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Il silenzio e la parola

Italia Almirante Manzini
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Torino, 22 dicembre ‘920

Sono obbligata a ritornare con la mente indietro di qualche anno. Allora, nel peregrinar zingaresco di attrice drammatica attraverso il mondo, avevo del cinematografo, di questa invenzione per me quasi fantastica, una conoscenza assai vaga. Ero assai innamorata dell’arte mia e non avrei saputo concepire l’interpretazione di un personaggio senza il meraviglioso ausilio della parola.

Ma il caso, sotto forma di una nevrastenia allarmante, stabilì la mia carriera di attrice cinematografica. Avendomi un proselite di Esculapio consigliato di rinunziare, per qualche tempo, al teatro, alle sue gioie ma sopra tutto alle sue fatiche, mi prescriveva, per la gravità del male: aria, luce, campagna. Rammentai allora di aver sentito dire che i teatri cinematografici erano costruiti come tante serre, situati in luoghi pittoreschi in mezzo a piante ed alberi, che vi si lavorava soltanto col sole sfolgorante. Per la prima volta lo spirito pratico, che non si era mai trovato d’accordo con me, volle farmi sentire le sue ragioni: quale migliore occasione mi si poteva presentare?

Sottrarmi all’ozio che avrebbe influito sui miei nervi, pur rimanendo fedele alle prescrizioni del luminare della scienza. Fui delle attrici di prosa, che si lasciarono prendere dal cinematografo, tra le più fortunate; ché, quando mi fui decisa a tentare la prova, l’Itala film mi offriva la parte di Sofonisba nella Cabiria di Gabriele d’Annunzio, l’opera d’arte che si ricorda tutt’ora. La fortuna mi assisteva sempre, e dopo alcuni mesi di ansie ed apprensioni ebbi, dalla proiezione di questo mio primo lavoro, il consenso del pubblico. Da allora fui combattuta tra il fascino che mi dava rappresentare le mie creature plastiche e la nostalgica passione di sentirle vivere attraverso l’armonia ed il vigore della frase.

Certo le due manifestazione artistiche si completano a meraviglia. Il dovere esprimere i diversi stati d’animo soltanto col gesto, obbliga l’interprete a studiare il personaggio assai più, cercando di farlo rivivere senza mai lasciarsi trascinare dal proprio io; uguali e maggiori sono le difficoltà sul palcoscenico, ma a vincerle concorre, molte volte la maggior preparazione, il bisogno di sentire l’immediato consenso del pubblico e la tensione nervosa che domina continuamente l’attrice… non distratta dagli spostamenti di macchina o dal prudente appartarsi del sole per ragioni nebulose.

Ma mi accorgo di oltrepassare i limiti consentiti dalle esigenze del Romanzo Film.

Italia Almirante Manzini
(Il Romanzo Film, 1 gennaio 1921)

La grande passione – Fert 1922

La grande passione Fert 1922
Carlo Benetti, Italia Almirante Manzini, Joaquin Carrasco

La trama: Maria (Italia Almirante Manzini), orfana dei genitori, vive con lo zio (Vittorio Pieri). La sua bellezza suscita l’invidia delle cugine, che la perseguitano e Maria è quasi costretta ad accettare la richiesta di matrimonio di Carli (Joaquin Carrasco), un ricco vedovo.

Non è l’amore, ma la serenità.

L’amore appare quando un altro uomo, Marcello (Carlo Benetti), cugino di Carli, comincia a corteggiarla.
Patrizio (André Habay), un amico, la mette in guardia inutilmente.

Maria, dopo essere stata abbandonata da Marcello, accetta l’amore sincero e disinteressato di Patrizio. Quando Marcello torna, vorrebbe riconquistare Maria, ma, sfidato a duello da Patrizio, viene ucciso. Carli nel frattempo è stato rovinato da Marcello. A questo punto Maria comprende che il suo dovere è di rimanere accanto al marito e, sacrificando il grande amore per Patrizio, ritorna con Carli.

Messa in scena di Mario Almirante; soggetto di Alessandro Varaldo, riduzione per il cinema di Mario Almirante; operatore Ubaldo Arata; scenografia Mario Gheduzzi.
Produzione Fert (Roma-Torino 1922).

Copia dalla Filmoteca de la UNAM (Mexico), didascalie spagnole, 35 mm. (1573 m.) 86′ a 16 f/s. Presentato al Cinema Ritrovato 2001.

L’Arzigogolo – Alba Film 1924

L'Arzigogolo, Alba Film 1924
Una scena del film al Borgo Medievale (Parco del Valentino, Torino), a destra la fontana del Maniscalco, a sinistra i portici di Casa Aschieri.

Ecco una proposta di restauro per Torino e la Regione Piemonte (al Museo del Cinema lo avevo proposto più di due anni fa, ma lo ri-propongo, non si sa mai). L’Arzigogolo fu uno dei grandi successi della stagione 1923-1924. La copia è stata ritrovata anni fa, non ho altre notizie.

«Nell’Arzigogolo è ritratto il dramma dell’uomo fatto schiavo e costretto al ridicolo per campare la vita di fronte alla tirannia.

Il lavoro, rappresentato per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma, la sera del 17 ottobre 1922 dalla Benelliana condotta da Alessandro Romanelli, ebbe molto successo. Interpreti principali furono Tina Pini, Giuseppe Sterni, Aldo Silvani, Leo Bartoli.»
(da Sem Benelli, il suo teatro, la sua compagnia, 1928)

«Questo film è la riduzione per lo schermo di uno dei migliori lavori del teatro drammatico italiano contemporaneo.Ne è autore Sem Benelli, uno dei poeti più originali che conti l’Italia del momento presente.

Sem Benelli è un autore che è giunto alla fama attraverso ad un duro tirocinio, attraverso cioè a tutte le difficoltà e le disillusioni che la vita dell’arte prepara a chi la vuoi seguire.

Le sue prime opere infatti, Un figlio dei tempi, poema lirico; Lassalle, dramma storico in quattro atti, e Terra, tragedia contadinesca, non piacquero né al pubblico, né ai critici.

Il poeta cercava affannosamente, in queste sue prime fatiche, l’ispirazione e la via da seguire. Tignola, una commedia in cui l’autore inscena lacrimosamente la sua storia intima, e La Maschera di Bruto diedero, coi primi consensi del pubblico, animo e fede a Sem Benelli.

Egli scrisse allora La Cena delle Beffe, un lavoro che lo innalzò di colpo agli onori ed alla fama più grandi che un poeta possa augurarsi. Il successo di La Cena delle Beffe fu così grande e così indiscusso, che il suo valore gettò come una specie di ombra sulle opere che uscirono in seguito dalla fervida fantasia dell’autore. Da chi aveva composto un poema di tanta forza e tanta bellezza, ci si attendeva la perfezione. Ragione per cui i lavori scritti dopo la Cena, L’amore dei tre re, Il Mantellaccio, Rosmunda, La Gorgona, Le Nozze dei Centauri ed Ali dovettero accontentarsi di salire, nell’estimazione pubblica, ad altezze inferiori in certo qual modo a quelle cui era assurto il capolavoro che li aveva preceduti. Gli ultimi prodotti dell’intelligenza sua furono La Santa Primavera e l’Arzigogolo.

L’ultimo lavoro eseguito per il teatro da Sem Benelli conserva, nella sua riduzione cinematografica, fedeltà di versione in tutto meno che nel finale, il quale, di perfetto accordo col l’autore, venne trasformato e perdete il suo colore tragico per assumerne, uno lieto.

Gli esterni per il film furono girati in Torino (tra cui il Borgo e Rocca Medioevale al Parco del Valentino n.d.c.) e nelle vicinanze. Come stabilimento venne usato quello della Pittaluga Fert.

All’interpretazione del lavoro concorsero artisti di primissimo valore del mondo cinematografico e di quello teatrale.

Il lavoro, di cui hanno parlato diffusamente i giornali, riuscì ricchissimo di pregi artistici.

Un particolare inedito interessante è quello fornito da una quantità di minuscoli artisti che interpretarono una delle scene più caratteristiche del primo atto, vogliamo alludere ai topi ed ai gatti del banchetto. Questi animaletti ebbero bisogno di un allenamento lungo e paziente per abituarsi a muoversi fra gli attori ed in un ambiente così pieno di luce e di vita. Anche qualcuno degli artisti dovette faticare non poco per adattarsi ad essere invaso dai poco graditi visitatori. Ma la difficoltà maggiore giunse quando si trattò della strage che dei piccoli rosicchianti dovevano compiere i loro feroci nemici, i gatti. Questi ultimi odiano i topi, ma fanno nel loro odio un’eccezione : hanno un’istintiva ripugnanza verso quelli bianchi, di fronte ai quali perdono ogni spirito bellicoso, e si ritirano inorriditi. Come ognuno può immaginarsi, la situazione che ne nacque fu delle più comiche e delle più difficili nello stesso tempo. Ci volle dei bello e del buono per indurre i gatti a fare il loro mestiere, ma vi si riuscì finalmente. L’Arzigogolo di Sem Benelli, riduzione scenica in 5 parti di Mario Almirante, ha i seguenti interpreti :

Violante: Italia Almirante. Spallatonda : Annibale Betrone. Floridoro: Oreste Bilancia. Il conte Giano: Alberto Collo. Il Signor di Carpi : Vittorio Pieri.
Costumi della Casa Caramba e della Sartoria Teatrale Zamperoni.»
(dalla pubblicità del film)

«Nella direzione artistica e tecnica, Mario Almirante si è posto alla testa dei metteurs-en-scène italiani pari per abilità di inscenatore a Griffith, per coloritura drammatica a Lubitsch, per finezza e grazia ad Abel Gance. Artista sensibile e raffinato, ha saputo impadronirsi del carattere dei singoli personaggi del dramma e svilupparsi in limpidezza di espressioni significative, con un crescendo wagneriano, sì che ogni ombra come ogni palpito messi in luce, hanno potuto, nell’essenza spirituale, conservare l’impronta fastosa e torbida. Nel piccolo castello medioevale del Valentino, abbiamo avuto la sensazione di essere stati trasportati indietro nei secoli: tutta la nostra modernità di idee e di abitudini si è sfaldata, come per un incantesimo, e con gli interpreti abbiamo vissuto la vita di quel tempo, nell’amalgama più completa.»
(Luciana Grimaldi, La Vita Cinematografica, novembre 1923)

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