in Odette, Assunta Spina e Fedora.

Rina divenne “stella” per caso; era già moglie del figlio del regista della Bertini, quando seppe che Guazzoni cercava un’interprete per la sua colossale Messalina. Molte aspiranti erano state bocciate. La De Liguoro, dopo aver assistito ad alcune scene del film, decise di tentare. Il dott. Barattolo l’accompagnò in automobile agli “studi”, col costume indosso; è facile immaginare lo stupore dei tecnici allorché videro scendere dalla macchina una donna acconciata in maniera così insolita. I resti della famosa acconciatura, che le ricordano un personaggio dal quale non può più staccarsi, sono ancora in mostra su alcune consolle del salotto.

In quella casa il cinema era diventato una malattia; alcuni giornali, infatti, parlando dei De Liguoro, li chiamano “la famiglia Barrymore italiana”. Nel 1929 Rina andò in America chiamata da Cecil B. De Mille. Arrivò, però, con sei mesi di ritardo; il “parlato” aveva già dato il colpo di grazia al “muto”. Nonostante questo contrattempo, trovò modo di lavorare e di interpretare alcune parti per la Fox accanto ai due comici Stan Laurel e Oliver Hardy. In America provò anche alcune emozioni, tipiche di quel paese; venne, infatti, assalita dai gangsters che volevano a tutti i costi duecentomila dollari, e un’altra volta fuggì a un’imboscata per puro miracolo.

La perdita della figlia ha trasformato la sua vita in volontaria clausura. Esce solo per recarsi al cimitero. In casa legge molto, specialmente le vite dei santi e romanzi che non la costringano a pensare. Dopo aver meditato di uccidersi, questa donna che sembra vivere nel vuoto, ha deciso di rinchiudersi in un convento, ma fino ad oggi non ha ricevuto alcuna risposta dalla madre superiora alla quale si è rivolta. Racconta tutto ciò lasciando cadere indietro ogni tanto la testa e battendo gli occhi indolenti con le ciglia lunghe  e bruscamente voltate all’insù. Poi si alza e accostandosi nuovamente alla consolle sulla quale sono collocati i resti del suo costume, esclama con aria rattristata:

« Quando anch’io morirò, vorrò che mi vestano come all’epoca del mio più grande successo: da Messalina ».

Soava Gallone, moglie del noto regista, fa tutt’altra vita. Rimasta nel mondo del cinematografo, al seguito del marito, che è in piena attività, riceve nel salone del Grand Hotel dove abita. Nata in Polonia, venne in Italia per un viaggio di piacere. Sposò Carmine Gallone a Sorrento; insieme si trasferirono poi a Roma e presero in affitto un modesto appartamentino ammobiliato, in Piazza di Spagna. Entrò nel cinema spinta da attori e produttori. A differenza delle altri attrici non conserva né ritagli di giornale, né fotografie. È certa che il lavoro di allora era assai più difficile di quello di oggi. La mancanza della voce richiedeva particolari doti interpretative e un’emotività che le “stars” di oggi possono anche non avere. Il “muto” non conosceva il trucco della controfigura; interpretare un personaggio poteva essere quindi un’impresa non sempre facile e spesso rischiosissima. Con un sorriso un po’ tiepido e con un accento leggermente straniero, Soava Gallone racconta come girò una scena di tempesta in mare, legata a una zattera, frustata dalla pioggia e dalle onde. Un’altra volte, sulle montagne d’Abruzzo, dovette camminare per ore e ore, in mezzo alla neve, con le scarpe logore e le vesti stracciate. A un certo punto, per non morire di freddo e per poter continuare il lavoro, fu costretta a legarsi alla vita due bottiglie d’acqua calda. Oggi è molto amica di Marta Eggerth che sta interpretando alcuni film musicali, diretti da Gallone.

IL PITONE DI HESPERIA

Lontana dai quartieri del centro, nella stessa strada dove abita Anna Magnani, in via Amba Aradam, c’è un’altra “diva” del muto; la contessa Negroni, conosciuta in arte col nome di Hesperia. Per questa attrice i ricordi sono un po’ più sbiaditi e lontani. Perduto l’aspetto di donna fatale, divenuti color della nebbia con delle striature gialle, i suoi capelli, Hesperia, un po’ angustiata dal mal di cuore, lancia ogni tanto delle occhiate tiepide ai vari ritratti che ha appesi alle pareti. Ha le mani un po’ ruvide e il passo pesante; conserva però una espressione morbida che il piccolo naso all’insù rende ancor giovanile. Vive modestamente, in un appartamento arredato senza pretese ed esce di casa solo quando c’è il sole.

Legge parecchio, soprattutto romanzi di Luciana Peverelli. Si dedicò al cinematografo prima del matrimonio ma fin da bambina mostrò inclinazione per l’arte. Passò dalla Filodrammatica di Forlì allo schermo in un balzo solo e vide subito la sua immagine, circondata da aureole di stelle, sulle prime pagine delle riviste del cinema. In concorrenza con la Bertini, fece La signora dalla camelie in soli diciotto giorni di pose. Fu un film girato di nascosto e che uscì di sorpresa. Il successo fu enorme; perfino Ruggeri, che non la conosceva, le mandò una lettera di congratulazioni. Il primo lavoro a lungo metraggio, 1400 metri circa, fu Fra uomini e belve, girato per la “Cines” nel porto di Anzio, in collaborazione con una casa inglese. Il nome d’arte se lo trovò da sola; glielo suggerì la lettura del libro Il giardino delle Esperidi, ma per renderlo più esotico vi aggiunse un’acca aspirata. Anche Hesperia, parlando dell’arte di ieri, dice pressapoco quello che sostiene la Gallone. Ai suoi tempi bisognava vivere il personaggio con un’intensità spesso dolorosa. Era indispensabile anzitutto esser belle, altrimenti eleganti. Secondo questa “stella del muto” il verismo di oggi è semplicemente una burla. Già allora essa non usava trucco e non voleva riflettori. I rischi erano enormi e di rado gli spettatori si rendevano conto che al termine di quelle pellicole che mettevano il brivido, l’interprete era spesso costretta a starsene a letto per una polmonite e per la slogatura di una gamba o di un braccio. In occasione delle riprese di Fra uomini e belve, Hesperia ricorda, ad esempio, di aver lavorato con un pitone di trenta chili, preso in affitto al Giardino Zoologico. Il serpente, abituato alla libertà, quando venne riportato non volle sapere della gabbia e scappò, mettendo a soqquadro tutta Roma.

Ruggero Gilardi, Roma 1949

Il cinematografo nel dopoguerra

In Penombra Roma Dicembre 1918

Novembre 1918

Scrivo mentre si riaprono i cinematografi, i quali, come sapete, furono chiusi per l’affare della febbre spagnola. In proposito facevo ieri l’altro la seguente riflessione: « Tutti i malanni ormai si devono attribuire al cinematografo. L’arte, dicono, va degenerando col cinematografo. E la morale poi? Oh! la morale non è stata mai così offesa come dal cinematografo, poveretta! Meno male che la censura — Dio la benedica! — ha tratto fuori la sua durlindana, se no come andava a finire? All’inferno, s’andava a finire. Ed ora che c’è l’epidemia, di chi è la colpa? Ma del cinematografo, naturalmente. E voi vedrete che quando si farà la storia della guerra si accerterà che fu proprio il cinematografo a dar l’incentivo! ». Ma l’epidemia è stata quasi del tutto debellata, e la guerra è stata gloriosamente ed eroicamente vinta.
Ma che farà il cinematografo nel dopoguerra?
Come è noto, dalle molteplici e pletoriche commissioni del dopoguerra il cinematografo è stato escluso totalmente. Il governo continua a fare il cieco in fatto di cinematografo, e ciò comincia ad essere veramente grave. E poi avviene che quando un parlamentare vuole interessarsi di cinematografia nazionale, ecco che salta il Bellotti, nostra croce ormai e nostra delizia.
Ma che farà il cinematografo pel dopoguerra? Industriali, attenti!
Taccuino di Hec

Dicembre 1918

Il fenomeno dell’accanimento col quale la stampa quotidiana, i legislatori pubblici e i Sacerdoti della Bellezza Pura — con tre maiuscole come era di moda ai bei tempi del simbolismo trionfante — combattono il cinematografo, non è nuovo nella cronaca dei nostri tempi. Le stesse lamentazioni si ebbero per l’operetta che doveva uccidere l’opera lirica; per il caffè concerto che doveva uccidere il teatro, per il romanzo che doveva uccidere la letteratura, per il giornalismo che doveva uccidere il libro. Tutte le volte che una nuova forma d’arte — e dico “forma d’arte” intenzionalmente — incontrava il favore del pubblico, i guardiani della morale e del buon gusto scendevano in campo con tutte le loro forze mobilizzate.
È noto, infatti, come l’industria cinematografica sia una delle grandi industrie del mondo. La terza, mi dicono, che viene subito dopo il commercio del carbon fossile e del grano. Ora, in questo prodigioso sviluppo, l’Italia, per una quantità di circostanze fortunate, è la seconda nazione produttrice di films e si trova classificata a pena dietro l’America. Ebbene, tutte le polemiche, tutti i decreti restrittivi, tutte le interpellanze, tutti i progetti di legge concorrono oramai a questo unico scopo: uccidere questa industria e favorire l’importazione delle films straniere. Gli sforzi che fa l’America per batterci su questo terreno commerciale sono inauditi. Aspettando che la fine della guerra le permetta di stabilire da noi qualche grande succursale delle sue case più famose, tende con tenace abilità a conquistare il mercato. E per lei non è difficile, se si pensi che la sola vendita di una film negli Stati Uniti, paga interamente le spese di produzione, in modo che può guadagnarci ancora molto cedendola a prezzi irrisori alle altre nazioni; ed è quello che fa. Di più, in certi paesi ha esercitato una specie di boicottaggio a suo favore: rifiutandosi, cioè, di vendere pellicole proprie a tutti quei cinematografi che non mettano in proiezione esclusivamente films americane, e chiudendo così automaticamente il mercato alle case rivali. (…)
Diego Angeli 

Lettera aperta a S. E. Berenini Ministro della Pubblica Istruzione. Eccellenza, vorrei trovarmi uno di questi giorni a quattro occhi con Lei per dirLe in un orecchio che — a guerra vittoriosamente conclusa — è lecito a un Ministro italiano rendersi direttamente conto delle cose del cinematografo, e come arte e come industria nazionale. (…)
Ora Le so dire che la produzione cinematografica italiana è ottima merce, e fino a ieri ottimamente proficua. Fino a ieri! Perché ormai la concorrenza americana va a poco a poco soppiantandola nei mercati esteri ove dominava egemonica. Fra non molto, se non si muta rotta, sarà un’altra industria italiana di grande esportazione che si ridurrà a cosa sfinita. E sa Ella come? Per gli inciampi che lo Stato italiano va creando a ogni levata di sole, con una così gioiosa fantasia inventiva che se le fosse volta a favore, Dio solo sa a quale grandezza e potenza smisurate potrebbe farla salire. Gli inciampi sono di varia natura: alcuni inerenti al farraginoso meccanismo dello Stato, come le lentezze burocratiche che, durante la guerra, sono riuscite a tanto da impedire materialmente l’esportazione delle pellicole. Ma altri guai si sono aggiunti; e precisamente i pregiudizi moralistici che il deputato Belotti ha elevato con prosopopea maccheronica a vere e proprie inibizioni e, — giunta alla derrata — i pruriti intellettualistici del senatore Molmenti che, avido com’è di nomea, non lascia intentato alcun passo per farsi avanti, pestando i calli e rompendo le scatole alla gente che lavora sul serio. Metta in pratica, Eccellenza, le proposte dei due poveruomini, e mi dica in qual modo l’industria cinematografica potrà vivere e riprendere la via dei grandi commerci se, per ogni pellicola, l’industriale dovrà sottostare a una lunga serie di controlli e di collaudi, passando dalla commissione dei padri di famiglia alla commissione dei dotti, discutendo commissario per commissario e quadro per quadro prima lo scenario scritto, poi la prova proiettata sullo schermo, infine il film compiuto. (…)
Tutta la questione è qui. Il deputato Belotti va giurando e spergiurando che la nostra produzione cinematografica è merce da bordello la quale appesta la nazione, e il senatore Molmenti non gli par vero di tenergli bordone tempestando che, se non è proprio peste, è per lo meno volgare contraffazione di armoniosa bellezza. (…)
Tomaso Monicelli 

(tratto da in penombra, Roma, dicembre 1918)

Cinematografia Italiana ed Estera Gennaio 1911 II

“Anna Karénine” di Maurice André Maître (Le Film Russe- Pathé Frères 1911)

Are Advertising Films Wanted.
To the Editor of The Bioscope.
Sir, — I have been an interested reader of your article on “Are Advertising Films Wanted?” and also Mr. W. H. Rothacker’s reply thereto, and venture to express my own personal opinion on the matter. As the proprietor of a group of West of England Shows, I must emphatically assert that if I were to put on a film advertising and booming somebody’s whiskey, even if it merely showed the whole process, but included one particular firm’s name, and kept running that film, my business would fall off. I fully agree with you that the patrons of picture theatre pay to see a picture entertainment, not picture advertising, and consider it would indeed be the height of foolishness to even attempt such a procedure.
Mr. Rothacker says that “we build moving picture plays, arranged in scenic form, around a commercial subject, so that, while they accomplish their object with publicity force, the ulterior motives are successfully veiled.” To my mind —and I think a good many of your readers’ also—this ingenious argument is much on a par with the exciting article we read in a magazine, which as the story progresses, is merely a puff for somebody’s pills, or a patent medicine. We all know how irritated we feel when we have been tricked into reading it. And I am very much afraid that my audiences would see through such a device as Mr. Rothacker suggests, and I should suffer.
Advertising films are not required, Sir, and never will be, in my opinion.—Yours, etc.,
WIDEAWAKE.
Bath, January 11, 1911.

To the Editor of The Bioscope.
Sir,— I think Mr. Rothacker gives his entire case away when replying to your editorial comments of December 8th. Though his arguments are very persuasive and ingenious, yet they lack conviction, and I feel certain the majority of exhibitors endorse your opinion, that advertising films—of whatever nature—are not required.
I should like to the point out that a very large number of exhibitors are the opinion that all industrial subjects are of an advertising nature, and while not committing myself entirely to this way of thinking, I certainly agree that it is possible to produce an educational subject, dealing with any industry, without in the slightest degree advertising anyone. People visit picture theatre to see the pictures; if they wish for anything else they go elsewhere. And they will very quickly resent any attempt to introduce a “puff” in any shape or form.
You have, I feel sure, convinced all thinking men that the best interests of the picture theatre lie in entertaining and instructing. Therefore, when a film is shown merely for the purpose of advertising any commodity, or individual, or company—whether it be an industrial subject, comedy, drama, or whatnot, and even if the actual “puff” is carefully veiled—to quote. Mr. Rothacker—it is merely descending to the level of a “pictorial advertising hoarding.”—Yours, etc.,
W. H. B.
London W., January 13, 1911.

To the Editor of The Bioscope.
Sir,— As an advertising agent of many years’ experience, may I state that I am in full agreement with Mr. Rothacker’s views, as expressed in his letter appearing in a recent number of The Bioscope. There is a big field, with unlimited scope, open for a film manufacturer courageous enough to commence producing films advertising, in an inoffensive and pleasing manner, anything worth pushing. There is no need to make such films obvious advertisements, but to combine with an interesting story a carefully prepared suggestion. It is done every day in magazines and newspapers of every description, yet no one objets and says he has not got value for his money. The advertisement pages of a magazine afford much interesting reading, and are practically as much appreciated as the literary matter. So it is with the advertising film. The audience would certainly not object, but would appreciate the inclusion of an extra subject in the program, and there is no reason why such a film could not be the most popular feature of the entertainment.
No, Sir, there is no real argument to be advanced against advertising films, only by those who have not as yet grasped the fact that business can be done through them—business fort the showman, the manufacturer and the actual advertiser, to say nothing of the general public.—
Yours, etc.,
S.
London, E. C., January 12, 1911.

L’Affiche au Cinéma. Le mode le plus intéressant de publicité cinématographique est, sans contredit, l’affiche artistique qui, placée à la porte du théâtre, attire le passant et le familiarise dès l’abord avec les personnages, les costumes et les décors du spectacle.
L’art de l’affiche, dans lequel s’illustrèrent des maîtres comme Chéret, Steinlein, Grün et Capiello, a transformé en quelque sorte la publicité. Mais ce serait mai connaître le goût éclairé du public que de vouloir lui faire accepter les innombrables horreurs bariolées dont certains maisons avaient naguère le monopole. Dans le Cinéma tout se perfectionne avec une rapidité admirable, tout s’épure. De même que la scène a cessé d’appartenir à ces mercantis interlopes qui s’étaient érigés en éducateurs et en amuseurs des foules et les a remplacés par de véritables travailleurs épris d’art et de beauté, de même l’affiche a dû être confiée à de véritables artistes. Les Etablissements Gaumont l’ont admirablement compris en ouvrant dès le début leurs ateliers d’imprimerie lithographique, d’où sortent chaque semaine les superbes affiches en couleurs universellement connues et recherchées même des collectionneurs.
Mais à côté des affiches, dont la préparation est fort longue, la nécessité s’imposait de créer un autre genre plus expéditif et s’adaptant aves les nécessités d’una maison qui édite chaque semaine un programme de huit à dix bandes nouvelles et tend à avoir une affiche pour chacune. C’est pour cela qu’ont été faits ces agrandissements photographiques, avec encadrements artistiques, qui ont conquis l’approbation générale.
Ils ont un double avantage, d’abord ils donnent au public l’expression exacte de la bande et du jeu des artistes, puisque l’image agrandie est une coupure de la vue elle-même, dans le mouvement et dans l’action; ensuite ils permettent de reproduire les titres en toutes langues et contribuent ainsi plus facilement que l’affiche en couleurs à porter la joie et l’émotion dans les pays les plus reculés du monde.
C’est une affiche de ce genre qui vient d’être tirée pour la très artistique bande Les Danses Silhouettes de Mlle Hyppolyta d’Hellas, dont nous avons parlé dans notre dernière chronique.
Les Etablissements Gaumont en ont assuré la luxueuse édition pour pouvoir la livrer en même temps que la bande et moyennant un supplément de trois francs.
S. Le Tourneur

“Santa Cecilia” (La martire cristiana) di Enrique Santos (Cines 1911)

Giganti e Pigmei. Si persuadano i nostri artisti di prosa, che la Cinematografia non è l’arte del palcoscenico, ch’è loro famigliare; è un arte nuova, nella quale entra, coefficiente principalissimo, una gran parte di tecnica, e senza la perfetta conoscenza di questa, anche i giganti del palcoscenico non valgono gli oscuri pigmei che da anni lavorano, studiano e lottano, e superano difficoltà sempre nuove, crescendo sempre i valore nell’arte della cinematografia, ed essendo sempre più desiderati dai loro direttori scenici, perché hanno imparato e sanno far comprendere molte cose con un solo gesto, netto, incisivo, e riesce loro facile esprimere, con uno sguardo, i sentimenti che agitano l’animo del personaggio che rappresentano. È vero che per loro non ci sono ancora onori, non articoli laudativi, non paghe mirabolanti: ma è anche vero che i tempi stanno mutando anche per loro e che quello che fino ad ora non hanno ottenuto, otterranno ben presto. Il pubblico dei cinematografo ha già più di un beniamino: per ora distingue l’attrice con gli occhioni espressivi dell’altra bionda ed esile, o da quella fortemente passionale, veemente; ma presto s’impossesserà dei nomi delle artiste e degli artisti prediletti e citandoli spesso, formerà attorno a loro una aureola di piccola celebrità, e le Case produttrici se li contenderanno a colpi di biglietti di banca… Così, nella cinematografia, ai volenterosi ed agli studiosi, saranno riservati quelli allori e quella fortuna che i colossi dell’arte della scena non hanno saputo conquistare, perché, quantunque privi di troppe qualità per essere buoni attori cinematografici, nulla vollero fare per acquistarle. Ben vengano, dunque, giovani e nuovi discepoli, all’arte muta e giovane…: i vecchi poltriscano!
Emmeci
Roma, Gennaio 1911

Immagini e testi: Archivio In Penombra, Media History Digital Library, The British Newspaper Archive.