Il principe dell’impossibile – Itala Film 1919

il principe dell'impossibile
Si gira Il principe dell’impossibile (1919)

Ritrovato negli archivi della U.N.A.M di Città del Messico, presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone nel 1990.

Grottesco in 4 parti, soggetto di Riccardo Cassano, messa in scena di Augusto Genina, fotografia di Ubaldo Arata, scenografia di Giulio Foschi.

Il soggetto: Il Principe Venceslao d’Avrezac (Ruggero Ruggeri) è un uomo molto ricco ed annoiato, alla perenne ricerca di qualcosa di sensazionale che possa scuoterlo nella sua vita apatica.

Una notte, attraversando una strada, si trova improvvisamente di fronte ad un cadavere. Immediatamente decide di farsi passare per l’assassino, lasciando tracce e indici che possano far cadere la colpa su di lui.

Viene arrestato, si dichiara colpevole, sta per essere condannato, quando un elemento non considerato, alla fine, lo scagiona, facendo crollare il castello di menzogne che aveva costruito per puro divertimento. Gli rimane solo l’amore di Elene (Elena Makowska), una donna che gli era stata vicina fin dall’inizio della sua impossibile avventura.
Altri interpreti: Alfonso Cassini, Ernesto Sabbatini.

Luglio 1918, si gira Il Principe dell’Impossibile

— Siamo pronti, commendatore?

— Veramente?

— Sì… commendatore.

Ruggero Ruggeri si decide, abbandona il suo rifugio sotto gli ombrosi alberi del boschetto poco lontano ed entra in teatro. Nel grande lucernario pieno di sole, il caldo è veramente insopportabile. L’aria, non percorsa da nessun alito di vento, luminosa invece fino all’accecamento, sembra si sia immagazzinata lì dentro per farsi arroventare. Il termometro segna una temperatura quasi tropicale che se ne infischia del grande ventilatore messo a bella posta per combatterla e diminuirla di qualche grado.

Ruggero Ruggeri, provvisto di un minuscolo ventaglio che perde sempre, che rinnova ogni giorno e non lascia mai un momento in pace, d’un viso che è un capolavoro per le strane espressioni che il caldo, la luce, l’impazienza vi compongono sopra, si porta nel centro della scena e domanda spiegazioni su quello che dovrà fare.

— Mi dica il pezzetto, che facciamo adesso e a quale momento del copione corrisponde. — Spiego più rapidamente e chiaramente che posso. Ruggero Ruggeri mi ascolta, tenendosi il cappello dinanzi agli occhi all’altezza della fronte, sventolando disperatamente il piccolo ventaglio e… soffrendo pel sole, pel caldo, per le vesti che lo stringono (è in abito da cavallo e incravattato fino al collo), come se fosse fasciato da capo a piedi. Io capisco, affretto la spiegazione, la tronco, la semplifico. Si va in macchina. Dopo pochi giri, bisogna arrestarsi.

— Mi tolga quel riflesso… Non posso tenere gli occhi aperti.

Faccio togliere il riflesso, per quanto a malincuore e, lo dico, senza successo alcuno. Si ricomincia a girare.

— Commendatore… adagio nel venir avanti: c’è la panoramica… Apra gli occhi… fermo adesso… No… così… no… stia attento, va fuori campo.. alt… alt…

L’operatore si arresta, io mi avvicino. Ruggero Ruggeri fugge all’ombra delle piante. Io lo raggiungo, spiego nuovamente la scena e lo riconduco in teatro. Eccolo nuovamente a posto, cappello in aria in difesa del sole, ventaglio in azione, aspetto sofferente e impaziente, occhi socchiusi.

— La prego, Genina… facciamo presto. Si muore di caldo… io non ne posso più…

Siamo subito pronti. Si ricomincia a girare. Tutto va miracolosamente bene. Dico miracolosamente, perché in cinematografia le cose fatte in fretta riescono male. Non ho ancora finito di pensare, che la previsione si avvera. Si ingrana la macchina.

— O santo cielo non ci mancava altro che questo! — e via di corsa sotto i rami folti del piccolo bosco.

L’operatore sacramenta contro la macchina da presa, apre, toglie le cassette, strappa la pellicola, la cambia. Pochi minuti dopo Ruggeri rientra in campo e si rimette davanti all’obbiettivo, cappello in aria in difesa del sole, ventaglio in azione, aspetto sofferente e impaziente, occhi socchiusi.

— Pronti?

— Pronti!… Via!..

il principe dell'impossibile
Si gira Il principe dell’impossibile

Ma, al momento di girare, l’operatore si accorge che ha il fuoco spostato. Bisogna aprire l’apparecchio da presa e ricominciare da capo.

Guardo il viso di Ruggeri e mi accorgo che la burrasca sta per scoppiare. Eccola… eccola., ci siamo. Ascolto una violenta tirata contro il cinematografo, i teatri di posa infuocati dal sole, le macchine da presa che si ingranano, l’abitudine di lavorare nelle ore più calde della giornata, il metodo di messa in scena che non consente mai all’attore la minima comprensione di quello che fa…

— Ma commendatore… questo è il cinematografo.

— Sì… e non è arte.

Il fatto accadeva il 18 luglio. In quel giorno nessuno avrebbe mai potuto immaginare che un mese dopo Ruggero Ruggeri non solo si sarebbe abituato a tutti i gravosi inconvenienti e ai disagi del cinematografo, ma penetrando a fondo in ogni sua legge di lavoro, ci avrebbe dato la possibilità di riconoscerlo anche sullo schermo artista grande e raffinato quanto in teatro. Mi si potrà osservare che non è precisamente in un solo mese che Ruggero Ruggeri Ruggeri ha potuto comprendere il cinematografo. Egli è stato uno dei primi a varcare il Rubicone cinematografico e uno dei pochi ad insistere nel voler fare qualcosa di buono, per non ritornarsene precipitosamente indietro, seguendo l’esempio disgraziato di molti suoi compagni. È vero. Il Principe dell’impossibile credo porti il numero sette nell’ordine dei films da lui interpretati. Io però mi permetto d’insistere e, senza alcun vanto personale, considerare quest’ultimo suo lavoro come il fortunatissimo cui va l’onore di averlo deciso a studiare la grande differenza che passa fra la recitazione dinanzi al pubblico, cosa viva, nervosa, piena di calore e di comunicativa, e quella davanti all’obbiettivo della macchina da presa, cosa morta, fredda e stupida nella sua vitrea e imbarazzante fissità. Ecco perché oggi Ruggero Ruggeri è forse uno dei pochi grandi attori che sia passato dal teatro al cinematografo dimenticando completamente di aver recitato per molti anni, con strepitoso e incontrastato successo, sul palcoscenico di tutti i teatri del mondo. A differenza di molti suoi colleghi, anche grandissimi, che avevano sempre adattato ad una interpretazione cinematografica posizioni ed espressioni mimiche di cui il continuo uso del teatro aveva dato loro l’abitudine, egli ha creato ex nova tutta una serie di mezzi espressivi in perfetta armonia con le ultimissime forme di messa in scena. L’attore del cinematografo non ha quindi niente di comune in lui con l’attore di teatro. Non un gesto, non un movimento che possa ricordarcelo. È veramente sorprendente come egli abbia saputo costringere la sua mimica cinematografica in una immobile espressività.

Il cinematografo m’interessa — mi diceva tempo fa ritornando dall’aver passato in proiezione gli ultimi quadri fatti — trovo che per gli autori e gli inscenatori potrà elevarsi a vera forma d’arte.

— E per gli attori?

Ero curioso di conoscere il suo autorevole parere a tale riguardo.

— Non saprei risponderle con precisione, ma… a me sembra di no… Del buon virtuosismo… ma arte, veramente arte, sinceramente no…

Pittori, scrittori, commediografi, interrogati sulla stessa questione, hanno dato risposte presso a poco simili. Ma allora eravamo molto lontani da quello che adesso è il cinematografo.
Abbiamo esempi bellissimi di artisti che, convertiti al cinematografo e giunti rapidamente alla perfetta conoscenza di ogni suo segreto tecnico, con la stessa sicura padronanza se ne sono serviti che avevano sempre avuta nel maneggiare la penna, o i colori, o lo scalpello. Abbiamo altri esempi, pure bellissimi, d’artisti ignud d’opere e di fama che fatto del cinematografo l’unica loro forma di espressione artistica riuscivano a provarci come non sia impossibile animare il bianco schermo di una sala di proiezione d’immagini di bellezza e di poesia.

Ecco ora l’esempio di Ruggero Ruggeri, che impossessatesi completamente del metodo di recitazione cinematografica, lo usa con tale perfezione, tale maestria, tale arte, da non farci rimpiangere il calore della sua bella voce. Tutto questo è arte. Il cinematografo dunque, potrà divenire forma di arte purché gli artisti anziché rimanerne lontani, cerchino di studiarlo e comprenderne a fondo il suo non difficile linguaggio tecnico. Il cinematografo non è teatro, non è romanzo. Partecipa dell’uno e dell’altro in quanto è l’illustrazione animata, meglio la rappresentazione visiva dell’uno e dell’altro. Alle parole, che suscitano immagini, qui sono sostituite le immagini stesse. La parola del cinematografo è dunque pittura, scultura, composizione questo per gli autori. Per gli attori dirò che alla voce è sostituito il gesto, il movimento, il gioco di fisionomia. Modulazione di voce: maggiore o minore espressione di riso più o meno vicino alla macchina di presa. Pause nella voce, pause nell’azione. Immobilità e lentezza, lo stesso come in teatro è necessaria una dizione non precipitata, chiara e precisa. Sono paralleli semplici, ma che difficilmente autori ed attori riescono a stabilire. E per questo il cinematografo dovrebbe attendersi, anzi, pretendere il loro concorso.

AUGUSTO GENINA

Le foto. La prima in alto, da sinistra a destra, un signore senza identificare, Augusto Genina, Elena Makowska e Ruggero Ruggeri. Nella seconda, l’operatore Ubaldo Arata alla macchina da presa, Genina e Ruggeri.

Il fuoco – Itala Film 1916

pina menichelli
Pina Menichelli in una scena del film

“Varata Cabiria, mi riposai con un filmetto intitolato Il fuoco di Piero Fosco, dove un autentico gufo reale divorava il cuore di un capretto sugli spalti in rovina di un turrito castello valdostano. Perchè un gufo? Perchè Piero Fosco? Ve lo dirò tra poco. Il fuoco fu un piccolo film di 970 m., due soli attori: Lei e Lui, realizzato con quattro soldi. Un film di successo “doveva essere di 1400 metri e dare l’impressione di essere costato molto” (!). Questi i due nuovi paracarri eretti dai commercianti interposti tra il produttore ed il buon pubblico. Eppure Il fuoco ebbe enorme successo. (…) poiché l’Itala Film non era disposta a pagarsi un autore per ogni film di classe, inventai alcuni pseudonimi. Piero Fosco, adatto per il gufo del bosco castello valdostano, ebbe la maggiore fortuna ed eliminò gli altri. Gufo reale in francese si dice grand duc. Lei, chiusa in stretto incognito, parve alla fine essere nientemeno che la granduchessa X, bionda beltà dall’allora tradizionale, ma autentica, anima slava. Poteva essere, ad esempio, la moglie dell’ambasciatore dello Zar, quindi residente a Roma. Anima d’artista, perciò… sentiva, che, durante un estivo rientro in patria del consorte, si concedeva… uno svago, un diversivo, dilaniando, in quel castello all’uopo allestito, il cuore di un ragazzo mediterraneo. Pittorucolo di belle speranze ch’ella lanciava sulle ali della Gloria, per poi abbandonarlo all’improvviso, volando verso il dovere. Insomma, un soggetto quasi… turistico, moderno.

Quando l’attrice appariva nel film, aveva in capo un cappellino di piume, con i due ciuffetti del rapace notturno e due propaggini che accerchiavano gli occhi; il nasetto aquilino e la chiostra dei denti voraci completavano il tipo. Indossava un mantello di velluto tutto stampato a penne. Lui? Era figlio dell’Etna, olivastro, dai capelli lunghi inanellati. Occhi da esaltato nell’intelligente maschera di fauno. Aveva avuto qualche successo in teatro quale attor giovane. Non era nuovo nel cinema. Lo scritturai appositamente per darlo in pasto al gufo.”
Giovanni Pastrone (Pastrone e la Duse: un film mai realizzato, a cura di Fausto Montesanti, Bianco e Nero n. 12, dicembre 1958)

“La vicenda de Il fuoco spazia molto al di sopra di tutta la mediocrità cinematografica racchiusa nel solito circolo vizioso della piccola avventura romantico-passionale. In questo dramma d’amore e di dolore, l’elemento passionale assurge all’altezza di una impetuosa tragedia umana, anche se il punto di partenza è troppo fantastico, troppo arbitrario, troppo poetico per essere in perfetta antitesi con il profondo contenuto psicologico che, nello svolgersi dell’azione, si viene decisamente e nitidamente manifestando.”
Ugo Ugoletti (Il Tirso al Cinematografo, 7 maggio 1916)

“Il fuoco, infatti, ci presenta la comune tragedia dell’amore, sotto nuovo aspetto, ed originale, uscendo dal banale. Il soggetto, semplice e sobrio, scorre rapido in una messa in scena artisticamente addobbata ed adeguata all’ambiente in cui l’azione si svolge. Evidentemente la Casa editrice – Itala Film – nulla ha trascurato per presentare al pubblico una film degna dei valorosi artisti che la dovevano interpretare, riuscendo a fare un’opera d’arte e a meritarsi il plauso unanime.” Adolfo Fleri, corrispondente dall’Egitto (La Vita Cinematografica, 15 maggio 1916)

“Il trittico – La scintilla, la vampa, la cenere – fu, come i giornali riferirono, oggetto di speciali cure dell’ufficio di censura romano che, con quella competenza e quel discernimento e quella sensibilità artistica unanimemente riconosciuta, macellò la film, tagliando, recidendo, amputando, fin da ridurla informe come le membra d’un suicida dopo il passaggio d’un treno.

Se ancora Il fuoco regge alla critica, se viene ancora, come dicono, programmato ed ancora ha ragione sul pubblico, bisogna proprio riconoscere che tutto il merito è di Piero Fosco che vigilò e dei due attori che eseguirono egregiamente il dramma.”
Silvino Mezza (L’Arte Muta, 15 giugno 1916)

… e per questo film, stesso discorso che per Cabiria. Anche in questo caso si è parlato di una uscita in DVD e… siamo ancora in attesa.

Ma c’è qualcosa di nuovo, a proposito de Il fuoco ed i suoi problemi con la censura.

Giusto ieri è stato presentato a Bologna il progetto Italia Taglia: “la banca dati delle immagini scomparse al pubblico” “per dare visibilità a ciò che è stato occultato” grazie agli archivi della censura in Italia dal 1913 al 1944… In altre parole, i film italiani del periodo muto ritrovati e restaurati, in rete o in DVD sono una rarità… in compenso, potete godervi (finalmente, perché anche questi fino a ieri erano altrettanto invisibili) i bollettini dei visti di censura. Grandioso!

Cabiria 1914 e Cabiria 1931

Cabiria 1914 e Cabiria 1931
Brochure del progetto di restauro Cabiria 1914 & Cabiria (Museo Nazionale del Cinema di Torino 2006)

Il Museo Nazionale del Cinema è orgoglioso di presentare il risultato di questo complesso lavoro di restauro – finanziato con il generoso contributo della Regione Piemonte in occasione di un evento speciale a conclusione delle Olimpiadi della Cultura, abbinate allo svolgimento dei Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006.

Il capolavoro ricostruito verrà presentato nel corso di una serata di gala al Teatro Regio di Torino il 20 marzo 2006. La versione ricostruita di Cabiria (edizione 1914) sarà accompagnata dall’esecuzione dal vivo della partitura originale di Pizzetti e Mazza, ad opera dell’orchestra Filarmonica ‘900 diretta dal maestro Timothy Brock.

Il restauro della versione sonorizzata di Cabiria 1931 sarà invece presentato il giorno successivo, 21 marzo, al Cinema Massimo di Torino.

Le due versioni di Cabiria confluiranno poi in un cofanetto DVD con l’aggiunta di numerosi extra, tra i quali figurano i materiali di lavorazione e gli outtakes del film, la riproduzione di documenti originali e alcune interviste inedite.

Per l’occasione, il Museo Nazionale del Cinema pubblicherà infine, in collaborazione con l’Editrice il Castoro, un volume storico-critico su Cabiria, inteso a fare il punto sulle conoscenze relative al film e al suo processo di restauro.
Alberto Barbera, Cabiria & Cabiria Il restauro, Torino 20-21 marzo 2006

… e Alberto Barbera poteva infatti sentirsi orgoglioso alla vista dei risultati ottenuti, come possono confermare gli spettatori delle indimenticabili serate del 20 e 21 marzo 2006, e tutti quelli che hanno avuto la fortuna di assistere alle proiezioni di questo restauro in Italia ed all’estero.

Ma sono trascorsi tre anni, e del DVD nemmeno l’ombra…

Come per molti (troppi) film italiani del periodo muto, gli unici fortunati mortali che hanno il film a disposizione quando vogliono sono i soliti noti…

Dimenticavo, quest’anno è il cinquantenario della morte di Pastrone, è stata fatta soltanto una piccola mostra a Torino, forse il DVD promesso sarebbe l’omaggio giusto.