La madonnina dei marinai – Lombardo Film 1928

madonnina dei marinai
Giudizi sul film di Vincenzo Gemito, Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, Ernesto Murolo, Filippo Cigarello. (Il Corriere Cinematografico, 14 aprile 1928)

Le scene si svolgono in un borgo marinaio, dove la giovane Mariella (Leda Gys) mette una nota di allegria e di spensieratezza. Agile, guizzante, tutta nervi, Mariella trascorre le sue giornate saltando come una gazzella di scoglio in scoglio ed accudendo il vecchio nonno. Tra i pescatori ella predilige Luciano (Guido Graziosi), che ama e dal quale è riamata.

Un giorno capita nel borgo una folata di vita cittadina. Una vivace e modernissima signora, donna Elena (Alba Savelli), arriva in una elegante automobile e prende alloggio nella vecchia villa Serpieri che sorge nei pressi dell’abitato. Donna Elena è desiderosa di novità e a questo desiderio di nuove sensazioni si deva l’improvvisa sua clausura nel castello. Luciano, forte dei suoi vent’anni, suscita la curiosità e l’interesse della donna frivola e mondana, stanca degli amori di salotto. Si stabilisce così una specie di gara da parte di donna Elena per conquistare il giovine e rude pescatore, finché la passione travolge Luciano. Maria, informata dalla mamma di Luciano delle gite in barca che il figlio compie con la signora, ha una crisi di smarrimento e di dolore.

Luciano, intanto, preso nelle reti di Donna Elena, sente il bisogno di maggiori cure per procurarsi del denaro e ricorre ad un usuraio, don Gennaro. Eccolo un giorno alle prese con lo strozzino, che chiede la restituzione del danaro. Alla discussione assiste, per caso, anche Mariella. Luciano, vinto dall’ira perché lo strozzino lo ha svelato alla fanciulla, pronunzia all’indirizzo di costui una frase densa di minaccia: «Me la pagherai!» e, trascinato dagli amici, si allontana.

L’angoscia aumenta nell’animo di Mariella.

Una sera ella sorprende Luciano sulla via del castello: poi, quando il dubbio è in lei diventato certezza, si allontana barcollando, si dirige al tabernacolo della «Madonnina dei marinai» e, prostrandosi, con le braccia protese verso l’immagine si abbatte.

La mattina, una terribile notizia si sparge nel borgo: l’usuraio è stato trovato ucciso e qualcuno ricorda la frase pronunziata da Luciano. Lo si va a cercare a casa. La madre risponde che il figlio non c’è poiché la sera precedente si è recato alla pesca. Ma i pescatori negano che Luciano sia stato con loro.

…E Luciano è arrestato, mentre, ignaro d’ogni cosa si accinge a tornare a casa, dopo aver trascorso la notte al castello con donna Elena.

L’istruttoria del processo procede rapidamente. L’imputato nega, ma non offre un alibi, rifiutando di dire dove ha trascorso la notte.

I testimoni a carico di Luciano depongono. Depone anche donna Elena: «Era il mio barcaiuolo… Era un bravo ragazzo…».

E null’altro. Mariella, la quale sa che solo donna Elena può salvare Luciano, si prostra ai ginocchi della donna, chiedendo pietà, ma la donna rimane impassibile. A Mariella non resta che una soluzione e, avanzando verso il presidente del tribunale, afferma che il giovine non può essere colpevole, per la semplice ragione che «La notte che successe il fatto Luciano la passò con me». Ella non ha finito di pronunziare l’ultima parola che un singhiozzo si ode nella sala: è il nonno di Mariella che si abbatte piangendo. Anche Luciano prorompe: «No, non è vero». Ma la ragazza insiste: «Ve lo può giurare mio nonno che quella notte non mi sono ritirata». Il vecchio infatti, fa un cenno di assentimento.

E’ trascorsa un’ora. Luciano è libero, ma la più severa condanna pesa su Mariella. Quando passa, le comari se la additano tra loro sghignazzando.

Anche il nonno non crede all’innocenza di Mariella e la scaccia di casa. La ragazza cerca aiuto in donna Elena: «Non avete voluto dire la verità al Tribunale, ditela almeno a mio nonno… Vi giuro, non è per il mio onore che imploro; è per il mio nonno che ne morrà di dolore». Ma anche quest’ultimo tentativo è inutile.

Un frate al quale la fanciulla ha raccontato ogni cosa, svela al vecchio il segreto della falsa accusa, e in un baleno la notizia si sparge nel borgo.

Ma le emozioni e i dolori hanno preso il sopravvento su Mariella. Eccola al letto ammalata. Mariella non riconosce più i presenti, nemmeno Luciano. Nella casa di Mariella cala una atmosfera di lutto. Si attende un miracolo. E il miracolo avviene.

Mariella torna a sorridere ai pescatori che vedono in lei la loro Madonnina. Ma questo ritorno è fasciato da un velo di mestizia. Ella fece voto di rinunziare a Luciano, se questi si fosse salvato. A questo punto interviene di nuovo il frate per scioglierla dal vincolo del voto. Luciano può sposare Mariella.

… E il borgo glorifica con un rito pittoresco e suggestivo la sua «Madonnina».

Il film, presentato al festival del Cinema Ritrovato 1998, dall’unica copia nitrato esistente alla Fondazione Cineteca Italiana, imbibita e virata, con didascalie d’epoca, è un melodramma proto-neorealista, girato in esterni al borgo marinaro di Amalfi. Bellissima e piena di effetti sorprendenti la fotografia. Ecco una recensione dell’epoca pubblicata nella rivista Kines:
Io penso che i napoletani tutti dovrebbero portare eterna riconoscenza a Gustavo Lombardo il quale, con l’avvedutezza e l’acume che tanto lo distinguono ha editato questo film dove l’anima napoletana è (attraverso un gioco sapientissimo di particolari, di caratteri, di contrasti psicologici) profondamente e compiutamente rivelata.

Questo dico perchè il film non ha nulla delle comuni, banali e scialbe oleografie che offendono anziché esaltare Napoli e i napoletani, e perché, al contrario, esso appare opera coscienziosa e vitalissima.

La direzione di Del Colle è piena di misura e di sensibilità; la interpretazione di leda Gys (ottimamente coadiuvata dalla Savelli e dal Graziosi) è magnifica ed oltremodo comunicativa.
Fotografia di Guattari, spesso molto bella.

Un elogio speciale merita l’egregio maestro Consorti il quale con acume e fine senso interpretativo ha composto una inteligentissima partitura, nella quale Verdi, Catalani ed altri musicisti sono stati sfruttati con misura, appropriatezza ed aderenza.
Nel volume Leda Gys attrice (Coliseum 1987), Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli raccontano che questo film “uno dei più popolari della Gys, venne lanciato con una pubblicità eccezionale: addobbi napoletani nei cinematografi, sorteggi di viaggi per due persone a Napoli e dintorni, distribuzione di foto autografate dall’attrice. La censura richiese la soppressione del primo piano di una scatola di sigarette con la sovrastampa cocaina». La descrizione della scena dal visto di censura è questa: “Nel 2° atto dalla scena in cui si vedono delle signore fumare sulla terrazza della Villa Serpieri, sopprimere la visione della scatola di sigarette con sopra stampato cocaina”.

Maciste e l’uomo forte Bartolomeo Pagano

Bartolomeo Pagano
Bartolomeo Pagano, alias Maciste

C’era una volta un uomo… “che la gente di Genova, quando lo vedeva passare per gli stretti “caruggi”, si voltava meravigliata a guardare. E ne aveva motivo. Era tale l’armonia delle forme, che fondevano in giusto equilibrio con la sua non comune altezza (quasi un metro e novanta) con il torace ampio e muscoloso (un metro e venti) e il suo peso che superava il quintale di venti chili, da riuscirgli impossibile di passare inosservato.
Da più di dieci anni quell’uomo faceva parte della Compagnia della Caravana. Erano costoro una famosa compagnia quasi interamente formata da prestanti uomini oriundi del Bergamasco e del Veneto che avevano monopolizzato le operazioni di carico e scarico di Dogana, sin dal 1656, da quando cioè avevano concorso decisamente ad aiutare e ad assistere la cittadinanza di Genova allorché questa fu colpita da un’epidemia tremenda di peste. Anche lui indossava la loro tradizionale casacca turchina, che aveva cominciato a portare quando contava meno di vent’anni. S’era subito fatto notare tra i colleghi poiché emergeva su tutti, quasi una visione dantesca, dalla cintola in su.

Uno solo – ci racconterà un superstite suo compagno di lavoro, il settantenne Aronne Giardini, detto il “sette” dal numero di matricola – poteva competere in vigoria con lui, ed era un certo Francesco Bellotti. Al “quattro” (era questo il modo di indicare la zona corrispondente all’attuale Silos granario) c’era un macigno di circa cinque quintali. Nei momenti di sosta, le squadre degli scaricatori si divertivano ad aizzare i due colossi l’un con l’altro. «Vediamo, avanti, chi riesce a smuoverlo». Subito i tifosi si dividevano in due schiere e facevano scommesse di focaccia e di vin bianco. «Oh issa, Bertumè» urlavano cento voci roche al Pagano. «Oh issa, Cescu» sbraitavano gli altri. E alla fine quei cinque quintali dovevano dichiararsi vinti. La forza possente dei due non solo li smuoveva, ma li spostava di parecchi centimetri. La giuria, metro alla mano, assegnava poi la vittoria nella singolare tenzone e, per la verità, non sempre toccava al futuro Maciste.

Da poco il fumo delle ciminiere aveva ingaggiata la vittoriosa lotta contro la poetica vela delle scune e dei brigantini, e le calate e i moli andavano trasformando la grande insenatura ligure in quello che doveva diventare il porto più attrezzato del Mediterraneo. Non esistevano ancora a quei tempi le mastodontiche gru ad acqua o a elettricità né gli elevatori, che oggi in gran parte sollevano l’uomo dalle più dure fatiche. L’uomo era ancora, con la forza fisica, lo strumento indispensabile, cui bisognava ricorrere per accelerare le operazioni di carico e scarico sulle navi.

Bartolomeo Pagano ogni giorno, di primo mattino, scendeva a Nervi dalle alture della sua fiorita Sant’Ilario con la giacchetta sulla spalla, il passo cadenzato, esuberante di giovinezza. Prendeva posto sul tram a cavalli con gran disperazione del conducente, che sentiva paurosamente cigolare la pur robusta carrozza, diretta a Genova, in piazza Caricamento. Una volta entrato nel porto, si sentiva come a casa sua, perché solo lì la sua esuberanza incontenibile poteva trovare sfogo. Si faceva sotto bordo delle navi e cominciava la giornata. Agguantava un sacco di grano argentino o una casetta di coloniali delle Indie olandesi così come se sollevasse una piuma. Con disinvoltura camminava sulle banchine verso i depositi e dava l’impressione di averci sulle spalle, anziché quintali la mantellina impermeabile. I suoi amici lo guardavano con stupore, in principio, poi non ci fecero più caso.

«Bertumè – gli dicevano, quando sibilava la sirena – è in arrivo il Maria Luisa ai Magazzini Generali, là c’è della merce troppo pesante. Vieni a dare una mano?». Bartolomeo Pagano era diventato familiare. Sorrideva lusingato a quelli inviti. Non esisteva nulla di troppo pesante per lui ed era felice quando la sua superiorità veniva così bonariamente riconosciuta. E ci dava dentro con gli altri, che erano soliti lasciargli i pesi impossibili. Ma, quando scoccava il mezzogiorno e il cannone, dalle colline del Righi, lo annunziava senza equivoci, non esitava un momento ad interrompere la sua fatica. «Ragazzi, andiamo, ne parleremo dopo. Ora la macchina vuole carbone».

E con gli altri, così come era, nella maglietta bianca da cui traboccavano muscoli potenti, si recava nell’osteria della Nina. Sempre lì. Era un piccolo locale appena fuori del porto. Pagano lo preferiva ad ogni altro perché su quelle rozze tavole si succedevano le varie fondine di minestrone al pesto – «fatto all’antica» diceva lui – di cui, con un chilo e mezzo di pane e un mezzo litro di quello buono si saziava. Poi si divertiva, così come noi facciamo, per distrazione, le pallottoline di mollica, a frantumare tra indice e pollice noci su noci..

Bertumè non si dava delle arie. Lo sapeva che era diventato una specie di istituzione. Soltanto qualche volta si stupiva che gli altri si meravigliassero. Protettore dei deboli per istinto, guai se c’era un gradasso, che si permettesse di far le baie a chi, stanco o meno forte, non riusciva a condurre a termine un carico. Interveniva subito. E a chiunque passava la voglia di scherzare. Un silenzio improvviso si faceva intorno. Pagano divaricava le gambe che sembravano scolpite nel marmo, puntava i grandi occhi sul malcapitato, che non trovava altra via di scampo che chiedere scusa e darsela a gambe. Poi il gigante (ormai tutta Genova lo chiamava così) sorridendo si sobbarcava anche il lavoro del collega in difficoltà o non si sentiva bene, pur di non fargli perdere il salario. (segue)

Nota: ringrazio molto Anna Fiaccarini della Cineteca di Bologna per avermi inviato il bel dvd di Maciste l’uomo forte (Museo Nazionale del Cinema – Cineteca di Bologna), che consiglio caldamente di vedere e rivedere.
Dimenticavo: Buon Natale a tutti!

I figli di nessuno – Lombardo Film 1921

i figli di nessuno 1921
Una scena del film I figli di nessuno (1921)

La giovane Luisa è la figlia del custode di una cava di marmo a Carrara, proprietà della contessa fiorentina Carani. Poldo, un operaio della cava, è innamorato di lei, ma Luisa gli preferisce il figlio della contessa, il conte Arnaldo, e di nascosto si incontra nottetempo con lui. La contessa Carani, informata dall’ingegnere Anselmo di quanto avviene, si adopera per allontanare quanto prima il figlio da Carrara., mentre alla cava, un incidente mortale mette in agitazione gli operai.

Il padre di Luisa, che ha sorpreso la figlia con Arnaldo, muore dal dolore. L’ingegnere Anselmo manda a vivere con Poldo, nominato nuovo custode della cava, sia Luisa sia la vedova e i due figli dell’operaio morto, due bambini. Luisa attende con ansia di ricevere posta da Arnaldo, ma la contessa intercetta le lettere del figlio e manda lettere false all’uno e all’altra. Nella cava intanto un gruppo di operai, capeggiati da Poldo, scende in sciopero per protestare contro i soprusi dell’ingegnere Arnaldo, ottenendo la solidarietà dei “figli di nessuno”, i ragazzi minorenni che lavorano nella cava. Luisa scopre di essere incinta e, disperata, abbandona la casa di Poldo. La contessa, che ha fatto credere al figlio che Luisa sia morta, riesce a farlo fidanzare con Edvige, una ricca ragazza di Firenze. Per Luisa, il piccolo Gualberto diventa subito l’unica ragione di esistenza, e la contessa, falsificando la firma del figlio, riesce a sottrarlo alla custodia della madre. Non avendo più notizie da Arnaldo, Luisa decide di andare a cercarlo a Firenze, proprio il giorno fissato per il matrimonio del giovane con Edvige, arrivando nella villa durante il ricevimento di nozze e, affrontando la contessa, ne smaschera gli intrighi; apprende però dalla stessa contessa che Gualberto è morto.

Qualche tempo dopo, la contessa, in punto di morte, rivela al prete di famiglia, don Demetrio, che in realtà Gualberto è vivo, e per riparare al malfatto, nel testamento ha lasciato tutto a lui. Edvige, che tutto ha ascoltato, sottrae e poi distrugge il testamento.

Intanto, il piccolo Gualberto, dal collegio passa a lavorare per un materassaio, poi nelle cave di marmo dei Carani.

Luisa si fa suora e prende il nome di Suor Dolore. Ma nel suo cuore v’è sempre la speranza di ritrovare il figlio. E lo vedrà per l’ultima volta, quando dopo un atto eroico – s’è immolato per salvare i minatori da un’esplosione – il ragazzo muore in un letto d’ospedale.

Vinta dal dolore, dopo aver lasciato cadere dei petali di rosa sul feretro del figlio, anche Luisa muore.

Regia di Ubaldo Maria Del Colle, sceneggiatura dello stesso regista, dal romanzo omonimo di Ruggero Rindi (Falstaff). Interpreti principali Leda Gys (Luisa Vitalbi), Ubaldo Maria Del Colle (Poldo), Ermanno Roveri (Gualberto), Alberto Nepoti (Arnaldo Carani), Léonie Laporte (Contessa Carani), Ignazio Lupi (don Demetrio). Produzione Lombardo Film, Napoli. Film in tre episodi.
Copia restaurata dalla Cineteca Italiana di Milano.

Uno dei grandi successi d’incassi del cinema italiano negli anni ’20, ripetuto e aumentato nella versione sonora del 1951, diretta da Raffaello Matarazzo, interpretata da Yvonne Sanson e Amedeo Nazzari. Alcuni storici affermano che I figli di nessuno, versione muta e versione sonora sono stati il più grande successo di pubblico del cinema italiano di tutti i tempi… sarà vero?

Per quel che riguarda la versione del muto, il produttore Gustavo Lombardo, che ha prodotto anche quella del 1951, avrà fatto un mucchio rispettabile di quattrini ma, allo stesso tempo, bisogna riconoscere che non mancava di un certo coraggio, proponendo certi temi come lo sciopero, in un anno particolarmente agitato da queste dimostrazioni, o forse lo aveva fatto precisamente per questo, con un occhio al botteghino. Secondo una delle recensioni dell’epoca invece, il film, più che un dramma sociale, sarebbe un dramma sentimentale e passionale “ultraromantico e fantastico, fuori assai della realtà della vita”. Bene, io direi che quello fuori della realtà della vita sembra proprio lui, il recensore. Infatti si tratta di un “romanzo”… provate a dare un’occhiata ai giornali, dell’epoca (e della nostra non ne parliamo).

Ritornando al coraggio del produttore, per il fatto che potevano vietare il film, guardate cosa pensava invece la censura dell’epoca che, come al solito, aveva capito tutto: “Ridurre la scena in cui si vede l’operaio che rimane vittima della mina, in modo che la proiezione termini nel momento in cui il cadavere, trasportato nella cassetta del custode, viene adagiato su di un materasso per terra; modificare la scena in cui si vede la commissione degli operai guidata da don Demetrio, recarsi dal conte Carani, in modo che dall’azione vengano eliminati tutti gli operai, facendo figurare il solo sacerdote che si reca dal conte in nome di tutti loro; sopprimere del tutto la scena che rappresenta l’insurrezione degli operai contro Anselmo”.

Ma il vero artefice di questo film, quello che lo aveva proposto al produttore, era il regista-sceneggiatore: Ubaldo Maria Del Colle, uno dei grandi pionieri del cinema italiano, interprete della mitica Presa di Roma di Filoteo Alberini nel 1905. Di lui parlerò domani.

No, non mi sono dimenticata di Leda Gys, la bravissima Leda Gys… anche di lei parlerò fra poco.

Come al solito, quando è che lo vediamo, questo e gli altri, in DVD?