Vittime e carnefici 1911

Mary Cléo Tarlarini 1911
Mary Cléo Tarlarini 1911

La carriera dei delitti al cinematografo prosegue imperterrita nel 1911, in mezzo alle comiche, i film storici, i drammi, L’Odissea, La caduta di Troia, e l’Inferno di Dante.

Il primo titolo dell’annata dovrebbe essere questo soggetto surrealista di autore ignoto, prodotto dell’Aquila Film di Torino:

Entusiasta per la Mano Nera
«Due tipi incontrano un giovane al quale estorcono del denaro. Questi crede di essere stato vittima di una donna, che invece è un manichino. L’assale per farsi ridare i soldi, ma poiché questa non reagisce, l’uccide.»
(Herbert Birett: Das Filmangebot in Deutschland 1895-1911, Filmbuchverlag Winterberg, 1991)(1)

Le domande non mancano: Si può uccidere un manichino? Si finisce in galera per un delitto simile? Dov’è la Mano Nera in questa storia?

Molto interessante, moderno e fantascientifico il soggetto di Dovere professionale, produzione Cines, autore, regista, interpreti sconosciuti:

« Carlo, figlio del professar Aubin, si rovina per i capricci e le prodigalità della sua amante Dilj; egli precipita dal gioco nel delitto, assassinando un amico che gli ha vinto una forte somma. Le ricerche dell’assassino sono difficili, tanto che le Autorità incaricano il prof. Aubin, padre di Carlo, di eseguire un esame microscopico dell’occhio della vittima per rintracciarvi, possibilmente, l’immagine dell’assassino, secondo i principi di una ben nota teoria scientifica. Il terrore e la disperazione del professore sono al colmo: egli ha visto l’immagine di suo figlio nella retina della vittima. Fedele al suo dovere professionale e malgrado il disperato dolore, denuncia il figlio alla giustizia, ma mentre questo accade, Carlo straziato dal dolore, va a consegnarsi egli stesso al Commissario di polizia. »(Cinema, 5 febbraio 1911)

Lo stesso mese di febbraio, grande ritorno dell’Ambrosio con Il domino azzurro, racconto morale per commesse birichine, interpreti Giuseppe e Lina Gray, Gigetta Morano, Mario Voller Buzzi, operatore Giovanni Vitrotti:

« E’ carnevale. La padrona chiama Mimì, le consegna lo scatolone in cui ha chiuso il bel domino azzurro e le ordina di portarlo a casa della signora Mathieu, la moglie di un banchiere. Mimì è di pessimo umore, è l’ora di chiusura del negozio e il suo Luciano, uno studente, l’aspetta all’angolo della via per trascorrere con lei la serata: e lei deve invece perdere un’ora per quella consegna. Poi incontra Luciano e decide di fare assieme a lui la commissione. La signora Mathieu intanto aveva combinato di andare al veglione con l’amante, in assenza del marito: ma, sospettando che quest’ultimo, uomo molto geloso e violento, sia tornato di nascosto, si impaurisce e avverte l’amante che rinuncia a uscire. Rimanda dunque indietro il domino. Così Mimi si ritrova di nuovo con Luciano e con lo scatolone da riportare al negozio: ma è già chiuso. I due innamorati hanno allora un’idea: Mimì indosserà il domino e andrà lei stessa con Luciano al ballo mascherato. E così avviene. Ma il marito tradito, che – messo sull’avviso da un biglietto – aveva seguito di nascosto la
moglie quando era andata al negozio a scegliersi il domino, interviene a sua volta al ballo e attende l’ora della vendetta: quando, fra le maschere, vede comparire il domino azzurro, credendo che vi si celi la moglie colpevole, estrae una rivoltella e spara. La povera Mimi stramazza a terra, ferita a morte. » (La Vita Cinematografica, 15 febbraio 1911)

Del soggetto Nella camorra, produzione Ambrosio interpretata dalla consolidata coppia Capozzi-Tarlarini, accompagnati da Luigi Maggi e Oreste Grandi, non sappiamo l’autore, ma l’argomento ricorda altra produzione Ambrosio di qualche anno prima:

« Sciancatello odia a morte Cicce O’ Guaglione, forse perché è un pezzo d’uomo alto e tarchiato, forse perché è un camorrista famoso: certo perché si beffa di lui quando lo intoppa a basso porto o all’angolo della strada. Però appena s’accorge che O’ Guaglione se l’intende colla Nunzia, la moglie di Pasquale, corre in piazza e senza tanti preamboli dà a Pasquale la… buona novella. Pasquale urla a strepito, non vuol crederne un accidente; ma finisce di chiudere in core il sospetto e l’amarezza. Passa qualche tempo e un mattino Sciancatello è trovato morto nella strada, con un coltello piantato nelle reni. La giustizia per certi suoi sospetti arresta O’ Guaglione e te lo caccia dentro. Pasquale respira. Gli pare che l’incubo svanisca a poco a poco e che piano piano s’allenti la stretta della gola. Ma è breve respiro il suo. Una lettera che O’ Guaglione scrive dal carcere a Nunzia, lo ricaccia a terra. Dice la lettera: “Vieni a notte fonda e canta Marechiaro. Poi guarda se una funicella scende abbasso. E attaccaci un buon coltello…” A notte fonda una voce s’alza di sotto le mura del carcere, una voce melodiosa e calda che dice dolcemente le note della canzone; ma d’un tratto la melodia si cambia in un urlo di spavento, poi in un rantolo di morte. La pattuglia di guardia accorre ed arresta Pasquale, che ha accoltellato la Nunzia.
Così i due rivali si rivedono nel carcere. Ed è il loro un incontro tragico. Un breve insulto, una lotta feroce. E O’ Guaglione rimane disteso a terra, contorcendosi e lamentandosi. Pasquale si rialza e gli grida: “Quattro dita di lama nel fianco fra la terza e la quarta costola, anche a te, come a lei, com’a Nunzia!”.» (Cinema, 5 marzo 1911)

Il film viene accolto malissimo dalla stampa: “Purtroppo al di là delle Alpi l’eco delle nostre cronache cittadine ha una ripercussione dolorosa; perché a tanto voler aggiungere la prova quasi lampante e materiale del come avvengono presso da noi i delitti, e quali le cause che generano gli stessi nella bassa classe del popolo? Camorra è, dunque, una pellicola destinata… al cestino, e ciò mi dispiace dirlo, per la casa Ambrosio che tanto ha fatto per la riuscita della film che, come dissi al principio, artisticamente vale… e molto” (La Vita Cinematografica, 15 marzo 1911)

Ma Don Arturo (Ambrosio) non è così convinto di dover buttare al cestino questo tipo di argomenti molto produttivi al botteghino, e insiste con Dalla colpa all’amore (Scene della mala vita), soggetto di Arrigo Frusta, operatore Giovanni Vitrotti:

« ‘O Mandriere ha pensato: – Ecco il piano. Ti prendo ‘a Concetta e te la vesto come una principessa, A Napoli non ci stanno donne più belle. E’ bella come il sole, come la Madonna! Poi te la caccio sulla strada del banchiere, e su e giù, e giù e su, se il banchiere non ci casca, ch’io possa morire ammazzato! Quando il giovinotto e Concetta se l’intenderanno al resto ci penso io…
‘O Mandriere ha fatto bene i suoi calcoli. Ora la Concetta è l’amante del Castoldi, il richissimo banchiere di Piazza Nova, e ne conosce tutti i segreti e tutti gli interessi. I colpo è semplice e ardito. Il Castoldi usa portare lui stesso le somme per le operazioni che fa la sua banca. Che ci vuol molto ad aspettare un uomo nell’ombra di una cantonata, piantargli quattro dita di ferro in core, toglierli il pacco dei quattrini e far vela per ignoti lidi?
Ma Concetta, la spia, che accompagna il giovane banchiere, come si avvicina allo svolto dov’è stato concertato l’agguato, sente qualcosa che le urla dentro: No! No! No! Pare che una mano le apra a forza le labbra, e che una volontà superiore le cacci fuori le parole affannose: No, basta, ti vogliono assalire…
Castoldi afferra la rivoltella e quattro figuri spariscono nell’ombra. Che forza ha fatto parlare Concetta? L’amore! E l’amore l’ha redenta.
Il giorno dopo Concetta viene trovata irrigidita, inzuppata di sangue, ai piedi di un fanale, con quattro dita di ferro piantato in core.
Forse la coltellata destinata al banchiere Castoldi.» (La Vita Cinematografica, 30 aprile 1911)

Il saggio Ernesto Maria Pasquali, che ha lanciato con successo la serie Raffles, gentiluomo ladro, tanto per dimostrare che i delitti non hanno patria ci propone I delitti americani:

« Hubert, dopo 25 anni passati a far fortuna in America, ritorna in patria per riabbracciare la figlia, che lasciò in tenerissima età. Sbarcato a Le Havre, si dirige verso Bordeaux: ma mentre in una stazione attende l’arrivo del treno, è individuato da un truffatore, che lo avvicina e gli fa raccontare la sua storia; con un pretesto l’uomo guida Hubert a visitare le bellezze dei luoghi e lo fa cadere in un precipizio, dopo avergli sottratto il portafoglio e i bagagli. Può cosi presentarsi a casa della figlia facendosi passare per il padre. Ma il delitto ha avuto un testimone, che a sua volta intende approfittare della situazione, ricattando l’impostore. I due malfattori trionferebbero dell’inesperta giovinetta, se non intervenisse a difenderla il fidanzato, che, giocando d’astuzia, sventa i loro piani per impadronirsi delle sostanze della ragazza e li consegna alla giustizia. »(Arte y Cinematografia, Madrid (sic. Barcellona), n. 17, 30 mayo 1911) (1)

Un momento. C’è qualcosa che non va. Il titolo dovrebbe essere: I delitti francesi. Cosa c’entrano gli americani?

L’argomento di Odio di gitana, prodotto dalla Milano Films, sulla carta, mi sembra troppo convenzionale:

« Un gitano ha installato la propria carovana davanti al ricco castello del conte d’Auriaz, nelle cui terre va abusivamente a caccia. Un giorno però viene sorpreso dal conte, il quale, indifferente alle preghiere della moglie dello zingaro, lo fa arrestare e condannare alla prigione. Gina, la gitana, giura però di vendicarsi e, senza perdere tempo, si dirige verso la città, dove trova occupazione come modella. Grazie a questa sua nuova occupazione, un giorno viene presentata al conte, il quale, non avendola riconosciuta, s’innamora perdutamente di lei e per lei si rovina. Un giorno, scoraggiato, porta un ennesimo regalo alla modella, una superba collana di perle: la modella però sembra prendersi gioco di lui e del prezioso dono. Mentre il conte se ne va, si presenta da Gina il figlio di lui, che, ammaliato a sua volta dal suo fascino, le offre dei fiori: la donna li accetta, perché il giovane visconte deve essere lo strumento della sua vendetta. Un’idea diabolica infatti la ispira: approfittando delle dimostrazioni d’amore del giovanotto, gli introduce in tasca la collana avuta in dono. E appena il visconte la lascia, avvisa il commissariato di polizia di essere stata derubata dal visconte, sollecitando indagini. Il visconte viene arrestato, mentre il conte, credendo il figlio colpevole, si uccide. «La modella, rivestitasi dei suoi abiti di gitana, assiste all’arresto, gustando odiosamente la vendetta che fu completa».» (La Vita Cinematografica, 30 maggio – 5 giugno 1911)

Completa? La scena finale sarebbe questa: Il visconte va in galera, quindi il marito della gitana e lui s’incontrano. Che fanno? Giocano a carte?

Per l’ambizione di una donna, produzione Cines, giugno 1911, che dovrebbe cambiare titolo in Vittima del successo:

«Il poeta Avani, all’inizio della sua carriera artistica, è avversato nei primi lavori d’arte dal re della critica teatrale Guglielmo Berti: i suoi primi slanci cadono miseramente dinanzi agli articoli del critico. La signora Avani, ambiziosa di essere ossequiata moglie di un grande autore, cerca di agevolare la pericolosa salita al marito; ella, incosciente della propria leggerezza, nell’assenza del marito va a trovare Berti nella sua casa, mentre trovasi in convalescenza per una ferita riportata nel duello col di lei marito. Il fascino, la seduzione della donna vincono l’anima del critico; egli si offre schiavo del desiderio e della volontà di Emma e con nuovi articoli prepara un nuovo radioso avvenire al poeta. In questo lavoro di preparazione Emma cade inconsciamente nell’amore di Berti e compra a prezzo del suo onore la gloria del marito. Il marito torna a Roma e va in scena una sua tragedia, che grazie all’aiuto di Berti ha una felicissima riuscita; ma un biglietto di Emma sorpreso da Avani rivela il valore di quella vittoria. Avani dietro le quinte (mentre gli attori recitano il suo lavoro) aggredisce Berti, che si difende. Interviene Emma e Avani l’uccide. Quando il pubblico chiama l’autore i comici si trovano avanti a quella scena d’orrore. » (Cinema, 5 giugno 1911)

Molto diverso è il personaggio della protagonista femminile di La tigre, produzione Ambrosio, ancora Tarlarini-Capozzi, Gigetta Morano che interpreta la vittima innocente, messa in scena di Luigi Maggi:

«Come Nerina, l’Altera, l’Adamantina, la Vergine forte, apprende il matrimonio dell’amica Beatrice con l’irresistibile Sandri, le pare che una lama di pugnale le squarci il cuore. Tale è lo spasimo che la vita s’oscura e i polsi rallentano il ritmo. Ma a poco a poco lo spirito indomito riprende il sopravvento e Nerina con calma e freddezza studia il suo piano: riconquistare l’amore di Sandri, portare via con arte sottile il fidanzato all’amica. Il fingere non le costerà molto. Nerina è maestra in quest’arte. Un invito per le nozze giunge in buon punto per facilitarle il principio dell’impresa. Cosi, ospite nel castello di Beatrice, Nerina può avere un colloquio con Sandri. Ma il giovane respinge con sdegno le parole e le profferte. Nerina è vinta. La ferita nell’intimo si è riaperta e l’irreparabile la fa soffrire più crudamente. Nel suo pensiero s’afferma l’idea del delitto. Come il felino si nasconde tra le alte erbe della giungla ed attende le ombre per azzannare e ferire, Nerina esce cautamente la notte dalla sua camera. Striscia pei corridoi, dove la fiammella saltellante della candela getta strani grovigli di lume e d’ombra, giunge nella camera di Beatrice, reprime il battere del sangue nelle vene, ascolta il respirare tranquillo della dormente e con pensiero risoluto accosta la fiammella della candela alle cortine. Dopo un po’ le fiamme divampano altissime. Ogni soccorso è impossibile. E, sicura nel suo covo, la tigre gode l’impunità.
Dopo un anno Nerina sposa l’irresistibile Sandri. Dalle corbeille di nozze prende un mazzo di rose e col marito va a deporlo sulla tomba dell’amica morta. La tigre insaziata ha voluto dare l’ultima zannata. » (Bollettino Ambrosio)(1)

Manca un finale tipo Carrie di Brian de Palma e siamo a posto.

Facciamo una pausa per ascoltare, in questo caso per leggere nel prossimo post l’eco delle proteste dei difensori della morale.

Alla prossima!

1. Aldo Bernardini, Vittorio Martinelli, Il cinema muto Italiano 1911 – I film degli anni d’oro; Biblioteca di Bianco e Nero – Centro Sperimentale di Cinematografia 1996.

Magnifico delitto 1909

Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi
Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi in un film dell'Ambrosio

Eravamo rimasti ai film del 1909, un anno pieno di delitti cinematografici. Quasi tutte le case di produzione italiane si buttano nella mischia.

Apre il fuoco la Cines con Tenebre, messa in scena di Mario Caserini. Ma la storia non è un granché, siamo al solito delitto di gelosia:

« Per il crollo di una miniera un giovane ingegnere perde la vista e la sua famiglia cade in miseria. La sposa, capricciosa e vanesia, mal si adatta al nuovo stato e si lascia corteggiare da un amico che frequenta la loro casa. Il cieco indovina la colpa, si sente l’inferno nel cuore, e non potendo reggere all’onta e al suo martirio, uccide l’adultera.»  (1)

Nel mese di febbraio, la casa Ambrosio propone Amore e dovere. La protagonista femminile è Mary Cléo Tarlarini, nel ruolo di una rivoluzionaria nihilista. Con questo film inauguriamo la serie “finito per mancanza d’interpreti”:

« Un ufficiale, Loris, salva casualmente una giovane donna, Ivana, che sta per essere travolta dai cavalli di una slitta, e tra i due nasce ben presto l’amore; ma li separa il fatto che Ivana è una nihilista, tutta presa dalla causa della rivoluzione e frequenta un gruppo di congiurati. Un giorno la ragazza è scelta per una missione: deve uccidere il governatore e giura ai compagni di farlo. Ma, denunciata da una spia, viene sorpresa, mentre sta in agguato con due complici; questi ultimi proteggono la sua fuga, ma vengono arrestati e, durante la perquisizione del loro alloggio, una carta rivela il nome della loro complice. E’ proprio Loris a ricevere l’incarico di arrestare la ragazza. Egli non sa risolversi, manda a Ivana una lettera spiegandole il dilemma in cui si trova, diviso tra l’amore e il dovere; e la ragazza gli risponde che se si trovasse nella sua situazione, si ucciderebbe dopo aver ucciso il proprio amore. Disperato, l’ufficiale raggiunge con le guardie la casa di Ivana, rimane solo con lei; ed è la ragazza stessa che lo invita a spararle al cuore. Dopo un lungo bacio appassionato ricevuto da Ivana, che muore fra le sue braccia, mentre le guardie irrompono nella stanza anche Loris si uccide, cadendo accanto al corpo dell’amata. «Tra l’amore e il dovere ha vinto la morte!» (1)

Il fantasma, produzione Cines, uscito nel giugno 1909. C’è un po’ di tutto, ma la storia sa di dejà vu:

« Marito, moglie e figlia, vivono in apparente serenità. Invece la moglie ha un amante, il miglior amico del marito. Questi li sorprende e dopo aver cacciato di casa la moglie, estrae una rivoltella, ma non volendo uccidere un uomo disarmato, getta a terra l’arma e sfida a duello il rivale. Quest’ultimo, andandosene di casa, si impadronisce della rivoltella.
Il duello ha luogo. L’amante, disarmato dal marito, lo uccide con la rivoltella; ne getta poi il cadavere in una botola della propria casa.
Dieci anni dopo, l’uomo si è fidanzato con la figlia dell’ucciso. Ma quando se la porta a casa e cerca di baciarla proprio nella stanza dove si trova la botola, il fantasma dell’ucciso gli appare e si interpone fra i due. Altre visioni continuano a perseguitare l’assassino, portandolo sull’orlo della follia: finché, per liberarsene, egli confessa il crimine commesso, mostrando alla giovane fidanzata il teschio del padre. Inorridita, la fanciulla lo abbandona.»(1)

Tutto qui? Insomma, l’assassino riesce a farla franca? Che fine fa il fantasma del titolo?

Agosto 1909, debutto nel genere criminale dalla Pasquali e Tempo con Una tragedia nell’ombra. Sentite che storia:

«Travolto da una disavventura finanziaria, l’unica via d’uscita che rimane all’imprevidente speculatore è che sua figlia sposi un banchiere. Per salvare il padre, e malgrado ami un altro, la giovane accetta. Ma il suo antico innamorato la convince a liberarsi del marito, avvelenandolo. Il banchiere, che ha visto la moglie manipolare l’infuso, si sacrifica per la felicità della donna e beve il caffé, morendo poco dopo. La moglie si avvicina alla finestra per invitare l’amante a raggiungerla, ma quando l’uomo entra in casa, è colta del rimorso e lo scaccia: rimarrà sola con il suo peccato.» (1)

… e con i soldi, aggiungo io.

Ma la giustizia che fine ha fatto? Non c’è l’ombra di un ispettore né di un carabiniere in questi film. La giustizia è a carico del rimorso, di qualche fantasma che, spesso, nemmeno riesce nel suo impegno poverino.

Andiamo avanti.

Ottobre 1909. Ritorno alla ribalta dell’Ambrosio ed Arrigo Frusta. Interpreti principali: Mary Cléo Tarlarini, Alberto A. Capozzi. Ancora una storia di amore, dovere, spionaggio, con la variante dell’onore… di morire:

Amore e patria
«La bella Maritza affascina (…) il tenente Di Nauteuil, che si fa consegnare un importantissimo documento, riguardante la difesa della patria. Ma, compiuto l’atto infame, il giovane ufficiale sente orrore di se stesso, corre dal suo comandante, gli confessa il misfatto e aggiunge: La donna è fuggita in automobile, ma io so la strada che deve percorrere. Bisogna inseguirla! Raggiungetela!, grida il comandante. E ordina a due ufficiali di accompagnare il tenente.
L’inseguimento incomincia. Le due automobili corrono con una velocità pazza. Ma gli inseguitori guadagnano terreno: appena pochi metri dividono le due macchine… la spia è raggiunta… quand’ecco apparire la frontiera.
La donna passa trionfante; ma gli ufficiali devono fermarsi davanti ad un drappello di soldati che spianano le armi. E piuttosto che tornare indietro prigioniero e disonorato, il tenente Di Nauteuil s’uccide con una pistolettata.»(1)

Lo stesso mese, la Cines presenta Amore sardo, interpreti Fernanda Negri Pouget, Orlando Ricci e Amleto Novelli. Come argomento non è molto originale, anche questo finisce per mancanza d’interpreti:

«E’ il rapido riassunto della storia di una fanciulla che, respinto l’amore di un giovane, viene da questo rapita e condotta in casa sua. I parenti di lei giurano di vendicarla, e invitano il giovane con una lettera ad un appuntamento. Il fratello di lei ed il suo rapitore si trovano di fronte, e qui ha luogo una tragica soluzione, per la quale la fanciulla resta vittima del colpo di fucile diretto all’amante e i due rivali precipitano nella lotta in un burrone. » (1)

I delitti cinematografici del 1909 finiscono con Il diritto di uccidere, un titolo suggestivo, lo stesso dell’opera teatrale di Arrigo Frusta, quella che andò in scena al Teatro Alfieri nel 1901, ma il soggetto è molto diverso:

«Lucio, che ha moglie e una figlia, trascura la sua famiglia. Sua moglie, che è al capezzale della figlia ammalata, vede Lucio fra le braccia dell’amante. Quando Lucio torna a casa, avviene una scena di gelosia. L’uomo decide di andarsene portando con sé il denaro. La moglie lo segue di nascosto fino alla casa dell’amante, e quando costei la scaccia, uccide l’amante del marito.» (1)

Le protagoniste femminili sono Lydia De Roberti e, ancora, Mary Cléo Tarlarini.

I delitti del 1909 sono troppi, al prossimo post per il 1910.

Note: 1. Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1905-1909 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996)

Il cinema della cronaca nera

Nozze tragiche, film del 1906
La scena della proiezione sulla parete di fondo della soffitta in Nozze tragiche, 1906

Il cinema dei delitti, della cronaca nera,  è un classico intramontabile, un genere di successo fin dai primi tempi del cinematografo. C’è chi lo vuole nato in Francia, il cinema dei “faits divers”, secondo altri sarebbe nato in Inghilterra, altri ancora sono sicuri di attribuire agli Stati Uniti il battesimo… Ma io non voglio occuparmi adesso di questo “giallo” irrisolto, voglio parlarvi di come nasce questo genere nel cinema italiano.

In mancanza di prova contraria, i primi “delitti” del cinema italiano sono del 1906.

Ah, dimenticavo! Prima di “rivedere” questi film, sulla carta perché quasi tutti sono “scomparsi nel buio”, voglio chiarire che si tratta di storie ambientate nel mondo contemporaneo, contemporaneo del ‘900, storie scritte per il cinematografo, non trasposizioni dei classici della letteratura o del teatro

Uno dei primi film dovrebbe essere Nozze tragiche, prodotto dalla Cines di Roma nel 1906. Vi propongo la descrizione del soggetto in un famoso articolo di Giustino L. Ferri, pubblicato nella rivista La lettura, settembre 1906:

« una bella figliuola dell’Agro Romano, sedotta dal padrone. In assenza del padre l’ingenua villanella permette al signore di entrare nel tugurio; il vecchio ritorna improvvisamente, e il padrone se la svigna da una finestra. Ma nella fretta egli ha lasciato un indizio d’accusa, il suo carniere da cacciatore. Il vecchio maledice e scaccia l’imprudente figliuola, che ripara a Roma, dove il signore, giovine e ricco mercante di campagna, largheggia con lei in tutte le soddisfazioni della vanità e del lusso. Intanto è nata una bambina. Sarebbero felici, ma il signore deve prender moglie. Per liberarsi di lei, le offre un fascio di biglietti di banca, naturalmente rifiutati con quel nobile disprezzo che a teatro piace tanto alle persone più avide e meno scrupolose. Sopraggiungono i guai : la soffitta, la penuria, la malattia mortale della bambina. Il pensiero della derelitta vola angosciato all’infedele, che si apparecchia alle nozze. Una proiezione sulla parete di fondo della soffitta precisa questo pensiero in un salottino elegante, dove il traditore fa la corte alla ricca fidanzata. La bambina muore, e il coltello della tradita, che colpisce il seduttore mentre esce dalla chiesa dando il braccio alla sposa, giustifica il titolo di Nozze tragiche imposto alla composizione.

Mentre i quadri si succedevano, una brava donnetta popolana spiegava al marito le varie parti e le ragioni del dramma, dandogli anche notizie che rivelavano l’assidua frequentatrice di cinematografi.

— Guarda la sposa, — gli aveva detto alla scena della firma dei capitoli, — è quella che l’altra sera faceva Pierrot.

Alla fine, dopo la pugnalata, riassunse il suo giudizio in un’esclamazione sincera:

— Poveretta ! E che doveva fare con un assassino come quello lì?

Per lei l’assassino era l’assassinato. La sua pietà per la tradita era inesorabile per l’ucciso.»

Pare che sia il primo film italiano del francese Gaston Velle, contrattato dalla Cines, e si dice che fosse un rifacimento di un dramma che Velle aveva girato qualche mese prima per la Pathé Frères: Hyménée tragique, distribuito in Italia con il titolo Nozze tragiche, al punto che la casa francese accusò la Cines di concorrenza sleale. Il film fu proiettato al Cinema Moderno di Filoteo Alberini, che allora lavorava per la Cines come direttore tecnico.

A questo primo tentativo seguì qualche mese dopo, Onore rusticano, anche questo prodotto dalla Cines, anche questo firmato Velle, operatore Alberini:

«E’ un dramma rapido, caratteristico, che si svolge in piena campagna romana. Una giovane contadina ama follemente un carrettiere, il quale la tradisce con la moglie di un oste. Una lettera anonima svela alla disgraziata l’ignobile tresca, ed ella per vendicarsi decide di raccontare all’oste l’inganno di cui è oggetto per parte della sua infedele consorte. Un giorno, mentre molti contadini e contadine sono gioiosamente riuniti a bere ed a danzare nei pressi dell’osteria del villaggio, una tragica scena si svolge in fondo alla cantina dell’osteria. L’uomo tradito, che ha invitato il giovane carrettiere in quel luogo solitario, impegna con lui un terribile duello a colpi di coltello. Il carrettiere cade mortalmente ferito e l’oste si salva con la fuga. Tutti si fanno attorno alla vittima; la sua giovane fidanzata in uno slancio di dolore e di affetto vorrebbe abbracciarlo, ma egli la respinge per indirizzare un bacio alla sua amante. A questa vista la giovanotta, fuori di sé per l’ira e per la gelosia, afferra il coltello ancor tiepido del sangue del primo delitto e ferisce l’odiata rivale.» («Bollettino Cines», Roma, n. 11, ottobre 1906)

Frasi di lancio: «Questa cinematografia, che in pochi metri, condensa un dramma così ricco di passione e d’interesse, è destinata a duraturo successo e farà sempre la fortuna di ogni spettacolo cinematografico.» – «Splendida ed emozionante cinematografia della Cines.» (1)

Più o meno lo stesso mese di ottobre usciva nella sale La camorra napoletana, produzione Ambrosio e C. Torino, ambientato a Napoli:

« Film in tre parti.
1. Una povera madre abbandonata. – La prepotenza della Camorra che approfittando della miseria, vorrebbe affigliare alla Camorra il di lei bambino ancora in fasce. – Offrono perciò il pugnale, denaro e codice, emblemi dell’associazione. – Rifiuto sdegnoso della madre. – L’aiuto di un operaio onesto. – Dichiarazione d’amore. La minaccia del capo camorrista.
2. All’osteria di campagna. Il ballo ed il complotto dei camorristi.- Il gioco del tocco.-L’offesa.-La risposta.-La tirata di coltello.- Le guardie.- Duello rusticano.- Delitto.- Fuga.- L’inseguimento.- Lotta.
3. Alla propria abitazione.- Senza chiave.- La vendetta di Rosa.

Descrizione dei quadri da un programma del American Bioscope Roatto al Politeama Ariosto di Reggio Emilia, 6 ottobre 1906.

Frasi di lancio: «Scene drammaticissime della mala vita nei bassifondi sociali a Napoli». «Riproduce dal vero i fatti della vita napoletana.» (1)

Sicuramente mi sono persa qualche film, non è facile trovare la descrizione degli argomenti in questi primi anni di produzione italiana. Me lo fa sospettare il fatto che nel 1907 ho trovato soltanto due titoli. Nel primo, al delitto segue il rimorso, che uccide il colpevole:

Visione accusatrice, prodotto dalla Rossi & C. di Torino:

« Un uomo va a pescare e perde il suo berretto nel torrente. Il copricapo è trovato da un vagabondo, il quale, volendo poi rapinare un uomo di passaggio, nella colluttazione lo uccide. Il vagabondo perde sul luogo del delitto il berretto, che viene trovato dalla polizia: sul bordo c’è scritto il nome del proprietario e il povero pescatore viene quindi arrestato e messo in prigione. Mentre sta scappando, il colpevole fa una brutta caduta e rimane ferito. Nella situazione di abbandono in cui viene a trovarsi egli continua ad avere sotto i occhi la visione del delitto che ha commesso: e in punto di morte, egli confessa. Così il pescatore viene rilasciato e può tornare felice dalla sua famiglia. »(1)

Nel mese di giugno, esce sugli schermi Lo spettro, film delittuoso con un pizzico di cinema-horror, presentato nel catalogo della Cines come “film drammatico”:

« Un calzolaio avido di danaro uccide il padrone per derubarlo dei suoi risparmi, ma lo spettro dell’assassinato gli apparisce ad ogni istante, minaccioso, terribile. Vinto dallo spavento e dal rimorso lo sciagurato si suicida per trovar pace nella morte. »(1)

Nessuna traccia sull’argomento di parecchi film “sospettosi” prodotti nel 1908, che portano titoli come: Amore e morte, Il bandito nero, Fatti di cronaca, Giusta vendetta, Il redivivo, Sepolta viva, La vendetta di una morta.

L’orfanella dell’assassinato, prodotto dalla Cines nel dicembre 1908, incontrerà, o meglio si scontrerà con la censura nel 1914, al film venne revocato il permesso di circolazione:

« Un soldato, in un accesso d’ira per una ramanzina che ritiene ingiusta, uccide il suo ufficiale superiore. Dopo due anni di prigione, riesce a evadere e si aggrega a una banda di ladri. Ma quando i malviventi rapiscono la figlioletta dell’ufficiale per chiedere un riscatto, l’uomo, in un soprassalto di rimorso, la libera a rischio della sua vita e la riconoscenza della madre. La donna gli perdona i grande dolore inflittole con la morte del marito. »(1)

Arrivati al 1909, la casa Ambrosio di Torino scommette decisamente per il cinema “delittuoso”, lanciando sul mercato, insieme alla Serie Oro, la Serie Nera.

Ed è arrivato, anche, il momento di parlare di uno dei grandi sceneggiatori del cinema muto italiano: Arrigo Frusta, pseudonimo di Sebastiano Augusto Ferraris, nato a Torino il 26 novembre 1875.

Svogliato studente di giurisprudenza, pubblica il primo articolo su La Gazzetta del Popolo a soli 19 anni: Il premio della bontà. Dal titolo di questo articolo nessuno sospetterebbe quello che può uscire dall’effervescente penna del giovane aspirante letterato. Una delle poesie pubblicate nella raccolta: L’esposission del 1898. Sonet birichin gli procura un’imputazione di offesa alla morale. Lo stesso anno debutta come autore teatrale, e nel 1901 va in scena al Teatro Alfieri di Torino Il diritto di uccidere, la storia di un avvocato innamorato di un’affascinante demi-mondaine, che sceglie il suicidio quando scopre che lei è sua sorella.

Licenziato dalla Gazzetta del Popolo nel 1908, Arrigo Frusta è assunto come responsabile dell’ufficio soggetti da Arturo Ambrosio. (2)

Ci vediamo con Arrigo Frusta e la casa Ambrosio nel prossimo post.

Note: 1. Argomenti dei film, Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1905-1909 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996) “. 2. Per le informazione su Arrigo Frusta, Silvio Alovisio, Voci del silenzio – La sceneggiatura nel cinema muto italiano (Museo Nazionale del Cinema – Il castoro, 2005)