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La Principessa – Caesar Film 1917

La ballerina Alfonsina Battaglia (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917
La ballerina Alfonsina Battaglia (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917

La brillantissima commedia cinematografica, che la Caesar Film ha editata è tratta dalla celebre novella omonima che Roberto Bracco scrisse circa dieci anni fa, e che ottenne un clamoroso successo e fu tradotta in tutte le lingue¹.

In questa adattamento per lo schermo, l’autore ha fatto degli opportuni mutamenti, facendo, fra l’altro, sparire tutto ciò che potesse sembrare salace, e sottolineando maggiormente, per la visione cinematografica, tutto quello che vi era di più artistico e di più elegante.

La commedia è tramata sopra un delizioso, originalissimo caso di straordinaria rassomiglianza tra due donne; l’una gran dama autentica, una principessa; l’altra una piccola bohémienne, che si dà al caffè concerto, scritturandosi come danseuse. La gran dama, di una impeccabile severità di abitudini, resiste agli assalti galanti dei suoi ammiratori, rispondendo il tal modo, all’assoluta fiducia che in lei ripone suo marito, uomo anch’egli di grande serietà e probità.

Il debutto al caffè concerto della piccola bohémienne rivela la strana rassomiglianza ad una folla di spettatori, ai quali la bella dama così altolocata non è ignota. Naturalmente tra costoro sono gl’inutili corteggiatori della Principessa, i quali maggiormente possono constatare come la rassomiglianza sia perfetta: le due donne sembrano una persona sola. Inconsapevolmente la danzatrice sfrutta questo successo, poiché i mosconi che ronzano attorno alla bella dama, trovano in colei quelle grazie e quei sorrisi che incoraggiano la loro galanteria, e che erano così ostinatamente negati dalla Principessa.

Questo così intenzionale successo della piccola danzatrice, è risaputo dal marito della gran dama, il quale si sente offeso dalla pubblica constatazione della rassomiglianza d’una donnina di caffè concerto con sua moglie, ed ancor più dal fatto che gli amici di casa si consolino dei loro fiaschi, corteggiando col miglior risultato la danzatrice. Uno solo dei corteggiatori, il più innamorato ed il più intraprendente, resta fedele alla bella Principessa, disdegnando la volgare sostituzione. Ed è costui che informa, per renderla gelosa, la dama come suo marito la tradisca, avendo sequestrata quasi la piccola danzatrice. In effetti, il principe, perché quello che agli occhi suoi pare uno scandalo, cessi, con molti sacrifici finanziari ottiene dalla donna che si ritiri dal palcoscenico e metta alla porta la schiera degl’intraprendenti. Egli stesso sorveglia perché la consegna sia mantenuta, ed è così che sua moglie riesce a sorprenderlo in casa della danzatrice.

La principessa Sallustio (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917
La principessa Sallustio (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917

La Principessa, convinta di esse stata tradita, decide di divorziare, sorda ad ogni giustificazione. Il divorzio avviene in Svizzera, e la bellissima commedia termina con due matrimoni: quello del giovane innamorato con la Principessa, e l’altro del principe con la danzatrice.

Leda Gys nella doppia interpretazione della parte della Principessa e della Vice-Principessa, è stata insuperabile.

La squisita attrice ha dato ai personaggi della commedia quel brio, quella grazia, quella misura che ne hanno fatto un vero capolavoro di questo film, cui la Caesar ha dato l’impronta della più grande eleganza e signorilità, con un decoro scenico quale meritava il magnifico lavoro.

Accanto a Leda Gys, ha trionfato Camillo De Riso, nella parte del principe, attore cui ogni lode è superflua.

La Principessa può dirsi realmente la prima commedia cinematografica italiana che possa rivaleggiare con la migliore produzione del genere che ci viene dall’estero, e segna un trionfo di più all’attivo della Caesar Film.
(dalla brochure del film)

Antefatto

Nel mese di giugno 1916, Roberto Bracco si trovava per affari a Roma, all’Hotel Continentale. Il suo grande amico Lucio d’Ambra, allora direttore artistico della nuova casa cinematografica Medusa Film, fondata dal Marchese di Bugnano, si recò da Bracco e gli disse:

— Il Marchese di Bugnano desidera parlarti. T’invita a colazione con noi al Circolo della Caccia. Deve proporti un affare. Vuole comperare la tua novella La Principessa per farne un film. Ti prego di non mancare.

Il Marchese di Bugnano e Roberto Bracco erano già in cordialissimi rapporti d’amicizia. E il Bracco naturalmente accettò.

A colazione al Circolo della Caccia tra Bracco, d’Ambra e Bugnano si parlò dell’affare. Ma Roberto Bracco espresse il dubbio preliminare che un film cavato dalla sua novella La Principessa avrebbe potuto pregiudicare gl’interessi del noto commediografo italiano, di nome esotico, poiché d’origine inglese, Washington Borg², il quale, col consenso del Bracco, aveva tratta una commedia dalla stessa novella. La commedia non era stata ancora rappresentata, e perciò il Bracco pensava che gli interessi del Borg potessero essere, dal film, pregiudicati. Ma Lucio d’Ambra fece notare che un film non s’improvvisa. La commedia sarebbe stata dunque rappresentata, probabilmente, prima che si potesse lanciare il film. Oltre di ché, la réclame fatta al film avrebbe giovato alla commedia. Roberto Bracco presto si convinse che i suoi scrupoli erano errati ed accondiscese, quindi, a vendere al Marchese di Bugnano la sua novella.

La sera di quel medesimo giorno Roberto Bracco, rientrando in albergo, trovò il Marchese di Bugnano e Lucio d’Ambra che l’aspettavano per concludere. Una conversazione sulla cinematografia irritò alquanto l’iracondo Bracco, che a un dato punto disse: « Non voglio più saperne. Non voglio dare più nulla alla cinematografia ». Ma le preghiere e le insistenze del Marchese di Bugnano e di Lucio d’Ambra lo calmarono. La trattativa si strinse di nuovo. Fu stabilito che il Bracco avrebbe ricevuto a Napoli, dal Marchese di Bugnano, il contratto definitivo. Quanto al compenso, il Bracco promise d’accettare la somma che il Marchese di Bugnano gli avrebbe offerta. Fidava in lui, avendo avuto con lui altri rapporti d’affari (Sperduti nel buio: altro dramma del Bracco venduto al Bugnano).

Roberto Bracco tornò a Napoli. Ma il contratto con l’offerta finanziaria si faceva aspettare. Fu data intanto a Roma, il 20 luglio, al teatro Quirino, e con buon successo, la commedia del Borg tratta dalla novella bracchiana. Il nome di Bracco figurava, regolarmente, su i cartelli, e la stampa fu larga di lodi per il novellatore e per l’autore della commedia. Il critico più entusiasta fu Lucio d’Ambra, nella Tribuna. E il bel successo della commedia indusse immediatamente l’avvocato Giuseppe Barattolo — don Peppino — proprietario e direttore della Caesar Film, a chiedere a Roberto Bracco se egli fosse disposto a vendergli, per un film comico, la novella La Principessa. Il Bracco rispose:

— Non posso, perché sono già impegnato con Bugnano.

Dopo di che scrisse a Lucio d’Ambra lamentandosi di non avere ancora ricevuto dal marchese di Bugnano il contratto. Passò ancora qualche settimana. E finalmente il Bracco ricevette un lungo telegramma nel quale Lucio d’Ambra diceva su per giù questo: « Bugnano ed io siamo dolentissimi di doverti comunicare che non faremo in film La Principessa. Abbiamo riflettuto meglio. Ci siamo accorti che La Principessa non è, in fondo, cinematografabile. Ma ti promettiamo che ben presto concreteremo con te qualche  altro affare ».

Il Bracco, stupito e addolorato, scrisse a Lucio d’Ambra una lettera amara, che rimase senza risposta. E qui è giusto ricordare un’altra circostanza. Al Circolo della Caccia, il giorno della prima trattativa, il Bracco, con molta delicatezza, aveva espresso il timore che il soggetto della Principessa fosse eccessivamente piccante per la cinematografia. Ma Bugnano e Lucio d’Ambra lo avevano rassicurato dicendo: « Non ti preoccupare di questo. Noi, col tuo permesso, trasformeremo la novella. Ci basterà la deliziosa trovata della rassomiglianza. Le daremo uno sviluppo un po’ diverso. E sarà, comunque, un film originalissimo ».

Queste parole non erano state dimenticate dal Bracco. E quindi egli non poteva trovare giusto, né giustificabile, il pentimento del Bugnano annunziatogli da Lucio d’Ambra. D’altra parte il Bracco, non avendo più nessun impegno col Marchese di Bugnano, scrisse all’avvocato Barattolo di poter disporre della sua novella ed il Barattolo, senza perder tempo, ne comperò l’esclusività cinematografica per 4.000 lire.

Questo è l’antefatto. Commedia. Poi venne il dramma fra i due celebri autori.

Quando il film di Lucio d’Ambra Il Re, le Torri, gli Alfieri fu lanciato, con grande réclame, a Napoli, comparve nel Giorno — il quotidiano diretto da Matilde Serao — un articolo pieno di elogi. Ma il cronista, raccontando il soggetto, rilevava, a un certo punto, un’analogia con una nota novella del Bracco. Il giornale fu letto anche dall’avvocato Barattolo che subito si allarmò. Chiese conto di questa analogia al Bracco, che rispose di non essere responsabile. Intanto alcuni forse non appassionati spettatori riferirono al Bracco ed al Barattolo di aver riscontrato nel film Il Re, le Torri, gli Alfieri un importante episodio — l’episodio culminante — che era, secondo quei signori, una riproduzione evidente della novella bracchiana. La novella era stata trasformata, sì, — parlano sempre quei refendarii, — ma non tanto da non essere riconosciuta. L’avvocato Barattolo, al quale Roberto Bracco aveva raccontato quel che gli era accaduto col Marchese di Bugnano, si raccapezzò subito, a modo suo: « Roberto Bracco — pensò, — non aveva mai più ricevuto dal Bugnano l’atteso contratto perché Lucio d’Ambra aveva già sfruttato per conto suo, nel soggetto del film Il Re, le Torri, gli Alfieri, la novella della Principessa. Semplicissimo ».

E allora Barattolo e Bracco si rivolsero a me per la risoluzione della questione³.
Francesco Soro
(Splendori e miserie del cinema, Consalvo Editore, Milano 1935)

  1. Nella raccolta Smorfie gaie (1909).
  2. Per la cronaca: poco più di un anno prima, febbraio 1915, Lucio d’Ambra e Roberto Bracco avevano “raccomandato” Washington Borg all’avvocato Lo Savio della Film d’Arte Italiana Pathé, dove il commediografo e giornalista debuttò come aiuto metteur-en-scène.
  3. La lite si risolse “amichevolmente”, pare.

 

La Morgana Films

Logo della Morgana Films
Logo della Morgana Films

La Fata Morgana ha oggi dato il suo nome alla nuova Società che si è costituita a Roma sotto la valida direzione artistica di Nino Martoglio (il valoroso drammaturgo del teatro siciliano). A Roma già esiste la Film d’Arte, la quale corrisponde alle esigenze del momento. La Morgana Film compresa la necessità di estendere sempre più nel nostro campo il senso puramente artistico ed intellettuale dà inizio al suo lavoro con incrollabili appoggi. Non solo Nino Martoglio ha dedicato tutta la sua intelligenza ed attività per l’attuazione del vero ideale, di quell’ideale santo che si chiama arte, per il quale noi abbiamo sempre combattuto e lottato. I films a lungo metraggio per lo più sconclusionati, senza una vera impronta psichica razionale, è oramai tempo che finiscano; l’esigenza dell’oggi, l’onda infrenabile della cinematografia, ha bisogno di menti già provate, di intelligenze che hanno lavorato e sudato pro del nostro teatro — che si sono emancipate dalla cerchia dei lavoratori del pensiero. A Nino Martoglio, si sono uniti Roberto Bracco, l’autore del Diritto di vivere, di Piccola Fonte e di Sperduti nel buio, e Salvatore di Giacomo, il delicato poeta napoletano, al quale non solo Partenope ma Italia tutta è riverente — I nostri due commediografi, da come risulta dal Giornale d’Italia, han ceduto alla Morgana Film uno dei loro capolavori. Roberto Bracco gli Sperduti nel buio e Salvatore di Giacomo Assunta Spina. Quale esordio migliore potrebbe avere uno Stabilimento di posa, quando si pensi che Roberto Bracco, alieno a qualsiasi riduzione cinematografica dei suoi lavori, oggi ha ceduto il suo celebre dramma alla Morgana Film? Esecutori principali ne saranno Giovanni Grasso, il grande attore siciliano del quale si può affermare che il gesto è parola vivente, ed Adelina Magnetti. Queste due forze espressive riunite in una sola trama, mosse ad espandere tutta la loro passione nella grande opera del nostro autore, daranno tanta verità alla riproduzione del dramma da poter svelare allo spettatore la vera sintesi del lavoro, che il pubblico ha dimostrato non capire. Per questo Roberto Bracco si è deciso ad interrompere le trattative che aveva con alcune case estere ed affidare alla Morgana Film l’insceneggiatura di Sperduti nel buio, — e non ci pare fuori proposito riportare un piccolo brano di una intervista che il Giornale d’Italia gli ha fatto:

— Il mondo artistico italiano, ormai, non è che una gara industriale. Del resto, la Casa a cui ho ceduto Sperduti nel buio mi rassicura per i suoi intendimenti d’arte. S’intende che la visione cinematografica avrà una finalità diversa da quella della visione scenica, ma il mio dramma non subirà offese. E, anzi, il pubblico, che così spesso si lamenta della sintesi eccessiva delle mie opere drammatiche, avrà finalmente il piacere di conoscere tutto ciò che, negli Sperduti nel buio io ho preteso affidare al suo intuito e alla sua transazione.

Salvatore di Giacomo ha seguito le orme del suo concittadino ed infatti lo stesso giornale così riporta le sue parole:

— Si è piegato a consentire che un suo nobile suggestivo lavoro sia cinematografato un insigne scrittore di grande sensibilità ed onestà artistica: Roberto Bracco. Ha convenuto forse egli, come convengo io, che l’azione di Sperduti nel buio debba nel cinematografo essere più diffusa e variata e che un necessario ordito più peculiare debba esprimere tanti movimenti di quella dolorosa concezione che il drammaturgo ha in origine separata dalla sua esposizione così complessa, rapida e serrata com’è. La sua fantasia si eserciterà a comporre questo nuovo materiale quasi sussidiario, e l’esperienza di un nostro collega valoroso, Nino Martoglio, il quale già si è più avvicinato alla conoscenza tecnica di questa nuova forma di spettacolo, aiuterà il mio caro amico e concittadino. Il suo esempio m’incoraggia perché mi viene da un artista col quale ho vissuto i primi anni di giovinezza, e che mi è stato di esempio ancora nell’amore per l’arte e nel rispetto per l’arte.

Sotto questi auspici si inizia la Casa romana, sotto questa aureola di luce e di forza suggestive, e noi abbiamo piena convinzione che con il valido ausilio di Nino Martoglio e del signor Clemente Levi, (direttore amministrativo), ella occuperà ben presto il posto che si merita non solamente nell’Italia nostra, ma anche oltralpe.

Mario Woller Buzzi
(Il Maggese Cinematografico, 10 febbraio 1914)

Nota: La Morgana Films – Edizioni d’Arte è costituita come società di fatto nel gennaio 1914 a Roma.  Nino Martoglio, che lavorava come metteur-en-scène per la Cines, si era dimesso volontariamente dall’incarico verso la fine dell’estate del 1913, come risulta da una lettera inviatagli dal barone Alberto Fassini, direttore della Cines.

Nei labirinti di un’anima, Volsca Films 1917

Lola Visconti-Brignone, Alfredo Martinelli, Nei Labirinti di un'anima (1917)
Lola Visconti-Brignone, Alfredo Martinelli, Nei Labirinti di un’anima (1917)

Soggetto per il cinema di Roberto Bracco, anno 1917, regia di Guido Brignone, interpreti principali Lola Visconti-Brignone (Lea di Pontevedra, Arturo Falconi (Giorgio della Fondara), Alfredo Martinelli (Mauro della Fondara), Fanny Ferrari (Anna), operatore Sandro Bianchini.

Il fascino del bene

I due fratelli, il Principe Giorgio e il Duca Mauro della Fondara, son vissuti sempre assieme, amandosi vivamente, Giorgio sposa Anna, una mite e dolce creatura, più giovane di lui. E a Mauro, per cui Giorgio è stato anche un padre, sembra che nella casa avita non ci sia più posto per lui. Sente di dover lasciare Giorgio ed Anna alla loro felicità. Egli è uno strano tipo malinconico, al quale una lieve deformità fisica, affondandogli il capo fra le spalle, pare che faccia di tutto il suo corpo un che di pesante e di dolente. Se ne va, coi suoi libri, che sono la sua unica compagnia, nell’incantata isola di Capri, per sognare tra il sole e il mare. Laggiù la sua beata solitudine è turbata dalla visione di una bella e bizzarra creatura – una giovanissima e ricca vedova -, la quale ha soggiogato un po’ tutti col mistero in cui si avvolge, con la sua allegrezza festosa, col suo cuore tenero delle altrui miserie. Anche Mauro è preso dal fascino del bene che da lei si sprigiona. E la segue nelle gaie peregrinazioni di lei, ombra dolente e trepida. Un grave disastro finanziario schiude di colpo alla festante giovinezza di Lea un avvenire oscuro. Ella è per lasciare i cari luoghi della sua gioia, quando Mauro, commosso, le offre, timidamente, di diventare Duchessa della Fondara. Ed ella, sperando di trovare nell’uomo che l’adora un conforto, una guida, un appoggio, dopo qualche esitazione, accetta. Il principe Giorgio – che vive lontano con la sua sposina – alla notizia che Mauro gli comunica con una lettera mista di gaiezza e di malinconia ha come un presentimento di sciagura.

Passa il demone

Mauro ha acquistato per Lea, diventata sua moglie, una sontuosa villa a Capri, ed ella è piena di gratitudine e di affetto per lui, cercando di dissimulare una tristezza che la consuma e che non sfugge a Mauro, il quale, desideroso di restituire a quella vita la lietezza di un tempo, la induce a organizzare una gran festa campestre nel parco della sua villa. Lea riprende tutte le sue forze con evidente fatica e folleggia e danza; ma troppo ha chiesto a se stessa e all’improvviso si abbatte sfinita. E’ raccolta in uno stato gravissimo. Una schiera di dotti medici, al suo capezzale, confessa che il male si sottrae alla scienza, e dichiara che ella muore. E quando Lea, terrorizzata, vede l’abisso della morte, un grido blasfemo le sfugge: «Non voglio morire! Non voglio morire! Anche la mia anima al demonio per non morire!»

Lola Visconti-Brignone, Nei Labirinti di un'anima (1917)
Lola Visconti-Brignone, Nei Labirinti di un’anima (1917)

E come per un prodigio, ella risorge, la vita ritorna poco a poco, in quel corpo che già pareva appartenere alla morte, ma ritorna una vita cupa, concentrata, sinistra, quasi fosse tormentata e corrosa dal demoniaco dominio che Lea ha invocato su di sè. Mauro atrocemente ne soffre. E i servi, il popolo, quanti amavano Lea per il fascino di bene che esercitava, ora la temono. Anche Lea è ormai cattiva con tutti. Tetra, chiusa, diffidente, ella vive nella solitudine della sua anima e non più padrona di sé. Uno dei fenomeni delle sue condizioni morbose è il sonnambulismo. Ella vaga di notte, come uno spettro, per le rocce e le balze che sapevano i salti lieti della sua lieta vita luminosa.

– «Che vuoi da me? – ella dice una volta a Mauro, che la supplica di tornare a lui – Io non ti appartengo più, e non appartengo più neppure a me stessa. Lasciami, lasciami alla mia infelicità!».

E Mauro, oppresso, esaurito, scoraggiato, vinto, decide di liberarla di sé. Egli non sa avere il coraggio di condannarla al rimorso, ma neppure sa rassegnarsi alla certezza che ella debba ignorare per sempre la ragione della sua terribile decisione. Chiude, perciò, una lettera rivelatrice in un libro, affidandola così al destino. Se il destino vorrà, accadrà qualche cosa, per cui gli sguardi di Lea dovranno frugare in quel libro!

Alfredo Martinelli, Nei Labirinti di un'anima (1917)
Alfredo Martinelli, Nei Labirinti di un’anima (1917)

E in una notte nera scende il Monte Croce per precipitarsi dal suo picco più alto. Lea, nel delirio sonnambulo, lo segue con la vista, passa accanto al cadavere di lui come attratta da esso e va, spettrale nelle tenebre. Due contadini la scorgono, e ne sono atterriti.

Nella prima luce dell’alba, il corpo di Mauro è trasportato alla villa.

L’Accusatore

Giorgio è profondamente colpito dalla morte del fratello. E l’atroce dubbio d’un delitto sorge e ingigantisce nella sua anima.

«Se egli si fosse ucciso, avrebbe lasciato una lettera per voi o per me» – dice a Lea, che ha raggiunto a Capri. E Lea non parla, sente il sospetto che la circonda e non si difende. I due, non sono, ormai, l’uno di fronte all’altro che due nemici…

Giorgio indaga. Tutto è contro la donna: il testamento del morto in favore di Lea, la voce pubblica, la servitù, i due contadini che la videro nella notte fatale, il suo contegno chiuso, aspro, la sua fisonomia cattiva. Egli l’accusa. Lea è condannata. Ma Giorgio, lunghi dall’esserne soddisfatto, si sente oppresso dal peso del suo compito da giustiziere!…

L’angoscia della responsabilità lo attanaglia.

Tra le tristi ombre silenziose della sua casa egli ripone i libri del povero morto negli scaffali, e da un volume di un poeta caro a Mauro per affinità fisiche e spirituali cade la lettera rivelatrice. Giorgio è atterrito. Il rimorso lo dilania: rivela tutto alla giustizia, ottenendo la revisione del processo; e in una cella del penitenziario, dove Lea si dibatte come una tigre in una gabbia, implora il perdono della sua vittima, promettendole che tutto farà per restituirla alla libertà e alla vita. Lea si placa un poco e lo guarda a lungo, stranamente.

Il fascino maligno

Giorgio, fedele alla promessa, restituisce alla libertà Lea. E Anna, la piccola creatura di bontà e di dolcezza, ottiene da Lea il perdono per il marito. Lea perdona, e Anna, vedendo lo sguardo che essi si scambiano, intuisce che qualche cosa di fatale accade in quelle due anime!… Chi potrà mai scrutare in fondo ad esse? Una serie di fatti, però, rivela che Giorgio è sotto il fascino maligno di Lea, e Anna tenta di sottrarglielo. Fino a qual punto Giorgio è consapevole del fascino che subisce? Forse egli ignora. Sente e ignora! Onde è per lui stesso una terribile rivelazione il fremito che lo pervade quando sotto una bufera egli stringe il corpo palpitante di Lea che è svenuta. Una colonna e una lapide sorgono dove cadde e ristette esanime il corpo di Mauro. Essi vi han recato fiori e Lea è caduta innanzi alla visione di Mauro che la respingeva e le vietava di pregare. Poi, sotto l’uragano, Giorgio l’ha raccolta, l’ha avvolta in una scialle, che la vecchietta d’un casolare gli ha dato, è corso verso la villa lontana, mentre l’anima di Anna gemeva alla violenza del medesimo uragano e si tendeva tutta in una attesa trepida.

Il giorno dopo, Lea vuole andare a ringraziare la vecchietta che la soccorse e invita Giorgio a raggiungerla lassù. Il fascino è più forte di lui. Egli va. E Anna ansiosa, tremante, lo segue a distanza, lo vede entrare nel casolare con Lea mentre il cuore le si spezza e, spiando da un finestrino, ha la certezza di non poter scongiurare il tradimento. Che resta alla piccola anima trafitta se non di morire? «Vado a raggiungere Mauro» ella scrive col suo sangue sul colletto inamidato che si è strappato dalla veste: e, folle di dolore, lo getta dal finestrino nell’interno del casolare.

Ma quei caratteri di sangue, che cadono davanti a Lea e Giorgio, rompono l’incanto malefico. Il terrore invade tutti e due. Lea, esce dal casolare e insegue Anna che corre verso la morte. E la raggiunge proprio sul ciglio del Monte fatale e le si avvinghia per non farla cadere. Nella tragica lotta, Lea si sostituisce ad Anna e precipita nel burrone. Laggiù, Lea gravemente ferita è dopo pochi minuti, soccorsa da Giorgio e da Anna. Ma agonizza. Il soccorso è vano.

Riaccostandosi a Dio serenamente, con la coscienza purificata, con lo spirito assorto di nuovo nel Bene, ricongiunge Giorgio ed Anna, e muore. Dio è con lei!