Mary Pickford del mio cuore

My Best Girl DVD
My Best Girl, in italiano Mary del mio cuore, copertina del DVD della Milestone Films

Torino, Gennaio 1928. Tre persone appartenenti al cosidetto ceto degli intellettuali discutevano un giorno Mary Pickford cercando di trovare una ragione plausibile all’ascendente incrollabile ch’essa esercita sullo spirito delle folle appassionate di cinematografia.

Una di esse spiegò: « Mary Pickford è ormai, concedetemi dirlo, un’istituzione. La sua posizione è accettata da tutti come un fatto compiuto, dal quale non si può derogare, alla guida stessa con la quale accettiamo l’eterno connubio dei fiori d’arancio col velo nuziale o la documentata menzogna della eccezionale sensibilità delle donne bionde »… Era costui un giornalista e perciò non dobbiamo far troppo conto delle sue parole. Un altro disse: « Il sogno della giovinezza eterna è sempre stato l’aspirazione più alta della coscienza femminile e la più recondita speranza del loro subcosciente. La fontana della giovinezza, dalla quale zampilla il fresco rivo che conferisce all’umanità il dono prezioso ch’è prerogativa della divinità, è stata ricercata con accanimento in ogni età. Oggi finalmente Mary Pickford riporta nel cuore femminile questa speranza, dando spettacolo della sua fresca, imperitura adolescenza »… Era costui uno scrittore abituato a scrivere parole cui forse non corrispondevano con altrettanta precisione i pensieri; anche di esse non bisogna tener troppo conto.

Il terzo era un industriale, un giovane ignaro dei bagliori crepuscolari della fine dell’ottocento; nelle sue parole bisogna quindi avere fede: « E’ questione di intelligenza ». egli disse.

Ed infatti per giudicare Mary Pickford non si può cavarsela con una frase di questo genere: « Non mi piacciono i soggetti dei suoi film » oppure « Essa ha degli occhi bellissimi » od anche « Quanti anni ha veramente ? ». L’artista continua a regnare nell’animo delle genti ad onta stessa di qualche suo film che non è stato convenientemente apprezzato, perchè? Forse per l’idolatria dei suoi numerosi ammiratori che trascina all’entusiasmo le folle ? No, la risposta è proprio quella data dal giovane industriale: è questione di intelligenza.

Mentre la stampa eleva inni a questa e a quella attrice, e decanta la passione dell’una pei romanzi, dell’altra pei bei quadri, dell’altra ancora per la squisita eleganza, per Mary Pickford non può esattamente spiegare il motivo della sua superiorità perchè non conosce l’incessante, metodico lavoro al quale si è assoggettata da anni la piccola grande diva.

Essa cominciò con un corredo di cognizioni assai modeste, quasi dal nulla, oggi essa ha acquistato quasi tutto. Lentamente, sceverando nel superfluo tutto ciò che sentiva esserle veramente utile, con un’intelligenza pratica che non teme confronti, Mary Pickford ha saputo formarsi una cultura che pochi americani possiedono. Essa ha studiato e letto tutto ciò che riteneva potesse migliorare le sue qualità, spontaneamente avviate all’amore di ogni cosa bella, ma non ha fatto ciò per potersi vantare d’uno sterile sapere.

Mentre le altre apprendono per dar spettacolo della loro scienza Mary Pickford ha appresso per divenire una donna fornita d’utili cognizioni, basterà dire ch’essa parla con assoluta padronanza il francese, con sicurezza lo spagnolo ed ora si applica allo studio del tedesco.

La sua casa non è come forse la sognano le ragazze di tutto il mondo un bazar di ninnoli, un museo di delicatezze da far venire l’acquolina in bocca ai frequentatori di aste pubbliche, ma una meraviglia di buon gusto per la giusta armonia dei colori e dell’intero arredamento.

Oggi nessuno inizia più un movimento di qualche importanza nell’industria e nell’arte cinematografica senza ricorrere al consiglio di Mary Pickford. Essa conosce le condizioni del mercato cinematografico, il genere che entusiasma le folle, bene come qualsiasi grande industriale, parecchi di questi, anzi, seguono i suoi consigli con la più cieca fiducia.

Qualunque interpretazione essa tenti il pubblico non dà segno di diminuire o aumentare l’affetto grande che ha per lei. N’è prova il fatto che quantunque il film Passerotti non sia stato un successo dal punto di vista del rendimento, inferiore a quello della Piccola Anna, le sole richieste di fotografie con autografo (senza tener conto delle altre infinite lettere d’ogni genere ch’essa riceve) sono aumentate dalla scorso anno in ragione da 250 a 400 al giorno; e poichè abbiamo fatto della statistica, dobbiamo dire che questo record è fin’oggi imbattuto.

Ultimamente in seguito ad un concorso per il lanciamento del suo nuovo film Mary del mio cuore essa ospitò nella sua villa di Hollywood parecchie giovani commesse di negozio delle più grandi città americane. Nel mostrare loro la sua abitazione Mary sorprese nella sconfinata ammirazione da esse manifestata per tante belle cose un briciolo di tristezza, un rammarico di non poter mai avere qualcosa che pur lontanamente corrispondesse alle meraviglie vedute. Nella maniera più semplice essa si volse allora alle piccole e disse con uno dei suoi più dolci sorrisi: « E pensare che sedici anni fa un nichelino mi sarebbe sembrato un tesoro! Quale meraviglioso paese è il nostro, la minima occasione è buona per potervi fare fortuna ».

Subito un lampo abbagliante di speranza folgorò negli occhi già rattristati delle ragazze…

Quanti giorni ancora da vivere prima di vedere a fine della loro giovinezza! quante speranza ancora da nutrire prima della definitiva disillusione ! quante occasioni da afferrare se Mary Pickford, la celebre per sua stessa confessione era partita come loro dagli ultimi gradini della scala sociale!

Mary avrebbe magari potuto raccontare loro che i suoi avi erano principi in Irlanda, avrebbe potuto dimostrare con enfasi come tanta ricchezza fosse un giusto compenso alle sue rare qualità di artista, essa non lo fece. Mary Pickford non ha la mentalità civettuola delle varie stelluccie di Hollywood.

Due volte nella sua carriera Mary Pickford volle seguire il consiglio delle persone che la circondano, e due volte si allontanò dalle interpretazioni di fanciulla che le aderiscono perfettamente. Poi tornò alle sue parti, ma non fu lei a cambiare opinione, bensì i suoi consiglieri. Il pubblico infatti pur mostrandosi entusiasta della grande interprete era poco soddisfatto di quei film, mentre accorre in massa alle sue interpretazioni da bambina ch’essa ha ripreso.

Mary Pickford non deve la considerazione nella quale è tenuta esclusivamente alla cinematografia, ma alla sua personalità. Essa possiede qualcosa di superiore alla sua stessa bellezza, alla sua grazia, al suo prodigio di eterna giovinezza, qualcosa d’infinitamente suggestivo: l’intelligenza.

Mary del mio cuore, il suo ultimo film è una nuova conferma a questo asserto: in esso la grande attrice si preoccupa di una parte psicologica femminile, quella d’un’umile commessa che davanti a situazioni difficili mostra di saper scegliere tra la via della ragione e quella del cuore, di saperla anzi concilliare per virtù della propria onestà e d’un affetto disinteressato che non vuole sacrificare a se stesso l’altrui felicità.

E’ un’interpretazione che rivela un nuovo aspetto dell’arte della più grande attrice dello schermo.

Mary del mio cuore, titolo originale My Best Girl, è un film diretto da Sam Taylor nel 1927, il co-protagonista è Charles “Buddy” Rogers che diventerà il terzo marito di Mary Pickford nel 1937. Come contenuti speciali nel DVD della Milestone Films, il cinegiornale del matrimonio Pickford-Rogers e filmati della loro vita insieme. Link qui.

La Dame de Chez Maxim – Rinascimento 1921

Dame de Chez Maxim
Una scena del film La Dame de Chez Maxim

Paris. 15 Juillet 1921. Pina Menichelli tourne a Paris La Dame de Chez Maxim’s.

La grande étoile italienne Pina Menichelli vient d’arriver à Paris accompagnée de son «producer» M. Charles Amato, directeur de la Rinascimento Film, de son metteur en scène, M. Amleto Palermi, de son opérateur et de tout un petit monde de petits rôles, machinistes et décorateurs qui suivent la créatrice du Feu dans tous ses déplacements de travail.

Aussi bien Pina Menichelli n’est-elle pas venue dans la Capitale pour s’y distraire ou s’y tailler une réclame tapageuse dont son talent, fait de sincérite poignante et de beauté lumineuse, n’a nul besoin? Le but de son voyage est purement cinématographique, si l’on peut dire, et quelques heures après sa desdente du Rome-Express la troupe de la Rinascimento-Film tournait, rue Royale, les premières scènes de la Dame de Chez Maxim’s.

Un de nos plus joyeux et amusantes artistes, M. Marcel Lévesque, s’était joint à la compagnie italienne et ce ne fut pas un spectacle sans attrait que de voir à la terrasse de Maxim’s l’hilarante bande d’actrices et d’acteurs muets venus d’au delà des Alpes pour jouer les noceurs attardés.

Pina Menichelli capiteuse sous le treillage d’or de ses cheveux blonds simulait, à s’y méprendre, les fatigues et le désordre d’une nuit agitée au cabaret légendaire. Marcel Lévesque, le haut de forme en goguette, menait un train endiablé.

«Mince de biture! Qu’est-ce qu’elle  a pris la môme!»

Et cependant que les réflexions des badauds abusés s’entrecroisaient malignes, voir même méchantes, M. Amleto Palermi, raide, impassible et froid se tournait vers l’opérateur, caché derriere un pilier du Ministère de la Marine, et lui lançait le traditionnel et sacramentel: «Gira! Gira!»

Nous avons pu, l’après-midi, être reçu au Claridge-Hôtel, où elle est descendue, par Mme Pina Menichelli, qui, en compagnie de Liliane Meyran, elle-même retour de Rome, prenait hâtivement une tasse de thé.

— Mes impressions sur Paris, dit-elle, je vous les donnerai volontiers, mais puis-je le faire sans avoir encore rien vu de la vraie Capitale. Liliane Meyran, votre gracieuse compatriote, m’a promis à Rome de m’aider à tout voir et tout entendre du vrai Paris. Vous le voyez, nous venons à peine de nous retrouver et nous partons pour une première visite rue de la Paix. Ajoutez à cela que je tourne demain matin boulevard Hausmann et place de l’Opéra et qu’il me faudra être sur pied à l’aube. Dites cependant que le premier contact a été charmant. Je suis à la fois ravie et un peu désorientée. Quelle ville magnifique et magique!

J. P. (Cinémagazine)

La giovinezza del diavolo – U.C.I. 1922

La giovinezza del diavolo 1922
Fausta (Francesca Bertini), La giovinezza del diavolo (1922)

L’ultimo Film di Francesca Bertini
La Giovinezza del Diavolo, di Riccardo Artuffo e Gabriellino d’Annunzio.

Francesca Berlini, la indimenticabile regina dell’arte del silenzio, pur avendo ormai abbandonato il cinematografo da un paio d’anni, è ancora così viva nella memoria del pubblico un solo d’Italia ma di tutto il mondo, che basta il suo nome per determinare, anche adesso, un interessamento enorme ed un’ondata travolgente di entusiasmo.

Ora in questo film « La giovinezza del diavolo », si direbbe che la celebre attrice abbia voluto superare se stessa, dandoci un saggio delle sue doti migliori, come per lasciare più largo e profondo rimpianto di sè.

Ma si deve subito riconoscere che, se ella ha dato qui il suo capolavoro interpretativo, una metà del merito spetta al soggetto ed alla messa in scena.

Non abbiamo qui la solita banale serie d’avventure assurde e nemmeno l’eterno romanzetto di amore lacrimoso, bensì una trama originalissima, imperniata sopra uno spunto bizzarro ed audace e svolto con sicura ampiezza.

Nè la cosa deve meravigliare se si pensa che l’autore della « Giovinezza del diavolo » è uno scrittore, ben noto nel campo del giornalismo e del teatro, Riccardo Artuffo.

La stessa cosa si deve dire della direzione artistica, affidata a Gabriellino d’Annunzio, a cui scende « per li rami » una tradizione gloriosa di gusto raffinato.

Impossibile esporre brevemente la « ficelle » nei suoi sviluppi impreveduti, ricca di sostanza drammatica e di « humour ». Accennerò solo alla linea principale.

Nel suo castello la Duchessa trascorre in pace la sua serena vecchiezza (è la Bertini: e bisogna vedere quale deliziosa vecchietta appaia la celebre attrice in parrucca bianca).

Ma ecco giungere un vecchio amico della Duchessa, il quale le parla tristemente della sorte del proprio nipote, Uberto, che si perde in un amore non degno per una contessa cattiva e viziosa.

L’unico rimedio per salvarlo sarebbe un altro amore alto e bello, suscitato in lui da una creatura d’eccezione bella e buona, come foste voi…

— Già, quarant’anni fa — lo interrompe ridendo la Duchessa.

E il vecchio amico si allontana. Ma un ricordo improvviso è balenato nel cervello della dama: ed è qui che l’elemento fantastico s’inserisce nella storia di passione moderna.

Appunto quarant’anni fa, allorché ella era sfolgorante di bellezza, la Duchessa ebbe occasione di salvare uno strano personaggio che viveva misteriosamente in un campanile e contro il quale si era slanciata la folla. Ora l’enigmatico messère era un diavolo, un buon vecchio diavolo, il quale — per ricompensare la Duchessa del suo pietoso intervento — le ha assicurato che, quando ella vorrà, egli potrà farla per breve tempo ringiovanire.

La Duchessa non vi ha mai più pensato; ma ora le circostanze le richiamano alla memoria l’episodio ed ella traccia il segno cabalistico che il diavolo le ha insegnato e che deve servire di richiamo… Ed ecco il diavolo riappare…

E l’indomani una misteriosa, meravigliosa dama compare nei saloni della capitale: è lei, la vecchia Duchessa, che ha ottenuto qualche mese di giovinezza.

Ed ecco ella si accinge a strappare Uberto dalla dominazione della maliarda contessa. Infatti Uberto non può non subire il fascino della magnifica dama che ha assunto il nome sintomatico di Fausta e si innamora di lei. Ma la contessa trama la vendetta e scaglia contro l’berto un impulsivo e violento spagnolo che ucciderebbe il giovane senza l’intervento di Fausta che, per salvarlo, sacrifica il suo onore.

Ma intanto anch’ella si è presa nel suo gioco e si accorge di amare il giovane. E i giorni passano inesorabili e sta per scadere la giovinezza effimera che le è stata concessa. Il vecchio diavolo va per ricordarle la terribile scadenza. Uberto, geloso, sospettando in lui un rivale, si avventa e lo uccide… cioè crede di averlo ucciso, perché non sa che i buoni vecchi diavoli sono immortali…

Proprio quella sera Fausta attende Uberto per dargli una notte, almeno una notte d’amore. Ma egli, inorridito per il delitto che crede di aver commesso, va a denunciarsi ed è arrestato… mentre Fausta lo attende spasimando e sa che, fra poche ore, la sua giovinezza sarà finita, finita per sempre.

Col fascino della sua bellezza, ella riesce a strappare il giovane dalla prigione come già l’ha salvato dal vizio e dalla morte; ma quando Uberto si precipita per cogliere sulla bocca adorata il primo bacio d’amore… ecco, rintocca l’ora fatale.

La giovinezza è finita. La bellissima Fausta scompare, si dissolve nella vecchia Duchessa bianca, il cui viso rugoso appare rigato di una lacrima.

Una lacrima: ecco il succo spremuto dalla giovinezza e dalla vita…

Ma è impossibile dire così in poche righe la bellezza di questo film che è veramente « eccezionale », non per faticosa ricostruzione di ambiente o pregi esteriori, bensì per il senso di poesia che tutto lo pervade e che ne fa un’opera, d’arte « vera ».

Dell’interpretazione della Berlini abbiamo detto. Gli altri interpreti sono eccellenti, specialmente Uberto e il Van Riel pieno di efficacia nei panni del « buon vecchio diavolo ».

Questo film, che può considerarsi il « Canto del cigno » di Francesca Berlini, prima che l’attrice famosa e valente cedesse il campo alla moglie felice, torna a grande onore non solo della indimenticabile artista e dell’originalissimo autore Riccardo Artuffo e del meraviglioso direttore artistico Gabriellino D’Annunzio, ma anche dell’U.C.I. che ha composto con la « Giovinezza del diavolo » un vero gioiello, di quelli che anche adesso ci possono essere invidiati da tutte le Case produttrici estere e tengono alto il nome dell’arte italiana nel mondo.
ARGO (al cinemà, 23 dicembre 1923)

La giovinezza del diavolo (1922)
Fausta (Francesca Bertini) e Uberto (Ettore Piergiovanni), La giovinezza del diavolo (1922)

 La leggenda del taumaturgo di Francoforte uscita dalla penna di un anonimo nel secolo XVII non è stata solo una superba fantasia ma pure un’opera d’arte che si è ramificata fra le altre consorelle diffondendo un calore di vita, di ricerca e di creazione nuovi. Così il Widman tracciò un complicato romanzo seguito da Massimiliano Klingen e da Grabbe che ne fece un parallelo amatorio col Don Juan, il Marlowe un’opera teatrale di carattere popolare e marionettistico, il pittore Muller una pièce bizzarra mentre il Goethe si elevava di mille cubiti con un ansito possente di lirismo col suo poema, preceduto dal Lessing che lo elesse a eroe di un dramma, seguito dal Lenau con scene drammatiche di effetto. E il Gounod musicò da par suo i versi di Carré e Jules Barbier, Berlioz ne allargò il campo etico colla Dannazione e Boito raccolse in versi e in note di alta significazione i problemi psichici filosofici e sentimentali del grande alchimista e stregone. Anche la pittura fu attratta dal suggestivo tema e Pierre de Cornelius e Delacroix per non citare altri, espressero in figurazioni salde e composte la magica vicenda.

Ma non doveva finire qui l’attrattiva e la suggestione del dramma del vecchione di Francoforte, ringiovanito per virtù diabolica. Il collega Riccardo Artuffo ha voluto trarre l’ispirazione o meglio lo spunto e comporre una vasta allegoria drammatica che se ha qualche desinenza col Faust e di una schietta originalità e di uno spiccato e personale carattere. Non è il vecchio studioso di cosmogonia e delle scienze astratte, il compulsatore di polverose pergamene, ignorante del mondo che palpita e vive attorno a lui, ma una donna che ha vissuto, ha amato, ha brillato, che con un desiderio nuovo e intenso anela un festoso ritorno. E il « diavolo » che, in antichi tempi, perseguitato dagli esorcismi, aveva avuto aiuto dalla dolce fanciulla le concede un mese di gioventù, un effimero ritorno che avrà una tragica, amara, dolorosa conseguenza: l’innamoramento della giovane-vecchia per uno scapestrato da lei richiamato alla purezza dell’amore. E l’attimo di gioia negato e poi accolto come balsamo, conforto e speranza sta per scoccare, ma l’ora fatale involge e mentre l’amante sta per raggiungere la meta, i capelli s’ingigliano, le membra si rilassano e la vecchiaia arida, cupa rientra nel suo possesso schiantando quel rudere « dal cuore ancor giovane ».

Ho parlato di attinenze col dramma faustiano. Ma queste non sono che nelle intenzioni e in alcune formalità esteriori e più specialmente nella composizione dei caratteri ma l’invenzione e la trattazione segue linee proprie, inoltrandosi in una temperatura psichica originalmente genuina e fervida. Frugare l’anima dei personaggi, analizzarne i sentimenti, le aspirazioni e le tendenze primordiali è stato il compito maggiore dell’autore prima ancora di curare il contorno — che in cinematografia ha sempre una parte preponderante — e il tono pittorico, soffermandosi più specialmente su certi stati d’animo eccezionali come più propensi ad aprire orizzonti nuovi e ad appagare le nostre ricerche etiche. Ma, dobbiamo confessarlo, non sono mancati fascinosi momenti pittorici, volutamente lacerati da soffi d’ardenza spirituale elle lasciano una rossa scia di passione, di mobilità fisiologica, da ritmi decisi e netti di colore e di disegno, di vibrazioni musicali, se tale si può chiamare una estesa armonia di parli figurative e impressioni locative.

L’autore, sagace ed esperto, non ha ceduto ai suggerimenti di opere maggiori ma ha piegato il suo pensiero alla visione primordiale foggiandola con elementi che gli venivano spontanei dal suo fervore creativo; da ciò un respiro ampio di sentimentalismo che irrobustisce la concezione, un movimento di personaggi e di masse corretto ed equilibrato, espressioni e manifestazioni intonate ed elaborale, organicità perfetta nella fantastica libertà.

Danno pregio all’originale produzione le scenografie di Alfredo Manzi che hanno un ottimo risalto grazie all’abilità dei fotografi Alberto Conti e Otello Martelli, mentre gli attori, dalla Francesca Bertini, sempre nobilmente virtuosa, a Ettore Piergiovanni, a Lydianne, Maud du Mestay, Raimondo van Riel, Achille Vitti, Ignazio Bracci e Gino Viotti hanno sostenuto egregiamente gli importanti ruoli.

Direttore artistico è stato Gabriellino D’Annunzio. C’est Tout.
(dalla brochure pubblicitario del film 1922)

Nota: secondo il volume Il cinema muto Italiano 1922-1923, Vittorio Martinelli (Biblioteca di Bianco e Nero- Centro Sperimentale di Cinematografia 1996), la messa in scena sarebbe di Roberto Leone Roberti (Vincenzo Leone), e non sarebbe uscito che nel 1925 (visto di censura  30 giugno 1922), mentre nello stesso volume compaiono due recensioni del 1924.