Eleonora Duse e Cenere alla Cineteca Italiana

Eleonora Duse
Eleonora Duse

Una buona notizia per tutti gli ammiratori di Eleonora Duse. La Cineteca Italiana di Milano ha restaurato, con il contributo della Regione Veneto, il film Cenere in occasione del 150° anniversario della nascita della grande attrice. Ma non è tutto. Il film verrà presentato a Milano il prossimo mese di dicembre e i fortunati spettatori riceveranno, come dono di Natale, una copia del dvd del film restaurato fino ad esaurimento copie. Per altre informazioni, visitare la pagina della Libri e DVD della Fondazione Cineteca Italiana di Milano.

In altre parole, un’occasione da non perdere che merita un viaggio.

La storia di questo film è stata raccontata diverse volte, proviamo anche noi a proporre un piccolo diario a proposito di Cenere
Roma 4 maggio 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “ Il libro è Cenere di Grazia Deledda. E’ un bel libro su l’isola di Sardegna. L’ho letto una volta — mi ricordo —  in tournée —  tu, Enrichetta —  eri ancora bambina — e tante cose che mi turbavano nel libro — noi le vivevamo. Il libro è basato sulla necessità (non importa quale) d’una separazione fra madre e figlio. La madre sola e povera si abbrutisce nella morte del cuore, senza amore — ma il figlio — per volontà della madre — mandato via, a studiare, subisce un’evoluzione pratica — poetica — si fa Uomo, un vero uomo — fatto di azione, di sogno, e senza crudeltà sensuale, e capisce la pietà: qualcosa fra il Rolla di De Musset e il Renè di Chateaubriand, e, ben compresa, qualcosa della sete d’amore e di bene di Nietzsche. Allora, quando la Vita, il lavoro, lo sviluppo morale della sua anima, e l’amore del suo cuore, agiscono fortemente su lui (perché lui ama Margherita, una giovane ragazza) egli deve agire nella vita, ma ha della donna un ideale talmente alto che vuole prima di tutto ritrovare sua madre che lo ha abbandonato per il suo bene, dice lei, ma l’ha abbandonato — e poi vuole stabilire fra la sua donna e la madre — una forma di vita di lavoro… ma sia l’una forza che l’altra l’abbandonano. La fidanzata, per la vergogna di condividere la vita con una mendicante come la madre del giovane, e la Madre che da sola, si riconosce indegna di condividere la vita di suo figlio, e per orgoglio della povertà.

Vi è nelle ultime pagine del libro, un alto amore della Vita — della Vita, da chiunque ci venga questo dono divino; e la madre, qualunque essa sia, è la depositaria, cieca ma benedetta, della forza vitale… Insomma, ci sono delle pagine di realtà e poesia che mi tormentano il cuore, e l’immaginazione e che, io penso di poter fare comprendere senza parlare.”

Le lettere di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta Marchetti Bullough sono conservate alla Fondazione Cini di Venezia, donate della nipote Eleonora Ilaria Bullough, poi Sister Mary Mark. Il carteggio, scritto parzialmente in italiano e per la maggior parte in francese, uscirà prossimamente in un’edizione critica a cura di Maria Ida Biggi, sempre in occasione del 150° anniversario della nascita di Eleonora Duse.
Roma 2 giugno 1916. lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta:“Non ho buttato a mare l’idea fondamentale che è il Lavorare al più presto possibile. Bisogna che la mia forza sia impiegata, non più a distruggere me stessa, ma a ricostruire. Sono in trattative assai strette, e quasi concluse: tutte buone, con tre case di film. Ma ancora non ho firmato, perché stavo male, e perché fare un film, è un problema spirituale che non si può decidere su due piedi.

Sono andata alla Casa Madre di tutte le case di films in Italia, ed è la Casa Ambrosio di Torino. E’ una casa piemontese, d’un onesto operaio, salito, per il lavoro, oggi, a una vera ricchezza. Sapevo che questo Ambrosio era stato, ed è ancora (se pure un po’ fuori moda) la Casa onesta dal lato scelta di film — serietà di scelta, e onestà finanziaria. Allora, di botto, telegrafai io stessa alla casa, l’indomani, il Direttore in capo era qua — un brav’uomo, e intelligente e che farà tutto quello che voglio io! Ecco, questo significa secondo me essere intelligente!

Insomma sono scritturata, ma per un solo film per provare, in società con la casa stessa. Sono divenuta socia, capito? Ho una casa di produzione! Sono felice! Mi hanno scritturata con tutti gli onori, s’intende — Farò quello che vorrò, dice il contratto, e a me danno il 50 per cento dell’introito — e mi anticipano 40 mila franchi, e 20.000 per le mie spese… Bene, calma, Eleonora! tu hai sempre lavorato, torni sulla tua strada — se la salute ti impedisce il lavoro di un tempo — e se la tosse ti impedisce di parlare, allora fa dei film — L’Arte del Silenzio — La febbre nel cuore, dopo questa offerta di Griffith, non ho sognato che dei fìlms!…

Il buon vecchio proprietario non domanda di meglio. Ha pianto baciandomi le mani, dicendo che lui, che tutta la sua vita ha fatto films, non ha mai capito tanto come io che di films non ne ho fatti mai…

Io ho diritto (ah! mi piace questa parola) sulle macchine e sull’operatore, che è la persona più difficile. Ma nel contratto, ho voluto diritto di scelta, dunque: giudizio. Vado a scegliere! E per il momento tu devi mettermi in corrispondenza con questo Lindsay, ho bisogno del suo libro, e tu devi mandarmi tutto quello che può essere utile alla cosa. Come già ti dissi ieri, bisogna mettersi al corrente delle cose tecniche. Le idee per i soggetti non mi mancano ma, ho bisogno che l’esecuzione sia moderna.

Insomma, vorrei sapere, come procede il cinema in Inghilterra. Io ho già scritto a Griffith (in ottobre) per il mio Michelangelo e voilà! Alla fine di luglio agosto, se mi rimetto in salute sarò a Viareggio. Avrò una casa, una baracchetta, e luce elettrica per sperimentare il primo film”.
Le tre case in trattativa erano la Cines, la Caesar Film e l’Ambrosio. Secondo altre fonti, Eleonora Duse si sarebbe messa in contatto con l’Itala Film e Giovanni Pastrone. Il contratto con Grazia Deledda fu stipulato il 1° luglio 1916.

Nel settembre 1915, la Duse aveva ricevuto una proposta di David W. Griffith, un contratto di quindici settimane per girare un film a Los Angeles, e la Duse aveva proposto diversi soggetti, tra cui un Michelangelo. Il libro di Lindsay è Art of the Moving Picture, Vachel Lindsay (1915).
Torino 1° Luglio 1916. Dalle riviste: “Il cav. Arturo Ambrosio è stato in questi giorni a Roma per concretare una combinazione Ambrosio-Barattolo. Quindi, l’avv. Barattolo è partito per Parigi. Si dice che la eminente artista Eleonora Duse si sia decisa a debuttare nel cinematografo. Avrebbe stipulato con avv. Barattolo un contratto per eseguire una serie di pellicole, una delle quali in compagnia di Francesca Bertini. Per la stessa Bertini la grande attrice, sempre a quello che si dice, sta scrivendo un non comune lavoro”.

Torino 17 Luglio 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Palace Hotel-Torino. Alle 9 e mezzo ero già allo stabilimento Ambrosio dove si fanno le scene d’interno. È un posto davvero interessante! quanta gente! Stamattina, c’è stata la presentazione di tutto il personale; 204 persone sono impegnate per il mio film. Il film è passionale (madre e figlio) ma ci vogliono 204 persone per farlo vivere! un mondo! Io credo di sognare, la mia anima ritorna in me! Ah, che dire, e come dire, ciò che io ho perduto della mia anima in questi cinque anni senza lavorare, in prigione… La metà delle riprese non è utilizzabile, ma c’è qualche cosa — che non è male — un certo pudore nei confronti del gesto cinematografico. Ce n’è una che mi piace, in mezzo a un grande campo fiorito. E’ riuscito tanto bello, io la testa abbassata come una spigolatrice, e l’argento dei capelli bianchi, così luminosi come l’argento dei fiori. Sono talmente distaccata che solo il personaggio Rosalia parla ai miei occhi. E’ proprio molto carina — Ambrosio in estasi! Io ai sette cieli! La sarta dello stabilimento, mostrandomi la veste da mendicante che avrò nel personaggio, ieri mi diceva, con le lacrime agli occhi: Ah, quante volte ho visto la Signora risplendente, e invece ora! L’avrei abbracciata per la bontà del cuore e il paragone d’arte! Mah! Sogno? — no — lavoro, alle 4 parto per un villaggio di montagna, per fare il film in un omnibus di campagna, quando la madre con il suo fagotto fra le braccia, abbandona il villaggio per separarsi dal piccolo. Quanto piangerò, oh oh oh, figlia mia!”.

Torino 21 agosto 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Hotel d’Europe – Torino. Sono molto stanca, ieri ho dovuto lavorare sei ore nello stabilimento, perché i films d’interno sono una fatica cane. Bisogna lavorare alla luce elettrica sotto una tettoia di vetro bianco, un caldo!…”

Pubblicità film Cenere 1916
Pubblicità film Cenere 1916

La stampa cinematografica non riporta molte notizie sulla lavorazione del film. Una notizia apparsa su The Times afferma che la Duse è a Lugano, gravemente ammalata. Per tranquillizzare la figlia e rassicurarla sul suo stato di salute, Eleonora, operatore Arturo Ambrosio, si fa ritrarre alla porta dello stabilimento, in abiti da passeggio, un breve film, pochi metri di pellicola che, in realtà, non arriverà mai a destinazione: “Nella film ti parlo e ti dico: Courage Henriette, au revoir, Maman”. Nel corso delle riprese di Cenere, Arturo Ambrosio è diventato il suo operatore preferito: “in un film, quello che gira la manovella è uno degli operai più importanti. Da Ambrosio, ne ho passati 7 dico sette, perché nel momento che lavoravo da Ambrosio chiamavano i giovani alla guerra, e si lavorava con chi capitava… Ma uno, buono a girare è il vecchio Ambrosio, lui stesso, perché il suo cuore batte quando lavora e segue (soffre, diciamo) coi personaggi che filma”.
2 Settembre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “C’è un sacco di difetti, ma l’impronta è bella, una sola cosa è d’immaginazione (da noi) perché io non so se il grande Griffith l’ha fatta già, perché gli Americani sono molto avanti come film — ecco io non parlo mai per tutto il film. A bocca chiusa, si, o no, con la testa — e ci sono dei no piuttosto tristi. Tutto il personale della Casa Ambrosio, le povere ragazze che lavorano lì e gli impiegati, hanno chiesto di vedere il film della padrona, quindi le donne sono entrate nella camera oscura ed ecco, le mamme hanno compreso. Dunque speriamo che sia un successo d’arte e di cuore. Ho già iniziato il secondo film, La Donna del Mare. Dio mio, è difficile, ma insomma, se Dio vorrà”.

10 Settembre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Malinconia della domenica, figlia mia! Gli altri giorni si lavora, si da un calcio all’anima e al corpo e si tira avanti, ma questa tranquillità della domenica ora è riempita di lacrime. Quanti cuori nel mondo guardano case, bambini, focolari distrutti — orrore! Dovrò rispondere ai soldati, ho tanti soldatini che mi scrivono, ma, sono tanto stanca. Un soldatino di fanteria, un mio cugino lontano, col nome Duse, mi ha scritto: Lei non sarà la sola ad avere reso illustre questo nome, vedrà quello che farò io, al fronte!!! E’ un soldato di fanteria, ma da due mesi non ricevo più lettere. Sua moglie è qui, a Torino, ha dato alla luce un bimbo che ho battezzato Libero — atrocità della guerra! E’ domenica, e poiché non lavoro oggi, farnetico…

Il mio film è bello — Triste! Per essere triste è triste, ma bello — una acquaforte, qualcosa fra buio e luce. L’altro film sarà tutt’altra cosa. Grande spazio, nessuna gioia, ma volontà — slancio — resistenza, volontà della Vita — Chissà se riuscirà? chi sa, ma il cuore mi fa male oggi. Sempre la copia della Vita, mai la realtà”.

15 settembre 1916. Dalle riviste: L’Ambrosio-Caesar, a mezzo dell’avv. Barattolo ha scritturato Ida Rubinstein a Parigi, dove si attende con impazienza il film interpretato da Eleonora Duse, ancora in corso di realizzazione. Il gesto di Eleonora Duse, dell’attrice illustre, ammonisce che il cinematografo non è soltanto industria fredda, e fonte di quattrini, ma è qualche cosa di più: una vera manifestazione artistica o, ad ogni modo, una manifestazione capace di allietare e di rendere pensoso il pubblico. Per questo e non per altro, la Duse vi partecipa oggi. Tutti coloro, quindi, che vedono nel cinematografo quel mezzo potente di elevazione morale del pubblico, segneranno, nella storia dell’arte muta, a caratteri d’oro il giorno, nel quale la forte e dignitosa signora della scena, volle animare una vicenda umana, sopra un immobile schermo bianco, destinandone i primi guadagni per il fondo della Croce Rossa.

Ottobre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Firenze. Ho fatto senza la cameriera anche durante il film, perché il lavoro consola di tutto, ma ritornare da Maria quest’inverno, ne ho paura come se perdessi il solo bene che mi resta: la mia forza di lavoro, da Maria sarebbe la noia. Andrò dunque per non perdere tutto a fare questi sopralluoghi per il film ad Alassio… E’ anche vero che se non lavoro sono ancora più stanca, quindi scelgo il meno peggio”.

1° Ottobre 1916. Dalle riviste: “La tanto annunciata combinazione Ambrosio-Caesar non si farà, ma le due case mantengo buoni rapporti commerciali, e tra questi due di risonanza mondiale: Eleonora Duse e Ida Rubinstein”.

15 Ottobre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Alassio. Ambrosio mi ha telegrafato ora, che mi invierà le scene da aggiungere alle scene della natura stessa – spero di aver trovato ciò che occorre per filmare bene, ma non ne sono certa. Dicono che sui laghi – Bellagio – sarà meglio, ma come saperlo? ognuno vede la natura e l’arte in maniera diversa“.

16 Ottobre 1916. Lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta: “Più lontano, in alto sui monti, la guerra, la guerra. Ho dimenticato a Firenze un telegramma che ho ricevuto dall’ospedale di Moncalieri, della Duchessa d’Aosta. Il film è stato dato all’ospedale dei soldati”.

Questo Diario del film Cenere è dedicato a Gerardo Guerrieri

Il Cinematografo nel 1908

Gli ultimi giorni di Pompei, Società Anonima Ambrosio, Torino 1908

Quelli che ridono quando ci vedono uscire dal cinematografo o non lo capiscono o non ci sono mai stati; non ci si scappa. Nel primo caso non c’è più niente da fare; nel secondo bisogna proprio indurli a provare. Basta una volta. Il cinematografo è come…. le pellicole del medesimo — a parte le ciliegie di infantile memoria — l’una tira l’altra. Entrati una volta ci si ritorna all’infinito. E ci si prova gusto.

Perché?

Vattelappesca.

Cioè no, perché il cinematografo è un gusto. È un gusto come tanti altri, forse maggiore, certo migliore. Discuterlo è ozioso, ostacolarlo è impossibile. I gusti son gusti? Va bene. Ma questo è per di più comodo, facile ed economico.

E non fa male alla salute.

Quanti sono i gusti che non fanno male alla salute? Che non sono, almeno, pericolosi Non parlo del famoso trinomio pseudo mitologico: Bacco-Tabacco-Venere; ma la partita alle carte (leggi macao, 7 e mezzo, poker ecc.), ma l’automobile…. quando va contro un paracarro, ma il pugilato (è un gusto anche questo), ma la maldicenza…

È vero: c’è chi afferma che il cinematografo, co’ suoi barbagli e i suoi tremolii, stanca la vista. Ma questi sono i novizi. Non è che la stanchi: la allena. Anche il fare le elevazioni sugli anelli o su le sedie, stanca; ma non è forse questo un allenamento?

Se si rinforzano i muscoli, a forza di stancarsi, per l’identica ragione, in ossequio alla medesima teoria fisiologica, si deve aguzzar la pupilla. Anzi io penso che quando i cinematografi saranno tanto diffusi… che non ci andrà più nessuno, l’umanità ci avrà guadagnato un nervo ottico di più.

Scherzo?

Niente affatto. Consiglio anzi il cinematografo alle amministrazioni popolari in genere e al proletariato cosciente ed evoluto in ispecie.

Perché io ne so qualche cosa. Perché io al cinematografo ci vado sovente.

Mi ricordo, come fosse adesso, la prima volta. Prima di entrare mi sono guardato attorno mezz’ora con aria circospetta, per vedere se nessuno mi… vedeva. Avevo vergogna? Forse. Era la vigliaccheria delle mie azioni?

Può darsi. C’ero passato davanti tante volte e non mi ero deciso. Non avevo osato. Io stesso avevo anzi approvato i discorsi in cui quegli idioti che si nascondono sotto il nome di intellettuali giudicano questo il sollazzo delle cameriere educate e dei furieri-maggiori in attesa d’impiego; indegno non pur di critica, ma anche di osservazione.

Insomma il passatempo puerile, primitivo, per eccellenza.

Io stesso che condividevo queste idee per la stessa ragione per cui non mi piacciono i polpi — che non ho mai mangiato — ed i piselli — che non mangerò mai; io stesso ho sentito il bisogno di dichiarar altamente la mia protesta e d’affidarla alle stampe in una articolessa solenne.

Oggi sento il dovere di rinnegare. Anzi — meglio di tutto — me la rimangio.

Me la rimangio perché trovo più simpatico far così che non imitare quella infinità di papà seri, i quali, pur di non confessare questa debolezza… epidemica, che sta per diventar congenita e potrà (dio ce ne scampi) diventar atavica, vi portano tutte le sere il bimbo. E se ne dichiarano le vittime, salvo poi fare come quell’autore drammatico abbastanza noto e ritenuto persona navigata, che avendo in campagna i suoi rampolli, si fa prestare quelli degli altri.

Ma ho accennato artatamente agli autori drammatici. Essi sono infatti i più danneggiati da questo permù di teatro; essi sono forse i soli — a parte i capocomici che hanno trovato l’America nelle fazendas dei signori Chiarella, Suvini e Zerboni — ai quali il gusto (altrui) del cinematografo possa andare di traverso.

Il vantaggio che ha il cinematografo sugli altri generi di teatro — dalla prosa alla musica, colle nuances della pochade e dell’operetta è perché esso è tutto, è esclusivamente rappresentativo. Per la identica ragione per cui le tragedie dannunziane non piacciono alla maggioranza — il cinematografo attrae irresistibilmente. Là si chiacchiera — bene — ma un po’ troppo; là si raccontano gli avvenimenti; qui non c’è un cane che dica una parola ma gli avvenimenti si svolgono rapidamente. Magari anche troppo. Evidentemente il pubblico ama osservare più che ascoltare. Evidentemente il pubblico preferisce esser passivo che attivo. Non forse i fanciulli se la godono più a guardar le figure di un manuale d’ostetricia che non a leggere un bellissimo romanzo? Non forse i libri illustrati hanno più voga di quelli senza incisioni? Non forse il 90 per cento è abbonato alle riviste illustrate per sfogliarle ma non per leggerle?

L’uomo insomma vuol subire. Al cinematografo non si affatica. Non ha bisogno di ascoltare, di pensare, di ricercare moventi d’azione, atteggiamenti di anime, spunti di caratteri. No. Egli vede. Vede passare innanzi a sé una movimentazione, sia tragica, sia comica, ma sempre facile, immediata, ininterrotta. Che importa se tutto non è logico, se tutto non è dimostrato, se vi sono lacune che nessun buon senso potrebbe riempire mai? Quel che conta è il sentirsi tranquillamente, come alla finestra, spettatori indifferenti cui non è richiesta né intelligenza di giudizio, né fatica di osservazione, né seccatura di indagine.

Ecco perché il cinematografo è un gusto. Ecco perché l’avvenire è del cinematografo. Non dico che esso sia… il più bel giorno della mia vita, ma oserei dire che è il più bel divertimento di quanti se ne conoscano. E potrei anche osare di più, e cioè dire che esso è il meno educativo, è però il preferito. E poi è il più pudico.

Svolgendosi infatti ogni rappresentazione al buio, ogni spettatore è padrone di provare autenticamente le proprie emozioni e sinceramente manifestarle con rossori, contrazioni, pallori, lacrimuccie, interiezioni e magari… pizzicotti anonimi alle vicine di sedia. Il saper che nessun vi guarda perché non vi vede, lascia una sensazione dolcissima di solitudine — lo che fa quasi illudere che il divertimento sia tutto per sé. Sarà, questo, egoismo, ma anche l’egoismo vuoi la sua parte.

Ma se a taluno potesse sembrare esagerazione la mia: che il cinematografo è un gusto maggiore di tanti altri, pensi che in Italia ci sono — oggi che si parla — circa tremila cinematografi che fanno affari, ovverosia che si sostengono alternando nella giornata una decina di rappresentazioni a sala completa ; che ogni giorno ne sorgono di nuovi; che esistono in Europa nove case produttrici di pellicole (delle quali case, due italiane) che hanno un movimento di cassa di circa mezzo miliardo all’anno e impiegano trentamila persone.

E mentre il cinematografo si delinea come il più formidabile concorrente, come il più terribile nemico del teatro — la Società degli Autori non se ne accorge e vota pronunciamenti minacciosi contro tutti i Re Riccardi d’Italia.

Ma anche questo è un gusto.

Precisamente come il gusto del cinematografo.

Tullio Pànteo, ottobre 1908

Nell’immagine in alto, una scena del film Gli ultimi giorni di Pompei, produzione Ambrosio 1908, uno dei grandi successi della stagione. Si tratta di una cartolina pubblicitaria del Cinematografo Lumière (Palazzo Altieri) in Piazza del Gesù a Roma. L’autore dell’articolo, Tullio Pànteo, è un famoso giornalista e scrittore, autore della biografia Il poeta Marinetti, pubblicata nel 1908).

I film dal vero di produzione estera 1895-1907

Copertina del volume
Copertina del volume

Sono più di trent’anni che Aldo Bernardini studia il cinema muto italiano: tre suoi volumi sulla cinematografia nazionale dal 1896 al 1914 sono stati editi da Laterza nei primi anni ’80; con il compianto Vittorio Martinelli ha curato per il Centro Sperimentale di Cinematografia la filmografia della produzione a soggetto realizzata in Italia tra il 1905 e il 1931; sempre con Martinelli, ha scritto monografie sulle società di produzione di Gustavo e Goffredo Lombardo, sull’attrice Leda Gys e sui registi Roberto Roberti ed Enrico Guazzoni. Tra il 1987 e il 2003 ha diretto l’Archivio informatico dell’ANICA, da lui fondato.

Con questo volume Aldo Bernardini completa una pluridecennale ricerca sul cinema italiano dalle origini e sulla produzione documentaria che era confluita nel 2001 in Gli ambulanti e nel 2002 in I film dal vero, 1895-1914. Mancava la documentazione sui film girati in Italia da produttori e operatori stranieri che all’epoca — prima della nascita dell’industria e dell’esercizio stabile — erano stati decisivi per offrire ai pionieri italiani modelli e pratiche realizzative in grado di richiamare il pubblico popolare delle fiere e delle sale di varietà. A quest’importante produzione, in buona parte fortunatamente ancora esistente, Bernardini rivolge una speciale attenzione mettendo a disposizione di quanti si occupano della storia del linguaggio cinematografico e dell’evoluzione del costume i dettagliati appunti presi su ogni inquadratura, sulle caratteristiche tecniche ed espressive oltre che sui contenuti narrativi leggibili dallo spettatore odierno. Viene qui pure aggiornato il repertorio dei dal vero di produzione italiana, mentre un indice generale delle località si ricollega a entrambi i precedenti volumi segnalando, regione per regione, città per città, i luoghi di attività degli ambulanti e quelli illustrati nei film censiti.

All’apparato di immagini che accompagna il testo, si aggiunge un DVD con 32 titoli Lumière, Edison e Mutoscope, riprodotti rispettandone dimensioni e cadenze originali e consentendo quindi al lettore di farsi direttamente un’idea delle straordinarie qualità di quelle lontane riprese.

La produzione Lumière è esemplificata da cinque film che incontrarono all’epoca un’accoglienza particolarmente calorosa: Bains de Diane (Milan); Cortège au mariage du Prince de Naples; Roi et Reine d’Italie (Monza); Panorame de la Place St. Marc pris d’un bateau (Venise); Cuirassés de l’escadre française sur les cotes de Sardaigne.

Della  Mutoscope and Biograph sono state incluse quasi tutte le inquadrature (alcune risultano ancora oggi di particolare bellezza) realizzate in varie città italiane e le intere serie girate in Vaticano, con un ormai anziano papa Leone XIII, e a Venezia.

Venezia ricorre anche nelle riprese effettuate dalla ditta di Thomas Alva Edison, accanto però a scene e scorci di altre località frequentate dai turisti.

Questo, fresco di stampa, e gli altri due volumi (Gli ambulanti e I film dal vero 1895-1914), si possono ordinare nel sito della Cineteca del Friuli che ha avuto la felice iniziativa di editarli: La Cineteca del Friuli – Pubblicazioni – Libri/Books