Archivio Cinematografico di Stato nel 1911

Inaugurazione 1911
Inaugurazione Monumento a Vittorio Emanuele II, 1911

“Quattro operatori della Cines hanno ripreso tutta intera la cerimonia dell’inaugurazione del Monumento a Vittorio Emanuele II avvenuta a Roma il 4 maggio 1911. Questa terminò alle ore 11 del mattino ed alle ore 16 la Cines consegnava al Cinematografo Moderno del cav. Filoteo Alberini la prima copia del film di oltre duecento metri, copia che veniva immediatamente proiettata al pubblico e la sera stessa partivano per tutta Italia un considerevole numero di copie di guisa che Firenze, Milano, Torino, Bologna, Genova hanno potuto proiettare il film il lunedì a mezzogiorno, cioè la mattina seguente alla Cerimonia.”

Per un archivio cinematografico

Dai secoli giunge la voce de’ momenti storici più importanti, sotto forma di rozzi documenti e di pietre, avanzo di opere grandiose di remote civiltà sotto forma di capolavori letterari ed artistici che sfidano le età, resteranno ancora per secoli testimoni della potenza umana.
E scolpiti nel marmo o ingialliti in deposito, ma privi di ogni vitalità che possa far conoscere da un semplice gesto uno dei lati della psiche, si presentano i grandi pensatori, guerrieri, benefattori o delinquenti il cui nome la storia registra.
Il nostro secolo che appena adolescente, ha già compiuto rivoluzione scientifica tale da potersi ritenere quale il vincitore in civiltà dei precedenti, tramanderà ai posteri memoria ancor più indelebile.
Non solo l’enorme produzione teoretica in ogni campo della scienza, non solo gli studi profondi in fisico matematica, le cui applicazioni seguono meravigliose, e quelli sociali che predeterminano l’emancipazione da ogni schiavitù; non solo i monumenti al genio collettivo o individuale nostra gente ed a mezzo del sottile disco la parola fascinatrice e profonda di creatori e sommi maestri.
Il secolo ventesimo lascerà che i posteri vedano, in azione, possibilmente tutto quanto di memorabile verrà compiuto dalla nostra generazione, ed abbiamo così un’idea precisa dell’ambiente in cui viviamo; che per quanto magistralmente descritto dallo storico non potrà ottenere efficacia rappresentativa migliore di quella della fotografia animata.
(…)
Noi proponiamo che per iniziativa privata, e meglio se dello Stato, si formi un archivio cinematografico, che raccolga films riproducenti dal vero tutto quanto è palpito di vita moderna d’interesse collettivo.
Venga formata una commissione tecnica per la scelta delle films, animata da criteri severissimi ed inizi l’istituzione da noi proposta, di carattere storico, artistico, morale.
Ripetiamo è lo Stato che dovrebbe assumerne l’iniziativa, e condurla con criterio spartano.
L’Italia celebra il cinquantenario del suo risorgimento a nazione, ed in Roma son convenuti d’ogni parte per l’inaugurazione dell’altare della patria, le rappresentanze popolari: comunale, civile, militare d’Italia tutta.
In Roma eterna si confusero le provincie d’Italia. Ebbene! S’inizi la raccolta nell’archivio cinematografico con la film riproducente l’indimenticabile apoteosi ed avanti, sempre avanti, con l’augurio che presto l’archivio, per liete e feconde manifestazioni civili, divenga circo d’onore.
Erasmo Contreras (Cinema, 20 giugno 1911)

L’Archivio Cinematografico di Stato
L’idea lanciata dal Direttore dell’Archivio di Stato in Roma

Per la ricerca di alcuni documenti storici che dovevo consultare, ebbi la fortunata occasione di conoscere il commendatore Ernesto Ovidi, il colto dottore che sovrintende con sapienza e con delicato tatto, all’Archivio di Stato in Roma e all’Archivio del Regno.
Le cure profonde ed assidue dell’ufficio, i lunghi studi, i consigli che i molti frequentatori dell’Archivio gli domandano e che lo costringono ad un lavoro assiduo, snervante, faticosissimo, non fiaccano per nulla la sua fibra eccezionale, ed egli trova modo di tenersi perfettamente al corrente delle nuove creazioni della scienza e dell’arte: le moderne invenzioni lo attraggono, lo seducono; le segue con amore, con slancio quasi giovanile.
La conversazione sulle ricerche alle quali ero per accingermi, terminava: la parola del commendatore Ovidi m’era stata preziosa di consigli, di suggerimenti, di citazioni e, per colmo di cortesia, egli mi offrì alcuni suoi appunti riguardanti l’oggetto dei miei studi, ma ricordandosi di non averli in ufficio, mi promise di farmeli recapitare.
— Qui ci deve essere il suo indirizzo — disse, guardando la mia carta da visita: ma poiché i suoi occhi si furono posati sul piccolo cartoncino Bristol che declinava il mio nome e la mia qualità di direttore artistico cinematografico, sorrise, la sua fisionomia prese un aspetto di viva curiosità, e…
— Lei s’occupa di cinematografia? — mi domandò.
— Da sette anni — risposi alzandomi.
— Segga, segga ancora un momento. Sappia che io reputo la cinematografia degna di figurare fra le scoperte più grandi del secolo, e che ai progressi giganteschi compiuti da quest’arte ancora bambina, mi interesso moltissimo. Conosco un po’ la macchina presa-vedute, e bisogna convenire che si rimane ammirati dalla semplicità dei mezzi adottati per riuscire a fissare sopra una tenue striscia di celluloide le infinite stasi del movimento! Non ho potuto ancora vedere né uno stabilimento, né un teatro cinematografico; ma credo che la lavorazione di una pellicola, dalla presa della negativa, fino alla completa montatura della positiva, debba formare curioso oggetto di studio, non è vero?
— Certo, signor commendatore — risposi.
E la nostra conversazione s’avviò, vivace, alle spese delle dissolvenze, sovraimpressioni, contromarce, operatori, attori, operai, imbibizioni, viraggi, con tale esuberanza e con tale profonda cognizione da parte del mio illustre interlocutore, che, quantunque, modestia a parte, in cinematografia io mi senta molto più forte che in archivistica, mi domandai quale di noi’ due fosse il tecnico.
— L’invenzione, oltremodo geniale— aggiunse l’egregio dottore — è da considerarsi non soltanto dal lato industriale, ma assai più dai punti di vista della pratica utilità che ne deriva alle masse, e da quello della coltura. Il popolo, meravigliato, vede oggi al cinematografo, quello che accade nelle Indie, nel Giappone, nell’Africa; vede lo svolgimento di una vita completamente dissimile da quella alla quale è abituato; prende cognizione di industrie nuove, di attività, di energie a lui completamente sconosciute. E per i ragazzi quale mezzo di più facile ritentiva!
Quando, per mezzo del cinematografo, essi avranno veduto i principali monumenti, le strade più belle, gli edifici più importanti di ogni singola città, come sarà per loro più facile ricordarne i nomi!!! La storia e la geografia insegnate ai ragazzi per mezzo della cinematografia, darebbero risultati splendidi, non crede ?
— Altro che! Fui fra i primi ad applaudire Brescia, la forte, che sta lottando strenuamente per ottenere dal ministero della pubblica istruzione, l’introduzione nelle scuole del cinematografo, come mezzo pratico di insegnamento. Ma al solito il ministero…
— E crede lei — interruppe diplomaticamente il commendatore Ovidi, — che senza le meravigliose cinematografi o delle sventure toccate ai nostri fratelli di Sicilia e di Calabria, palpitanti di strazianti verità, che gli occhi dei popoli potevano vagliare e che toccarono gli animi più di qualunque articolo di cronista, per caldo e vivace che fosse, crede lei che le liste di sottoscrizione avrebbero raccolto i capitali enormi che con slancio di fraterna carità giunsero ai vari comitati? No, di certo! E se servigi così utili sono regi a noi dalle cronache cinematografiche, penso che per i nostri posteri dovrebbe essere di grande ausilio una specie di storia cinematografica… Vede, — proseguì egli — se si ponesse mente con serietà di intenti, all’importanza della cinematografia, a quest’ora si avrebbero degli operatori da presa-vedute, governativi: ogni momento storico della nostra vita nazionale, opportunamente fatto cinematografare dallo Stato, e ben conservato, formerebbe un fondo storico importantissimo, fra cento o centocinquanta anni…
— Ma ci vorrebbe, allora — interruppi…
— La sezione cinematografica negli Archivi di Stato. E perché no? Non s’accorge di quale importanza sarebbero fra un secolo, cinematografie di tal genere? E quale assoluta documentazione storica per fedeltà d’ambiente e di costumi.fra cento anni… Vedere… Vedere muovere sullo schermo Re, Regine, Imperatori, soldati, dignitari, popoli di tempi passati, rivestiti di abbigliamenti completamente in disuso, compiere cerimonie ufficiali, quali parate, inaugurazioni di monumenti, guerre, battaglie con i mezzi dei quali si disponeva… cento anni fa!…
Francamente, mi dica — proseguì — non le piacerebbe di veder muovere Napoleone I? Immagini dunque, che lo stesso suo interesse dovranno avere i nostri tardi nipoti un giorno, per quello che avviene oggi sotto i nostri occhi!
— L’idea è veramente grande, commendatore, e spero che, quando i tecnici avranno trovato un supporto più stabile e più duraturo del celluloide, non ne venga tardata di troppe l’attuazione.
— Ed io mi auguro che il merito di aver apportato un così grande vantaggio nella fabbricazione della pellicola, spetti ad un italiano!
— Accompagno l’augurio con i voti più fervidi dell’animo mio e, spero che ella, commendatore, sia il primo ad impartire gli ordini necessari affinché una parte di questi locali, per suo merito, già trasformati così signorilmente in sede dell’Archivio, venga adibita ad uso dell’Archivio cinematografico di Stato.
E mi accomiatai.
Emmeci (La Vita Cinematografica, 20 ottobre 1911)

N.d.c. Dall’aprile 1910 il Consiglio comunale di Bruxelles fondò presso il suo archivio una collezione di pellicole cinematografiche.

I primi film di Filoteo Alberini, due testimonianze

Filoteo Alberini
Filoteo Alberini

Le feste Castromenie a Marino: La prima cinematografia dal vero.

Nel 1903, una terribile grandinata devastò le vigne dei castelli romani. Maggiormente colpito fu l’intero territorio di Marino. Tutto distrutto, non rimase un chicco d’uva. I poveri marinesi furono rovinati, molti dei più irrequieti se la presero con il Governo. Questo provvide subito, invece, mandando un battaglione di granatieri per i rivoltosi, e poche lire per i più bisognosi. Per riparare in parte a tanta rovina e per sollevare l’animo dei cittadini, fu composto un comitato organizzatore di festeggiamenti che avessero attirato a Marino gente da Roma e dai castelli romani, rialzando, così, il commercio cittadino. Il comitato era presieduto dall’illustre scultore senatore Giulio Monteverde, villeggiante a Castelgandolfo. Vice presidente Desideri, assessore comunale di Roma, e membro del Comitato; il Sindaco di Marino Ludovico Capri, Pietro Gentili — l’arazziere dei Sacri Palazzi — che fu veramente l’anima delle feste e che ospitò nella casa dove villeggiava tutti gli artisti che « Elaborarono per i lavori di addobbo » ecc. Del comitato facevano parte anche lo scultore Cozza, il pittore Cesare Antonelli, Ernesto Prosperi, molti altri ed io. Fu fatto il programma: il cartellone fu disegnato da me, in poche ore. Ottenni tutto gratis: stampa, tipografia e affissione dall’impresa di pubblicità al Corso Umberto I. Tutto il mese di settembre, il giovedì e la domenica ci furono feste a Marino; ma feste importanti. Una domenica fu dato nel salone del Palazzo Colonna un concerto diretto da Pietro Mascagni, con l’intervento di Checco Marconi ed altri valorosi cantanti. Folla enorme venuta da Roma, con a capo l’indimenticabile principe romano Don Prospero Colonna, Sindaco di Roma.

Dopo il concerto in casa del Sindaco Capri, grande ricevimento con chiamate incessanti al balcone da parte della folla per salutare Don Prospero e Mascagni. Faceva gli onori di casa il giovane figlio Luigi, oggi consigliere nazionale.

Un altro, di questi giorni festivi, venne organizzato un ricco corso di fiori; più, una fiaccolata nel bosco di Marino; lotterie e tante altre cose: insomma per tutto il mese di settembre del 1903 Marino fu ricolma di folla; e esercenti, osterie e bettole improvvisate fecero affari d’oro. Chiuse tutti i festeggiamenti, un interminabile corteo mascherato. C’era di tutto un po’: dal carro dei Cadetti di Guascogna con Cirano che era il pittore Alberto Moretti; al carro di Cesare Augusto — che ero io — c’erano anche i gendarmi di Cervara, tutti cavalcanti docili asinelli. Chiudeva il corteo un colossale carro rappresentante la vendemmia. La figura tre volte il naturale, di una baccante, era dello scultore Cozza, in collaborazione con il pittore Cesare Antonelli.

Poco prima che il corteo si mettesse in moto, giunse da Roma in bicicletta un gruppo di amici bontemponi che volevano assolutamente indossare qualche costume. Molti ne contentai con dei pepli romani; ma Felice Tonetti — il caro amico da poco tragicamente scomparso — volle assolutamente indossare il costume da gendarme di Cervara. Mancava, però, la misura per lui: il povero Felice aveva il corpo da Ercole. Per rimediare, si tolse completamente tutto: gilet, mutande, maglia, camicia, e così alla meglio s’infilò l’uniforme dei leggendari gendarmi; e seguì il suo gruppo, cavalcando un povero asinello. Ma sulla salita, la cucitura del costume non resistette, si schiantò, e Tonetti da gendarme divenne Adamo, subito coperto da un ricco mantello di un legionario romano.

Il bellissimo corteo fu ripreso in cinematografia da Filoteo Alberini e poi proiettato nel suo Cinema Moderno. Quella pellicola fu l’inizio della cinematografia dal vero.

In quel tempo feci amicizia con i giovani tenentini dei granatieri in distaccamento a Marino, restando, poi, sempre buoni amici. Durante la grande guerra si comportarono da eroi : qualcuno morì, tutti gli altri, o feriti gravemente, o mutilati. Dei superstiti : Vecchi è generale, Petitti — fratello del valoroso generale — è mutilato di un occhio. Presta servizio come colonnello alle pensioni di guerra. Ed ancora i colonnelli Max Blasi e Bocchi, tutti eroi e tutti mutilati.

Romeo Marchetti

Questo “dal vero” fu proiettato al Cinema Moderno di Roma il 28 settembre 1904 alla presenza di numerose personalità, tra cui Don Prospero Colonna di Sonnino, sindaco di Roma.

Il ratto della ciociara

« Angelo Laurenti è il famoso Bracalone dei teatri di varietà, l’attore comico che ha raccolto la sua messe di riso in Italia e all’estero. Egli è stato l’interprete del primo film girato a Roma: Il ratto della ciociara. La scena culminante di questa farsa venne ripresa a Piazza di Spagna il 4 aprile 1904. Laurenti era vestito da brigadiere delle guardie di città. Madrulli, il famoso ciclista acrobata, scendeva a precipizio sulla sua fida bicicletta le scale de Trinità de’ Monti, portando sulle spalle l’agitante mole della ciociara: una di quelle giunoniche donne di Alatri, venute a vendere fiori nella piazza più suggestiva del mondo. La ciociara naturalmente urlava, seppure il film in quei tempi era più che muto.
E’ ovviamente intervennero le guardie di città. Dalla retata scampò soltanto Bracalone in virtù della sua divisa di brigadiere. Nel commissariato di Via delle Carrozze la cosa venne chiarita soltanto dopo qualche ora, quando Caserini, Alberini e Santoni riuscirono a far intervenire il Questore in persona ».

Secondo Aldo Bernardini (Il cinema muto italiano 1905-1909, Bianco e Nero – CSC – Nuova Eri, 1996 pp. 54/55), il titolo del film, produzione Cines, è Il ratto di una sposa in bicicletta, unica interprete la Sig. Mascioli, proiettato al Cinema Moderno 8 settembre 1906, altro titolo Il ratto della sposa in Piazza di Spagna.

Augustus 1928, primo film di Alessandro Blasetti

Augustus 1928
Augustus 1928

Mi riservavo di parlare su questo primo tentativo cinematografico di Alessandro Blasetti in un’altra sede, ma visto quel che è successo poche settimane fa al Cinema Ritrovato di Bologna, sarà meglio non pensarci più, e così, ecco qualche nota su questo primo ed inedito film della casa di produzione Augustus, fondata a Roma nel 1928, direttore artistico (e fondatore), Alessandro Blasetti.

Si tratta di un piccolo film sperimentale, titolo Augustus Soc. An., 58 metri, visto di censura 24102, secondo l’elenco delle pellicole cinematografiche approvate dal Ministero dell’Interno, in data 31 marzo 1928 (vedere l’immagine sotto), operatore Antonio Cufaro, soggetto e sceneggiatura, Alessandro Blasetti, supervisione di Ernesto Cauda. Per il momento è tutto, vi lascio con uno degli articoli, dove si parla di questo primo film italiano della rinascita, cedo la parola a Marcello Gallian e ricordo che siamo nel 1928:

Sono stati proiettati l’altro giorno, fra un atto e l’altro del film Il Gaucho interprete principale Douglas Fairbanks, cinquanta metri di cinematografo italiano.

Ovverosia, i primi cinquanta metri del nuovo cinematografo italiano, così come lo intendiamo noi, contro tutti i vecchi carichi d’anni e d’esperienza e contro alcuni nuovi, che ricalcano, a modo loro, senza fantasia, preoccupati dalla paura e dalla responsabilità delle nuove intenzioni che creano nemici dovunque, le nostre idee ed i nostri propositi. Fra qualche anno, come di consueto, tutti grideranno alla scoperta e si daranno da fare di qua e di là, per accaparrarsi un posticino d’onore, o un angolo di responsabilità nella battaglia quotidiana di realizzazione, che noi, soli e senza scrupoli, abbiamo incominciato oggi, nel tempo nero, fra accuse di ogni sorta, pericoli da sormontare, barricate da abbattere, pezzi grossi da dimenticare, tradizioni, usi e costumi da gettare in soffitta o nei burroni della spazzatura.

La réclame dell’Augustus (50 m. di pellicola) è il primo film italiano della rinascita; osiamo dir questo, col tono del grido dell’allarme o con la frase improvvisa dello spaccamontagne o dell’arruffapopoli, perché siamo sicuri che a voler fare i prudenti, i compassati, i giusti, ci sia tutto da rimettere e nulla da guadagnare, in un’epoca cinematografica di banditori, di morigerati, di timidi, di gente che non vuoi compromettersi ad ogni costo per la paura di perdere il pane o di essere rasa al suolo da un ritardo di pubblicità improvviso.

Nè oggi perderemo il pane, come lo abbiamo sempre perduto, ché il mondo è pieno di straccioni e di pezzenti e di affamati dall’economia e della pubblicità non abbiamo bisogno: perciò parliamo chiaro; l’unica rabbia di cui pascono i nostri avversari, proviene dal fatto che non ci vedono legati a questo e a quello, non facciamo parte di combriccole o di consorzi, non accettiamo riserve e postille alle leggi che devono governare per la nuova cinematografia, e andiamo avanti, tra le fanfare degli imbecilli, o singhiozzi dei vinti, e il suono rauco della tosse cronica dei vecchi. Tutti, chi più chi meno, giornaletti e riviste, impresari e tecnici, hanno un programma da tornaconto e che si basa sulle opinioni correnti, le opinioni della tradizione cinematografica che ha imperversato malamente, per molti anni; l’Augustus, società di giovani per lo sfruttamento di films italiani, ha un programma rivoluzionario e si basa fortemente, audacemente, su una scoperta della massima importanza: (così io interpreto il programma-azione dell’Augustus): dare all’Italia un cinematografo italiano che eviti i difetti e gli errori della vecchia cinematografia e avanzi in valore e in fantasia le così dette invenzioni della cinematografia americana: fare cinematografo del cinematografo e non fotografia animata di scene teatrali. Cinematografo è antiteatro, dice S. A. Luciani nel suo ultimo libro; per noi è qualche cosa di più: riuscire a far sì che tutto che è non possibile avvenga sul teatro, sia unico elemento caratteristico di una visione cinematografica.

Il visto di censura del film
Il visto di censura del film

E ci spieghiamo, oggi, che cinquanta metri di film ce ne danno il destro. Alcuni, gli americani in ispecie, i quali dispongono di esuberante denaro, credono di far cinematografo, fotografando, ad esempio, una mandria di centomila bufali (Il Gaucho), un mare in burrasca (I fanti del mare) od una enorme folla di gente (Il Re dei Re) o un infinita carovana di automobili in corsa (La Grande Parata). Tutto ciò, sia detto una volta per sempre, non è cinematografo, secondo il nostro avviso: è vasto teatro, è anfiteatro di personaggi, è enorme palcoscenico; non è la quantità dì cose o di persone che fa il cinematografo, ma la qualità e sopratutto il modo col quale vengono riprodotte: cinematografo non è fotografia, che altrimenti tutti, chi più chi meno, sarebbero grandi cinematografisti, come purtroppo si crede: ma è interpretazione fotografica, di una data cosa o di una data persona, a seconda del momento, dell’epoca, dell’atmosfera nelle quali dette cose e dette persone sono viste. Cinematografo non è oggettivismo, ma soggettivismo; non è realtà, ma realismo magico; non è riproduzione, ma interpretazione. In teatro, Reinhardt vi sa rendere con cento comparse una folla di mille persone; Bragaglia con un arco, a seconda delle luci e delle prospettive, vi da il risultato di un sotterraneo o di un palazzo. Quello che Reinhardt e Bragaglia, ad esempio, per citare un tedesco e un italiano, non possono assolutamente rendere, è il successivo ed infinito modo di vedere un sotterraneo o una folla, a seconda del momento, e dello stato d’animo; non possono insomma fare di un sotterraneo un movimento d’archi infiniti nel buio o di una folla una montagna.

Nuovamente, si crede che il cinematografo non si distingua dal teatro, per il solo fatto che sul palcoscenico, dinanzi ad una platea cruda, non possano apparire cavalli in corsa, automobili e trams, ad esempio; gli è che, nel caso nostro, non era possibile rendere in palcoscenico, la sensazione di un automobile che si rovescia con lo spettacolo del paesaggio visto come lo vedrebbero gli occhi smarriti di un uomo che cade; come avviene nella réclame cinematografica dell’Augustus: risulta chiara e disastrosa la caduta e non si vede l’automobile che si rovescia. Per un uomo che cade si rovescia il mondo dalla parte opposta nella quale egli è caduto; e così appare il mondo sullo schermo.

Così, e ci piace spendere due parole ancora sopra una fatica di giovani, l’atmosfera del disastro appare ancora violentemente nell’uomo che telefona; è una faccia spaventata, un microfono nero e un tempo buio di ombre intorno, ombre solide, ombre-architettura, che non avevo mai visto in un film italiano, ad onore del vero. I competenti i teorici, i fotografari, insomma, avrebbero ripreso la strada e l’automobile, la mano che spara, poi l’altra automobile che ribalta, così, in natura, in realtà senza interpretazione e senza avventure di sensazioni, come un qualsiasi fotografo di provincia; i paesaggi, le figure, le cose appaiono nei nostri films, sempre, come i soldati e le serve nelle loro pose privilegiate, nelle vetrine dei sobborghi.

Ho detto figure e non personaggi: poiché nella réclame cinematografica dell’Augustus, a Dio piacendo, esistono figure e non personaggi: figure all’ordine della bacchetta magica del direttore artistico che le regola, le inventa, le plasma, le trucca a seconda delle passioni e degli avvenimenti.

Si trovano dunque riuniti, in questi pochi metri di pellìcola impressionata, i mezzi e gli espedienti di una tecnica nuova, o meglio, della nuova estetica cinematografica, la quale non vede il mondo come è, ma come appare, e come tale lo dimostra sullo schermo. Preludio ad un’epoca immensa di scoperte; di esperienze e di fatiche disumane: prima azione per le imprese future della cinematografia italiana.

Come è stato realizzato questo piccolo film, oggi non è conveniente dire: lo sapranno chissà come i competenti della cinematografia di domani, quando sarà possibile fare un parallelo storico fra i quattro ragazzi che con dieci bastoni e qualche rivoltella hanno cambialo fisonomia all’Italia e questi quattro ragazzi che con una macchina presa in prestito e un automobile gentilmente concessa, hanno iniziato la rivoluzione cinematografica italiana.