La cavalcata ardente – SAIC 1925

la cavalcata ardente
Una scena del film

Poche settimane fa, nel corso delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, mi domandavano se potevo segnalare un film “muto italiano e garibaldino”, un film storico-epico, che meritasse una edizione in DVD. Ed io consigliai La cavalcata ardente fidandomi dei racconti di Vittorio Martinelli, perché il film non sono riuscita a vederlo (torna Vittorio, tutto ti è perdonato, mi manchi!).

La cavalcata ardente è una coproduzione italo-germanica (SAIC-Westi), scritta e diretta da Carmine Gallone, collaborazione alla messa in scena di Giuseppe Forti e Filippo Folchi; operatori Alfredo Donelli, Emilio Guattani.

I costumi indossati da Soava Gallone (più di 20) sono di Paul Poiret, e secondo i pettegolezzi dell’epoca il costo superò la paga di tutti gli interpreti del film, Soava compresa. La produzione fece le cose alla grande anche per i manifesti firmati Riccobaldi, Corbella e Ballester, i migliori cartellonisti sulla piazza. Il film ebbe un grande successo fin dalle prime proiezioni, proiettato un po’ ovunque poi in occasione di feste patriottiche. Nei primi anni trenta uscì una versione sonorizzata, a carico dello stesso Gallone, col titolo Passione garibaldina. Secondo i fortunati mortali che hanno potuto vederlo dopo il restauro di L’immagine ritrovata, da una copia della Cineteca di Losanna, il film “è molto al di sopra della produzione italiana degli anni Venti” (Vittorio Martinelli in Za la Mort – Ritratto di Emilio Ghione, Cineteca di Bologna 2007). Altra copia del film (1800 metri), non so se restaurata o meno, è alla Cineteca Italiana di Milano.

Ecco l’argomento: Napoli 1860. Nell’antica famiglia dei Montechiaro, legata ai Borboni, Pietro (Amerigo Di Giorgio), il figlio maggiore, è il capo delle forze reali mentre sua sorella Grazia (Soava Gallone), promessa in sposa all’anziano Principe di Santafé (Emilio Ghione), è segretamente innamorata di Giovanni Artuni (Gabriele De Gravonne), patriota e rivoluzionario.

Artuni sfugge ad una imboscata e si nasconde presso il brigante Pasquale Noto (Raoul Van Riel). Il quale, mascherato insieme ai suoi compagni, partecipa alla “cavalcata ardente”, una corsa a cavallo con le fiaccole nel parco della villa dei Montechiaro, dove ha luogo la festa per il fidanzamento ufficiale di Grazia.

Si scatena una spietata caccia all’uomo. Grazia si nasconde in un convento, mentre Giovanni cerca di raggiungere l’esercito di Garibaldi (Ciro Galvani). Ma, riconosciuto da un traditore, viene arrestato dalla polizia borbonica, immediatamente processato e condannato a morte. Grazia intercede per la sua vita, cedendo al ricatto del vecchio Santafé. Mentre vengono celebrate le nozze tra Grazia ed il Principe, Giovanni e la sua vecchia madre (Jeanne Brindeau) vengono accompagnati al confine. Ma Garibaldi è ormai alle porte, l’esercito borbonico si ribella e, nel tentativo di arginare l’avanzata, Santafé cade in battaglia.

Con l’ingresso a Napoli dell’esercito delle camicie rosse Grazia e Giovanni realizzano il loro sogno d’amore.

Recensione della prima romana:

Una serata davvero magnifica quella di ieri sera al Supercinema con La cavalcata ardente, scritta e diretta da Carmine Gallone. La serata era a beneficenza dei reduci garibaldini, che in camicia rossa assistevano numerosi, e fu iniziata da ottima musica, eseguita dalla Banda dei RR Carabinieri.

Sullo sfondo dei moti garibaldini del 1860 e della conquista di Napoli, La Cavalcata ardente fa rivivere una storia d’amore, dove i sentimenti del patriottismo si fondono con quelli della passione.

Il successo è stato magnifico. E dobbiamo riconoscere che Soava Gallone, Emilio Ghione, Raoul Van Riel, De Gravonne, madame Brindeau, Di Giorgio e Ciro Galvani sono stati perfettamente a posto nelle loro parti. Ottimi gli ambienti, perfetta la fotografia e veramente ammirati i movimenti di masse e le ricostruzioni storiche degli ambienti e degli avvenimenti. La sala del Supercinema era stata, per l’occasione, trasformata in una vera serra di fiori.

Fra gli intervenuti abbiamo notato, oltre al senatore Cremonesi, Regio Commissario, numerose personalità dell’arte, della politica e dell’aristocrazia romana: l’Ambasciatore di Germania e il Console di Polonia. Il senatore Cremonesi si è vivamente complimentato col cav. Gallone e l’Ambasciatore di Germania ha voluto congratularsi col dott. Ilia Salkind e col sig. William Karol della Westi, ai quali, insieme con la SAIC, diretta dal presidente comm. Dott. Giacomo Rattazzi si deve questa iniziativa e l’esecuzione della film. Speriamo che questa intesa sarà feconda nell’avvenire della cinematografia italiana.

Soava Gallone e tutti gli altri esecutori del film che erano presenti, sono stati festeggiatissimi.

Pochi giorni dopo, a Torino, il film fu proiettato in prima visione “privatissima” a Villa Savoia.

la cavalcata ardente
Una scena del film

Una curiosità: Ilia Salkind dovrebbe essere un parente del produttore del primo Superman.

Pordenone’s Chronicle tre

Nathalie Kovanho in una scena di La canzone dell'amore trionfante © Cinémathèque française
Nathalie Kovanko in una scena di Le chant de l'amour trionfant © Cinémathèque française

Due appuntamenti per lunedì 5 ottobre alle 9,00: al Teatro Verdi, Graziella, diretto da Marcel Vandal (al quale ho dedicato il post precedente), e Cesare Gravina, clip presentati da Giuliana Muscio, al ridotto del Verdi. Cesare Gravina, nato a Sorrento nel 1858, si trasferisce negli Stati Uniti nel 1914, e cioè a 56 anni. Non è più l’età ideale per l’emigrante in cerca di fortuna, sicuramente le ragioni di Gravina per un simile passo erano altre. In Italia aveva diretto con successo la compagnia di operette Gravina-Calligaris, proprietà Gravina, Cianchi e Rotti. Altre notizie sul passato di Gravina prima di debuttare nel cinema accanto a Mary Pickford in Madame Butterfly (Sidney Olcott., 1915), non ne ho, per il momento. Secondo Giuliana Muscio nel catalogo delle Giornate, alcune biografie lo definiscono segretario personale di Enrico Caruso. Posso aggiungere che la moglie di Caruso, Dorothy Benjamin, ricorda come nel “piccolo ministero” del Knickerbocker Hotel, residenza abituale di Caruso a New York, non mancava nemmeno un impiegato addetto ai ritagli dei giornali: era Cesare Gravina, un vecchio comico d’operette al quale il tenore schiuse poi le porte del cinema. Porte aperte in grande stile perché Gravina interpretò una sessantina di pellicole nel periodo del muto, lavorando a fianco di personaggi quali Jackie Coogan, Lon Chaney, Pola Negri, Gloria Swanson, Conrad Veidt, Dolores Del Rio, Greta Garbo, Erich von Stroheim, e molti altri. Detto questo, mi dispiace aver rinunciato alla sicuramente interessante presentazione di Giuliana Muscio, che con grande competenza e tenacia (senza dimenticare la giusta dose di affetto) si dedica già da qualche tempo alla ricerca sugli “scambi cinematografici tra Italia e Stati Uniti 1895-1945”, sottotitolo del volume Piccole Italie, grandi schermi (Bulzoni 2004), che ho letto con molto interesse.

Alle 10,30, sezione Il canone rivisitato, inventata e promossa da Paolo Cherchi Usai, The Ten Commandments, imponente colosso del 1923 diretto da Cecil B. De Mille, copia privata appartenuta a Don Cecil. Pienone in sala, solo posti in piedi. Al pianoforte Donald Sosin che meritava, oltre gli applausi, una medaglia per i 159 minuti di accompagnamento musicale senza sosta. Ho lasciato la sala dopo i primi 90 minuti, avevo un posto impossibile (ultime file in platea) buono per il teatro, disastroso per una proiezione sullo schermo. Non è un rimprovero verso l’organizzazione del festival, tutt’altro, è semplicemente la costatazione del successo delle Giornate.

Asta Nielsen in Die Geliebte Roswolsky © Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung, Wiesbaden Le Giornate del Cinema Muto 2009
Asta Nielsen in Die Geliebte Roswolskys © Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung, Wiesbaden Le Giornate del Cinema Muto 2009

Dopo il pranzo, alle 14,30, nuovo titolo dell’Albatros: Le chant de l’amour triomphant, diretto da Tourjansky nel 1923, da un racconto di Ivan Tourgniev ambientato nella Ferrara del Rinascimento. Il titolo del film in Italia è La canzone dell’amore trionfante: “Muzio e Fabio sono due amici intimi, che vogliono raggiungere entrambi il cuore di Valeria, ma che entrambi sono disposti a eclissarsi se la partita viene perduta”. Fabio viene scelto e Muzio abbandona l’amore e Ferrara per le terre d’Oriente dove trascorre diversi anni finché un giorno decide di ritornare in compagnia di un servo esperto in scienze occulte. Fabio e Valeria lo accolgono con rinnovata amicizia, lui regala a lei una esotica collana e nel corso di una serata, Muzio esegue La canzone dell’amore trionfante, una melodia imparata nel lontano Oriente. Quella stessa notte, Valeria ha un sogno “misterioso”, dice la brochure dell’epoca, erotico direi io, che la sconvolge: “l’agitazione aumenta nella donna, e il tormento s’accresce nell’uomo – ovvero in Fabio – assistendo al sonnambulismo, e l’agitazione raccoglie il popolo che incalza lo straniero – in realtà Fabio straniero non è, visto che è un ferrarese di ritorno dall’Oriente -, lo stringe nel suo cerchio minaccioso. Ma l’hindou, che da Visnu ha la rivelazione del pericolo del suo padrone, corre a salvarlo e colla sua potenza di volontà ferma la turba forsennata che retrocede inerte. Poi nella notte ancora la canzone si fa sentire e invita la donna al convegno d’amore. Fabio la precede e al luogo designato trova Muzio preda di sonnambulismo. La gelosia lo vince e pazzo incosciente colpisce di pugnale il rivale. Nella casa ospitale stanno un’ammalata e un morto. L’ammalata guarirà, il morto per virtù occulte sarà risuscitato e abbandonerà definitivamente la casa”. Fabio a Valeria ritornano a vivere in pace. La collana malefica finisce inghiottita dai gorghi del lago. Bella copia, fotografia impeccabile, restaurata nel 1986 da Renée Lichting da una copia nitrato d’epoca. La copia presentata alle Giornate è stata realizzata nel 1990. Ambientazione e costumi splendidi, in certe scene veramente spettacolari. Al pianoforte John Sweeney che ha seguito il film con la solita maestria.

Ore 16 e dieci, Asta Nielsen. Qualcuno mi aveva chiesto se ero capace di trovare un indizio sul primo frammento, Asta Nielsen als mannequin, sette minuti dove Asta Nielsen, in quello che sembra l’ambiente di un atelier di moda, ci presenta una collezione di abiti da sera, da passeggio, ecc., che dallo stile (il taglio) sono d’accordo in collocarli intorno al 1914-1915. Tutto qui. Forse si tratta di una prova di costumi, forse un’attualità (cinegiornale). Il secondo frammento erano due minuti del film Steurmann Holk, regia di Ludwig Wolff, interpretato nel 1920 da Asta Nielsen e Paul Wegener. Film perduto, che a giudicare da quello che abbiamo visto è un vero peccato. A seguito, Die Geliebte Roswolskys, regia di Felix Basch 1921. La copia, di origine brasiliano aveva per titolo Quem da mais? Nel cast, ancora Asta Nielsen e Paul Wegener come principali interpreti. La copia presentata a Pordenone è uno dei pochi positivi a colori sopravvissuti della Nielsen, e fu dato al Bundesarchiv-Filmarchiv nel 1989 dalla Cinemateca Brasileira di Sao Paulo. In tempi recenti, il materiale è stato duplicato dalla Haghefilm, usando il metodo Desmet. Il film risulta incompleto, mancano alcune scene, direi fondamentali, per lo sviluppo dell’azione. Dall’argomento traspare una critica molto ironica verso i mezzi con i quali la stampa crea un mito. Al pianoforte Tama Karena. Presentavano i film, introdotte e tradotte da Paolo Cherchi Usai, Heide Schulpmann e Karola Gramann della kinothek asta nielsen Nota: alcune scene di questo film erano ambientati a Capri, Amalfi…

Ho impiegato il resto del giorno nella trama dei miei progetti in corso, riunioni con amici che posso vedere soltanto a Pordenone (per il resto del tempo ci sentiamo soltanto per mail), dove abbiamo ancora discusso (amichevolmente) sul futuro del cinema muto come patrimonio europeo.

Verso le 11,30 siamo ritornati al Verdi per Adults only della Jugoslevenska Kinoteka 60. Come aveva avvertito prima della sessione David Robinson “adults only”. Tre film pornografici (e per la verità molto noiosi) anni 20 a 30 del secolo scorso.

Graziella di Lamartine versione 1925

Manifesto © Cinémathèque française-Le Giornate del Cinema Muto 2009
Manifesto © Cinémathèque française-Le Giornate del Cinema Muto 2009

I cespi di viola vi nascondono / un nome che nessuna eco ha mai ripetuto! / Eppur talvolta il passante, arrestandosi, / vi legge tra le erbe una data e un’età, /e sentendosi salire una lagrima agli occhi / dice: «Aveva sedici anni! Troppo presto per morire!»

Questi versi immortali di Lamartine sono la conclusione del più toccante degli idilli, e per molto tempo il mondo vibrerà ascoltando la storia di Graziella. Nel 1808, Alfonso di Lamartine ed il suo amico di Virieu, durante un viaggio in Italia, si erano fermati a Napoli. Potete immaginare la vita di due giovani in quel tempo, davanti al più bel paesaggio del mondo! Pensavano soltanto a vivere intensamente, sognare, ubriacarsi di luce; erano tutti e due in quell’ età piena di entusiasmo dove si tentano i progetti più pazzi; decisero tutti e due di condividere la vita rude dei pescatori napoletani, ed essi cercarono sul porto un padrone che consentisse di assumerli. Sulla spiaggia incontrarono un vecchio pescatore che, in compagnia di suo nipote, rammendava le sue reti, seduti sulla sua barca.

— Volete impegnarci come rematori? disse uno dei giovani.

Il pescatore considerò i due ragazzi dall’aria elegante, guardò le loro mani così fini ed ebbe un movimento di esitazione.

— Saremo dei marinai zelanti, attivi, insiste Lamartine. Il vecchio tentennò la testa.

— Sia! Venite domani. Chiederete del pescatore Andrea.

All’indomani, i giovani cominciavano il loro nuovo mestiere, remando senza stancarsi nel porto meraviglioso. Tuttavia, la stagione della pesca si concludeva, ed Andrea ritornava a Procida, dove rimaneva la sua famiglia, composta della sua donna e da sua nipote, Graziella, una bambina di sedici anni che, dalla morte dei suoi genitori, curava i suoi giovani fratelli con una tenerezza materna, I pescatori contavano di arrivare la sera stessa, ma un temporale di una violenza inaudita si abbatte sulla baia. Fu la tempesta, l’oscurità ostile solcata di lampi, il mare impazzito cercando di inghiottire le imbarcazioni. I rematori lottarono, mentre, nella casetta, Graziella e sua nonna, tutte tremanti, pregavano appassionatamente la Madonna. Infine, arrivò l’alba, pescatori e rematori arrivavano, ma la barca era in uno stato molto pietoso. Graziella corse davanti ai due giovani, e fu per Lamartine una visione indimenticabile: questa bella ragazza, ancora fremente delle angosce della notte, apparendo leggera, fine, il viso irradiato di gioia, nella dolcezza e la pace improvvisa dell’aurora. Nella casa del vecchio Andrea, i giovani furono accolti come gli amici. La vecchia nonna aveva dimostrato in principio un poco di ostilità, invece Graziella aveva preso la difesa degli stranieri.

— Mentre ringraziamo la Madonna, ho visto delle lacrime negli occhi dei più giovani! esclama lei, facendo allusione a Lamartine.

Alla sua insaputa l’amore aveva penetrato già nel suo cuore.

— Ci riposiamo oggi. Domani, ripareremo la barca, disse Andrea.

Ma l’indomani la barca non c’era più; si vedevano soltanto dei poveri relitti, tra i quali Beppo, il nipote del vecchio pescatore, aveva potuto ritrovare, non senza fatica, la tavola dove era tagliata grossolanamente l’immagine del santo che li aveva protetti.

Lamartine ed il suo amico di Virieu ebbero insieme lo stesso pensiero: andarono verso il villaggio più vicino ed acquistarono una barca nuova, che fecero condurre alla punta di Corricella, vicino alla barca distrutta.

— Questa barca è per voi, dissero ad Andrea.

Un’ammirazione appassionata, un’umile gratitudine cresceva nel cuore ardente di Graziella.

I due amici si erano installati dal pescatore, ed essi facevano parte della famiglia. Lamartine si abbandonava alle dolcezze del presente così luminoso, dove i giorni si succedevano, imbalsamati e pacifici. E poi, c’era Graziella, ed il loro amore, che non osavano confessare nessuno dei due, sbocciava lentamente come una bella rosa al sole. Ma la povera piccola era fidanzata già da molto tempo col suo cugino Cecco, un bravo ragazzo, che non amava più da quando aveva conosciuto Lamartine, ma che egli, Cecco, amava sempre.

Virieu aveva deciso di ritornare a Parigi, e aveva invano supplicato il suo amico di accompagnarlo.

— Non ancora, aveva detto Lamartine, resto ancora un poco. Di a mia madre che penso a lei e che non tarderò.

Ed egli era rimasto a Napoli, scrivendo e sognando, incapace di ritornare, incapace soprattutto di allontanarsi da Graziella.

Cadde malato; fu la ragazza che lo curò e lo guarì. Questa convalescenza creò dei legami nuovi ed affascinanti tra i due giovani. L’amore che soffia dove vuole aveva incatenato questi due giovani cuori. Ahimè! i fidanzamenti ufficiali di Graziella si avvicinavano; il giorno fu fissato. Pallida e triste, Graziella fu una fidanzata rassegnata; ma, l’indomani, troppo sofferente, incapace di mentire, fuggì, lasciando questa semplice parola,: “Ho promesso troppo…. scusatemi, preferisco diventare religiosa. Consolate Cecco ed il signore…” Il signore, era Lamartine, e, quando costui ritrovò Graziella a Procida, lasciò parlare il suo cuore, confessò il suo amore. Alcune settimane benedette passarono troppo rapidamente, I due innamorati non si lasciavano più e passavano insieme delle ore nelle deliziose fantasticherie. La felicità è cosa fragile. La madre di Lamartine, molto malata, chiamava suo figlio e lui dovette partire, chiedendo a Graziella di aspettarlo. Dei mesi passarono. La malattia di sua madre, poi gli amici, il mondo riprese il poeta. Graziella l’aspettava sempre. Le notizie del poeta diventavano sempre più rare, l’innamorata che non aveva dimenticato, languì come un uccello delle isole privo di sole. Poco tempo dopo, il poeta riceveva questa lettera toccante:

Caro amato,
Il dottore dice che morrò fra tre giorni..  Se tu fossi qui vivrei!… Ama la mia anima, sarà sempre tua…
GRAZIELLA.

Molto più tardi, Lamartine, invecchiato, doveva far rivivere Graziella nelle pagine immortali, è il genio del poeta che fece amare per il mondo intero il nome di Graziella, l’umile figlia di un povero pescatore napoletano. (testo dalla brochure del 1927, il titolo del film in Italia è La canzone del mare)

Graziella, diretto da Marcel Vandal, Film d’Art Vandal e Delac, Francia 1925, proiettato lunedì 5 ottobre alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, sezione Riscoperte Bois d’Arcy 40. Pianoforte Antonio Coppola. Fotografia bellissima e sontuosa (esterni a Napoli, Capri, Procida), Antonin Artaud indimenticabile… consigliato. Grazie Bois d’Arcy!