Intervista con Baldassarre Negroni, maggio 1915

Baldassarre Negroni
Baldassarre Negroni

Era a me noto che il conte Baldassarre Negroni si trovava a Roma e a dir la verità non volevo lasciarmi sfuggire la felice combinazione di incontrarmi con l’uomo che ha tanta e indiscussa autorità nel campo della Cinematografia italiana; senza tanta difficoltà la cortesia di lui mi permise di potere avere un colloquio.

Non appena ebbi il piacere di stringere la mano al conte Negroni, questi mi disse:

— Già so il motivo per il quale ella viene a me…

— La importuno forse?

— Tutt’altro: mi offre l’occasione di esprimere il mio plauso a La Tribuna che molto opportunamente ha pensato di dedicare le autorevoli colonne del giornale alla nostra industria della quale finora si sono soltanto occupate le riviste professionali le quali non avendo la diffusione di un quotidiano, non hanno potuto mettere in più diretto contatto la Cinematografia e il pubblico che a questa nuova manifestazione d’arte tanto s’interessa.

— Mi dica di grazia, la Cinematografia è arte o industria?

— È l’una e l’altra è… un’altra cosa ancora: commercio. L’industria prepara il complicato e ingegnoso canovaccio sul quale poi si dovrà tessere l’arte; il commercio porta il lavoro artistico a contatto col pubblico.

— Secondo lei, prevale l’arte o l’industria ?

— Indubbiamente l’arte: il pubblico osserva e giudica l’arte non l’industria; spesse volte mi è capitato di sentire nelle sale di proiezione certe osservazioni mosse dal pubblico (e il pubblico è sempre intelligente) che a dir vero avevano molto fondamento. Però è bene si sappia che non si può fare vera arte e ciò per molte ragioni; principale fra tutte quella finanziaria. Con ciò non si deve intendere che non vi siano Case che possono e vogliono mettere a disposizione del metteur en scène i mezzi richiesti per produrre una vera film artistica; la questione finanziaria va intesa in un senso più lato. Una Casa per ricoprirsi delle spese del negativo ha bisogno di vendere 30 o 40 copie: poiché il mercato italiano assorbe 4 o 5 copie solamente, è facile intendere che le altre copie si dovranno vendere all’estero. Ma poiché le legislazioni che regolano la produzione e la proiezione cinematografica nei diversi paesi variano tra loro per l’indole etica del popolo, la Casa produttrice à costretta a rimaneggiare i soggetti e gli svolgimenti delle azioni in modo da non incappare sotto la censura di alcun paese. Evidentemente questa condotta di schivare i rigori delle censure, non concorre alla buona e perfetta esecuzione artistica.

— È vero che il pubblico è divenuto molto esigente?

— In maniera eccezionale: una volta il pubblico si contentava della scena panoramica, della comica fatta di corse e di rincorse…. ora tutto ciò può servire soltanto come complemento del programma il quale vuole essere formato di un grande lavoro di grande intreccio e di grandi emozioni. Se il pubblico conoscesse le fatiche e i rischi che si debbono incontrare e superare nei lavori cinematografici, compatirebbe alle volte qualche lieve stonatura.

— A lei sembra utile o dannosa I’esigenza del pubblico?

— Dal punto di vista artistico è certamente utile, perché obbliga direttori di scena ed artisti a curare sempre di più la lavorazione dei films. Dal punto di vista industriale… ecco, se lei interrogasse il proprietario o il direttore generale di una Casa cinematografica io credo che si sentirebbe rispondere che l’esigenza sempre crescente del pubblico è ormai diventata una cosa insopportabile, che obbliga a sempre maggiori spese di produzione, che minaccia seriamente l’industria. Viceversa, a mio debole parere, l’esigenza del pubblico è, o sarà, un bene anche per l’industria. Senza adesso addentrarci nel complicato congegno del commercio cinematografico, è certo che il pubblico ora conosce ed apprezza più o meno le marche e fa una selezione della nostra produzione ed accorre nei cinematografi dove sa che vedrà dei lavori della Casa A o B che più accontenta i suoi gusti. Ciò aumenta la richiesta di produzione alle Case che hanno saputo o sapranno meglio organizzare il lavoro nei loro stabilimenti, e di questo l’industria s’avvantaggerà, poiché man mano che la produzione, migliorando, soddisferà l’esigenza del pubblico, questo accorrerà sempre più numeroso ai cinematografi.

— Che ne pensa lei del Pathé Exchange?

— La cosa va considerata sotto due aspetti, quello commerciale e quello artistico. Per la parte commerciale sarà meglio che lei si rivolga ad altra persona più addentro di me nella questione; per ciò che riguarda il lato artistico, posso senz’altro confermarle che l’imposizione fatta alle Case italiane aderenti al Pathé Exchange col manuale pratico per uso dei direttori di scena italiani del signor Gasnier (l’alter ego di Pathé), che tende ad americanizzare la lavorazione dei films, non può trovare l’acconsentimento di coloro i quali, non solo conoscono le grandi fonti e le grandi caratteristiche dell’arte italiana, ma hanno altrettanta fiducia del primato che la cinematografia italiana può mantenere sulla produzione internazionale. Esiste, è vero. una notevole differenza tra il gusto delle diverse nazioni: salvo alcuni lievi temperamenti, si può dire che la Germania, l’Austria, la Russia, la Spagna e l’America del Sud hanno una speciale predilezione per la produzione italiana considerata sia dal lato artistico che da quello tecnico; mentre l’Inghilterra e le Colonie inglesi si compiacciono maggiormente della produzione Nord Americana. Non vorrei azzardarmi a definire questo compiacimento come conseguenza di uno spirito nazionalistico, ma d’altra parte non comprendo la ragione per la quale il signor Gasnier che ha avuto a sua disposizione direttori, artisti e teatri americani non è riuscito, pur lavorando a New York, a soddisfare completamente il gusto anglo-americano (tutti hanno vista la produzione americana della Casa Pathé) ora che M. Charles Pathé ricorre alla produzione italiana, pretenda che questa si conformi ai dettami da lui formulati. Effettivamente il signor Gasnier ci richiede in modo assoluto ciò che noi facevamo da tempo in maniera relativa: alludo alle scene in primo piano. Io, per esempio, sin dai primissimi lavori allestiti alla Celio tre anni fa, adopero i primi piani per quelle scene che richiedono una più profonda analisi della maschera degli artisti per comprendere più chiaramente l’espressione dei sentimenti loro. Secondo me, il primo piano non va considerato che un complemento allo svolgersi dell’azione cinematografica, mentre per il signor Gasnier tutta l’azione deve svolgersi prevalentemente in primo piano; ed ella comprende quanto si perda nell’esecuzione artistica di una film adottando il principio americano: l’ambiente, la decorazione, lo sfondo, il quadro, non dovrebbero più preoccupare l’inscenatore, il quale al contrario, avrebbe limitate le sue qualità artistico intellettuali a far muovere soltanto i personaggi in un campo troppo ristretto per l’azione cinematografica… un po’ di logica. Nessuno potrà negarci la nostra superiorità in ogni manifestazione d’arte e quindi nessuno dovrebbe fissarci i limiti e i modi delle estrinsecazioni delle nostre innate attitudini artistiche.

— Ella ha perfettamente ragione. Ed allora perché diverse Case italiane hanno aderito al Pathé Exchange?

— Per la solita ragione finanziaria. Oggi il grande mercato ancora aperto è quello americano e naturalmente le Case si preoccupano di risolvere il problema affaristico producendo lavori che trovino facile vendita e non pensano davvero all’affermazione dell’arte italiana. Sono convinto però che una migliore organizzazione finanziaria e commerciale toglierebbe la nostra produzione da questo stato di asservimento e segnerebbe il principio di un migliore e caratteristico orientamento della cinematografia italiana.

— Esiste una crisi cinematografica?

— Sì, esiste, ma esclusivamente dipendente dalla situazione internazionale; gli scambi e i trasporti dei prodotti sono divenuti estremamente difficili. Le basti sapere che le spedizioni di films all’estero devono esser fatte con speciali corrieri i quali molto facilmente incontrano lungo il viaggio difficoltà per il proseguimento. Da ciò comprende bene che l’unica causa della crisi che attualmente affligge la cinematografia italiana è la situazione politica e che nulla potrà farsi fino a quando questa non si sia rasserenata. Mi procurerebbe piacere di parlarne ancora di altre cose, ma mi riserbo di farlo un’altra volta poiché ella mi deve permettere di salutarla, avendo fra pochi minuti un appuntamento.

Ringraziai vivamente il conte Negroni della cortesia usatami e gli espressi il sincero desiderio di rivederlo fra breve.

Massimo
(La Tribuna)

Lettera dalla Spagna

Barcelona, Plaza Cataluna 1915
Barcelona, Plaza Cataluña 1915 c.

Barcelona, 21 aprile 1914

Con l’avvento della primavera sono ricominciate le corridas attese con ansia febbrile da tutti gli spagnoli, cui la mancanza della corrida cagiona una specie di vuoto nelle loro abitudini, nelle loro occupazioni, nelle loro affettività. Gli antichi romani chiedevano ai Cesari Panem et circenses: gli spagnoli, oggi, chiederebbero loro: pan y torosy cinematógrafos! sicuro; poiché ormai la corrida e il cinematografo sono i divertimenti preferiti da tutti a discapito del teatro. Qui si parla della Borelli, della Bertini, della Henny Porten, con lo stesso entusiasmo col quale di parla di Gallo, di Gallito e di Belmonte, i toreros in voga. E quando dico: entusiasmo, non esagero. In Italia si può avere della simpatia, dell’ammirazione per un grande artista, qui, per i toreros, si ha addirittura della idolatria. Dopo una giostra di discute di Gallito e di Belmonte con maggiore serietà e con maggior calore che da noi non si discutono Zacconi o Novelli dopo la magistrale interpretazione di un dramma nuovo, e lo stesso pubblico che fa la coda all’ingresso della plaza de toros si piglia alla porta dei cinematografi per ammirare Lyda Borelli che tuttora trionfa nell’Amor mio non muore della Gloria e che ha già annunciato che si presenterà fra breve nella… (che non ci senta la censura)… nella Donna nuda della Cines. E il teatro?… Il teatro, come dappertutto, soffre della concorrenza spietata del cinematografo e, come dappertutto, dopo aver fatto lo sdegnoso e lo sprezzante verso il suo fratello minore, tanto svelto e precoce, ha dovuto riconoscere i meriti e, deposto l’altezzoso disdegno, si è umiliato a stendergli la mano. A questo proposito ricordo aver letto, non è molto, in un giornale spagnolo un gustosissimo dialogo fra il reporter e un comico a spasso. Questi, dopo aver detto peste e vituperio del cinematografo, dopo averlo dannato alla gogna, dopo avergli scagliato contro tutti i suoi fulmini, termina il suo sfogo e si accomiata dal reporter.

— Viene?… mi accompagna?…
— Dove?… — chiede il reporter.
— Ma!… al cinematografo… Oggi hanno cambiato programma…

Quanta psicologia in questa risposta!…

Volete sapere di più?… Ieri La Vanguardia in un telegramma da Madrid annunciava che Giacinto Benavente, l’illustre drammaturgo spagnolo, verrà tra breve in Barcelona per dirigervi una esecuzione cinematografica della sua Malquerida, il dramma di successo trionfale. E corre voce che Maria Guerrero, l’attrice incomparabile, che Diaz de Mendoza, l’attore di gran merito… ma basta, non voglio dire di più… Ve ne scriverò lungamente nella mia prossima corrispondenza.

La scorsa settimana Carlo Nardini, un romano di Roma, che da molti anni vive a Parigi e che ho visto con piacere tornare al commercio cinematografico, è venuto a Barcelona per incarico della Italica Ars a darvi una visione della Histoire d’un Pierrot. E la visione ha avuto luogo martedì, nell’elegante Salón Cataluña, innanzi a numerosi e scelti invitati i quali, per la prima volta, assistevano ad una proiezione accompagnata da una orchestra di 35 professori. E il successo è stato grande, meritato. Nella deliziosa musica di Mario Costa, Francesca Bertini ha valorosamente interpretato il bianco eroe, birichino e sentimentale, della pantomima di Bessier; anche ottima Louisette mi è parsa la signorina Leda Gys, cui l’arte cinematografica riserva copiosi allori.

Questa esecuzione cinematografica della Histoire d’un Pierrot mi desta un ricordo lontano che forse potrà giovare al futuro storico dell’arte nostra.

Sono passati, forse, dieci anni: il mio carissimo amico il cav. Alberini cui nessuno può togliere il vanto di essere stato il papà (ahi, quanto prolifico!) dell’industria cinematografica italiana, volle riprodurre in film l’Histoire d’un Pierrot. In Italia non v’era ancora nessun teatro di posa: solo in Roma, fuori Porta S. Giovanni, si stava costruendo per conto dell’Alberini quel primo teatro che fu poi… culla della Cines.

Dove eseguire la cinematografia?… Incontro all’antica basilica di S. Maria Maggiore v’era una specie di Caffè-concerto all’aperto; un largo spiazzo, poche fratte di mortella all’ingiro, qualche alberello rachitico… e, nel fondo, il palcoscenico dalla pittura scolorata e un vecchio pianoforte avvezzo alle intemperie… Fu là che il cav. Alberini portò la sua macchina da presa e che venne eseguito il primo negativo della Histoire d’un Pierrot. Vi era anche Mario Caserini; Pierrot era Bianca Visconti, Pochinet Mario Caserini.

Ma il negativo non venne mai pubblicato… Si era pensato che sarebbe stato facile regolarsi con i diritti d’autore, ma invece… (ricorda, comm. Re Riccardi?) la richiesta fu troppo gravosa per allora che il cinematografo era ai suoi primi passi (che buoni garretti ha ora, eh?…) e il negativo venne sepolto nel fondo di un armadio.

Oggi, forse dopo dieci anni, l’Histoire d’un Pierrot compare sullo schermo, e nelle sale dei cinematografi echeggia la patetica serenata dolcissima…

Che glorioso cammino dal giorno lontano in cui nel piccolo teatro Metastasio di Roma, Mario Costa presentò al pubblico romano la sua squisita pantomima interpretata da Jole Cantini! Allora il cinematografo non esisteva e nessuno avrebbe pensato che dopo più di venti anni Louisette e Pierrot avrebbero ripetuto la loro commovente istoria in certe sale tutte buie, su grandi quadri tutti bianchi.

Ieri mattina il Sig. Minguella, rappresentante della Casa Gloria offri ai suoi clienti nel gran salone del Cine Doré la prima visione di Nerone. L’aspettativa era grande e il successo fu superiore all’aspettativa. Ammirammo un succedersi di quadri interessanti, meravigliosi, che riaffermarono, una volta ancora, l’alto valore artistico di Mario Caserini, cui invio da quaggiù le mie affettuose congratulazioni.

Magnifica artista, come sempre, venne giudicata la Gasparini Caserini in Agrippina e un eccellente Nerone il Rossi Pianelli nella non facile interpretazione del protagonista.

Il Cavaliere di Grazia.
(La vita cinematografica)

Za la Mort!

Confesso di non essere eccessivamente colto, riguardo al romanzo dei bassi fondi parigini. Ignoro perciò donde precisamente siano stati tolti Za la mort, Za la vie, Casque d’or ed altri celebri nomi d’apaches, che stanno creando una gloria immortale alla Tiber Film e ai suoi direttori artistici. Ma il lettore forse mi perdonerà, quando potrò dirgli che codesti sonori nomignoli del gergo parigino adornano i tre principali personaggi di una serie cinematografica d’avventure creata dalla fertile fantasia di Emilio Ghione, noto metteur en scène, celebre artista ed industrioso scombiccheratore di soggetti.

Za la Mort è il bandito simpatico, abbonato ferroviario della linea Parigi-Cayenne. Le donne più belle lo idolatrano; i valorosi compagni lo temono o l’invidiano; i poliziotti se ne lasciano volentieri burlare; i muri e il sottosuolo si aprono al suo passaggio; le acque si dividono come il Mar Rosso all’esodo degli Ebrei; il fuoco non lo tocca, il veleno e il pugnale lo rispettano. Come dio, egli è in ogni luogo; come il buon senso in cinematografia, è sempre irreperibile. Balla il tango, si capisce, e le danze degli apaches, a perfezione; maneggia il coltello come Juan Josè; sa baciare come la ragazza americana più civetta. È, per dirla in una sola parola, l’irresistibile.

Za la vie si noma la sua amante: perfida, astuta e vendicativa. Gli ha messe più volte le corna e gliele metterebbe ancora, se non fosse ammazzata in tempo da Casque d’Or, la bellissima innamorata del bruttissimo Za, che non si accorge o fa il sordo all’amore così spontaneamente offerto.

Za la mort aspetta, è naturale che Casque d’Or, trasbordata oltre l’Oceano, sia divenuta una ricchissima ballerina, e che dieci o dodici miliardari americani le facciano una corte spietata… Allora il bandito, trasformato anch’esso in miliardario (grazie all’eredità toccatagli di qualche migliaio di biglietti da mille falsi) comincia a spasimare per la bellissima fanciulla dalla chioma d’oro; che, naturalmente, lo respinge.

Ma Za la mort è l’uomo delle grandi trovate. Casque d’Or l’ha respinto? Ma è naturale: essa era innamorata di un apache, non del miliardario spacciatore di banconote poco autentiche. Quando però Za, indossata l’umile divisa di fattorino d’albergo, serve la bella giovane bionda che siede a tavola coi suoi spasimanti afflitti da tanti milioni, Casque d’Or, commossa dal sovrumano sacrificio, fa gli occhi languidi e, nel primo cantuccio solitario che le si offre, getta le braccia al collo del suo vecchio idolo, mormorando: Sono tua. L’apache, è vero, ha preso un nuovo abbonamento per Cayenne; ma le sue risorse sono infinite. Egli ne ritornerà subito, dopo mille spaventose peripezie, per godere la libertà e l’amore, lontano, nelle pampas sconfinate, dove ridiventerà quel che in fondo è sempre stato: un uomo onesto.

Resta ora da dire chi sia Emilio Ghione… La faccenda è un po’ più seria.

Le celebrità dello schermo s’incoronano di lauro con tanta fenomenale rapidità che appena s’arriva in tempo a conoscerne il luogo d’origine. Emilio Ghione dal viso glabro (è questo il particolare più spesse volte ripetuto negli avvisi cinematografici) è napoletano? siciliano? romano? E chi lo sa? Deduco che sia del mezzogiorno dall’enfasi ineffabile di certi titoli, onde abbellì le prime parti della sua serie Za la mort. Erano di una soave e grave profondità di concetto esposta in mistica ricercatezza di paroloni armoniosamente insensati. Pareva di sentir parlare uno di quei sensali, mezzo avvocati, mezzo inbroglioni, che sono purtroppo una epidemia di quelle nostre provincie, così ricche di belli ingegni destinati a sciuparsi…

Altro di Emilio Ghione non so, fuori di quello che s’impara dalle films dove agisce. Cioè, ch’egli è un attore molto efficace, dalla maschera di un orrido impressionante, dal corpo magro e muscoloso, straordinariamente adatto alla parte di apache. E anche non ignoro che i soggetti della serie Za la mort sono ideati da lui. Ideati? È un po’ troppo. Diciamo compilati. E la compilazione non è troppo felice. Voi vedete passare nell’azione tutti i più vieti motivi del romanzo d’appendice tipo Rocambole, ma senza il più lontano termine di confronto con le concezioni immaginose del visconte Du Terrail: i colpi di scena, i passaggi dall’uno all’altro mondo, le avventure nei meandri del sottosuolo parigino, le ridde fantastiche di milioni, che dalle vecchie concezioni rocambolesche sono man mano passate ai moderni Fantomas e Lupin e al romanzo inglese di Rider Haggard, di Boothby e di tanti altri.

Emilio Ghione però ha saputo dare una impronta sua propria a tutta questa materia, togliendone principalmente un grave difetto: il buon senso. Tutti questi soggetti cinematografici che costituiscono la serie Za la mort hanno l’indiscutibile pregio di essere semplicemente insensati. Sembrano tendere alla glorificazione di un malfattore che, se è molto più stupido di Rocambole e di Fantomas, in compenso fa delle cose meno fantastiche, meno grandiose, meno interessanti, ma molto più verosimili e inspiegabili.

Perché molto spesso viene alle labbra la domanda: Ma perché Za la mort si affana a compiere tante imprese perfettamente inutili? Perché sembra così spesso un turista, il quale, volendo compiere il viaggio da Londra a Parigi, stima necessario passare per il polo nord e traversare tutti cinque gli oceani?

Vorremmo dare al signor Ghione un consiglio. Una volta egli era attore, direttore, soggettista e compilatore dei titoli. L’arrivo alla Tiber del conte Negroni gli ha forse tolto di mano il mestolo per quel che riguarda i titoli e la messa in scena.

Perché, dietro l’ottimo effetto che ne è derivato, non rinuncia anche a ideare i soggetti? Non sarebbe tanto di guadagnato per la sua gloria?

Acer.
(Cinemagraf, 5 settembre 1916)