Maciste e l’uomo forte Bartolomeo Pagano


Bartolomeo Pagano

Bartolomeo Pagano, alias Maciste

C’era una volta un uomo… “che la gente di Genova, quando lo vedeva passare per gli stretti “caruggi”, si voltava meravigliata a guardare. E ne aveva motivo. Era tale l’armonia delle forme, che fondevano in giusto equilibrio con la sua non comune altezza (quasi un metro e novanta) con il torace ampio e muscoloso (un metro e venti) e il suo peso che superava il quintale di venti chili, da riuscirgli impossibile di passare inosservato.
Da più di dieci anni quell’uomo faceva parte della Compagnia della Caravana. Erano costoro una famosa compagnia quasi interamente formata da prestanti uomini oriundi del Bergamasco e del Veneto che avevano monopolizzato le operazioni di carico e scarico di Dogana, sin dal 1656, da quando cioè avevano concorso decisamente ad aiutare e ad assistere la cittadinanza di Genova allorché questa fu colpita da un’epidemia tremenda di peste. Anche lui indossava la loro tradizionale casacca turchina, che aveva cominciato a portare quando contava meno di vent’anni. S’era subito fatto notare tra i colleghi poiché emergeva su tutti, quasi una visione dantesca, dalla cintola in su.

Uno solo – ci racconterà un superstite suo compagno di lavoro, il settantenne Aronne Giardini, detto il “sette” dal numero di matricola – poteva competere in vigoria con lui, ed era un certo Francesco Bellotti. Al “quattro” (era questo il modo di indicare la zona corrispondente all’attuale Silos granario) c’era un macigno di circa cinque quintali. Nei momenti di sosta, le squadre degli scaricatori si divertivano ad aizzare i due colossi l’un con l’altro. «Vediamo, avanti, chi riesce a smuoverlo». Subito i tifosi si dividevano in due schiere e facevano scommesse di focaccia e di vin bianco. «Oh issa, Bertumè» urlavano cento voci roche al Pagano. «Oh issa, Cescu» sbraitavano gli altri. E alla fine quei cinque quintali dovevano dichiararsi vinti. La forza possente dei due non solo li smuoveva, ma li spostava di parecchi centimetri. La giuria, metro alla mano, assegnava poi la vittoria nella singolare tenzone e, per la verità, non sempre toccava al futuro Maciste.

Da poco il fumo delle ciminiere aveva ingaggiata la vittoriosa lotta contro la poetica vela delle scune e dei brigantini, e le calate e i moli andavano trasformando la grande insenatura ligure in quello che doveva diventare il porto più attrezzato del Mediterraneo. Non esistevano ancora a quei tempi le mastodontiche gru ad acqua o a elettricità né gli elevatori, che oggi in gran parte sollevano l’uomo dalle più dure fatiche. L’uomo era ancora, con la forza fisica, lo strumento indispensabile, cui bisognava ricorrere per accelerare le operazioni di carico e scarico sulle navi.

Bartolomeo Pagano ogni giorno, di primo mattino, scendeva a Nervi dalle alture della sua fiorita Sant’Ilario con la giacchetta sulla spalla, il passo cadenzato, esuberante di giovinezza. Prendeva posto sul tram a cavalli con gran disperazione del conducente, che sentiva paurosamente cigolare la pur robusta carrozza, diretta a Genova, in piazza Caricamento. Una volta entrato nel porto, si sentiva come a casa sua, perché solo lì la sua esuberanza incontenibile poteva trovare sfogo. Si faceva sotto bordo delle navi e cominciava la giornata. Agguantava un sacco di grano argentino o una casetta di coloniali delle Indie olandesi così come se sollevasse una piuma. Con disinvoltura camminava sulle banchine verso i depositi e dava l’impressione di averci sulle spalle, anziché quintali la mantellina impermeabile. I suoi amici lo guardavano con stupore, in principio, poi non ci fecero più caso.

«Bertumè – gli dicevano, quando sibilava la sirena – è in arrivo il Maria Luisa ai Magazzini Generali, là c’è della merce troppo pesante. Vieni a dare una mano?». Bartolomeo Pagano era diventato familiare. Sorrideva lusingato a quelli inviti. Non esisteva nulla di troppo pesante per lui ed era felice quando la sua superiorità veniva così bonariamente riconosciuta. E ci dava dentro con gli altri, che erano soliti lasciargli i pesi impossibili. Ma, quando scoccava il mezzogiorno e il cannone, dalle colline del Righi, lo annunziava senza equivoci, non esitava un momento ad interrompere la sua fatica. «Ragazzi, andiamo, ne parleremo dopo. Ora la macchina vuole carbone».

E con gli altri, così come era, nella maglietta bianca da cui traboccavano muscoli potenti, si recava nell’osteria della Nina. Sempre lì. Era un piccolo locale appena fuori del porto. Pagano lo preferiva ad ogni altro perché su quelle rozze tavole si succedevano le varie fondine di minestrone al pesto – «fatto all’antica» diceva lui – di cui, con un chilo e mezzo di pane e un mezzo litro di quello buono si saziava. Poi si divertiva, così come noi facciamo, per distrazione, le pallottoline di mollica, a frantumare tra indice e pollice noci su noci..

Bertumè non si dava delle arie. Lo sapeva che era diventato una specie di istituzione. Soltanto qualche volta si stupiva che gli altri si meravigliassero. Protettore dei deboli per istinto, guai se c’era un gradasso, che si permettesse di far le baie a chi, stanco o meno forte, non riusciva a condurre a termine un carico. Interveniva subito. E a chiunque passava la voglia di scherzare. Un silenzio improvviso si faceva intorno. Pagano divaricava le gambe che sembravano scolpite nel marmo, puntava i grandi occhi sul malcapitato, che non trovava altra via di scampo che chiedere scusa e darsela a gambe. Poi il gigante (ormai tutta Genova lo chiamava così) sorridendo si sobbarcava anche il lavoro del collega in difficoltà o non si sentiva bene, pur di non fargli perdere il salario. (segue)

Nota: ringrazio molto Anna Fiaccarini della Cineteca di Bologna per avermi inviato il bel dvd di Maciste l’uomo forte (Museo Nazionale del Cinema – Cineteca di Bologna), che consiglio caldamente di vedere e rivedere.
Dimenticavo: Buon Natale a tutti!

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3 risposte a Maciste e l’uomo forte Bartolomeo Pagano

  1. Fede ha detto:

    Buona giornata,

    ho letto che nel 2006 sono state presentate al pubblico le due versioni di Cabiria restaurate e in alcuni articoli dello stesso anno vedo che si fa riferimento ad un’uscita in dvd di tale restauro. Cercando, credo di aver capito che non sia ancora uscito nulla e mi chiedevo quindi, a distanza di quasi quattro anni, quale fosse il motivo di questo ritardo. Forse voi potete illuminarmi.

    In tal caso, vi ringrazio.

  2. ylcm ha detto:

    Purtroppo, per quel che riguarda i futuri progetti del Museo Nazionale del Cinema – Fondazione Maria Adriana Prolo, non so cosa dire. Lei non è la prima persona a chiedersi che fine abbia fatto il progetto di un DVD.
    Dal sito ritrovati restaurati invisibili, nel post dedicato al restauro di Cabiria e Cabiria, ho provato a fare un appello nella ricorrenza dell’anniversario di Pastrone. Nelle Giornate di Pordenone ho incontrato alcuni responsabili del Museo di Torino. Come al solito, tutto è finito “nel porto delle nebbie”.
    Ma lei, e gli altri interessati in vedere al più presto questo restauro in DVD non debbono scoraggiarsi, forse per il 2014, centenario di Cabira…
    Intanto, le propongo il DVD di Maciste. Se l’accoglienza di questo DVD è buona, può darsi che i responsabili del Museo prendano in considerazione il DVD del restauro di Cabiria 1914 e Cabiria 1931.
    Un cordiale saluto e ritorni a trovarci, fa sempre piacere essere letti da persone come lei.

  3. cabiria ha detto:

    Per il dvd Maciste niente da dire, ma vogliamo Cabiria. Grazie per questa biografia di Bartolomeo Pagano.
    Buon 2010!

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