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L’Arzigogolo – Alba Film 1924

L'Arzigogolo, Alba Film 1924
Una scena del film al Borgo Medievale (Parco del Valentino, Torino), a destra la fontana del Maniscalco, a sinistra i portici di Casa Aschieri.

Ecco una proposta di restauro per Torino e la Regione Piemonte (al Museo del Cinema lo avevo proposto più di due anni fa, ma lo ri-propongo, non si sa mai). L’Arzigogolo fu uno dei grandi successi della stagione 1923-1924. La copia è stata ritrovata anni fa, non ho altre notizie.

«Nell’Arzigogolo è ritratto il dramma dell’uomo fatto schiavo e costretto al ridicolo per campare la vita di fronte alla tirannia.

Il lavoro, rappresentato per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma, la sera del 17 ottobre 1922 dalla Benelliana condotta da Alessandro Romanelli, ebbe molto successo. Interpreti principali furono Tina Pini, Giuseppe Sterni, Aldo Silvani, Leo Bartoli.»
(da Sem Benelli, il suo teatro, la sua compagnia, 1928)

«Questo film è la riduzione per lo schermo di uno dei migliori lavori del teatro drammatico italiano contemporaneo.Ne è autore Sem Benelli, uno dei poeti più originali che conti l’Italia del momento presente.

Sem Benelli è un autore che è giunto alla fama attraverso ad un duro tirocinio, attraverso cioè a tutte le difficoltà e le disillusioni che la vita dell’arte prepara a chi la vuoi seguire.

Le sue prime opere infatti, Un figlio dei tempi, poema lirico; Lassalle, dramma storico in quattro atti, e Terra, tragedia contadinesca, non piacquero né al pubblico, né ai critici.

Il poeta cercava affannosamente, in queste sue prime fatiche, l’ispirazione e la via da seguire. Tignola, una commedia in cui l’autore inscena lacrimosamente la sua storia intima, e La Maschera di Bruto diedero, coi primi consensi del pubblico, animo e fede a Sem Benelli.

Egli scrisse allora La Cena delle Beffe, un lavoro che lo innalzò di colpo agli onori ed alla fama più grandi che un poeta possa augurarsi. Il successo di La Cena delle Beffe fu così grande e così indiscusso, che il suo valore gettò come una specie di ombra sulle opere che uscirono in seguito dalla fervida fantasia dell’autore. Da chi aveva composto un poema di tanta forza e tanta bellezza, ci si attendeva la perfezione. Ragione per cui i lavori scritti dopo la Cena, L’amore dei tre re, Il Mantellaccio, Rosmunda, La Gorgona, Le Nozze dei Centauri ed Ali dovettero accontentarsi di salire, nell’estimazione pubblica, ad altezze inferiori in certo qual modo a quelle cui era assurto il capolavoro che li aveva preceduti. Gli ultimi prodotti dell’intelligenza sua furono La Santa Primavera e l’Arzigogolo.

L’ultimo lavoro eseguito per il teatro da Sem Benelli conserva, nella sua riduzione cinematografica, fedeltà di versione in tutto meno che nel finale, il quale, di perfetto accordo col l’autore, venne trasformato e perdete il suo colore tragico per assumerne, uno lieto.

Gli esterni per il film furono girati in Torino (tra cui il Borgo e Rocca Medioevale al Parco del Valentino n.d.c.) e nelle vicinanze. Come stabilimento venne usato quello della Pittaluga Fert.

All’interpretazione del lavoro concorsero artisti di primissimo valore del mondo cinematografico e di quello teatrale.

Il lavoro, di cui hanno parlato diffusamente i giornali, riuscì ricchissimo di pregi artistici.

Un particolare inedito interessante è quello fornito da una quantità di minuscoli artisti che interpretarono una delle scene più caratteristiche del primo atto, vogliamo alludere ai topi ed ai gatti del banchetto. Questi animaletti ebbero bisogno di un allenamento lungo e paziente per abituarsi a muoversi fra gli attori ed in un ambiente così pieno di luce e di vita. Anche qualcuno degli artisti dovette faticare non poco per adattarsi ad essere invaso dai poco graditi visitatori. Ma la difficoltà maggiore giunse quando si trattò della strage che dei piccoli rosicchianti dovevano compiere i loro feroci nemici, i gatti. Questi ultimi odiano i topi, ma fanno nel loro odio un’eccezione : hanno un’istintiva ripugnanza verso quelli bianchi, di fronte ai quali perdono ogni spirito bellicoso, e si ritirano inorriditi. Come ognuno può immaginarsi, la situazione che ne nacque fu delle più comiche e delle più difficili nello stesso tempo. Ci volle dei bello e del buono per indurre i gatti a fare il loro mestiere, ma vi si riuscì finalmente. L’Arzigogolo di Sem Benelli, riduzione scenica in 5 parti di Mario Almirante, ha i seguenti interpreti :

Violante: Italia Almirante. Spallatonda : Annibale Betrone. Floridoro: Oreste Bilancia. Il conte Giano: Alberto Collo. Il Signor di Carpi : Vittorio Pieri.
Costumi della Casa Caramba e della Sartoria Teatrale Zamperoni.»
(dalla pubblicità del film)

«Nella direzione artistica e tecnica, Mario Almirante si è posto alla testa dei metteurs-en-scène italiani pari per abilità di inscenatore a Griffith, per coloritura drammatica a Lubitsch, per finezza e grazia ad Abel Gance. Artista sensibile e raffinato, ha saputo impadronirsi del carattere dei singoli personaggi del dramma e svilupparsi in limpidezza di espressioni significative, con un crescendo wagneriano, sì che ogni ombra come ogni palpito messi in luce, hanno potuto, nell’essenza spirituale, conservare l’impronta fastosa e torbida. Nel piccolo castello medioevale del Valentino, abbiamo avuto la sensazione di essere stati trasportati indietro nei secoli: tutta la nostra modernità di idee e di abitudini si è sfaldata, come per un incantesimo, e con gli interpreti abbiamo vissuto la vita di quel tempo, nell’amalgama più completa.»
(Luciana Grimaldi, La Vita Cinematografica, novembre 1923)

Per vedere un frammento:  inpenombra su YouTube

Marthù che ha visto il diavolo – Fert 1921

Messa in scena di Mario Almirante, da un soggetto di Amleto Palermi, ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe.
Operatore: Ubaldo Arata.
Interpreti principali: Franz Sala (Marthù); Italia Almirante Manzini (Ninetta).
Produzione Fert, Torino 1921

La storia: Nella taverna del «Gobbo allegro» il buon Marthù finiva di cenare. Egli si era rifugiato lì per sottrarsi alla pioggia che cadeva abbondante e per consumarvi una frugale cena, intanto che aspettava l’arrivo del treno che gli avrebbe portato la moglie e la sua piccola creatura. Di ritorno da terre lontane e straniere, dove egli era emigrato in cerca di lavoro, e dove aveva incontrato le peggiori disavventure, appena sbarcato in patria non aveva saputo resistere all’ansia di rivedere la moglie e aveva telegrafato di venirgli tosto incontro in quella città. Solo, con la mente lontana, ai suoi cari ed il cuore agitato dall’ansia dell’attesa, taciturno e pensieroso, Marthù mangiava e non si avvedeva di un tale dall’aspetto, come lui, di operaio, il quale aveva cenato ad una tavola un po’ più in là e lo andava osservando attentamente.
Ed ecco il giovane operaio alzarsi, accostarsi a lui salutando con subita cordialità, come chi riconosce una persona cara, non più vista da molto tempo.
– Non mi riconosci? Sono Paolo, Paolo Bonin! abbiamo lavorato assieme da ragazzi nel cantiere di papà Morot.
Marthù fruga nei suoi ricordi. Un sorriso rischiara la malinconia del volto sofferente. Gli antichi compagni di lavoro si abbracciano e siedono la stessa tavola, e tra un bicchiere e l’altro fanno rivivere il loro passato e le loro poco liete vicende. Ah! come è stato duro il destino con il povero Marthù! Da poco sposo di Ninetta, la giovane e bella donna dai capelli corvini e dagli occhi grandi e dolci, mentre la felice luna di miele non era ancora tramontata, la Società delle miniere, presso la quale lavorava, era fallita ed egli aveva dovuto emigrare all’estero, lasciando la sposa adorata la sua casetta ed il paese natio, con grande dolore.
Ma la fortuna non gli era ugualmente arrisa. Lo stesso giorno del suo arrivo laggiù, oltremare, egli era rimasto vittima dello scoppio di grisou, avvenuto nella miniera dov’era stato assunto. Raccolto gravemente ferito, trasportato all’ospedale, vi rimase qualche mese fra la vita e i morie. E quando aveva riacquistato la coscienza allora i più cattivi pensieri avevano cominciato a torturarlo. Privo di notizie dei suoi cari, come essi erano privi delle sue, il suo pensiero di convalescente ritornava a Ninetta e le sue più tormentose visioni lo turbavano. Ora la vedeva disperarsi in gramaglie, dondolando la culla nella quale dormiva un’innocente creatura; ora la vedeva ilare e contenta, tra le braccia di un altro uomo. Aveva telegrafato più volte, ma senza risposta, perché, come aveva poi saputo, l’infermiere incaricato della bisogna stracciava i telegrammi ed intascava il danaro. E a Marthù, debole e scorato, pareva d’impazzire. Finalmente era stato rimpatriato. E dopo quindici giorni di viaggio, quindici giorni di torture, era sbarcalo in patria. Uscendo dal porto, aveva incontrato due compaesani, i quali però lo avevano accolto freddamente e non avevano risposto alle sue domande su Ninetta. E il loro silenzio lo aveva agghiacciato, gettandogli lo sgomento nell’anima. Che cosa era successo? Quale disgrazia lo attendeva ancora? Perciò aveva telegrafato alla moglie, perché venisse dov’era arrivato e l’attendeva lì fra poche ore, in quella cittadina, a metà cammino, con il treno della sera.
Il racconto delle disavventure di Marthù aveva commosso l’antico compagno di lavoro che cercava di confortarlo a sperar bene e ad abbandonare i tristi pensieri; ma poiché la mezzanotte era suonata, Paolo Bonin prese congedo da Marthù e se ne andò a casa. E Marthù ritornò solo tra i radi avventori della taverna, coi gomiti sulla tavola e il capo tra i pugni chiusi, il volto pallido e lo sguardo fisso nel vuoto.
Di fuori è cessato di piovere e Marthù cammina ora per la via deserta e bagnata. Il cielo è quasi rasserenato; qua e là ancora qualche blocco di nuvole che diradano e fra le quali fa capolino la luna. Sotto un fanale egli si arresta per accendere un mozzicone di sigaretta, poi con le mani in tasca, riprende il cammino nella notte: bisogna far passare il tempo fino all’ora dell’arrivo del treno, camminando, perché all’osteria, dovendo chiudere, ha dovuto venirsene via. Ed egli cammina così, le mani in tasca, immerso nei suoi pensieri, il bavero rialzato, che la brezza notturna ed umida per la pioggia, lo rabbrivvida. Cammina guardando le stelle e non vede qualche cosa che gli sbarra il passo. Inciampa, barcolla, si rimette in cammino e guarda a terra. Il suo volto si contrae per lo spavento. Al suolo giace il corpo di un uomo moribondo.
Dalla fronte ferita gli cola un rivolo di sangue. Marthù si china sul ferito, lo solleva: il moribondo ha la stessa sua faccia! Marthù ha un gesto di stupore e di terrore: «Io?».
Il moribondo che ha il volto di Marthù mormora un indirizzo: «Via della… Maddalena… centodue», e spira reclinando il capo.
Marthù abbandona a terra quel corpo inerte e si alza inorridito. Fa per allontanarsi, ma è trattenuto. Guarda ai suoi piedi: la mano dei morto si è raggrinzita stringendo un lembo dei suoi pantaloni. Tremando, Marthù cerca di liberare la gamba, ma invano. Allora, vincendo un senso di terrore, e di ripugnanza, tenta di aprire la mano del morto, ma non vi riesce. Infine tanto fa che strappa la stoffa. Il pezzo rimane fra le dita raggrinzite del morto.
Marthù fugge via terrorizzato e si ferma vicino al banco di un venditore di castagne, al cui fornello si riscaldano una venditrice di giornali, uno spazzino ed un vetturino. Pallidissimo, Marthù prende posto tra di loro. Si scalda, poi indica dalla parte donde è venuto. Gli altri lo guardano con sospensione timorosa e con diffidenza. Marthù narra brevemente.
— Laggiù, sotto l’arco, c’è un morto! egli dice con voce soffocata. Poi dopo una pausa soggiunge: «Strano! ha il mio stesso viso: sembro io!».
La venditrice di giornali si fa il segno della croce e guarda Marthù con superstizioso terrore. Anche gli altri lo guardano con terrore.
La vecchia esclama: «È il diavolo! Avete visto il diavolo!». E si scosta da lui, segnandosi.
Gli altri pure si scostano da Marthù fissandolo con paura. Egli è sorpreso di quella rivelazione. Poi fa spallucce e si allontana. E va così nella notte, radendo i muri, a capo chino, quasi già dimentico dell’accaduto, quando ad una svolta della via, deserta, posa a caso lo sguardo sulla targa di marmo che porta il nome della via: «Via della Maddalena» Egli rimane perplesso ed inchiodalo. Poi, come trascinato da una forza misteriosa, ignota, prosegue e, ogni tanto, senza volerlo, leva gli occhi a guardare i numeri delle porte che si susseguono. Ed eccolo fermo dinanzi ad un piccolo portone aperto, segnato col numero 102. Dallo spiraglio passa la luce. Marthù scruta attentamente; vicina, origlia.

Una scena del film

Un vocio indistinto e confuso, un allegro chiacchierio viene dall’interno. Marthù è indeciso, turbato. Ora fa per allontanarsi, ma torna a guardare il portoncino. Si decide. Lentamente, con circospezione, spinge il portoncino ed entra richiudendo alle sue spalle. Ma quel che Marthù vede lo inchioda al suo posto. Dietro un paravento, in un salottino equivoco illuminato, si muove l’ombra di un uomo e quella di una donna. L’uomo cinge col braccio il collo alla donna e l’attira a sé. La donna si scioglie e leva anche lei il bichiere.
Brindano con gioia. Marthù riconosce quelle ombre. Ha udito le parole dei due. Ha riconosciuto anche le loro voci. Un tremito lo agita e ha gli occhi sbarrati. Altre ombre appariscono dietro i vetri. Tutti levano il bicchiere. Un grido di evviva parte da ciascuno e si fonde in un gioioso coro. E Marthù allibisce: quella gente brinda alla sua morte. E sono i suoi due compaesani, quelli incontrati allo sbarco che nulla hanno voluto dirgli di Ninetta, e Paolo Bonin, che dianzi si professava suo amico; sono Ninelta, la sua adorata Ninetta e un’altra donna una sconosciuta, una biondina, coloro che brindano alla sua morte. Egli non riesce più a dominare la sua collera e si precipita nella stanza. Alla sua apparizione, i cinque balzano in piedi, terrorizzati. Ninetta scappa a rimpiattarsi dietro le tende della finestra.
Passato il primo momento di sorpresa, i tre figuri si riprendono e piombano su Marthù. Si impegna una lotta accanita. Sopraffatto dal numero, Marthù ha la peggio. È preso e solidamente legato. Egli grida ad essi: «Volevate dunque uccidermi? Perché?». E poi, risovvenendosi del moribondo incontrato per via, soggiunge. «Il mio diavolo avete ucciso!».
Un brivido di paura passa nell’animo di tutti. Ma scrollando le spalle, il più losco dei tre si accosta a Ninetta e fa per baciarla in faccia a Marthù impotente e gonfio di ira. Egli da una strappata ai legacci, ma gli altri due gli sono sopra e lo agguantano. Ma a quel punto un giovinastro entra anch’egli nel salotto. Tutti gli corrono incontro e gli chiedono spiegazioni. E il sopragggiunto dice: «Nessuno ha visto: ma è strano che nella mano del morto sia stato trovato un pezzo di stoffa a quadretti». I cinque si voltano verso Marthù. Anche il giovinastro rimane interdetto, drammaticamente stupito nel vedere lì vivo l’uomo che ha visto ucciso.
Però Ninetta che non può staccare gli occhi da Marthù, indica i pantaloni di lui. Tra di lei ed i suoi complici si scambiano occhiale significative. Certo stanno per ordire un intrigo. E mentre Marthù, sbollita l’ira, guarda con acerbo dolore e sconfinata amarezza la donna che fu sua, e che ora è lì, Ninetta va verso di lui. dopo aver preso furtivamente sopra un tavolinetto un coltello chiuso e lo investe con parole irose. Poi, come approfittando di un attimo in cui gli altri sembrano di non badare a lei. si china all’orecchio di Marthù e gli sussurra: «Sono una vittima come te, e ne va della mia vita, ma ti salverò». Apre il coltello e comincia a tagliare i legacci che stringono i polsi di Marthù. Poscia quasi volesse liberarsi del coltello, lo cela nelle tasche di Marthù. Frattanto, come se avessero preso accordi segreti, i manigoldi si dispongono ad uscire. Ma Ninetta, sempre fingendo e giocando la sua parte per ingannare i suoi complici, trova un momento per sussurrare a Marthù: «Appena solo, scioglili del tutto, e quando odi il mio fischio, esci. Io sarò davanti al portoncino».
Ninetta ed i suoi complici escono. Rimasto solo, Marlhù, sbalordito per gli strani, imprevisti, tragici avvenimenti, si scioglie dai vincoli e fugge di là, per la finestra, nella strada dove lo attende Ninetta. Per tortuosi vicoli ella sembra guidare la fuga di Marthù, mentre a distanza i complici di Ninetta seguono la coppia. Ed ecco per la via venire alle loro volta due guardie e quando sono presso di loro, Ninetta con una mossa studiata, ma fulminea, da una spinta a Marthù, mandandolo contro le guardie che lo afferrano. Ninetta, tendendo la mano, grida: «Tenetelo, tenetelo! ha ucciso un uomo sotto l’arco di Sant’Andrea! è lui! è lui!».
Troppo tardi Marthù comprende di quale diabolico intrigo è stato vittima e di quanta perfidia sia capace la donna che un giorno fu da lui tanto amata. Si divincola per sfuggire alle mani delle guardie, gridando fuori di sé: «Non è vero! è lei! Sono loro… Infame! Infame! Lasciatemi!».
Ma Ninetta è già lontana: ha raggiunto i suoi complici che ghignano e fugge con essi. E Marthù si dibatte inutilmente, proclamando la propria innocenza, mentre le guardie lo trascinano.
L’istruttoria fu rapidissima. Paolo Bonin depose che nel colloquio avuto alla «Taverna del Gobbo», con il suo antico compagno di lavoro, egli dimostrò propositi di vendetta contro la moglie. Anche Ninetta depose contro di lui insieme ai suoi complici. Ed ogni difesa del povero Marthù fu vana: le sue proteste di innocenza non valsero. Un sopraluogo nella casa di via Maddalena da lui invocato come prova della sua innocenza, non approdò a nulla. I furfanti avevano sloggiato e sgombrato, il salottino equivoco si era trasformato in un laboratorio da modista. Persino il padrone della Taverna, che neppure lo conosceva, depose contro di lui. L’intrigo infame era stato ordito astutamente per sbarazzarsi di Marthù ed il processo fini con una condanna a morte.
E mentre Ninetta ed i suoi amici gozzovigliavano in baldoria, il povero innocente Marthù sentiva la fredda lama della ghigliottina, cadere sul suo collo….
Ma nello stesso tempo un grido acuto di spavento destava un improvviso allarme e un rapido scompiglio tra i pacifici avventori della Taverna del «Gobbo Allegro»: Marthù, che dormiva col capo ripiegato sulle braccia incrociate sulla tavola, s’era svegliato, balzando in piedi e portandosi le mani alla nuca, lo sguardo pieno di tragico sgomento. Egli si passa le mani sugli occhi, coi movimenti resi difficili dalle membra intorpidite, si guarda attorno stupito. Sorride come uscendo da un incubo, gli avventori capiscono che egli ha gridato nel sogno e ridono. Il trattore ad un suo cenno gli fa il conto e presentandoglielo gli dice celiando: «Il mio vino è buono, ha il sogno pesante e i sogni pericolosi».
Poco dopo Marthù correva alla stazione e stringeva tra le braccia la sua diletta sposa e la sua piccola creatura.
Commossa Ninetta gli sussurrava: «Anche io, sai, sono stata tanto male. Quasi sul punto di morire. Ma la Madonna non ha voluto».
E reclinando il capo sulla spalla del marito, una lacrima di gioia le stillò fra i cigli, mentre Marthù a fianco della sua diletta, tenendo fra le braccia la sua creatura, sentiva rinascere le speranze e la fiducia nell’avvenire.
E i loro cuori, pur nella libertà e nella lotta, dopo tanti guai, ripresero a battere con ritmo di gioia e di amore.

Una scena del film

Ecco un film che vorrei chiedere di “restaurare” al più presto, le copie sapete molto bene dove si trovano… da anni. Fatelo prima che sia troppo tardi.
Care cineteche, archivi e musei: fate questo sforzo e poi… rendetelo disponibile per tutti!
Dedicato a un mio amico di Torino che darebbe qualsiasi cosa per vederlo.