Odette al Salone Margherita di Roma

Il programma della serata al Salone Margherita
Odette. Il programma della serata al Salone Margherita, gennaio 1916.

La serata del 10 Gennaio, corrente anno (1916), al Salone Margherita, organizzata dal Giornale d’Italia per i soldati feriti negli ospedali di Roma, ha segnato veramente, per un fedele e vigile cronista della mondanità romana, uno dei fasti della « stagione » corrente, della quale si è stampato troppo presto l’elogio funebre, e che, viceversa, minaccia a momenti di offuscare le sue sorelle degli anni scorsi.

Basterebbe, in verità, elencare qui i nomi più noti degli spettatori di iersera per dar un’idea dello splendore, che, a parer di tutti, renderanno memorabile la serata tra le feste cinematografiche e mondane congiunte ad uno scopo altissimo di carità. Ma, ahimè, il cronista è vittima, questa volta, dello specialissimo ambiente in cui la festa s’è svolta: tanto che parlar di « splendore » si può soltanto con un traslato, dal momento che i trionfi del cinematografo avvengono… all’oscuro. E il programma, iniziatesi alle 9.30 come s’era annunziato, era tanto vasto ed interessante da non consentire se non brevi, fugaci istanti luminosi d’intervallo: troppo fugaci per ammirare quanto meritavano e la bellezza e l’eleganza delle tante signore intervenute, per notare, nel libro d’oro della carità, i loro nomi. Se codesta degli spettacoli cinematografici, che assurgono ad importanza artistica e cronistica, avesse a diventare una consuetudine, il cronista si troverebbe in un bell’imbarazzo per adempiere, nelle tenebre, l’ufficio suo…

Splendori fra le tenebre.

Grande è stato il trionfo della bellezza e della bontà, onde l’avvenimento traeva il suo carattere peculiare. Bellezza, poiché cose e persone belle, nell’arte dello schermo bianco, così come nella sala magnifica, si accordavano in un’armonia suprema per far degna corona ad un’artista nostra bellissima, Francesca Bertini, nel momento in cui questa vedeva tradursi in realtà la sua commossa e geniale idea di solidarietà patriottica verso i valorosi fratelli nostri feriti, degenti negli ospedali di Roma. Bontà: che l’affluenza entusiastica e generosa del mirabile pubblico di iersera s’è tramutata — diciamolo sin d’ora — in un’opera benefica di considerevole efficacia, corrispondendo così pienamente all’aspettativa della organizzatrice gentile e del nostro giornale, fidente sempre nel non mai smentito slancio caritatevole degli italiani e dei romani.

Il Giornale d’Italia, allorché la signorina Francesca Bertini volle comunicargli il proposito della nobile ed opportuna iniziativa, non esitò un istante a prometterle tutto il suo appoggio: l’opera d’assistenza verso i feriti, da noi promossa, s’era rivelata tanto proficua da apparire quasi, e sopratutto moralmente, necessaria; e d’altra parte non potevamo dubitare che una festa ideata dalla Bertini non fosse, appunto, largamente apportatrice di nuove risorse per la nostra bella, ma inesauribile impresa. Oggi, mentre il successo più lusinghiero — finanziario e morale — ha arriso alla festa geniale, noi ringraziamo di gran cuore la piccola fata benefica, non tanto in nome nostro quanto delle centinaia di giovani eroi ignorati che attendono sui loro candidi lettucci la guarigione delle gloriose ferite e il conforto d’un gesto di fraterno amore.

Si è che « la piccola fata benefica » non è soltanto quella giovanissima attrice che, avvalendosi con un intuito eccezionale delle squisite doti personali onde natura l’ha prediletta, sta raggiungendo una vetta artistica eccelsa e, insieme, una celebrità mondiale; ma è, altresì, un’italiana dall’animo fiero e tenero, che reputa sua gioia il dedicare i riposi del suo lavoro, pur fervido e continuo, alle opere sussidiarie della guerra.

Come ieri la vedemmo, nella luttuosa occasione del terremoto marsicano, prodigare la pietà del suo cuore in faticose e dispendiose opere di assistenza e di beneficenza, così oggi la vediamo passare dalle improvvisate corsie dell’ospedale di via Montebello all’attuazione d’un’ardita iniziativa. E Francesca Bertini, proseguendo ed impersonando la tradizione benefica dei nostri artisti — sempre primi negli slanci di patriottismo e di carità — ritrova ancora, fedelissima, la buona stella che illumina ormai di luce sfolgorante tutte le manifestazioni della sua vita artistica.

Ella trionfò infatti iersera come organizzatrice e come artista: non si saprebbe, anzi, quale proclamare maggiore dei suoi due trionfi… Figuratevi che, terminata la proiezione di Odette, tutta la sala, assolutamente gremita, non seppe resistere all’impulso istintivo e sorse in piedi, acclamando l’interprete valentissima, la quale assisteva da un palchetto e non poté esimersi dall’affacciarsi a ringraziare, evidentemente commossa d’una dimostrazione così insolita, nei regni del candido schermo.

Cronaca a parte….

Cronaca a parte, bisogna riconoscere che, in questa Odette, che costituisce il suo più recente e sino a iersera inedito lavoro, Francesca Bertini si manifesta ormai compiutamente nella maturità del suo vivo e versatile talento d’interprete: in questo dramma d’umanità dolorosa che l’estro teatrale d’un mago, Vittoriano Sardou, ha concepito e svolto con superiore efficacia artistica e con mirabile esperienza della scena, ella assume non soltanto atteggiamenti plastici di squisita armonia, quali si è troppo abituati a richiedere alle celebrità del cinematografo, ma esprime atteggiamenti psicologici profondi e sinceri, componendo veramente, innanzi all’anima meglio che innanzi agli occhi dello spettatore, la palpitante persona drammatica dell’eroina. E codesta è arte vera, che s’avvia in lei a divenir grande. Lasciamo pure che si discuta se il cinematografo è, o non, un’arte: certo, conviene proclamare, innanzi all’Odette, che gli interpreti al cinematografo possono essere, e sono, artisti.

Con la Bertini apparvero poi attori correttissimi e valenti tutti i suoi compagni di scena: primi fra gli altri Carlo Benetti, un Conte di Clermont Latour misurato ed elegante e mirabilmente espressivo, il De Antoni, il De Riso, il Ruffini.

Della messa in scena, sia come scelta di ambienti esterni che come arredamento e come fusione ed armonizzazione dei quadri, non sapremmo dir mai bene abbastanza: merita lode altissima il cav. De Liguoro, che il dramma ha inscenato con superiore abilità e perfetto buon gusto.

Il programma, iniziatesi piacevolmente con i primi quadri d’una commedia My Little Baby — nella quale Francesca Bertini apparve per la prima volta come interprete comica indiavolatissima, accanto all’insuperabile De Riso, terminava con la prima parte di un film nuovissimo — La Perla del Cinema — di cui il nome dell’autore Frank Bert, tradisce quello dell’interprete. Entrambe le primizie furono assai gustate e valsero a completare degnamente il magnifico spettacolo.

Il quale dunque può davvero considerarsi riuscitissimo: e desideriamo qui tabularne lode e riconoscenza, oltre che alla signorina Bertini, al cav. Iginio Marino, che con gesto signorilmente simpatico ed altamente meritorio, ha voluto mettere a gratuita disposizione il Salone Margherita per l’eccezionale serata, sobbarcandosi anche alle non lievi spese della serata, al barone Contestabile, concessionario delle films, il quale ha voluto cederle per la bella e patriottica impresa.

Una festa indimenticabile.

La serata è apparsa, più che uno spettacolo, addirittura un ricevimento: la sala era stata adornata con elegante buon busto, bei bouquets di fiorì erano stati posti nei palchetti, un ricco e finissimo libretto-programma era distribuito nella sala, a cura dell’egregio avv. Barattolo, proprietario della CAESAR-FILM, la giovane e florida Casa romana ove Odette è stata eseguita. Codesto libretto, del quale la copertina reca un disegno riuscitissimo, finemente artistico del Rondini, rimarrà a tutti come un ricordo assai gradito.

Vorremmo ora rammentar qualche nome: ma riusciremo a darne almeno una piccola parte, fra quelli della moltitudine presente? Vedemmo: la principessa Giustiniani-Bandini, la contessa Bruschi-Falgari, la contessa Revedin, la duchessa Torlonia, la marchesa Di Bagno, la marchesa Fausta Cappelli, la marchesa ed il marchese Terzi di Sissa, donna Maria Mazzoleni, donna Anna e donna Lucia Branca, la duchessa e il duca d’Aquara Caracciolo, Lady Tosti, la signora Luzzatti, madame Falkenberg, madame Goldschsmith, la signora Barattolo, la signora Ripamonti, la signora Colombo, e poi il Sindaco don Prospero Colonna, il Prefetto comm. Aphel, il principe di Belmonte, il senatore Talamo, il principe di Candriano Caracciolo, don Giuseppe Giustiniani-Bandini, don Ettore Carafa d’Andria, don Giulio Torlonia, il principe Marcantonio Colonna, il marchese Di Rudini, il conte Greppi, il maggiore marchese Coppola, don Ignazio Sanust di Teulada, don Clemente Aldobrandini, il signor Giulio Middleton, Trilussa, il maestro Tosti, lo scultore Cataldi, l’on. Paparo, il comm. Liberati, il barone Contestabile, il signor Torre e famiglia, l’avv. Barattolo, l’ing. Fabrizi, il cav. Peroni, l’avv. Lo Savio, ecc.

Abbiamo fatto cenno della CAESAR-FILM, presso la quale Odette — così come La Perla del Cinema e My Little Baby — sono state messe in scena e sono edite. Iersera, quando a guisa di saluto e di suggello la immagine equestre di Giulio Cesare appariva sullo schermo a terminar le proiezioni, il pubblico ebbe ancora una volta ad associare il nome della prospera e feconda Casa romana a quello di avvenimenti cinematografici di primissimo ordine. Il CAESAR trionfatore è stato davvero, ed è sempre più, romanamente augurale per l’ardita impresa dell’avv. Giuseppe Barattolo, ormai assurta fra le importanti d’Italia.

Il Barattolo, che l’industria cinematografica ha saputo sperimentare con florida e crescente fortuna, ha impresso ai prodotti della sua Casa il carattere d’una superiore artisticità: un film della CAESAR offre ormai per la valentia degli interpreti — dei quali è regina la Bertini — per lo sfarzo e l’insuperabile buon gusto della messa in scena, i pregi d’una riproduzione teatrale eccezionalissima e si vale, al tempo stesso, di tutte le più geniali risorse dell’arte cinematografica, libera, vasta, sconfinata.

Con Odette, dopo la Signora dalle Camelie che sta compiendo all’estero un giro trionfale, la CAESAR-FILM prosegue il suo programma di grandi interpretazioni teatrali: basta conoscerne i punti salienti per aver un’idea dell’importanza e dell’organicità dei propositi onde il Barattolo è animato e coi quali è destinato senza dubbio a riuscire, data la collaborazione artistica ed i mezzi tecnici di cui dispone: FedoraFernandaFerreol, di Sardou; Anima redenta e L’Alba (Goffredo Mameli), due nuovissime films, musicate dal Leoncavallo, Don Pietro Caruso e La fine dell’amore, di Bracco, Anima allegra dei Quintero, i Transatlantici, di Abele Hermant…

Vi è di che formare il repertorio più attraente per una Compagnia drammatica di prim’ordine ; che dire poi delle interpretazioni che di tali lavori saprà dare Francesca Bertini, l’artista versatile per eccellenza e destinata ad attingere le più alte vette della fama?
(Il Giornale d’Italia)

Il Carnevale di Venezia – SASP 1928 (3)

Roma, 22 gennaio 1928. A proposito delle critiche provocate dal film Il Carnevale di Venezia, Piero Mazzolotti si è rivolto al direttore della Tribuna, ripetendo quanto già aveva spiegato sull’Impero, di aver cioè scritto al commendator Pittaluga (e riproduce la lettera), per invitarlo a sopprimere il suo nome quale autore del film. E aggiunge: « Dopo tale lettera il signor Pittaluga mi mandò a chiamare il giorno 19 dicembre. Mi disse che il film stava per essere lanciato e che il mio nome figurava ormai in tutto il materiale reclamistico e che la mia richiesta era quindi tardiva per la soppressione del mio nome quale autore del soggetto. Comunque nella concessione fatta per pura cortesia, e solo per questo, al signor Pittaluga, di lasciare il mio nome, tenni a rilevare ancora e con dichiarazione scritta, che il comm. Pittaluga possiede, che tale concessione non implicava la mia responsabilità di autore, non riconoscendo io nella riduzione fatta il mio soggetto originale. Non solo, ma siccome durante la visione privata del film, dopo la terza parte, avevo protestato contro la versione del lavoro rifiutando di compilare i titoli, così non ho alcuna responsabilità dei nomi italiani che contraddistinguono alcuni personaggi del Carnevale di Venezia ». (…) Alla lettera segue questo Post scriptum: « Poiché alcune frasi con allusioni politiche degli articoli apparsi potevano essere interpretate a mio svantaggio, così dichiaro che la mia vita di cittadino, di ufficiale decorato, di scrittore e di giornalista, ben nota a tutti gli ambienti fascisti della mia città è talmente superiore ad ogni attacco che sdegno di parlarne ».
(da cinematografo)

Roma, gennaio 1928. Lettera di Mario Almirante, direttore artistico del Carnevale di Venezia, al settimanale Il Torchio:

Signor direttore,

Voglia cortesemente concedermi un po’ di spazio per chiarire alcuni punti — ma forse i più delicati — in merito alla polemica suscitata dal Carnevale di Venezia.

Non posso ne voglio entrare in merito agli appunti che amici, nemici e neutri mi hanno rivolto per la condotta tecnico-artistica del film. Qualcuno l’ha trovata buona, altri di dieci anni fa, altri degna di far decretare la pena di morte al suo autore… La critica, anche senza pietà, mi troverà sempre ossequiante e silenzioso, ma pronto a sottoporre tutto il complesso del mio lavoro all’esame di un gruppo di veri competenti, imparziali.

Viceversa due cose devono essere chiarite con precisione:

a) il soggetto e le sue modificazioni (vedi lettera di Piero Mazzolotti);

b) la presenza nel film di attori stranieri.

Quanto al soggetto, tutti gli articoli ch’io ho letto… polemizzano (più che sulla logica della vicenda o sulla linea artistica o sulla verosimiglianza di qualche particolare e situazione) sullo spunto stesso. Cioè un giovane americano compie un gesto generoso verso un nobile veneziano salvandolo dalla rovina e sposandone poi la nipote, ingannata da un innamorato senza scrupoli, giocatore e vendicativo, ma purtroppo italiano. (Notare che nel film si chiama Rodriguez, però ai fini della polemica dev’essere per forza italiano).

Ora, mi spiace contraddire il carissimo amico Mazzolotti, ma questo spunto… identico nella forma e nella sostanza è sempre esistito nel soggetto e non vi è stato introdotto da nessuno in seguito ad arbitrarie modificazioni.

È verissimo che Mazzolotti abbia inviato la lettera e abbia anche verbalmente protestato per modifiche apportate, dallo sceneggiatore prima e dal direttore poi, ma queste riguardano soltanto l’impostazione data alle scene della vita di Gabriella con Jefferson, della gita ad Aix, ed altri vari episodi creati per illustrare la vicenda.

Quindi nella protesta di Mazzolotti c’è un equivoco… o essa risponde ad articoli ch’io non ho letto. Io credo che Mazzolotti abbia dimenticato di aggiungere:

« Lo spunto è mio. L’americano e l’innamorato ingannatore ce li ho messi io… e così in quella stessa posizione… ma non certo per elevarli a simboli, ma più semplicemente perché nella mia vicenda occorreva un originale, ricco a miliardi, capace di comprare un palazzo senza nemmeno averlo visitato, e di amare una donna senza averla vista ».

Originale + miliardario = americano. (Con una persona di buon senso, intelligente e più impulsiva, come avrebbe dovuto essere Jefferson, se italiano, la vicenda della sconosciuta non sarebbe esistita, o quanto meno durava poche ore).

Ma perché dilungarsi tanto: film, come mille altri, fatto per divertire, senza pretese di propaganda in nessun senso e senza che l’autore per il primo e tutti gli altri poi che vi hanno lavorato, o contribuito in qualsiasi forma, potessero pensare ad offendere qualcuno. Tanto meno il proprio paese che non si può offendere per le malefatte di un singolo. Se l’offerta del palazzo urta, se la condotta del giovane è più che inspiegabile, questo è dovuto in gran parte alla necessariamente schematica forma di presentazione cinematografica. Un titolo spiegativo da aggiungere e un nome troppo sonoro da cambiare e le cose prenderanno un aspetto più semplice, cambieranno forse viso per tutti quelli che hanno protestato in buona fede. Per gli altri, se ve ne sono, ogni spiegazione sarà un pretesto per strillare di più.

Quanto agli attori stranieri… ragioni ancora più evidenti e chiare:

Artistiche per la maggiore aderenza ai tipi da rendere: un anglosassone ed una francese.

Commerciali per facilitare la vendita del film in determinati paesi.

Questa la verità, che potrà più o meno essere apprezzata, ma resterà sempre la verità.

Mi creda, ecc.

Mario Almirante

Milano, 11 febbraio 1928. Al Cinema Italia, in una nuova edizione, fu proiettato Il Carnevale di Venezia, che dopo la « prima » nei locali della Pittaluga, non era più comparso sugli schermi milanesi.

Il nome del duca Morosin, che tanta polemica ha suscitato, venne sostituito con quello originale di Venier. L’ottimo Jefferson diventa, in luogo del miliardario americano, il ricco conte Albani. Rodriguez, che per fini della polemica (come giustamente ha osservato Mario Almirante) si voleva ad ogni costo italiano, è stato chiamato « uno straniero ».

L’azione in qualche quadro fu snellita. Il nome di Mazzolotti è scomparso dalle didascalie.

Ho scritto questi dati per dare al pubblico, che ha seguito le fasi interessanti della discussione, chiara visione di ciò che fu corretto.

Il film (presentato con pubblicità normale) ha fatto affollare il vasto Cinema Italia, in modo che ogni sera si dovette rimandare gente. Dal 6 febbraio è passato al Modernissimo, e posso assicurare che nel pomeriggio (bando ai regolamenti) il pubblico si pigiava nei passaggi.

Per la cronaca.
(da Il Corriere Cinematografico)

Il Carnevale di Venezia – SASP 1928 (2)

Roma, 14 gennaio 1928. La Tribuna, a mezzo del troppo abbondante Alberto Spaini, Il Tevere per la penna del troppo misurato Pavolini, ci fanno sapere che sono assolutamente disgustati dell’ultimo film italiano — dico italiano e non Pittaluga — poiché l’unico produttore da prendere sul serio in Italia è Pittaluga — detto Carnevale di Venezia, è proiettato ultimamente in tutta Italia con un successo non certo disprezzabile. (…) Spaini e Pavolini, guardando il film solo dal loro personale punto di vista che non può non essere quello di scrittori (e quindi di soggettisti in pectore) hanno condannato il Carnevale per il soggetto. Benissimo: giustissimo — ma non gravissimo. Perché se il soggetto del Carnevale (perdonami, caro Mazzolotti: i granchi li prende solo chi pesca e gli errori li commette solo chi fa) è una scemenza, io sostengo (io Guglielmo Giannini, persona responsabile che dà continuamente prova di sé ed ha molto, ma moltissimo da perdere) che il Carnevale di Venezia, con quindici giorni di degenza nella mia sala operatoria cinematografica, diventa un capolavoro. Pronto a scommettere il mio giornale, cioè la mia vita e quella dei miei figli, contro chicchessia. Il Carnevale non soffre che d’un soggetto balordo, e d’una sceneggiatura balordissima: malanno, cinematograficamente parlando, di lievissima entità, e che sta al rimanente del film come un mal di testa sta ad un boxeur in piena forma. Spaini e Pavolini dunque, non sapendo fare altro che scrivere, non hanno inquadrato che il difetto più evidente ai loro occhi.

Ma sanno, i due cineasti cui la quotidiana tribuna dà sproporzionata importanza — sempre cinematograficamente parlando — in che stato arrivano i famosi film stranieri che tanto successo ottengono fra noi? Sanno che si tratta, nel novanta per cento dei casi, di soggetti idioti e di sceneggiature idiotissime che ci tocca rifare di sana pianta? Sanno quante e quante volte una moglie, in film, diventa sorella, o cugina, o zia, o levatrice e stiratrice perché moglie non potrebbe assolutamente essere? Sanno, i due colleghi certamente inquadrati professionalmente mentre io (anzi: Io) non lo sono ancora, quanti finali di film diventano principi di primo atto, quanti personaggi cattivi diventano buoni, quanti personaggi che muoiono terminano invece il film in perfetta salute?

L’aderenza dei film stranieri alla mentalità ed al gusto italiano è data da noi, qui in Italia — e con prodigi d’abilità e di competenza che hanno fatto dire a Douglas Fairbanks, assistendo alla proiezione del Don X ridotto da Campanile-Mancini: “È meglio così che come lo avevo licenziato io in America, questo film!”

Nel Carnevale c’è un farabutto di nazionalità italiana: è un errore, e siamo d’accordo. Ma che cosa ci vuole per farlo diventare il levantino Hagj Ben Zuleick di imprecisa nazionalità? Un titolo: e guai se sapeste, o cineasti, quanti imprecisi levantini ci sono nelle pellicole straniere che tanto ammirate!

Quindi nessun difetto irrimediabile, ma solo errori di lieve importanza.

Veniamo ora ai meriti del film, e quindi della coraggiosissima editrice.

Spaini e Pavolini sono d’accordo nel dichiarare che la fotografia è buona, la messa in scena buona, gli attori buoni. E che cosa può e deve dare di più una editrice?

Per conto mio aggiungo che sono buone altre due cose essenziali: la recitazione e la stampa.

Allora diremo: il film ha una bella fotografia, un’ottima messa in scena, un’eccellente complesso di attori, una buona interpretazione, una buona stampa. Soggetto stupido, sceneggiatura inesperta o vecchio stile: il che è lo stesso. Ma — e qui cascano gli asini ed i critici precipitosi — se soggetto e sceneggiatura sono facili da cambiare in modo radicale si rimedia ad ogni guaio; ma se fotografia, attori, messa in scena, interpretazione e stampa non fossero quel che sono, nessuna abilità genialità o mestierantismo che sia potrebbero cambiarle o correggere.

Dice: Ma voi allora ve la pigliate con gli artisti?

Sicuro: me la prendo innanzitutto con gli artisti, salvo gli attori che hanno fatto quanto dovevano, e che, comunque, hanno in film di tal genere una limitatissima responsabilità.

Me la prendo innanzitutto col mio carissimo amico Mazzolotti il quale non doveva fare quel soggetto, e rifiutarsi, in ogni caso, di firmarlo. Né mi si dica che gli sono stati imposti limiti di titolo, di spazio, di attori, di messa in scena, di luoghi, di situazioni. Balzac diceva che l’artista si vede nei limiti. Michelangelo ha cavato fuori La Notte da un blocco di marmo di forma inconsueta. Un riduttore italiano — che presenteremo a Spaini e Pavolini quando ne capiterà l’occasione — trasse da seicento metri di tagli il film Douglas Black Burke, e da millecinquecento metri di tribunale civile tedesco una commedia che ha fatto ridere tutti i pubblici cinematografici d’Italia: La Divorziata.

A Mario Almirante. Ha ottimamente guidato la recitazione, ma ha malissimo tagliato e peggio titolato il film (A parte che doveva rivedere o rifiutare il soggetto).

All’operatore Pavolini dice: “Non c’è uno di quegli sprazzi di luce eccetera” — e descrive un effettaccio di cui noi siamo ristucchi e che, fra l’altro, si faceva in Italia dai tempi di Lyda Borelli. Ma se non c’è lo sprazzo, di chi è la colpa? Della Pittaluga che ha messo a disposizione degli impianti e dei mezzi colossali, o dell’operatore che non ha, quei mezzi e quegli impianti, sfruttati come era possibile?

Se tanti chiacchieroni non rompessero le scatole a voce e per scritto; se Pittaluga avesse avuto il coraggio di prendere un direttorone coi fiocchi da Berlino o da Hollywood, non saremmo a tanto. È bene  ficcarsi in mente questa verità che non avevo voluto dire, ma che gli attacchi a Pittaluga — mio amico carissimo — mi costringono a spifferare: Da noi non si sa fare il cinematografo, e nessuno si decide a impararlo. I direttori italiani che vanno all’estero si perfezionano e non tornano più — vedi Genina, Righelli, Brignone — anche se sono invitati: e mi consta che sono invitati.

Occorre quindi chiamare uno che venga qui ad insegnare il mestiere: la nostra genialità saprà, in seguito, trasformare il mestiere in Arte. Ma, se per aver messo Malcolm Tod e Josyane nell’elenco artistico, allo scopo d’assicurarsi la vendita fuori d’Italia, Pittaluga ha avuto un mondo di proteste, che sarebbe successo se avesse chiamato un direttore ed un operatore, dal nome ostrogoto ma con la testa sulle spalle? Una rivoluzione!
(da Kines)

Torino, 21 gennaio 1928. L’argomento non è nuovo perché venne da noi trattato — non una volta sola — per l’addietro, ma torna d’attualità e crediamo nostro preciso dovere riprenderlo, in questo momento in cui sulla « grande stampa » si accanisce una inesplicabile gazzarra a proposito di un film italiano, frutto di grandi sforzi e di lodevoli intendimenti, che in tutt’Italia ha suscitato il più schietto entusiasmo.

Parliamo di Il Carnevale di Venezia, che la Pittaluga Film di Torino ha allestito nei suoi stabilimenti, lanciandolo dignitosamente e con spiegabile orgoglio, quale dimostrazione dell’inizio della nostra riscossa e delle nostre possibilità in questo campo dell’attività nazionale e per rispondere all’appello lanciato da un capo all’altro della penisola per una pronta ripresa lavorativa onde poterci finalmente affrancare dalla schiavitù dell’America, che ha invaso tutti i mercati, ed il nostro specialmente, paralizzando, da anni, una delle più fiorenti branche dell’industria del nostro paese.

La crisi che ci ha confinati all’ultimissimo gradino della scala mondiale, in fatto di cinematografia, ebbe ed ha tuttora dolorose e gravissime ripercussioni sull’economia e sul prestigio della Nazione; motivo per cui, noi della « piccola stampa » ci siamo instancabilmente prodigati ad agitare l’opinione pubblica in favore di un ritorno al predominio della produzione nostra, in casa propria ed oltre i confini, invocando dal Governo provvedimenti atti a favorire ed incoraggiare le iniziative private, affinché l’attuale stato di cose abbia una buona volta a cambiare.

Mentre questi sforzi incominciano ad essere compresi e assecondati, e sull’orizzonte nebuloso dell’industria filmica accenna a spuntare un raggio di sole per illuminare e scaldare le speranze finora compresse e deluse; quando le poche Case editrici tuttora in vita, con alla testa la grande organizzazione torinese, per rispondere all’imperiosa volontà del Paese, compiono miracoli di abnegazione e di sacrifici, pur di riuscire a contrapporre films nostri a quelli stranieri, e per la bisogna profondono, senza limitazioni, capitali ed energie, ecco che certa « stampa seria », da noi sempre invocata come potente ausilio all’opera ricostruttrice, si ostina a stroncare con un accanimento degno di miglior causa, per partito preso, tutte le iniziative, e a denigrare sistematicamente uomini e cose, con l’unico risultato di avvilire i nostri artisti e gli industriali, scoraggiando i capitalisti che si sono decisi, dopo tanto tentennare, a profondere e rischiare ancora una volta il proprio danaro.

Tutto questo è semplicemente incomprensibile e ci ribelliamo ancora una volta a certi sistemi si svalorizzazione, che tendono a ritardare indefinitamente  la risoluzione della crisi, aggravandone sempre più i suoi disastrosi effetti.

Preferiamo quindi continuare a condurre da soli la battaglia per la rinascita del film italiano e siamo certi che la nostra coraggiosa, per quanto modesta opera, sortirà gli effetti desiderati.

È un fatto che la cinematografia è sempre stata una spina nell’occhio della stampa quotidiana, che non si è mai lasciata sfuggire la benché minima occasione per denigrare tutte le cose nostre e sminuire l’importanza di ciò che si riesce a fare.
(da Il Corriere Cinematografico)