Delitto perfetto 1910

Alberto Capozzi
Alberto Capozzi

Febbraio 1910, la Serie Nera della casa Ambrosio presenta Chi l’ha uccisa, un soggetto nel migliore stile Alfred Hitchcock, firmato dal solito Arrigo Frusta. Azione a carico della coppia Tarlarini-Capozzi:

« Un medico ha deciso di uccidere la propria moglie, Luisa, di cui ha plagiato la volontà per mezzo dell’ipnosi. Mentre la donna si trova sotto il suo controllo, le ordina di bere a una certa ora una bottiglia di veleno, dopo aver scritto in una lettera: « Mi uccido di mia mano e di mia volontà ». II medico poi si reca come suo solito al club, mentre Luisa, rimasta sola in casa, esegue i suoi ordini. Quando arriva la polizia, la donna è morta e non ci sono motivi di sospetto: il domestico, Giovanni, testimonia di essere andato di persona a portare al medico la notizia del suicidio della moglie. II colpevole dunque resta libero, ha compiuto il delitto perfetto, anche se nell’ultima scena sul suo volto si legge lo sgomento. » (1)

Qualche settimana dopo, sempre la casa Ambrosio, sforna un nuovo titolo La più forte, soggetto di Frusta per la serie “mariti assassini”. Mary Cléo Tarlarini nel ruolo della moglie, Gigetta Morano interpreta l’amante, e Capozzi, come al solito, nel ruolo del marito:

« Durante il soggiorno in una località della Costa Azzurra, dove ha accompagnato la moglie ammalata, un uomo si innamora perdutamente di un’altra e per stare con lei si lascia indurre a liberarsi della moglie; e una sera, mentre quest’ultima riposa su di una roccia a picco sul mare, la fa precipitare nell’abisso. I due amanti partono per l’estero. Ma l’uomo è ossessionato dal ricordo della moglie, sente la sua voce che lo chiama. Ritornato nel luogo del delitto, egli respinge l’amante, va come un sonnambulo fra le rocce, attirato inesorabilmente dal mare: finché vi precipita dentro. «L’ammalata, la scomparsa, la morta ha vinto! »(1)

Di donne gelose e di vendetta abbiamo visto qualche esempio, ma in Abbandonata, prodotto dell’Itala Film, la donna fatale finisce per avere la meglio:

« In un villaggio di campagna una giovane coppia va timidamente a chiedere al padre di lei il consenso per le nozze, che viene concesso, e per l’occasione viene organizzata una grande festa. Mentre essa è in corso, una straniera molto elegante appena arrivata dalla città suscita ben presto l’interesse del giovane promesso sposo. La sua fidanzata soffre in silenzio, ma poi, incontrata la sua rivale in un casolare solitario, le rivolge un patetico appello, che non viene però accolto. Esasperata dalle parole di scherno della donna venuta dalla città, la contadina esce dal casolare, ne spranga la porta, poi vi mette davanti un mucchio di fieno e appicca il fuoco. Ma mentre sta ritornando verso casa, incontra il fidanzato, al quale racconta quello che ha fatto: ritorna allora indietro con lui, e sblocca la porta, cercando di salvare la rivale, che giace svenuta tra le fiamme. Il suo innamorato sopraggiunge e riesce a portarla fuori; ma la povera contadinella, soffocata dal fumo, resta prigioniera delle fiamme. »(1)

Sempre dell’Itala, L’abisso, questa volta il soggetto è ambientato nel gran mondo, nessuna traccia sull’autore:

« In un grande albergo della Riviera ligure, un giovanotto squattrinato osserva un noto, facoltoso commerciante, e studia un piano per derubarlo. Camuffatosi con finti baffi e barba, il giovanotto attacca bottone con il mercante e lo persuade ad accompagnarlo su di un ponte sovrastante un ripido burrone. E mentre l’uomo sosta ammirando e commentando la bellezza del paesaggio, il giovanotto con una spinta lo fa cadere dal ponte e poi, calatosi fino in fondo al burrone, recupera dalle tasche dell’ucciso una somma di denaro e gli prende anche un bellissimo anello che porta al dito. Un vagabondo scopre il cappello e quindi il corpo del commerciante. Due anni dopo, l’orfana del mercante è diventata una signorina facoltosa. Un giorno una panne della propria automobile la costringe ad accettare l’aiuto di un giovanotto di passaggio su di un calesse. I due così si conoscono, si piacciono, scoprono di amarsi e si fidanzano. Dopo qualche tempo, il giovanotto manda alla sua bella un mazzo di fiori che adorna un magnifico anello, nel quale la ragazza riconosce però, con orrore, il gioiello che portava suo padre. Presa da un terribile sospetto, la ragazza vuol fare una verifica: ospita nella propria automobile il giovane e poi lo conduce lungo il sentiero già percorso dall’assassino e dalla sua vittima; e quando arriva sulla scena del delitto, osserva attentamente le reazioni del suo compagno, comprendendo, dalla sua emozione, come sia lui il colpevole. Ella allora lo accusa apertamente: l’uomo prima si schermisce, poi cerca di strangolare la sua compagna; ma gli compare davanti agli occhi l’immagine dell’uomo che ha ucciso. Impaurito, il giovanotto indietreggia e finisce per precipitare nell’abisso, trovando la morte nello stesso luogo in cui aveva commesso il suo delitto. » (1)

E’ arrivato il turno della Navone Film che presenta il primo soggetto criminale di “cinema nel cinema”, messa in scena di Guido Ciotti:

Un dramma in una fabbrica di films

« Gli artisti sono riuniti in una sala convegno di una Fabbrica di Films cinematografiche. Il primo attore ha dei sospetti sulla fedeltà della prima attrice, sua moglie. La segue, e la sorprende a conversare col primo attor giovane; questi si allontana imbarazzato, ed il marito si scaglia violento sulla moglie, ma, vinto dall’amore, mentre essa trema e piange, l’abbraccia e quasi invoca il suo perdono. Dopo la distribuzione delle parti agli artisti, il marito li sorprende di nuovo nel proprio camerino: la donna si allontana spaurita dall’atteggiamento minaccioso di lui, il quale, con una calma forzata, dice al giovane che lo ucciderà ove persista ad attentare alla sua pace.
La commedia incomincia, e lo svolgimento di essa, per una strana fatalità, è uguale a quello che i tre protagonisti vivono nella vita reale, e nella scena finale, in uno slancio di furore geloso, il marito, della commedia, gettando via la spada, uccide realmente il suo rivale con un colpo di rivoltella. »(1)

Il soggetto di Vendetta fatale dell’Ambrosio non mi sembra, sulla carta, molto originale:

« Lidia, benché sposata, è ancora disperatamente innamorata di un altro uomo amato in precedenza, che l’ha lasciata e non vuole più saperne di lei. Nella mente della donna prende corpo una folle idea di vendetta. Dopo aver invitato l’uomo a un appuntamento notturno, con la scusa di un ultimo addio, invia una lettera anonima al proprio marito, informandolo del tradimento della moglie e dell’appuntamento. I due uomini si trovano così di fronte e si battono a duello con la pistola. Al momento degli spari, Lidia cerca di fermarli mettendosi in mezzo, ma, colpita da una pallottola, paga con la vita la sua tragica vendetta. » (1)

Nemmeno questo Lotta d’anime, uscito qualche settimana dopo, è all’altezza delle produzioni Ambrosio:

« L’illustre professor Marti, un chimico, durante un esperimento di laboratorio per un incidente perde la vista. Nella disperazione che lo assale, unica sua ragione di vita restano la giovane sposa e la figlioletta. Mentre prende il fresco in una calma notte d’estate in giardino, il professore sorprende un dialogo tra sua moglie e il suo migliore assistente, che si danno un appuntamento nel chiosco giapponese. Brancolando, il cieco va a nascondersi nel chiosco, dove sorprende la moglie, le chiude la gola con una mano di ferro, impedendole di parlare; e quando la porta si apre, il cieco spiana una rivoltella e spara due colpi. «Un corpo cade, la donna sviene e il cieco tende l’orecchio… Silenzio! – Ah! l’ho colpito! E le pupille spente pare che s’illuminino un’ultima volta ancora, davanti alla morte dell’uomo che gli ha rubato l’ultimo raggio di felicità. » (1)

Bisogna aspettare a dicembre del 1910 per ritrovare, con Alibi atroce, il solito marito assassino, freddo ed spietato, interpreti: Alberto A. Capozzi, Luigi Maggi, Mary Cléo Tarlarini. Finalmente vediamo comparire i poliziotti… che arrestano l’uomo sbagliato:

« Il dottor Lawson nasconde sotto l’apparenza dello scienziato «l’istinto dell’uomo primitivo, del selvaggio»: quando scopre che la moglie ha un amante, mette a punto il delitto perfetto. Quando la donna si reca dall’amante, egli la spia, la segue fino a un villino solitario; poi bussa alla porta, si fa aprire, l’aggredisce e la strangola, distendendola quindi sul letto. Poi si rivolge alla polizia, spiegando che la moglie lo tradisce e pregando gli agenti di accompagnarlo per constatare l’adulterio: così quando l’amante entra in casa e scopre il cadavere della donna, viene sorpreso dal delegato di polizia e dagli agenti, che lo arrestano e lo accusano di essere l’assassino. Così «il capolavoro è compiuto». » (1)

Alla prossima con questo testo firmato Arrigo Frusta:

« Penso che la sensibilità del lettore sia la stessa sensibilità dello spettatore; e che il cineasta — per adeguarsi alla sensibilità dello spettatore — eviti, pure lui, ogni e qualunque raffinatezza spirituale, che tanto urta la gente d’oggidì, cosicché produca solo più film di massiccio materialismo. In giro, sui cartelloni della réclame, eroi d’ogni fatta brandiscono armi d’ogni sorta, e carabine e pistole e revolver e mitra. E i titoli, con poca differenza, son sempre questi: Mani in alto!Criminali contro il mondoLa catena dell’odioGangster in agguatoIl ricatto più vileMandato di catturaSezione omicidiDelitto per procuraDelitto alla televisioneIl tunnel del terroreIl terrore dei gangster. Accidenti che mondo! dico io. E: alla grazia che allegria! E intanto mi chiedo se tutto questo sia frutto d’una casta particolare di scrittori, o più specialmente dovuto alla collaborazione d’un pubblico appassionato, la quale segni la grande conquista della istruzione obbligatoria. Perché in questo nostro paese — e certo in tutti i paesi — succede che a nessuno salterebbe il ghiribizzo di mettere in carta una prolusione — poniamo — sulla scrittura dei Longobardi, senza aver appreso qualche nozione di storia, o fare un commento esegetico, non essendo versato nella conoscenza dei Libri Sacri… ma dov’è quell’uomo qualunque, quel libero cittadino che non si creda capace d’ideare e non s’affretti a battere il suo stupendo treatment di vita vissuta, suggerito dal fattaccio di cronaca, e non l’indirizzi alla Scaricamiracoli-Film, o al comm. Ciarlivendoli, gran collettore d’Oscar, di palme e di Grolle d’oro?
Arrigo Frusta
(Una Manifattura Cinematografica di cinquant’anni fa, Bianco e Nero, 10/11 1960)

Nota: 1. Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1910 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996)

Magnifico delitto 1909

Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi
Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi in un film dell'Ambrosio

Eravamo rimasti ai film del 1909, un anno pieno di delitti cinematografici. Quasi tutte le case di produzione italiane si buttano nella mischia.

Apre il fuoco la Cines con Tenebre, messa in scena di Mario Caserini. Ma la storia non è un granché, siamo al solito delitto di gelosia:

« Per il crollo di una miniera un giovane ingegnere perde la vista e la sua famiglia cade in miseria. La sposa, capricciosa e vanesia, mal si adatta al nuovo stato e si lascia corteggiare da un amico che frequenta la loro casa. Il cieco indovina la colpa, si sente l’inferno nel cuore, e non potendo reggere all’onta e al suo martirio, uccide l’adultera.»  (1)

Nel mese di febbraio, la casa Ambrosio propone Amore e dovere. La protagonista femminile è Mary Cléo Tarlarini, nel ruolo di una rivoluzionaria nihilista. Con questo film inauguriamo la serie “finito per mancanza d’interpreti”:

« Un ufficiale, Loris, salva casualmente una giovane donna, Ivana, che sta per essere travolta dai cavalli di una slitta, e tra i due nasce ben presto l’amore; ma li separa il fatto che Ivana è una nihilista, tutta presa dalla causa della rivoluzione e frequenta un gruppo di congiurati. Un giorno la ragazza è scelta per una missione: deve uccidere il governatore e giura ai compagni di farlo. Ma, denunciata da una spia, viene sorpresa, mentre sta in agguato con due complici; questi ultimi proteggono la sua fuga, ma vengono arrestati e, durante la perquisizione del loro alloggio, una carta rivela il nome della loro complice. E’ proprio Loris a ricevere l’incarico di arrestare la ragazza. Egli non sa risolversi, manda a Ivana una lettera spiegandole il dilemma in cui si trova, diviso tra l’amore e il dovere; e la ragazza gli risponde che se si trovasse nella sua situazione, si ucciderebbe dopo aver ucciso il proprio amore. Disperato, l’ufficiale raggiunge con le guardie la casa di Ivana, rimane solo con lei; ed è la ragazza stessa che lo invita a spararle al cuore. Dopo un lungo bacio appassionato ricevuto da Ivana, che muore fra le sue braccia, mentre le guardie irrompono nella stanza anche Loris si uccide, cadendo accanto al corpo dell’amata. «Tra l’amore e il dovere ha vinto la morte!» (1)

Il fantasma, produzione Cines, uscito nel giugno 1909. C’è un po’ di tutto, ma la storia sa di dejà vu:

« Marito, moglie e figlia, vivono in apparente serenità. Invece la moglie ha un amante, il miglior amico del marito. Questi li sorprende e dopo aver cacciato di casa la moglie, estrae una rivoltella, ma non volendo uccidere un uomo disarmato, getta a terra l’arma e sfida a duello il rivale. Quest’ultimo, andandosene di casa, si impadronisce della rivoltella.
Il duello ha luogo. L’amante, disarmato dal marito, lo uccide con la rivoltella; ne getta poi il cadavere in una botola della propria casa.
Dieci anni dopo, l’uomo si è fidanzato con la figlia dell’ucciso. Ma quando se la porta a casa e cerca di baciarla proprio nella stanza dove si trova la botola, il fantasma dell’ucciso gli appare e si interpone fra i due. Altre visioni continuano a perseguitare l’assassino, portandolo sull’orlo della follia: finché, per liberarsene, egli confessa il crimine commesso, mostrando alla giovane fidanzata il teschio del padre. Inorridita, la fanciulla lo abbandona.»(1)

Tutto qui? Insomma, l’assassino riesce a farla franca? Che fine fa il fantasma del titolo?

Agosto 1909, debutto nel genere criminale dalla Pasquali e Tempo con Una tragedia nell’ombra. Sentite che storia:

«Travolto da una disavventura finanziaria, l’unica via d’uscita che rimane all’imprevidente speculatore è che sua figlia sposi un banchiere. Per salvare il padre, e malgrado ami un altro, la giovane accetta. Ma il suo antico innamorato la convince a liberarsi del marito, avvelenandolo. Il banchiere, che ha visto la moglie manipolare l’infuso, si sacrifica per la felicità della donna e beve il caffé, morendo poco dopo. La moglie si avvicina alla finestra per invitare l’amante a raggiungerla, ma quando l’uomo entra in casa, è colta del rimorso e lo scaccia: rimarrà sola con il suo peccato.» (1)

… e con i soldi, aggiungo io.

Ma la giustizia che fine ha fatto? Non c’è l’ombra di un ispettore né di un carabiniere in questi film. La giustizia è a carico del rimorso, di qualche fantasma che, spesso, nemmeno riesce nel suo impegno poverino.

Andiamo avanti.

Ottobre 1909. Ritorno alla ribalta dell’Ambrosio ed Arrigo Frusta. Interpreti principali: Mary Cléo Tarlarini, Alberto A. Capozzi. Ancora una storia di amore, dovere, spionaggio, con la variante dell’onore… di morire:

Amore e patria
«La bella Maritza affascina (…) il tenente Di Nauteuil, che si fa consegnare un importantissimo documento, riguardante la difesa della patria. Ma, compiuto l’atto infame, il giovane ufficiale sente orrore di se stesso, corre dal suo comandante, gli confessa il misfatto e aggiunge: La donna è fuggita in automobile, ma io so la strada che deve percorrere. Bisogna inseguirla! Raggiungetela!, grida il comandante. E ordina a due ufficiali di accompagnare il tenente.
L’inseguimento incomincia. Le due automobili corrono con una velocità pazza. Ma gli inseguitori guadagnano terreno: appena pochi metri dividono le due macchine… la spia è raggiunta… quand’ecco apparire la frontiera.
La donna passa trionfante; ma gli ufficiali devono fermarsi davanti ad un drappello di soldati che spianano le armi. E piuttosto che tornare indietro prigioniero e disonorato, il tenente Di Nauteuil s’uccide con una pistolettata.»(1)

Lo stesso mese, la Cines presenta Amore sardo, interpreti Fernanda Negri Pouget, Orlando Ricci e Amleto Novelli. Come argomento non è molto originale, anche questo finisce per mancanza d’interpreti:

«E’ il rapido riassunto della storia di una fanciulla che, respinto l’amore di un giovane, viene da questo rapita e condotta in casa sua. I parenti di lei giurano di vendicarla, e invitano il giovane con una lettera ad un appuntamento. Il fratello di lei ed il suo rapitore si trovano di fronte, e qui ha luogo una tragica soluzione, per la quale la fanciulla resta vittima del colpo di fucile diretto all’amante e i due rivali precipitano nella lotta in un burrone. » (1)

I delitti cinematografici del 1909 finiscono con Il diritto di uccidere, un titolo suggestivo, lo stesso dell’opera teatrale di Arrigo Frusta, quella che andò in scena al Teatro Alfieri nel 1901, ma il soggetto è molto diverso:

«Lucio, che ha moglie e una figlia, trascura la sua famiglia. Sua moglie, che è al capezzale della figlia ammalata, vede Lucio fra le braccia dell’amante. Quando Lucio torna a casa, avviene una scena di gelosia. L’uomo decide di andarsene portando con sé il denaro. La moglie lo segue di nascosto fino alla casa dell’amante, e quando costei la scaccia, uccide l’amante del marito.» (1)

Le protagoniste femminili sono Lydia De Roberti e, ancora, Mary Cléo Tarlarini.

I delitti del 1909 sono troppi, al prossimo post per il 1910.

Note: 1. Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1905-1909 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996)

Il cinema della cronaca nera

Nozze tragiche, film del 1906
La scena della proiezione sulla parete di fondo della soffitta in Nozze tragiche, 1906

Il cinema dei delitti, della cronaca nera,  è un classico intramontabile, un genere di successo fin dai primi tempi del cinematografo. C’è chi lo vuole nato in Francia, il cinema dei “faits divers”, secondo altri sarebbe nato in Inghilterra, altri ancora sono sicuri di attribuire agli Stati Uniti il battesimo… Ma io non voglio occuparmi adesso di questo “giallo” irrisolto, voglio parlarvi di come nasce questo genere nel cinema italiano.

In mancanza di prova contraria, i primi “delitti” del cinema italiano sono del 1906.

Ah, dimenticavo! Prima di “rivedere” questi film, sulla carta perché quasi tutti sono “scomparsi nel buio”, voglio chiarire che si tratta di storie ambientate nel mondo contemporaneo, contemporaneo del ‘900, storie scritte per il cinematografo, non trasposizioni dei classici della letteratura o del teatro

Uno dei primi film dovrebbe essere Nozze tragiche, prodotto dalla Cines di Roma nel 1906. Vi propongo la descrizione del soggetto in un famoso articolo di Giustino L. Ferri, pubblicato nella rivista La lettura, settembre 1906:

« una bella figliuola dell’Agro Romano, sedotta dal padrone. In assenza del padre l’ingenua villanella permette al signore di entrare nel tugurio; il vecchio ritorna improvvisamente, e il padrone se la svigna da una finestra. Ma nella fretta egli ha lasciato un indizio d’accusa, il suo carniere da cacciatore. Il vecchio maledice e scaccia l’imprudente figliuola, che ripara a Roma, dove il signore, giovine e ricco mercante di campagna, largheggia con lei in tutte le soddisfazioni della vanità e del lusso. Intanto è nata una bambina. Sarebbero felici, ma il signore deve prender moglie. Per liberarsi di lei, le offre un fascio di biglietti di banca, naturalmente rifiutati con quel nobile disprezzo che a teatro piace tanto alle persone più avide e meno scrupolose. Sopraggiungono i guai : la soffitta, la penuria, la malattia mortale della bambina. Il pensiero della derelitta vola angosciato all’infedele, che si apparecchia alle nozze. Una proiezione sulla parete di fondo della soffitta precisa questo pensiero in un salottino elegante, dove il traditore fa la corte alla ricca fidanzata. La bambina muore, e il coltello della tradita, che colpisce il seduttore mentre esce dalla chiesa dando il braccio alla sposa, giustifica il titolo di Nozze tragiche imposto alla composizione.

Mentre i quadri si succedevano, una brava donnetta popolana spiegava al marito le varie parti e le ragioni del dramma, dandogli anche notizie che rivelavano l’assidua frequentatrice di cinematografi.

— Guarda la sposa, — gli aveva detto alla scena della firma dei capitoli, — è quella che l’altra sera faceva Pierrot.

Alla fine, dopo la pugnalata, riassunse il suo giudizio in un’esclamazione sincera:

— Poveretta ! E che doveva fare con un assassino come quello lì?

Per lei l’assassino era l’assassinato. La sua pietà per la tradita era inesorabile per l’ucciso.»

Pare che sia il primo film italiano del francese Gaston Velle, contrattato dalla Cines, e si dice che fosse un rifacimento di un dramma che Velle aveva girato qualche mese prima per la Pathé Frères: Hyménée tragique, distribuito in Italia con il titolo Nozze tragiche, al punto che la casa francese accusò la Cines di concorrenza sleale. Il film fu proiettato al Cinema Moderno di Filoteo Alberini, che allora lavorava per la Cines come direttore tecnico.

A questo primo tentativo seguì qualche mese dopo, Onore rusticano, anche questo prodotto dalla Cines, anche questo firmato Velle, operatore Alberini:

«E’ un dramma rapido, caratteristico, che si svolge in piena campagna romana. Una giovane contadina ama follemente un carrettiere, il quale la tradisce con la moglie di un oste. Una lettera anonima svela alla disgraziata l’ignobile tresca, ed ella per vendicarsi decide di raccontare all’oste l’inganno di cui è oggetto per parte della sua infedele consorte. Un giorno, mentre molti contadini e contadine sono gioiosamente riuniti a bere ed a danzare nei pressi dell’osteria del villaggio, una tragica scena si svolge in fondo alla cantina dell’osteria. L’uomo tradito, che ha invitato il giovane carrettiere in quel luogo solitario, impegna con lui un terribile duello a colpi di coltello. Il carrettiere cade mortalmente ferito e l’oste si salva con la fuga. Tutti si fanno attorno alla vittima; la sua giovane fidanzata in uno slancio di dolore e di affetto vorrebbe abbracciarlo, ma egli la respinge per indirizzare un bacio alla sua amante. A questa vista la giovanotta, fuori di sé per l’ira e per la gelosia, afferra il coltello ancor tiepido del sangue del primo delitto e ferisce l’odiata rivale.» («Bollettino Cines», Roma, n. 11, ottobre 1906)

Frasi di lancio: «Questa cinematografia, che in pochi metri, condensa un dramma così ricco di passione e d’interesse, è destinata a duraturo successo e farà sempre la fortuna di ogni spettacolo cinematografico.» – «Splendida ed emozionante cinematografia della Cines.» (1)

Più o meno lo stesso mese di ottobre usciva nella sale La camorra napoletana, produzione Ambrosio e C. Torino, ambientato a Napoli:

« Film in tre parti.
1. Una povera madre abbandonata. – La prepotenza della Camorra che approfittando della miseria, vorrebbe affigliare alla Camorra il di lei bambino ancora in fasce. – Offrono perciò il pugnale, denaro e codice, emblemi dell’associazione. – Rifiuto sdegnoso della madre. – L’aiuto di un operaio onesto. – Dichiarazione d’amore. La minaccia del capo camorrista.
2. All’osteria di campagna. Il ballo ed il complotto dei camorristi.- Il gioco del tocco.-L’offesa.-La risposta.-La tirata di coltello.- Le guardie.- Duello rusticano.- Delitto.- Fuga.- L’inseguimento.- Lotta.
3. Alla propria abitazione.- Senza chiave.- La vendetta di Rosa.

Descrizione dei quadri da un programma del American Bioscope Roatto al Politeama Ariosto di Reggio Emilia, 6 ottobre 1906.

Frasi di lancio: «Scene drammaticissime della mala vita nei bassifondi sociali a Napoli». «Riproduce dal vero i fatti della vita napoletana.» (1)

Sicuramente mi sono persa qualche film, non è facile trovare la descrizione degli argomenti in questi primi anni di produzione italiana. Me lo fa sospettare il fatto che nel 1907 ho trovato soltanto due titoli. Nel primo, al delitto segue il rimorso, che uccide il colpevole:

Visione accusatrice, prodotto dalla Rossi & C. di Torino:

« Un uomo va a pescare e perde il suo berretto nel torrente. Il copricapo è trovato da un vagabondo, il quale, volendo poi rapinare un uomo di passaggio, nella colluttazione lo uccide. Il vagabondo perde sul luogo del delitto il berretto, che viene trovato dalla polizia: sul bordo c’è scritto il nome del proprietario e il povero pescatore viene quindi arrestato e messo in prigione. Mentre sta scappando, il colpevole fa una brutta caduta e rimane ferito. Nella situazione di abbandono in cui viene a trovarsi egli continua ad avere sotto i occhi la visione del delitto che ha commesso: e in punto di morte, egli confessa. Così il pescatore viene rilasciato e può tornare felice dalla sua famiglia. »(1)

Nel mese di giugno, esce sugli schermi Lo spettro, film delittuoso con un pizzico di cinema-horror, presentato nel catalogo della Cines come “film drammatico”:

« Un calzolaio avido di danaro uccide il padrone per derubarlo dei suoi risparmi, ma lo spettro dell’assassinato gli apparisce ad ogni istante, minaccioso, terribile. Vinto dallo spavento e dal rimorso lo sciagurato si suicida per trovar pace nella morte. »(1)

Nessuna traccia sull’argomento di parecchi film “sospettosi” prodotti nel 1908, che portano titoli come: Amore e morte, Il bandito nero, Fatti di cronaca, Giusta vendetta, Il redivivo, Sepolta viva, La vendetta di una morta.

L’orfanella dell’assassinato, prodotto dalla Cines nel dicembre 1908, incontrerà, o meglio si scontrerà con la censura nel 1914, al film venne revocato il permesso di circolazione:

« Un soldato, in un accesso d’ira per una ramanzina che ritiene ingiusta, uccide il suo ufficiale superiore. Dopo due anni di prigione, riesce a evadere e si aggrega a una banda di ladri. Ma quando i malviventi rapiscono la figlioletta dell’ufficiale per chiedere un riscatto, l’uomo, in un soprassalto di rimorso, la libera a rischio della sua vita e la riconoscenza della madre. La donna gli perdona i grande dolore inflittole con la morte del marito. »(1)

Arrivati al 1909, la casa Ambrosio di Torino scommette decisamente per il cinema “delittuoso”, lanciando sul mercato, insieme alla Serie Oro, la Serie Nera.

Ed è arrivato, anche, il momento di parlare di uno dei grandi sceneggiatori del cinema muto italiano: Arrigo Frusta, pseudonimo di Sebastiano Augusto Ferraris, nato a Torino il 26 novembre 1875.

Svogliato studente di giurisprudenza, pubblica il primo articolo su La Gazzetta del Popolo a soli 19 anni: Il premio della bontà. Dal titolo di questo articolo nessuno sospetterebbe quello che può uscire dall’effervescente penna del giovane aspirante letterato. Una delle poesie pubblicate nella raccolta: L’esposission del 1898. Sonet birichin gli procura un’imputazione di offesa alla morale. Lo stesso anno debutta come autore teatrale, e nel 1901 va in scena al Teatro Alfieri di Torino Il diritto di uccidere, la storia di un avvocato innamorato di un’affascinante demi-mondaine, che sceglie il suicidio quando scopre che lei è sua sorella.

Licenziato dalla Gazzetta del Popolo nel 1908, Arrigo Frusta è assunto come responsabile dell’ufficio soggetti da Arturo Ambrosio. (2)

Ci vediamo con Arrigo Frusta e la casa Ambrosio nel prossimo post.

Note: 1. Argomenti dei film, Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano 1905-1909 – i film dei primi anni (Biblioteca di Bianco e Nero, Centro Sperimentale di Cinematografia, 1996) “. 2. Per le informazione su Arrigo Frusta, Silvio Alovisio, Voci del silenzio – La sceneggiatura nel cinema muto italiano (Museo Nazionale del Cinema – Il castoro, 2005)