Una scena di Cesare Borgia, Film d’Arte Italiana 1912
Dramma in due atti e 35 quadri.
Interpreti: Giovanni Pezzinga (Cesare Borgia); Vittorio Pianelli (Alessandro VI; Ubaldo Pittei (Giovanni Borgia); Maria Jacobini (Sanzia)
Pathécolor – 690 metri circa.
Fra gli interpreti, definitivamente, c’è Francesca Bertini, terza da sinistra a destra, in secondo piano. La prima a sinistra è Maria Jacobini che debuttava sullo schermo con questo film. (n.d.c.)
Cesare Borgia, il bastardo temuto e amato da Papa Alessandro VI, l’amico di Luigi VII, l’implacabile rivale di Giuliano della Rovere, che fu poi il grande Pontefice Giulio II, è una delle più tristi e famigerate figure di quella nefasta era borgiana, che la storia ha segnata con indelebile marchio d’infamia.
La ricostruzione cinematografica di quel mondo di intrighi, d’insidie, di stragi, era possibile fosse eseguita solamente in Roma, ove i musei, le pinacoteche, le mura merlate, la Mole Adriana e gli angoli dell’antica metropoli parlano ancora di quei nefasti giorni che disonorarono tutta un’epoca, pure tanto ricca di valore e di eroismo.
La Film d’Arte Italiana, con la scorta di documenti autentici e rari, seguendo le orme di quella scia di sangue che arrossò il memore Tevere, ci ha donato un lavoro veramente degno ed imperituro, che arricchisce il Consorzio Pathé di un altro capolavoro di carattere storico.
Intorno ad un episodio di amore e di morte sono raggruppati i principali personaggi che resero lieta e triste la vita di Alessandro VI, il Duca di Candia, Giovanni, la sua bella ed appassionata Sanzia, Cesare, duca di Valentino, i quali, in un’azione vigorosa e complessa, fanno rivivere quel tragico fratricidio, che pel suo cinismo e la sua efferatezza commosse il mondo intero.
(…)
La fedeltà dei costumi e dei luoghi con i quali e dove realmente si svolse l’azione nei sanguigni tramonti del secolo XV, sono magistralmente trattati dal Pathecolor, che accresce verità e vita alla scena di per se stessa tanto sensazionale e le dona uno squisito sapore di arte che la innalza al patos eschileo.
Grazie agli ottimi artisti ed all’accurata interpretazione, senza titubanze e senza contrasti, Cesare Borgia ci appare una delle più attraenti novità di quest’aureo periodo della Film d’Arte Italiana.
La storia del cinema muto italiano raccontata da chi l’ha vissuta. Fine estate del 1914. Tempo di divi e di guerra…
Alberto Collo (neg. comm. Civirani, Roma)
Alberto Collo: « Nel 1914 la Celio passa alle dipendenze della Cines. Si svolge allora una memorabile lotta a colpi di biglietti da cento (quelli da mille erano ancora rari e rispettabilissimi) fra l’avv. Barattolo che aveva abbandonato il noleggio per fondare la Caesar e il barone Fassini. Intuendo il potere di attrazione dei nomi, Barattolo aveva scritturato Emilio Ghione portandolo via alla Cines. Il colpo di mano non doveva essere che il primo di una lunga serie. Oltre a Carminati, gli occorreva un giovane attore che sapesse recitare con grazia i duetti amorosi con la Carmi. Posando gli occhi su Alberto Collo, scatenò un finimondo alla Cines dove già erano seccatissimi per la fuga di Ghione. Ma Barattolo disponeva di argomenti convincenti. Il contratto con il barone Fassini garantiva a Collo 500 lire mensili; la Caesar gliene offerse 700. Alberto Collo fu colto dai primi sintomi della… febbre dell’oro ed assunse un atteggiamento scarsamente simpatico ma che, in un certo senso, rifletteva i disinvolti costumi in uso allora nel mondo del cinema. Si presentò, dunque a Fassini informandolo che a parità di condizioni sarebbe rimasto volontieri alla Cines dove già era affiatatissimo con la Bertini. Il Barone accettò, ma Barattolo non si diede per vinto. Così, di cento in cento lire, la… quotazione commerciale di Collo aumentò fino a raggiungere il magico traguardo del mensile biglietto da mille che la Caesar assicurava. »
Francesco Soro: « Sopraggiunse frattanto la guerra mondiale, che sconvolse il mondo. Gli industriali – quelli cinematografici in ispecie, trattandosi di un genere di produzione voluttuario, per il quale l’avvenire costituiva un’incognita assoluta – preoccupati e timorosi, incominciarono a chiudere gli stabilimenti ed a licenziare il personale. Colpita da questo provvedimento fu anche la Bertini, la quale, nell’agosto 1914, mentre era in permesso, ebbe la dolorosa sorpresa di ricevere la seguente lettera:
“Signorina Elena Vitiello:
Lo stato di guerra, che attualmente travaglia le maggiori nazioni di Europa, importa non soltanto la chiusura dei quasi tutti i mercati della nostra produzione, ma altresì l’impossibilità dei trasporti delle materie prime e dei films eseguiti. In questo stato di cose siamo costretti a sospendere, per ora, la nostra programmazione e produzione normale e non possiamo pertanto utilizzare ulteriormente l’opera Vostra. Siamo dolenti per conseguenza, di dovervi dichiarare che il contratto fra noi esistente deve intendersi cessato, per la sopravvenuta impossibilità di continuare l’esecuzione.”
Atterrita, Francesca Bertini, si recò negli uffici della Celio ed ebbe la conferma della dolorosa decisione. Per grande concessione le fu offerto di lavorare a mezza paga. Sola, senza lavoro, con forti impegni, che gli artisti – e specialmente le artiste – hanno sempre a causa del vestiario, in previsione di una lunga e forzata disoccupazione, la Bertini ebbe momenti angosciosi d’indecisione. »
Francesca Bertini 1914
Francesca Bertini: « Ero veramente irritata. Inutilmente i dirigenti della Celio tentarono di farmi comprendere quelle che ritenevano essere buone ragioni. Il mio punto di vista non collimava con il loro.
Furente e decisa a tutelare i miei interessi in ogni forma, in un colloquio tempestosissimo avvisai il consigliere delegato, avvocato Mecheri, che avrei immediatamente abbandonata la Celio. Nè a distogliermi dal proposito, bastarono le suppliche dei compagni di lavoro che nel mio allontanamento dai teatri di posa vedevano la prossima fine della casa.
All’uscita dallo stabilimento, mi attendeva, però, una sorpresa. Mecheri si era appositamente trattenuto nel giardino par parlarmi ancora, dopo il burrascoso colloquio che si era svolto nel suo ufficio. Con mia grande sorpresa, il suo tono di voce si era d’improvviso raddolcito.
— Approvo il vostro gesto, signorina Bertini – mi disse – ed io, al vostro posto avrei agito allo stesso modo. Come uomo, sono d’accordo con voi; come consigliere delegato, sono costretto a restare fermo sulle mie posizioni. D’altra parte, le clausole del contratto sono tutte a vostro favore. Vincerete sicuramente la causa che avete in animo di tentare. E poi ricordate: se andate via della Celio abbandono la Celio anch’io.
Non compresi subito il reale significato di queste ultime parole e le attribuii al desiderio che animava Mecheri di mostrarsi gentile con me dopo la sua sfuriata. Esse, invece, avevano tutt’altra importanza.
— Ho l’intenzione – continuò difatti l’avvocato – di creare una mia società per lo sfruttamento dei vostri film. Che ne direste di una Bertini Film?
Non gli risposi subito, nè potevo farlo nello stato di agitazione in cui mi trovavo. Affidai la mia causa ad un legale e non ritornai più alla Celio.
Pochi giorni dopo, su un diffuso giornale cinematografico, comparve un annunzio sensazionale: Francesca Bertini è libera del contratto con la Celio Film.
Fra tutte le proposte che si ammucchiarono in quei giorni sul mio tavolo, quella che maggiormente mi interessò fu quella dell’avvocato Mecheri. Fedele alla parola che mi aveva data, di abbandonare la Celio nel caso in cui me ne fossi definitivamente allontanata, egli mi propose un contratto che io firmai, trovandolo vantaggioso.
Uomo di eccezionali qualità e dotato da un fiuto straordinario, Mecheri non disarmava di fronte a nessun ostacolo. Amava il combattimento per la sua stessa bellezza e conosceva l’arte sottile di convincere: nelle parole che egli adoperava a sostegno delle sue tesi, vi era un indiscutibile fascino. Audace nei suoi colpi di testa e fastuoso nella sua vita privata, era abituato da tempo a collezionare vittorie. Alle molte che arricchivano la sua copiosa raccolta voleva aggiungere il trofeo Bertini; la conquista di esso si presentava difficilissima.
Anche Giuseppe Barattolo, capo della Caesar, come tutti i suoi colleghi produttori, aveva la sua rituale proposta in tasca, e non tardò ad entrare direttamente in argomento.
— Signorina Bertini, voi dovete lavorare per me.
— Lo farei molto volontieri, se fosse possibile.
— Ignoro l’impossibile e sono disposto ad accettare le condizioni che vorrete dettare.»