Louis Lumière (I)

Louis Lumière
Louis Lumière

Parigi, 1935. Louis Lumière nasce il 5 ottobre 1864 a Besançon (Doubs), dove suo padre, Antoine Lumière, aveva impiantato uno dei primi stabilimenti fotografici allora esistenti. Uomo dotato di forte personalità, dal temperamento di pioniere, artista e pittore di merito, Antoine Lumière intravide, fin di primordi, l’avvenire della fotografia e lasciò ben presto Besançon, per andare a stabilirsi con tutta la famiglia a Lyon, città laboriosa e ricca, dove tutte le iniziative industriali potevano realizzarsi.

Fin d’allora, infatti, Antoine Lumière intuì quale successo industriale fosse riservato alla fabbricazione delle “lastre secche”. « Ma l’impresa era ardua; l’invenzione del processo della gelatina al bromuro d’argento, recentissima, richiedeva, per diventare pratica, numerose ricerche di chimica o di meccanica. Si trattava di un’industria affatto nuova, di cui bisognava dotare la Francia » (Édouard Herriot).

Durante questo periodo, in cui l’attività di Antoine Lumière era limitata ai soli lavori del suo studio di ritratti, l’istruzione e l’avviamento pratico dei suoi figli, Auguste, nato nel 1862, e Louis, furono affidati alla scuola della Martinière. « È lecito supporre che i fratelli Lumière debbano, in parte, a quell’avviamento le notevoli doti della mente, che, corroborate dall’insegnamento del liceo, hanno loro permesso di sviluppare la loro possente personalità. Sono, anzi tutto, due meravigliosi osservatori… » (Éduard Herriot); e, aggiungerei io, due mirabili sperimentatori « plasmati » da lavori pratici, minuziosi e precisi. Non ho veduto anche ieri tra le mani dello stesso Louis Lumière la documentazione di questo amore dei particolari perfetti, illustrata da disegni e acquerelli difficilissimi, conservati come « modelli » dalla scuola dove egli li aveva eseguiti una cinquantina d’anni fa?

Ed è proprio di quel tempo la prima invenzione di Louis Lumière, che fu la base e quasi la causa iniziale di tutto il suo avvenire. Su i banchi stessi della scuola, egli ideava un nuovo processo di preparazione della gelatina-bromuro d’argento (reazione di NH4 Br su Ag 20 ammoniacale), processo che permetteva di ottenere il bromuro d’argento senza alcun miscuglio di sali solubili.

Appena uscito dalla Martinière, primo nella classifica, egli dedicò alcuni mesi al perfezionamento del nuovo metodo. « Questo mi permise di preparare a mano tutte le lastre necessarie a mio padre per il suo studio fotografico. Solo dopo questo lungo esperimento fu deciso l’impianto dell’officina, cui io presi parte attivissima » (Louis Lumière).

La fondazione delle Officine Lumière data dal 1882. Louis Lumière aveva allora diciasette anni.

E proprio allora si produsse l’avvenimento che doveva  ispirargli quell’amore della perfezione e del definitivo, di cui egli ha fatto la legge costante della sua vita. « Sorsero difficoltà di carattere industriale, che portarono all’abbandono di quel metodo (all’ossido d’argento ammoniacale) e soltanto dopo innumerevoli esperimenti riuscii a realizzare, con un metodo affatto diverso, la lastra “Etiquette Bleue”, che presto ebbe un notevole successo, a causa della sua grande sensibilità » (Louis Lumière).

La presa istantanea diventava possibile per il dilettante: con la nuova lastra “Etiquette Bleue”, la marca Antoine Lumière et ses Fils, si diffuse rapidamente in tutto il mondo.

Infatti, ad Antoine Lumière si erano associati i due figli, Auguste e Louis, per la direzione tecnica e commerciale delle sue officine. Da quel momento si stabilì fra i due fratelli una collaborazione così intima e cordiale, che si dovette arrivare al 1919, data della nomina di Louis Lumière a membro dell’Istituto, per poter distinguere la parte di ciascuno di loro nelle numerose invenzioni, note e resoconti scientifici, che erano invariabilmente apparsi sotto i due nomi abbinati.

Ma, mentre Auguste Lumière si dedicava specialmente alle ricerche biologiche, riprendendo così gli studi che aveva abbandonati allorché fu costituita la società Antoine Lumière et ses Fils, Louis rimaneva fedele alle scienze esatte, a tutte le applicazioni della Fisica, della Chimica e della Meccanica.

I laboratori dei due fratelli erano distinti, ma pochissime erano le ricerche che non fossero controllate in comune. Se si cercano documenti fotografici relativi ai due Lumière durante questo lungo periodo di “vicinanza” scientifica, li si vede sempre, l’uno di fronte all’altro, occupati in qualche manipolazione caratteristica, nei loro laboratori di Lyon-Monplaisir, da cui sono uscite le invenzioni sorprendenti, che hanno portato i due inventori, ognuno nella sua specialità, all’apice degli onori.

E là Louis Lumière creò il cinematografo, da lui definito « brutto mulino di immagini », ma che gli ha fruttato la gloria ed oramai è divenuto indispensabile tanto per gli amatori quanto per i tecnici e per quelli che si dedicano alle ricerche di qualsiasi genere; là figurano realizzati di tutto punto la lastra “autochrome”, il “fotorama” e tante altre invenzioni uscite di colpo dalle mani dell’inventore nella loro forma definitiva; è là che, nelle ore angosciose della grande guerra, Louis Lumière si dedicò, con disinteresse senza esempio, a risolvere taluni problemi della nostra difesa nazionale e, più tardi, a dare ai grandi mutilati, con ingegnosi apparecchi di protesi, nuove possibilità di lavoro e nuova fede nell’avvenire.

Nel 1925 lasciò definitivamente Lyon. « Venuto a cercare nella sorridente tenerezza dei nipotini un conforto alla perdita dolorosa di quella che era stata la compagna della sua vita, il grande e modesto inventore si è stabilito a Neully e continua a lavorare senza tregua alla soluzione di nuovi problemi » (Lorbert). Alle porte di Parigi e vicino all’Accademia delle Scienze, dove si ritrova, nelle sedute settimanali del lunedì, con illustri colleghi ed amici, agli vi attinge, tra le più svariate e interessanti discussioni scientifiche, la forza di assolvere nei suoi laboratori di Neully-sur-Seine il compito che si è prefisso per la settimana.

Oggi, a pochi mesi dal giorno un cui, oltre ai suoi numerosi amici, tutti quelli che gli aiutò nella vita, che incoraggiò con i suoi disinteressati consigli, si accingono a festeggiare il suo settantesino compleanno, Louis Lumière non si sente ancora in diritto di riposare: egli è assorbito dall’arduo problema del rilievo nella cinematografia, e i risultati impressionanti che ha già ottenuti, mostrano chiaramente che la via da lui aperta sarà certamente feconda.
(segue)

Alla Cines mentre si gira Malombra

Una scena del film
Una camera di dolce stile arcaico…

Roma, agosto 1916. Di fuori, l’afa del pomeriggio è rotta da qualche fremito di brezza. Ma nell’interno del teatro il caldo è insopportabile. Nemmeno l’ombra delle tende, nemmeno gli ampi spiragli aperti qua e là nelle pareti di vetro, valgono ad attenuare la snervante intensità del calore. E, quel che è peggio, non è nemmeno possibile di mandare una imprecazione a Febo. Egli è il vero Dio del cinematografo, e come tale deve essere rispettato. Gli attori, infatti, almeno qualche volta, lo rispettano. I cachets, le umili e modeste comparse, lo venerano, lo adorano, lo invocano addirittura. È il loro tormento e la loro speranza. Conviene dunque sopportarlo… D’altra parte, il quadro che vi si presenta dinanzi agli occhi vi fa presto dimenticare l’afa opprimente.

Si gira Malombra. Osservate. Una camera di dolce stile arcaico. Non c’è alcun dubbio. Quella in fondo è Lyda Borelli. Una divinità. Le spalle statuarie, il volto bianchissimo, la lunga chioma disciolta che ha riflessi dorati, contrastano mirabilmente con le stupende forme del corpo modellate da una vestaglia nera, triste, solenne. Le sta accanto Amleto Novelli. Sul letto, sotto una coltre di damasco rosso, dorme Augusto Mastripietri. Più avanti, quasi in primo piano, siede Giulia Cassini-Rizzotto, l’attrice modesta e valorosa che ha dato al suo volto la maggiore austerità d’una parte vetusta sacrificandolo in una nobile e dignitosa parrucca grigia. Più avanti ancora si muove l’accurata eleganza di Francesco Cacace.

Carmine Gallone, il valoroso ed instancabile direttore artistico, segue, con occhio vigile e pronto, la mimica degli attori. Tutta la scena si svolge in silenzio. Solo l’operatore (Giovanni Grimaldi) si diletta ad alta voce di una sua speciale esercitazione aritmetica contando a più riprese i giri di manovella.

Il quadro è finito. Posso scambiare qualche parola con Lyda Borelli: ma per pochi istanti poiché l’affascinante attrice deve correre in camerino a prepararsi per una nuova scena. Posso anche stringere la mano all’amico Gallone che parla, discute, passeggia, ma non perde d’occhio il lavoro, non si distacca per un istante dall’opera ardua e magnifica che lo ha violentemente e completamente avvinto con tutti i suoi eccezionali requisiti per un tentativo cinematografico rinnovatore.

Gallone non è davvero un mestierante del cinematografo. In ogni suo lavoro apparisce una lucida impronta di dignità e di bellezza. C’è in lui una continua inquietudine di superamento, un ansia costante e febbrile di percorrere vie inesplorate, d’elevarsi verso più ardite forme d’originalità e di perfezione. Malombra è una creatura del suo sangue, dei suoi muscoli, del suo cervello. Egli solo poteva avere la forza a l’audacia di trasportare in cinematografia il romanzo di Fogazzaro, un romanzo così complesso, così vasto, così profondo, in cui l’elemento psicologico è fuso con l’elemento fantastico e tutti e due sono integrati da un soffio di vivo e possente lirismo.

Torna Lyda Borelli abbigliata per i nuovi quadri. La veste nera è ora sostituita da una veste bianca. Ma l’infinita bellezza del volto nulla ha perduto nel risalto nuovo. Quella di Lyda Borelli è sempre una figura stupenda, sia che l’adorni una toilette fastosa, sia che nella vita fittizia della scena, la ricopra un’umile e semplice veste. Solo così si spiega il grande fascino ch’ella ha saputo suscitare anche nell’amorfo e primitivo pubblico dei cinematografi.

Gallone mi lascia perché deve ancora girare una scena senza la Borelli. Ne approfitto per scambiare qualche parola con la valorosa e gentile amica. Ho anche la fortuna di trovare un angolo in cui s’apre un’ampia finestra tutta coperta d’edera: il lieve sospiro del vento attenua assai l’insopportabile calore interno. L’angolo è delizioso per una conversazione sentimentale. Ma, ahimè!, non si parla che di cinematografo. Sarebbe assurdo parlare d’altro quando, a pochi passi da noi, l’operatore continua il monotono conteggio dei giri della manovella…

L’argomento, forse, non è il più simpatico, ma la conversazione di Lyda Borelli è sempre piacevolissima. In quello che dice c’è una grande semplicità ed una grande sincerità. E tanto più la semplicità e la sincerità appariscono evidenti in quanto il cinematografo è un po’ il mondo dell’esagerazione. Se parlate con una delle più o meno celeberrime dive dell’arte — fortunatamente! — muta, non tardate a formarvi, se siete ingenuo, il convincimento che il cinematografo sia la più difficile, la più astrusa, la più complessa di tutte le forme di finzione scenica. Non troverete una « diva » che non vi sostenga, con la candida disinvoltura della mediocrità, di non avere trascorso lunghe notti insonni per prepararsi ad un’interpretazione, di non aver sudato quattro camicie nell’arduo e faticoso studio d’una figura da impersonare, di non aver sofferto e gioito dinanzi all’obiettivo cinematografico. Ah, le scimmie!…

Niente di tutto questo in Lyda Borelli. Ma Lyda Borelli è sopratutto una donna di una rara e squisita intellettualità. Il cinematografo? È quello che è; non è ancora quello che potrebbe essere. Una cosa come un’altra che ha il suo lato buono ed il suo lato cattivo, il suo lato facile ed il suo lato difficile, il suo lato trascurabile ed il suo lato interessante. Tutto dipende dal punto di vista.

Quanta modestia nelle parole dell’affascinante attrice. E quanta bontà! Voi potete, per inveterata abitudine del vostro spirito, compiacervi di qualche piccola perfidia, di quella sottile ed inoffensiva malignità intorno a questo mondo di « bluff » e d’esagerazione, ma Lyda Borelli non vi risponde se non con una parola d’indulgenza. Per questo nel regno dell’arte, ella gode del meritato privilegio d’una simpatia generale. Tutti le vogliono bene, tutti, amici e amiche, compagni e — caso più unico che raro — compagne, dai primi ruoli alle ultime comparse, ne parlano un senso d’infinita devozione, di gratitudine, di entusiasmo, d’affetto.

Le chiedo, naturalmente, la sua impressione su Malombra.

— Ne sono entusiasta, mi risponde. Il romanzo del Fogazzaro racchiude elementi cinematografici di una grande originalità. Basta con le solite vicende d’amore e d’adulterio! Occorre che il cinematografo si rinnovi e Malombra rappresenta davvero un magnifico tentativo di rinnovamento.

— Credete dunque che questo film susciterà molto interesse?

— Non ne dubito. La sua vicenda è così vasta ed intensa che dovrà necessariamente vincere tutte le esigenze del pubblico. E poi la Cines nulla risparmia perché anche questo film riesca un autentico capolavoro.

— Dopo Malombra di quali altri lavori cinematografici sarete interprete?

— Non so. Ma di cinematografo torneremo a parlare nella quaresima dell’anno venturo. Col 15 settembre ritornerò al teatro, al mio teatro, da cui mi sono allontanata per un breve periodo di necessario riposo.

Cerco ancora di raccogliere qualche indiscrezione, ma i direttori di scena non sempre sono gli alleati dei giornalisti. Una voce grida: « Signorina, tocca a lei! ». Così alla mia ultima domanda, Lyda Borelli, fuggendo, non può rispondere, che con un sorriso ed un gesto di desolazione.

Il sole comincia ad illanguidirsi.  Siamo agli ultimi quadri della giornata. Una forte scena fra Mastripietri e la Borelli ed una con la Borelli sola. Per quest’ultima è necessario l’intervento delle lampade Jupiter.

Lyda Borelli
Lyda Borelli

L’intensa luce irradia di violaceo la figura ieratica dell’attrice che, in primo piano, nello sfondo quasi mistico d’un piccolo « interno » atteggia il volto ad una magnifica espressione.

Finalmente, posso ipotecare Gallone per avere da lui qualche notizia più dettagliata intorno a questo eccezionale lavoro. Il giovane e valoroso direttore, gentilissimo, comincia col farmi passare nel secondo teatro del grande stabilimento al fine di mostrarmi alcune scene costruite espressamente per Malombra. Sono « interni » del castello antico, l’ambiente in cui l’azione si snoda e si sviluppa, sale vetuste e solenni riprodotte con uno squisito senso d’arte e con una mirabile fedeltà.

— È dunque vostra l’idea di trasformare in film questo strano e suggestivo romanzo del compianto scrittore?

— Sì, da molto tempo ne vagheggiavo l’idea; la Cines ha subito compresa tutta l’importanza di un’opera di questa mole e nulla ha trascurato per assecondare il mio proponimento…

— Eppure non tutti sono dell’opinione che Malombra contenga eccezionali requisiti di risalto cinematografico.

— Se vogliamo ostinarci a chiamare risalto cinematografico la solita avventura di passione e di morte, hanno ragione quelli che non vedono il film in questo romanzo del Fogazzaro. Ma se vogliamo considerare come risalto cinematografico l’originalità assoluta dello spunto e la novità della vicenda, la consistenza cinematografica di Malombra non può essere messa in dubbio. D’altra parte, opere così vaste e complesse debbono suscitare necessariamente un grande fervore di discussione. È tempo ormai che il cinematografo segua una via nuova. Oggi si sforza troppo per apparire teatro…

— Mentre il teatro è una cosa così diversa…

— Precisamente. Il cinematografo dovrebbe limitarsi a rendere quello che non è possibile rendere al teatro. Per questo mi sono appassionato a Malombra. La vicenda di questo romanzo è tale che solo le risorse della tecnica cinematografica possono rappresentarlo. Malombra contiene elementi di grande fascino per chi, come me, ha la convinzione che il cinematografo debba rinnovarsi. È un’opera che, per la sua fusione di fantastico e si psicologico, può stare fra la Falena e Avatar.

— Credo che la riduzione cinematografica di un lavoro come questo debba presentare grandi difficoltà.

— Non è certamente un compito facile. Ma io l’ho assunto con entusiasmo e con fede. La maggiore difficoltà consisteva nella sceneggiatura: m’è costata venti giorni d’intenso, febbrile, gravoso lavoro ma l’ho superata felicemente. Ne sono soddisfatto.

— Fra quanti giorni il film sarà pronto?

— Occorreranno ancora due mesi. Dobbiamo metterci in giro per l’Italia per riprendere gli esterni più suggestivi e pittoreschi dei nostri laghi. Anche per la messa in scena Malombra costituirà un lavoro d’eccezione. Sarà certamente uno degli avvenimenti memorabili del prossimo autunno, che pure si ripromette così denso di grandi premières.

La Cines, con la tradizionale signorilità, non mi ha limitato i mezzi, poiché vuole che il film sia in tutto e per tutto degno dei precedenti. Per mia parte ne sono troppo entusiasta, sono troppo preso della grande bellezza di un’operazione così originale e suggestiva, per non esserne convinto del successo. Anche l’interpretazione sarà degna del lavoro. La Borelli ha completamente e perfettamente assimilato lo spirito della strana e complessa figura che deve rappresentare. Ci darà una nuova interpretazione in cui l’efficacia psicologica sarà superbamente integrata da mirabili espressioni estetiche. Come nei precedenti lavori ammireranno in lei l’acuto e sottile senso di assimilazione e la plastica meravigliosa. Anche questa volta, insomma, ho trovato nella Borelli un consenso spirituale che, per me, è la più bella e la più gradita forma di collaborazione. Gli altri interpreti ne faranno degna corona: sono tutti nomi notissimi nell’arte nostra: la Cassini, il Cacace, il Novelli, il Mastripietri, ecc.

L’ora è tarda. Carmine Gallone che deve dividere la sua attività fra i teatri della Cines ed il servizio militare, mi tende la mano per correre frettolosamente al Ministero della Guerra ove l’attendono alcune ore serali di lavoro burocratico. Come riposo, dopo le aspre fatiche del giorno, non c’è male!…

Ugo Ugoletti
(Il Tirso)

L’antica fiamma, azione cinematografica di Luciano Zuccoli

Brochure del film
Brochure del film

Edizione Milano Film 1917 – Un prologo, due parti e un epilogo. 1390 metri. Interpreti principali: Suzanne Armelle e Giuseppe Sterni. Direttore di scena: Giuseppe Sterni. Operatore: Della Valle.

Il soggetto

Annuccia Delbene è una bimba di quattordici anni, carina, intelligente, ambiziosa e bizzarra, che campa stentatamente la sua vita come piccola commessa di un negozio di mode. Ha un piccolo amico, Fausto Lovelli, ragazzo sedicenne, anch’esso intelligente e sbarazzino ed operaio presso un mosaicista.

La vita dei due giovani è un complesso di miserie e di allegre monellerie, di desideri insoddisfatti e di castelli in aria.

Fausto, infatti, sogna di diventare un gran pittore, ed alla sua piccola amica che, alle sue confidenze, lo guarda con musetto beffardo, spiattella in pochi istanti un ritratto, quasi somigliante e con al collo un piccolo boa graziosissimo. Annuccia, poiché la rivelazione artistica avviene fuori di porta, è entusiasmata tanto della bravura del suo amico, che si lascia baciare sulla bocca.

Ma anch’essa ha il fuoco sacro dell’arte… Portando gli abiti in una scuola di recitazione, scopre in sé delle grandi attitudini alla drammatica, riesce dopo molte peripezie ad essere accettata alla scuola ed in poco tempo sbalordisce tutti, allievi e maestra che scoprono in lei una futura grande attrice.

Anche Fausto comincia a farsi notare. I due giovani si ritrovano fuori porta e si confidano le loro speranze.

Annuccia declama un brano drammatico, e Fausto mostra i suoi disegni.

Ma una nube offusca il visetto di Anna:

— Sono tutti nudi di donna, i tuoi studi!

— Tu, tutte le sere devi parlare con altri d’amore! — ribatte Fausto.

***

Anna è diventata un’attrice celebre ed alla moda. Fausto è un illustre e ricercato pittore ritrattista.

Si ritrovano, si ripiacciono, si riamano, si riadorano. Ma la gelosia punzecchia irrequietamente entrambi.

Fausto vorrebbe provocare tutti gli adoratori di Anna e Anna detesta tutte le eleganti e civette ammiratrici di Fausto.

Fausto fa il ritratto di Anna che, esposto al Salone, aumenterà la sua celebrità, ma Anna, nel posare gli dice:

— Io sola possiedo il tuo vero capolavoro! — e trae dalla borsetta lo scarabocchio col boa al collo che tanti anni prima Fausto le aveva fatto fuori porta, quando erano poveri ed ignoti, ma pur tanto felici…

Fausto è commosso e si stringe ardentemente al petto della donna.

Ma l’incidente non vale a tranquillizzare che per poco i due irrequieti amanti.

La vita diviene sempre più insopportabile. Anna decide di partire per un lungo giro artistico all’estero. Fausto non osa o non sa trattenerla.

***

Il tempo cancella ogni dolore, ma l’immagine di Anna non scompare mai dal cuore di Fausto, e ripetutamente e continuamente gli si affaccia alla mente paralizzandogli la possibilità del capolavoro.

Invano Fausto chiede ad Elena Castani di posargli per un nudo; questa rifiuta.

Elena, commessa in un negozio di antichità che Fausto frequenta, gli ha già posato per le mani, per la testa, per la linea.

Elena ama intensamente Fausto e non si mostrerà mai nuda a lui freddamente e per mestiere.

Fausto è desolato. La notizia che Anna ha sposato in Russia il ricchissimo Conte Ivan Fiodorovic Slascinski lo abbatte completamente, ma Elena viene a lui tenera ed appassionata.

— Volevi fare il capolavoro?… Aspetta!… — ed appartatasi per alcuni istanti ricompare avvolta in un lungo e purpureo mantello.

— Eccomi!… Lavora!… — e gettando il mantello gli si mostra in tutta la sua candida e splendida nudità…

Il quadro, esposto poi al Salone, entusiasma critici, amatori e pubblico…

Elena e Fausto si sposano e partono per un lungo viaggio.

***

Sono passati venti anni. Il Conte Ivan, un corrotto, un libertino, un bevitore, è morto. Anna, rimasta vedova, è tornata in Italia con la figlia Pervinca.

Pervinca è tutta fisicamente la madre, ma come animo, ha ereditate le cattive qualità del padre. Maligna, insolente, frivola è il cruccio continuo ed il pensiero di Anna.

Fausto si reca, naturalmente, a salutare Anna, nella bella villetta che questa ha affittato, ma non ritrova più la giovane appassionata e impetuosa di un tempo, ma bensì una splendida dama, seria, un po’ stanca, un po’ scettica, che pensa solo alla figlia e desidera vivere tranquilla. Alle proteste di amore di Fausto, ribatte con signorile freddezza:

— Siatemi amico, vi prego. Nulla più!…

Fausto se ne va mortificato ma si imbatte in giardino con Pervinca. Fausto crede sognare!… Pervinca è  il ritratto di Anna, di Annuccia la monella carina che tanto ha amato!… La presentazione fra i due ha del comico. Ma Fausto torna e ritorna spesso, e col tempo nell’animo suo turbato si riaccende più veemente, più crudele l’antica fiamma, poiché rivede in Pervinca, piuttosto che Anna, tutto il suo passato.

Pervinca si innamora pur essa perdutamente di Fausto.

Un fidanzato timido, ma appassionato, l’occhio vigile di una vecchia e fedele governante, la tenerezza materna, si illudono di avere scongiurato ogni pericolo vietando a Fausto l’accesso al villino.

Pervinca e Fausto si rivedono nel Parco e poi tutte le notti in giardino, mentre tutti dormono.

Anna decide allora di partire per la Russia con la figlia, ma Pervinca trova il modo di avvisare Fausto e decide di fuggire con lui la notte che precede la partenza.

La vigile governante scopre tutto ed avverte Anna. Alla fanciulla che silenziosamente si prepara alla fuga, compare la madre addolorata…

Fausto impaziente dell’attesa entra cautamente nel villino. Si trova di fronte Anna.

— Tu!… — essa gli grida — tu, amore di tutta la mia giovinezza, meditavi di togliermi Pervinca!… A questo punto è arrivata la tua, la vostra follia!… — e va ad uno scrigno e ne toglie l’antico piccolo ritratto, il ritratto di Annuccia col boa al collo, il primo, timido lavoro del pittore principiante e lo getta ai piedi di Fausto.

Fausto si lascia cadere in una poltrona, piangendo. Pervinca guarda esterrefatta.

— Non mi hai capita, Fausto! — continua Anna. — Non ti perdonerò mai!… Ora vi separo per sempre!

Prima che si immagini, punta una rivoltella al cuore e rotola ai piedi dei due, separati così per sempre.

L’antica fiamma è spenta!…

L’autore

Luciano Zuccoli, eminente romanziere e giornalista, già direttore della Gazzetta di Venezia, della Provincia di Modena, redattore del Popolo Romano e di molti altri giornali politici e letterari. Polemista vigoroso ed abilissimo a maneggiare la spada come la penna, ha avuto duelli e processi.