Il Fauno – Ambrosio 1917

il fauno
Il Fauno, disegno di Carlo Nicco

Il Fauno, produzione Ambrosio 1917, è una pietra miliare del cinema simbolista italiano. Febo Mari, regista-soggettista-sceneggiatore-interprete, utilizzando contemporaneamente risorse teatrali e cinematografiche, compone un racconto fantastico dove dimostra totale padronanza del mezzo e della messa in scena.

La fotografia di Giuseppe Vitrotti e la scelta delle inquadrature, fanno il resto. Alcune scene dello studio dell’artista, alla luce del camino, sono di una bellezza mozzafiato nell’uso del chiaroscuro, altrettanto le scene dell’idillio campestre.

Il film si apre e si chiude con il regista che recita un verso per presentare la sua storia (in cui appare anche come il Fauno), e lo stesso alla fine, tenendo un inchino finale.

La storia del Fauno è una variante della leggenda Pigmalione.

Una sera, lo scultore Arte (Vasco Creti) lascia Fede (Nietta Mordeglia), la sua modella, da sola nel suo studio con una statua in marmo di un fauno, simbolo di amore.

L’amore primo è il Mito della favola, / ha dalla faccia a l’anca, forme umane, / ha infisso sulla fronte un segno, un rudere / dell’arma dell’offesa. Ha nome il Fauno. / Poggia il peso del tronco sugli stinchi / del capro e sugli zoccoli forcuti. / Fu generato dall’amor di Fede / e formato dal pollice de l’Arte. / Ha l’anima di pietra e non ha torto.(1)

Lei si addormenta e sogna che la statua si anima. Fede ed il Fauno (Febo Mari) s’innamorano.

Il Fauno
Scena del film

Femmina (Elena Makowska), una ricca principessa, acquista la statua, Fede segue il carro di trasporto in campagna. La statua cade giù dal carro, si rompe, e prende vita. Il Fauno e Fede fuggono in campagna.

Così uniti, in un angolo di mondo / Che è come il paradiso della terra, / la Purezza e l’Amore – Fauno e Fede – / vivono i giorni della vita prima.(1)

L’idillio arcaico si svolge in una serie di bellissime località che si affacciano sul mare.

Una reggia non vale una capanna, / e le acque delle fonti e le radici / della terra, sapore hanno più buono / del sangue e della carne palpitante / che sanno di violenza e di delitto. / E quivi il sole luce al giorno oproso / e la pronuba tenebra protegge / il sonno di una notte di quiete. (1)

il fauno
Scena del film

Ma un cacciatore si accanisce su di loro, combatte con il Fauno, e gli spara. L’incantesimo è rotto, e il Fauno torna alla sua forma di marmo. Fede va dallo scultore e intercede per la statua, ma inutilmente. Esaurita da tanto sforzo, si addormenta.
Il Fauno di marmo piange. Fede, svegliandosi dal suo sogno, si rende conto che è passata soltanto un’ora (la durata approssimativa del film), e guarda con meraviglia la statua.

Il Fauno restaurato è stato presentato al Festival di Cinema Ritrovato durante il Congresso FIAF a Bologna nel maggio 1994. Non dico altro, un bellissimo film… Quando lo vediamo tutti?

I versi di Febo Mari contrassegnati (1) appartengono alla brochure di presentazione del film, con tavole disegnate da Carlo Nicco (prima immagine in alto).

Storia di una piccola parigina – Nero Film 1928

Questo non è un film italiano ma… quasi. Quando fu presentato due anni fa alle Giornate del Cinema di Pordenone, Lenny Borger scrisse che “fu uno dei primi (e più eleganti) esempi di quello che oggi potrebbe essere definito un europudding muto”, e cioè una equipe italo-tedesco-francese (la vicenda si svolge tra Parigi e Londra), che lavora per una produzione franco-tedesca. Ma quel che conta, scusatemi se lo metto in risalto, è la regia di Augusto Genina… ormai tutti sanno che io per questo signore ho un debole, e l’interpretazione spumeggiante di Carmen Boni.
Visto che non riesco a smuovere niente nelle burocratiche sfere degli archivi italiani, proviamo con i francesi. La copia è della Cinémathèque Française. Il titolo francese è: Totte et sa chance, quello tedesco: Der Sprung ins Glück, in italiano: Storia di una piccola parigina.
A Pordenone abbiamo visto il film con didascalie francesi, vi regalo la versione originale italiana:

Storia di una piccola parigina
Carmen Boni (Totte) e Andrè Roanne (Renato Gavart) in una scena del film

«Totte, manicure, carina, graziosissima, deve sostituire una vecchia ed occhialuta compagna presso i suoi clienti.
— Tutti uomini? — domanda la ragazza ala signora Rivolt.
Sfido, con quel naso da bulldog!
Totte incomincia il suo servizio. Gente serissima? La poverina è costretta di piantarne in asso di clienti! Ma fra essi ne capita uno il signor Renato Gavart, che piace anche a lei. Giovane, bello e di uno chic da sedurre perfino una mummia.
Renato ha un’amante che lo adora, almeno lui crede. Una sera dopo il teatro, giunge in casa del giovinotto il segretario di suo padre, il più ricco fabbricante di stuzzicadenti.
— Che c’è di nuovo, signor Laysel?
— Suo padre mi ha incaricato di consegnarle questa lettera urgente. Potrà leggerla domani, ma
io dovevo consegnargliela questa sera stessa…
Caro figlio,
Voi dovete partire immediatamente alla volta di New York per sposare la signorina Ester Von Krab, proprietaria di tutte le pescherie di perle della Sonda. Obbedite.
Vostro padre.
— Ah! sono rovinato! — esclama Renato. Mio padre vuol darmi moglie. Dovrò dare un addio alla vita!
Un’idea! L’amante di Renato è fertile d’idee:
— Di’ a tuo padre che sei ammogliato. Intanto ci sposiamo noi.
— Eh?
— Stupido! Un matrimonio per burla, s’intende. A Londra, in tre giorni, si può essere marito e moglie: in tre settimane tornare liberi.
— Ammirevole! Domani andremo a Londra.
Ma l’indomani. Renato scopre che la sua geniale consigliatrice lo inganna con un mostruoso figuro, e la mette alla porta. Però non abbandona il proposito di effettuare il matrimonio provvisorio. E pensa a Totte, così carina, così leggiadra.
Il domestico annuncia:
— La manicure.
— Buon giorno signorina Totte.
— Buon giorno, signore.
— Permette che io le faccia una confidenza?
— Si figuri…
— Sono innamorato di lei.
— Il signore vuole scherzare…
— Vuole sposarmi?
— Il signore vuole prendermi in giro…
— Se mi trova un marito possibile, partiremo subito per Londra, e ci sposeremo.
— Ma allora è proprio vero?
— Verissimo!
— Sarò sua moglie? Ma lei mi vorrà un po’ di bene? Io sono sola al mondo… Non avrò che lei…
E si sposarono a Londra dove si può essere marito e moglie in tre giorni, e tornar liberi in tre settimane. Poi tornarono a Parigi. Ma Renato non ha punto voglia di abbandonare la piccola parigina, che è la più deliziosa delle parigine.
Papa Gavart scopre il brigantesco tranello di suo figlio. Furente, corre a Parigi col suo segretario, il bonaccione Laysel, e riesce a separare i due coniugi.
Totte, quella mattina, dormiva ancora, quando fu svegliata bruscamente dal domestico.
— Il signor Laysel desidera parlarle.
Intanto, con suo grande stupore, Totte constata che il marito è scomparso.
— È partito per l’America, signora — la informa il candido Laysel. — No, non s’impensierisca… Il padre del signor Renato intende aggiustare le cose da gran signore. Questo appartamento, da oggi è suo…
Ma Totte gli scaraventa addosso tutto quel che le capita sotto mano. E Laysel se la batte.
In verità, Renato non era ancora partito, ma stava por partire per l’America. Lo accompagna il buon Laysel. che assiste al suo imbarco.
— Buon viaggio, buon viaggio, stimatissimo signor Renato…
Renato s’era imbarcato, aveva cambiato i suoi abiti con quelli di un marinaio ed era… tornato a terra.
Il miope Laysel aveva dunque salutato un falso Renato Gavart. Felicissimo di aver eseguito a puntino gli ordini del principale, Laysel si prepara a partire per Parigi.
Totte, intanto, per distrarsi. aveva seguito una sua sbrigliata amica, ex manicure anch’essa, agli stipendi di un infrollito vecchio milionario, in un tabarin di Montmartre, dove fa conoscenza di un omone brizzolato e quadrato, presentatosi col nome di Bouville.
Ma la folle gazzarra del tabarin acuisce invece la tristezza dell’abbandonata sposina. Totte prova una nausea insopportabile per tutta quella gente che si fabbrica l’allegria col jazz e con lo sciampagna.
— Voglio andar via! Voglio andar via!
Il quadrato Bouville la segue, e si offre di accompagnarla a casa. La vezzosa parigina lo interessa.
In auto, Totte si sfoga col brizzolato cavaliere.
— Voi troverete strano ch’io non abbia potuto resistere in quell’ambiente equivoco, non è vero? Ebbene voglio raccontarvi tutto di me. Voi mi sembrate una brava persona…
E Totte narra la sua storia di piccola e povera parigina. Ma quando ella nomina suo marito, Renato Gavart, il quadrato signore si scuote.
— Vi giuro, signore. — continua la sposina abbandonata — che gli ho voluto e gli voglio un bene grande, grande come tutto l’amore che c’è nel mondo. Voi siete commosso, signore… Si vede che avete un cuore. Non è così quel… mammalucco di suo padre.
Ma, intanto, Totte è giunta a casa sua, e vi entra con Bouville, il quale scorge, con sua grande sorpresa, abbandonati su di una grande poltrona del salotto, un soprabito, un paio di guanti e un bastone. Da sotto la tenda sbucano le scarpe di un uomo nascosto…
Corpo di uno stuzzicadente! Sollevando la tenda, Bouville che non è altri che papa Gavert. scopre Renato, suo figlio.
Totte sopraggiunge, e non vi so dire come rimane.
— Figlio mio, conosco la signora da due ore soltanto, ma ho già per lei la stima più illimitata. Tientela cara… Il suo cuore vale tutti i milioni della terra.
Poco dopo, giungeva il pacifico Laysel in casa dei Gavart.
— Ebbene, mio caro Laysel, come è andata? — gli domanda il principale.
— Tutto benissimo! A quest’ora vostro figlio naviga in pieno Oceano Atlantico verso l’America!
Ma gli sposini fanno capolino…
Laysel crede di sognare. Poverello, è proprio destinato a non imbroccarne una!»

Intervista a Carmine Gallone

La cavalcata ardente, Westi Saic 1925
Soava Gallone in La Cavalcata Ardente, Westi-SAIC 1925

Roma, marzo 1925

— Prima domanda, allora: come giudichi tu la presente situazione cinematografica nazionale?

— In maniera ancora molto sconfortante. Siamo in crisi tuttavia: se non acutissima come qualche tempo fa, certo sempre grave e dolorosa. Qualche tentativo di risveglio si fa palese nel nostro grigio e monotono ambiente: ma sono. Tentativi sporadici, sebbene compiuti con evidente e tenace passione. Vedi: noi attendevamo il miracolo: e il miracolo, purtroppo, non è avvenuto.

— Le ragioni?

— Sono molte: fra le quali, primissima la mancanza di una organizzazione intelligente, operosa e fattiva, cosi nel campo produttivo come in quello commerciale: o, per meglio intendersi nel campo che riflette il collocamento all’Estero dei nostri films. Perché, come sai bene, la fortuna dell’Industria cinematografica italiana è sopratutto sui mercati stranieri: poggia sulla vendita oltre i confini della Nazione. L’Italia non è sufficiente a coprire il prezzo di costo dei lavori che vi si producono. È sempre stato così: ed oggi più di prima e più che sempre.

— Allora tu non vedi la possibilità di uscire dal giro vizioso nel quale ci inseguiamo da tanto tempo senza conclusione alcuna?

— Ma certo: una via d’uscita c’è. E sicurissima. Però questa è la mia opinione: chiara, netta, indiscutibile: « per risolvere la crisi è vano pensare alle sole forze nazionali… ».

— Una intesa internazionale, dunque?…

— Proprio così: hai detto giustamente.

— Se ne discute da molto: ma senza concludere, o concludendo mollo poco.

— E pure in questa intesa è la fortuna, è la salvezza della cinematografia italiana. Pensa un poco: lo sforzo che, in questo periodo di tempo, sta compiendo la «S.A.I.C.» è veramente meraviglioso, altamente lodevole, profondamente patriottico. Ma non basta. Solamente con l’intesa internazionale, con l’adesione alla Lega Internazionale (direi quasi) della « Westifilm » si potrà fare non qualche cosa, « ma molto ». L’Europa può bloccare l’America, perché questa è la concorrente più agguerrita che ci troviamo di fronte.

— Pensi che ci si potrà riuscire?

— Ne sono convintissimo: ma bisogna serrare le file, organizzare, stringere più saldi rapporti di collaborazione: realizzare, insomma, una collaborazione cordiale, viva, appassionata fra noi e il grande Consorzio internazionale tedesco di cui t’ho poc’anzi fatto il nome. E riusciremo nell’intento, grazie anche alla nostra genialità e alle nostre infinite risorse d’ogni genere.

— E poi se non mi sbaglio, bisognerebbe operare una cernita risoluta e senza indulgenza fra tutti coloro che si sono occupati e si occupano di cinematografia. Non ti pare?

— La cosa è di lapalissiana evidenza. Del resto, per ottenere una produzione d’arte, nobilissima begli intendimenti e pregevole nei risultati, la selezione è una premessa logica di quest’ultima. I mestieranti, le nullità, improvvisatori – ai quali si deve lo stato attuale dell’Industria nazionale – devono essere scartati senza pietà. E’ una operazione che s’impone nella maniera più rigorosa e nel modo più sollecito. E si sta compiendo, a poco a poco.

— Ancora qualche domanda, e poi ti lascio libero. Hai ultimato La cavalcata ardente?

— Sono pressoché al termine.

— Sei contento di questo tuo ultimo lavoro?

— Contentissimo. Sono certo che riuscirà un film molto bello e di successo sicuro.

— Oltre tua moglie Soava, quali sono gli altri interpreti della tua opera?

— Ciro Galvani, De Gravonne e Emilio Ghione. Si tratta di un brano storico dell’epoca garibaldina. Il film è stato girato in parte anche a Napoli, con grandi masse.

— E per l’avvenire?

— Ho in corso di trattative una combinazione internazionale per l’esecuzione di un film che dovrebbe costare oltre un milione di dollari.

— E sarebbe?

— Non posso dirti ancora nulla. Abbi pazienza. Si tratterebbe di una cosa meravigliosa, ma per il momento devo tenere il segreto.

— Comprendo il tuo riserbo. E speriamo che la fortuna ti assista. Ricordami, con particolare affetto deferente, a donna Soava. E scusami del disturbo.

— Di nulla, caro Lega. Una stretta di mano e poi ho lasciato Carmine Gallone al suo lavoro.
Giuseppe Lega (Il Corriere Cinematografico, 14 marzo 1925)
(Cinema muto italiano storia di una crisi 3)