Due film di Francesca Bertini disponibili online

… gratis! Grazie al lavoro dell’Eye Film Instituut Nederland, la Cinémathèque Royale de Belgique, e l’European Film Gateway. Complimenti a tutti.

L’amazzone mascherata (Celio Film 1914) messa in scena di Baldassarre Negroni; operatore Giorgio Ricci; interpreti principali Francesca Bertini, Alberto Collo, Emilio Ghione, Teresa Martini.

Francesca Bertini, Emilio Ghione, L'amazzone mascherata (Eye Film Instituut Nederland)

Francesca Bertini & Emilio Ghione, a cavallo (L’amazzone mascherata, Eye Film Instituut Nederland)

Argomento: Una vita di intenso amore, vissuta da giovani sposi e dedita al bene dei miseri e dei derelitti, spezzata dall’infamia di ospiti esotici; un avvenire di onore e di gloria per il giovane ufficiale del nostro esercito infranto dalla mendace accusa del più vile ed obbrobrioso dei tradimenti quello della sua patria; l’eroismo della donna che, sospinta dall’affetto per il marito invasa da ardente passione per le sue immeritate sventure giura a se stessa di ridonarlo alla libertà ed alle supreme gioie dell’amore, e, guidata dal fine intuito del suo sesso, si lancia nei vortici dei circoli equestri degli accampamenti zingareschi, dei viaggi disagiati, delle lotte con polizie straniere, degli agguati, delle minacce, degli applausi scenici, ora incognita e celata sotto misteriosa maschera, ora scoperto il viso fulgente di bellezza, afferra le tracce del delitto, le segna, le svela e trionfa! Ecco la trama di questo dramma grandioso intessuto di affetti purissimi, di sante passioni, di nobili abnegazioni compendiato nella luce che risplende ed emana dall’eterno femminile e che la Celio Film ha messo in scena con vero intelletto artistico affidandone l’interpretazione ad una diva della cinematografia, a Francesca Bertini. (da una locandina d’epoca)

Link per vedere il film qui

Diana l’affascinatrice (Caesar Film 1915) messa in scena di Gustavo Serena; soggetto di Renzo Chiosso; operatore Giuseppe Alberto Carta; interpreti principali Francesca Bertini, Gustavo Serena, Carlo Benetti, Alfredo de Antoni.

Francesca Bertini (Diana l'affascinatrice, Cinémathèque Royale de Belgique)

Francesca Bertini (Diana l’affascinatrice, Cinémathèque Royale de Belgique)

Argomento: Diana è un’avventuriera, assoldata da uno stato nemico, con l’incarico di sottrarre dei preziosi piani di fortificazioni militari, custoditi dal capitano Newse. L’affascinante Diana riesce ad entrare in intimità con l’ufficiale e ad impadronirsi dei documenti, ma, innamoratasi anche lei, rinnega il suo ignobile mandato e preferisce, per salvare il disonore dell’uomo che ama, scomparire per sempre. (da una locandina d’epoca)

Link per vedere il film qui.

Buona visione!

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La scatola magica di William Friese-Greene


David, nipote di William Friese-Greene racconta “L’uomo dietro la scatola magica”.

Torino, 1° settembre 1910. Chi è l’inventore del cinematografo? William Friese-Greene, malgrado il fallimento, rivendica di nuovo a sé l’invenzione. Egli afferma che la prima perforazione era su carta e fatta e mandata da lui, perché la celluloide non era pronta in quell’epoca (1886-7). Riguardo a quella che egli mandò ad Edison nel giugno del 1889, la Casa Edison, appunto, richiese i disegni della stessa, nonché della camera, che aveva ingranaggi intorno al tamburo. Lo stesso Friese-Greene afferma che egli incominciò gli esperimenti su carta nel 1883; e J. Traill Taylor, un celebre fotografo inglese, venne in appoggio, il 6 dicembre 1895, alla pretesa di Mr. Friese Greene, pur credendo possibile che il cinematografo sia idea genuina di Edison sino dal 1891; mentre il citato Friese, nonché Greene, avrebbe di fatto, nell’ottobre del 1889, patentato uno strumento del genere, che fu ampiamente illustrato dall’Optical Magic Lantern Journal nel novembre di quell’anno. Il Moving Picture News, da cui prendiamo queste notizie, riproduce poi l’articolo in questione, illustrandolo con 2 clichés di negative e positive, in carta, del Friese, con perforazione rotonda.
(La cinematografia italiana ed estera)

Come altri pionieri del cinema, William Friese-Greene “nasce” fotografo. Il suo « apparecchio per la ripresa fotografica in successione rapida », che egli brevettò nel 1889, non fu che una delle sue ottanta invenzioni, gran parte delle quali rientravano nel campo della fotografia e cinematografia. Ma le “immagini viventi” destarono il suo primo e più profondo interesse.

Nel 1951, la vita di questo sfortunato pioniere fu portata sullo schermo da John Boulting nel film The Magic Box, (uscito in Italia il 1° settembre 1952 come Stupenda conquista), presentato al Festival of Britain per “rivendicare il contributo della Gran Bretagna all’invenzione della macchina da presa”:

Friese-Greene non è un soggetto facile per un film biografico. La sua vita non ebbe una mèta ben definita. Fu una serie di tentativi che, appena compiuti, furono subito abbandonati. Friese-Greene aveva uno spirito vivace, senza dubbio brillante, ma inconsistente. Mancava di quell’istinto commerciale che gli avrebbe fatto seguire un’unica direttiva nelle sue invenzioni, almeno finché non avesse raggiunto una forma economica sfruttabile. Non una delle sue ottanta invenzioni brevettate gli diede un vantaggio economico. Anche la sua vita privata fu infelice, perché influenzata dalla mancanza di capacità organizzativa. Egli trascurò la famiglia per le invenzioni, si curò poco dei suoi affari di fotografo e fu condannato ripetutamente in bancarotta. La sua prima moglie morì poco dopo averlo sposato; e la seconda, anche se lottò duramente per tenere unita la famiglia, fu costretta ad abbandonarlo. E alla fine della vita egli si trovò solo, privo di comprensione e di riconoscimenti per il contributo dato alla fotografia ed alla cinematografia. Il racconto della trama nel suo ordine cronologico sarebbe stato lungo, lento e privo di mordente drammatico. Eric Ambler, lo sceneggiatore di The Magic Box, ha fatto in modo che la vicenda raggiunga il suo culmine alla fine del film, come avverrebbe in una vicenda inventata. The Magic Box inizia quando Friese-Greene si sta recando alla fiera cinematografica britannica, nel maggio del 1921, durante la quale egli muore, improvvisamente, in circostanze drammatiche. Egli chiede della sua seconda moglie, direttrice di un albergo londinese, e attraverso gli occhi della donna vediamo, come un racconto a rovescio, il resoconto, molto triste, della seconda metà della sua vita, gli anni in cui non conobbe che insuccessi e delusioni. Alla fine di questa fase, la scena ritorna alla fiera cinematografica, dove — sotto la guida di Lord Beaverbrook — produttori, esercenti ed espositori stanno conducendo una strenua lotta per l’avvenire dell’industria cinematografica britannica. Qualcuno grida: « Dimentichiamo il passato! »; è il segnale per un altro racconto a rovescio, che ci riporta ai primi anni di Friese-Greene come fotografo, e al suo primo matrimonio. È questo il nucleo centrale del film, e i suoi elementi sono in perfetta armonia fra di loro: regia, interpretazione e soggetto. Il conflitto fra il giovane fotografo e il suo tirannico padrone ha spunti da deliziosa commedia, e il suo romanzo con Elena Friese, una giovinetta svizzera, è trattato con freschezza e sensibilità. È la moglie che lo spinge a trovare il coraggio per iniziare un’attività indipendente, con l’apertura di laboratori a Bath e a Plymouth, come pure a Bristol. Ma la sua passione di inventare una macchina per la ripresa delle immagini in movimento si fa sempre più forte ed egli discute le sue teorie con W. H. Fox-Talbot e con J. A. R. Rudge, pionieri della fotografia. Il film narra poi gli sperimenti di Friese-Greene dopo la sua partenza per Londra, dove cerca di unire alle ricerche sulla sua macchina da presa un’attività redditizia nel campo fotografico. In queste sequenze ci rendiamo perfettamente conto della ferma volontà di quest’uomo di raggiungere il suo obiettivo, per il quale è pronto a sacrificare tutto, persino il benessere della moglie e del figlio. Questa parte culmina col trionfo di Friese-Greene, quando sullo schermo del suo laboratorio si vedono muovere le fotografie prese allo Hyde Park. Il comunicativo entusiasmo del giovane inventore, interpretato da Robert Donat, e l’ammirazione estatica che si legge negli occhi del poliziotto (Laurence Olivier) contribuiscono a rendere indimenticabile — come infatti vuol essere — questa sequenza. Nella sequenza finale, il film torna alla fiera cinematografica. Scoraggiato dall’egoismo di coloro che si sono arricchiti con le sue invenzioni, Friese-Greene si alza dal suo posto e cerca di parlare ai convenuti. Molti tentano, con spietata crudezza, di farlo tacere; ma con la sua debole e tremula voce egli riesce a pronunciare il suo appello all’unità: « Quando il cinema era una curiosità secondaria, un divertimento da fiera, era facile, forse ragionevole, parlarne misurandolo semplicemente a sterline e scellini. Pochi di noi potevano pensare, allora, che esso sarebbe divenuto un linguaggio universale. Oltre a noi, che siamo qui riuniti, esiste un mondo esterno, e il linguaggio universale, che sarebbe in grado di dire grandi cose, balbetta spesso in modo tanto sciocco che il mondo potrebbe presto stancarsene ». I convenuti rispondono al suo appello, e si trova una soluzione alla crisi. Ma — alla fine — si scopre Friese-Greene accasciato nella sua poltrona. Nelle mani immote stringe una scatola di latta con un film a colori: l’esperimento al quale aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita.
Forsyth Hardy (Cinema, 1° dicembre 1951)

In questo link, l’interessante collezione di The Optical Magic Lantern Journal 1889-1903 in versione digitale.

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Previsioni di David W. Griffith

David W. Griffith

David W. Griffith

È fuori dubbio che il XXI secolo vedrà una quantità di drammi così detti intimisti sugli schermi; al tempo stesso, però, un posto a parte sarà sempre riservato a opere di massa come Nascita di una nazione.

Voi andrete nel cinema che prediligete e vedrete i vostri attori apparirvi in un formato doppio di quello attuale, perché lo schermo sarà grande il doppio e altrettanto dicasi per la pellicola. Queste mutate dimensioni porteranno alla quasi totale eliminazione del primo piano, giacché sarà relativamente facile rendere l’espressione del viso attraverso l’intera figura dell’attore. Sarà, però, sempre necessario soffermarsi sul viso perché è questo che riflette l’anima di un uomo.

I nostri primi piani, o inserti, come io li chiamo, talvolta rallentano l’azione e sono sconcertanti. Io li ho inventati, ma ho poi cercato di non abusarne, come invece hanno fatto in molti. Si tratta di un espediente puramente meccanico, infatti, e sono di scarso credito per chiunque.

Va notato a questo punto che a Broadway esistono attualmente cinque locali di prima visione. Nel 2024 ce ne saranno per lo meno quaranta. Paesi di mille abitanti ne avranno in media sei; le città con 20.000 abitanti o giù di lì supereranno il centinaio. Grazie ai suoi enormi vantaggi quanto a libertà d’azione, il cinema sarà in grado come nessun altro di raccontare determinate storie. Debbo, tuttavia, aggiungere che lo splendore della parola scritta o pronunciata nel dramma intimista e di poesia, non potrà mai esser superato da alcun’altra forma di espressione.

Nell’anno 2024 i migliori fra i nostri direttori saranno uomini laureati da scuole e accademie con all’attivo, nel loro curriculum, la frequenza ai corsi di regia. Attori e attrici saranno artisti diplomati da scuole, oppure dediti esclusivamente allo studio dell’interpretazione cinematografica, altamente specializzati alla recitazione davanti alla macchina da presa. È una cosa inevitabile.

Sono assolutamente convinto che il sistema attuale, lento ed affidato al caso, con il quale si selezionano i talenti per lo schermo (intendo alludere a registi, scenografi, attori e operatori) non durerà a lungo. Il secolo a venire troverà questo campo stabilizzato su una base di merito e di organizzazione.

David W. Griffith 1924

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Jone ovvero Gli ultimi giorni di Pompei agosto 1913

Brohure tedesca del film

Brochure tedesca del film (archivio inpenombra)

La Tribuna, Roma 27 agosto 1913: Il Cine, questa forma di teatro contemporaneo al quale fino ad ora fu negato carattere e possibilità artistiche e contro il quale si sono appuntate le critiche e prevenzioni di esteti completamente imbevuti dei vecchi concetti dell’arte e del teatro, sta con la sua sorprendente evoluzione comprovando che esso può divenire un teatro a sè stesso, il teatro dell’avvenire, capace di darci quelle sensazioni nuove e potenti delle quali i nostri spiriti e le moderne folle sentono bisogno.

Oggi al Teatro alle Quattro Fontane avranno inizio degli spettacoli straordinari con Jone ovvero Gli ultimi giorni di Pompei, una cinematografia che in modo assolutamente mirabile e suggestivo traduce in dramma il celebre romanzo del Bulwer.

In questa film d’arte che assiede la Casa Pasquali di Torino fra le più grandi case editrici di films del mondo non v’ha nulla che possa, anche lontanamente, uguagliarsi e paragonarsi a quanto è stato sin qui tentato nel genere.

Tutto esso supera, tutto distanza, creando vasti e nuovi orizzonti all’arte novissima. Con una sapiente commisurazione di mezzi tecnici ed artistici al fine da raggiungersi, questa opera cinematografica riesce a darci una serie di sensazioni ed emozioni nuove, violente, difficilmente analizzabili, come sono quelle che derivano dalla visione di un grande e commovente dramma delle persone e dalla visione di un dramma delle cose, dallo scatenarsi delle cieche forze e degli impervi elementi naturali che tutto travolgono, tutto abbattono, ogni dissidio componendo nel loro immane impeto.

La proiezione sarà accompagnata da un’orchestra eccezionale la quale eseguirà una sinfonia che il maestro Berni ha tratto dall’opera di Petrella: La Jone.

Questo film sarà proiettato il prossimo 13 settembre al British Museum di Londra in occasione della mostra Life and death in Pompeii and Herculaneum. 

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Lulù o il vaso di Pandora prima visione italiana 1929

Lulù (Louise Brooks)

Lulù (Louise Brooks)

Milano, settembre 1929. Un giudice, innanzi ai giurati che devono giudicare una giovane donna vestita di nero e velata, la quale non sembra troppo commossa né troppo impressionata per la sorte che l’attende, rievoca il mito di Pandora.

— La donna che sta dinnanzi a voi, è una nuova Pandora. Gli dei, per vendicarsi di noi deboli mortali, hanno accumulato in lei tutte le grazie e tutte le perfidie. Bisogna liberarne l’umanità sopprimendola. Chiedo la pena capitale.

I giurati però, e il pubblico tutto che assisteva al processo, erano spensierati come Epimeteo e Lulù poté scendere dal banco degli accusati e riprendere la vita dopo la grigia pausa che aveva seguito il delitto.

Figlia del popolo, per atavismo ed educazione piena dei più perversi principi, era stata raccolta, ancora giovanissima, dal direttore di un grande giornale, Peter Schoen, il quale fu la sua prima vittima. Avendola sposata, costretto a ciò dal fascino strano e terribile che da essa emanava, la sera stessa del matrimonio era stato trovato ucciso, il cranio fracassato da un colpo di rivoltella.

Lulù, per quanto arrestata sotto l’accusa di omicidio, non era stata la materiale esecutrice del delitto ma ne era certo moralmente la responsabile.

Che fare dopo l’assoluzione?

Il giovane segretario dell’ucciso, anche lui soggiogato dal fascino della novella Pandora osa affrontare il terribile destino e parte con •lei. Dopo qualche tempo la loro vita diventa difficilissima e finiscono per ricorrere a degli espedienti, anche i meno onesti, le risorse per continuare a vivere. Arrivano in tal modo in un club malfamato, che ha la propria sede su di una vecchia nave che non può più affrontare il mare e rimane perciò eternamente ancorata lungo la cala.

Ogni sera numerose persone vi si recano per giocare clandestinamente.

Anche Lulù e il suo amico, Mark Hending, vanno nel club a tentare la fortuna, ma in breve, invece di guadagnare perdono anche il poco che era loro rimasto. Un cattivo consigliere consegna a Mark Hending un mazzetto di carte in precedenza preparato e il giovane vince a ogni colpo. Vince anzi troppo sfacciatamente, tanto che qualcuno degli altri giocatori si insospettisce e può sorprenderlo in flagrante. Il baro riesce a fuggire insieme a Lulù ma deve abbandonare la città e rifugiarsi a Londra. Dopo nuovi giorni di nerissima miseria, quando Lulù sta per abbandonare l’amico per scendere ancora e sempre più in basso, una sera di Natale passa l’Esercito della Salute, con trombe, prediche e doni e i due disgraziati si accodano al corteo incamminandosi verso la via della salute e della redenzione.

A dire il vero Zeus non aveva previsto questa fine edificante e nemmeno Vedekind nel suo dramma: La scatola di Pandora; che •diventando però Lulù e passando dalla scena allo schermo è stato modificato per ragioni di pubblica morale.

La vicenda, in questo riassunto sembra breve, mentre al contrario il suo sviluppo è notevole per i molteplici episodi che vengono svolti nel film e le numerose scene d’ambiente che lo rendono molto interessante.

G. W. Pabst, realizzatore del lavoro, notissimo per una lunga serie di produzioni come questa di genere realista e anche super-realista, ha compiuto opera veramente notevole portando sullo schermo la vicenda di Vedekind.

L’illogicità della fine, non tanto in se stessa ma perché arriva troppo imprevista e improvvisa sorprendendo lo spettatore, non è certo idea sua o gli è stata imposta ed è stata eseguita come una misura di ripiego.

Questo fatto risulta tanto più evidente in quanto che nel film la vicenda, pur essendo condotta con tempo veloce, non trascura mai i particolari che devono collegare fra di loro i vari episodi e prospettarli in successione logica.

Assai piacevoli in questo lavoro, sono alcune scene d’ambiente fra cui, divertentissime, quelle che si svolgono fra le quinte di un music-hall.

La messa in scena, molto varia aderisce sempre al soggetto che inquadra, diventando, da gaia e luminosa nelle prime scene in casa di Peter Schoen o al teatro, triste e cupa quando deve mostrare il club nella stiva della vecchia nave e più ancora la topaia in cui i due disgraziati giovani si sono rifugiati a Londra.

Anche per la messa in scena, gli ultimi quadri, quelli dell’esercito della Salute, sono inferiori a tutto il resto del film e denotano una realizzazione affrettata e eseguita a parte.

In un lavoro come questo, come è facile immaginare, gli interpreti hanno una importanza capitale.

La parte della protagonista, sopratutto, presentava difficoltà grandissime, consistenti nel dover dare alla figura di Lulù un carattere di donna che fa il male quasi al di fuori della propria volontà, perché trascinata da un destino impostole dalla natura, incoscientemente.

Certe situazioni dovevano inoltre essere messe in valore ma in maniera tale da non offendere il buon gusto e la suscettibilità del pubblico.

La scelta dell’artista è stata felicissima.

Luisa Brooks ha saputo comprendere la parte e viverla con un sentimento artistico veramente notevole, dando a Lulù un rilievo tale da renderla la figura dominante in tutto il film. Ha saputo inoltre contenere sempre il suo personaggio nei giusti limiti non scendendo mai a manifestazioni volgari come sarebbe certo capitato a un’artista meno abile di lei.

Fritz Kortner ha interpretato assai bene la non felice parte del giovane segretario.

Anche in questo un tipo di debole più che di malvagio, un cavaliere Des Grieux moderno, un uomo che scende sempre più nella scala del vizio non perchè a ciò lo induca la sua volontà ma perchè attratto, affascinato, dalla potenza che emana dagli occhi della donna fatale. Peter Schoen, il direttore di giornali, la prima vittima di Lulù, ha avuto come interprete un attore di valore, Karl Goetz, il quale ha saputo presentare un personaggio che difficilmente si dimentica. Tutti e due assecondano in modo mirabile la protagonista.

Notevoli sono pure alcune figure di secondo piano fra cui quella assai caratteristica del padre adottivo di Lulù e suo cattivo consigliere. La tecnica e la fotografia sempre ottime.

Concludendo, questo film, se non è uno spettacolo eccezionale è, però, come abbiamo detto, sempre interessante. Specialmente per chi va a vederlo colla disposizione di assistere ad un lavoro pensato e saggiamente costruito anzi che a uno dei tanti fuochi di artificio che ora ci vengono presentati sullo schermo.

Ho cercato dappertutto ma non sono riuscita a risolvere il mistero: Che fine ha fatto il visto di censura del film Die Büchse der Pandora prima visione italiana agosto-settembre 1929?

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