Intorno a Rapsodia satanica (V)

Lyda Borelli in Rapsodia satanica, copertina del N.Y. Dramatic Mirror, settembre 1914
Lyda Borelli in Rapsodia satanica, copertina del N.Y. Dramatic Mirror, settembre 1914

MARZO 1915

Recite della compagnia Fert a Verona: “la compagnia Fert tiene ora il teatro Ristori, con molta fortuna e successo. Il nome di Novelli e della Borelli, è una etichetta di efficacia grandissima per una compagnia drammatica, che è poi composta di elementi di primissimo ordine come il Baghetti, il Bertramo, il Calò, la Novelli, la Rossetti. Ogni spettacolo è montato con vigili cure, anche nei particolari della messa in scena veramente superba. La Borelli è seralmente fatta segno a vive dimostrazioni di simpatia con i suoi degni compagni ed il pubblico non dimentica, negli applausi, il Novelli. La compagnia iniziò la breve stagione con Divorziamo; poi diede Il ridicolo, di Ferrari; ieri sera Salomè con due sciocche farse, e questa sera Goldoni e le sue 16 commedie. Il teatro e sempre esaurito e Federico Rovato è di ottimo umore. Sfido io! … Navigando col vento in poppa…
(La scena di prosa, 13 marzo 1915)

Rapsodia satanica
La Tribuna pubblica un lungo articolo del suo critico teatrale Mario Corsi, su Rapsodia satanica il film della Cines, musicato da Mascagni, e ne dice tutto il bene possibile. Noi siamo lieti di questa sintomatica intromissione della stampa quotidiana nella nostra arte: fino a ieri non erano apparsi sulle gazzette che articoli a pagamento mascherati da false sigle; è questa la prima volta che compare un articolo di libera critica su un quotidiano.

Stralciamo il brano più interessante : « Forse domani gli esteti del melodramma musicale grideranno al sacrilegio: scagneranno la loro dialettica contro l’arte applicata al cinematografo, all’ industria… Ma a noi non pare che possa parlarsi d’industria nuda e cruda, là dove un poeta e commediografo come Fausto M. Martini ha fornito un poemetto pieno d’intensità lirica e drammatica: un compositore come l’autore di Cavalleria rusticana, ha profuso il suo canto musicale, un’attrice come Lyda Borelli ha offerto la potenza della sua mimica, ed animatore, iscenatore della poetica vicenda drammatica è stato un artista raffinato come Nino Oxilia, il noto commediografo di Addio giovinezza, di Zingara e di La donna e lo specchio.

In questa Rapsodia satanica l’Oxilia ha raggiunto veramente degli effetti artistici nuovissimi. Egli ha tagliato le sue scene come quadri pittorici: quadri che hanno una vita e una composizione loro propria».

E dopo avere ancora esaltata l’intensa, magnifica interpretazione di Lyda Borelli, conclude dicendo che Nino Oxilia ha così dimostrato quanto un artista di grandissimo ingegno come egli è, abbia potuto « trarre da una materia non ancora raffinata, da un vocabolario di figure ancora incompleto e monocorde. E l’artista ci ha provato che non c’è lingua la più semplice e la più rozza che non possa avere il suo poeta; non c’è creta la più aspra al pollice, la meno malleabile e plastica in cui non si possa infondere un soffio di arte ».
(La Vita Cinematografica, 30 marzo 1915)

André Habay, il primo attore della Celio che sin dall’agosto scorso era accorso in Francia a compiere il suo dovere di soldato, è presentemente a Roma.
(La Vita Cinematografica, 30 marzo 1915)

APRILE 1915

Esce sugli schermi Fior di male, soggetto e messa in scena di Nino Oxilia.

Stagione al Carignano di Torino della compagnia Fert, La donna nuda e la Salomè tra i lavori.

Le nozze dei Centauri
Lyda Borelli fu stupendamente bella sotto le vesti di Stefania. I costumi mirabili di Caramba diedero evidenza al flessuoso concerto delle linee del suo corpo, mentre lo sguardo ammaliava sotto la calura delle chiome bionde. E nella persona e nel volto e nella voce, fu una Stefania insostituibile.”

Spettacolo scenari di Bini su bozzetti del pittore Montedoro.

La poesia delle vesti
Le vittorie della eleganza, i trionfi della bellezza, le conquiste dell’arte, non bastano più al desiderio di Lyda Borelli. Oggi vuol mietere nuovi allori scrivendo.

E ha scritto una prefazione a un libro di Mario Carli, intitolato Retroscena. Il quale Mario Carli ha dedicato alla sua volta il libro «alla divinità di Lyda Borelli, per gratitudine di poeta, perché essa ci ha rivelato una poesia che ignoravamo — la poesia delle vesti — e ci è apparsa come il prodotto tragico e vittorioso di un secolare lavorio di selezione e di raffinamento, perché ella è, insomma, la nostra modernità, la donna del nostro tempo».

La Borelli, nella sua prefazione, fa sapere che il romanzo del signor Mario Carli le ha prodotto una strana impressione, quella di riscontrare nell’autore « una sensibilità — o meglio delle sensazioni — di carattere quasi femminile», e afferma che si sente perfettamente d’accordo con Carli nel ritenere le vesti, le eleganze femminili, tutto infine il fantastico e complicato, ed affascinante mondo che è la guardaroba di una donna, materia e motivo di poesia.

Già, illustre e bella amica, la poesia del mannequin!

La compagnia Fert, da Venezia parte alla volta di Torino.
(La scena di prosa, 30 aprile 1915)

MAGGIO 1915

24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria.

Lyda Borelli e la Cines. La Cines ha ultimato, in questi giorni, la riduzione cinematografica di Bosco sacro, protagonista la Borelli la quale però è rimasta così poco soddisfatta di… se stessa da sentirsi indotta a proibire la proiezione della pellicola.

La gentile attrice compenserebbe la Cines con l’esecuzione gratuita di un altro lavoro.

Sotto la bandiera nemica. E’ questo il titolo di un bel lungometraggio di palpitante attualità che la Cines ha pressoché condotto a termine, autore e maestro di scena il valoroso Oxilia. Della film non mancano che due scene per l’esecuzione delle quali la Cines attende il nulla osta della Prefettura.
(La Cinematografia Italiana ed Estera, 30 maggio 1915)

Programma Rapsodia satanica 1915
Programma Rapsodia satanica 1915

GIUGNO 1915

La Cines ha chiuso provvisoriamente dopo aver licenziato tutti i suoi scritturati. Sembra però che voglia richiamare alcuni di essi per l’esecuzione di qualche lavoro di attualità.

Il barone Alberto Fassini è stato, a sua domanda, richiamato a prestare servizio militare nella marina con il grado di tenente di vascello. In luogo del barone Fassini, è stato assunto il Signor Carlo Amato.
(La Cinematografia Italiana ed Estera, 15 giugno 1915)

SETTEMBRE 1915

La Cines ridurrà per il cinema La Falena di Henri Bataille e la Marcia nuziale, interprete la Borelli.

OTTOBRE 1915

Esce sugli schermi Papà, messa in scena di Nino Oxilia.

DICEMBRE 1915

Escono sugli schermi Ananke ed il Il sottomarino n. 27, messi in scena da Nino Oxilia.

GENNAIO 1916

Lyda Borelli per l’anello di guerra. Cedendo ad un cortese invito rivoltole dal pittore cav. Enrico Guazzoni a nome dell’Associazione fra i Romani, Lyda Borelli ha concesso di posare in una breve film per presentare ai frequentatori del cinematografo l’anello di guerra che tanto fervore ha incontrato in tutta Italia.
(La Cinematografia Italiana ed Estera, 30 gennaio 1916)

Alla Cines si è posto fine a Odio che ride, a cui ha tenuto mano con la sua nota perizia Nino Oxilia.

André Habay, il reputato attore francese così noto nell’arte cinematografica italiana, per essere stato il primo attore delle films della Borelli La Falena e Rapsodia satanica, è intento a preparare, nel teatro della Parioli Film, un cinedramma passionale a sensation.
(Apollon, marzo 1916)

MAGGIO 1916

Esce sugli schermi Amica, messa in scena di Enrico Guazzoni, musica di Mascagni.

LUGLIO  1917

“Tre anni fa — quando si cercavano tutti i mezzi per rendere il cinematografo meno muto di quanto sostanzialmente fosse (il fonografo era maggiormente, ma invano, presso d’assalto) — la Cines pensò di contribuire all’elevazione intellettuale dell’opera cinematografica, con saggi di arte-cinema-lirica nuovissimi, concepiti e condotti con intendimenti di seria ricerca.

Furono così annunziate tre opere e cioè il Christus di Fausto Salvatori, che abbiamo visti, la Rapsodia satanica di Alfa e Fausto Maria Martini, apparsa ier l’altro al pubblico della vasta sala dell’Augusteo, e il Garibaldi, di Enrico Ferri, che doveva musicare anche Mascagni e che poi abortì perché si racconta che il maestro fosse sdegnato di non incontrare nella visione eroica dell’ex socialista furibondo un viso di donna.”
(Il Cinema Illustrato, 7 luglio 1917)

SETTEMBRE 1917

Esce sugli schermi L’uomo in frack: “Soggetto e messa in scena di Nino Oxilia; l’ultimo lavoro cinematografico di colui che fu il primo degli scrittori italiani a dedicarsi alla cinematografia e che la fede più viva ripose in questa nuova manifestazione d’arte”.
(La Cine Fono, 31 gennaio 1918)

Amleto – Rodolfi Film 1917

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Amleto, Rodolfi Film (1917), disegno di Carlo Nicco

Film ritrovato presso la Cinémathèque de Toulouse, restaurato e presentato per la prima volta (dopo il ritrovamento) alla XX Mostra Internazionale del Cinema Libero (Il Cinema Ritrovato), Bologna 1991.

L’interprete del ruolo di Amleto è Ruggero Ruggeri: « Il grande attore tragico, che la critica ha paragonato a Tommaso Salvini e a Ernesto Rossi, ha acconsentito a lasciarsi ritrarre nel suo cavallo di battaglia ». Questo l’annuncio ufficiale della Rodolfi Film in occasione dell’anteprima al Cinema Teatro Vittoria di Torino il 3 dicembre 1917 « alla presenza delle attrici e degli attori della Compagnia Ruggeri e della Compagnia Borelli-Piperno, che si trovavano sulla piazza per svolgere corsi di recite, rispettivamente al Teatro Carignano e al Chiarella, suscitò una profonda impressione e fu accolta coi segni del più vivo entusiasmo », al giorno seguente « la prima visione pubblica del film fu seguita con la più religiosa attenzione, e applaudito anche a… schermo aperto. Le repliche proseguirono per una quindicina di giorni (moltissimo per quei tempi), sempre a teatri esauriti ». Pochi mesi prima, nel luglio 1917, Ruggero Ruggeri e la sua compagnia drammatica, con Vera Vergani prima attrice, aveva recitato l’Amleto al Politeama Chiarella di Torino. Secondo Leonardo Bragaglia, fu allora che Eleuterio Rodolfi invitò Ruggeri « ad essere Amleto anche sullo schermo per la propria casa cinematografica. In quella film, Mercedes Brignone sosteneva il ruolo della regina Gertrude, madre di Amleto, mentre il ruolo di Ofelia veniva impersonato dalla gentile signorina Elena Makowska.»

Dalle poche fonti critiche disponibili sembrarebbe invece che il film non ebbe molto successo: « Ecco: vorrei domandare all’arguto Rodolfi qual mai cattivo Genio gli ha ispirato la brutta idea di ridurre per lo schermo questa macchinosa opera teatrale, e vorrei domandargli anche per quali miraggi di successi veramente artistici egli si accinse a questa inutile fatica. Perché è fuori ogni dubbio che l’Amleto non potrà mai e poi mai incontrare, sulla tela bianca, sincere approvazioni, ma soltanto delle effimere condiscendenze (…) Amleto andava lasciato dov’era. Nelle biblioteche polverose e nella stagionata memoria di professori occhialuti. O tutt’al più si poteva permettere al comm. Ruggeri di recitarlo ancora una volta (ma non davanti all’obiettivo della macchina da presa) e provarci così il suo coraggio e la sua audacia. Ma nel cinematografo non doveva metterci piede. Sono denari sprecati ed energie sprecate.» Così Jors (Giuseppe Lega) in La Cine Fono, dicembre 1917, che forse non è informato dell fatto che l’Amleto di Shakespeare, interprete Ruggero Ruggeri, è uscito dalle polverose biblioteche da circa due anni, ed il cinema italiano ha ripreso più volte il personaggio, prima di questa versione.

Per certi versi, Shakespeare, Amleto e Ruggero Ruggeri sono in quel momento al centro dell’attualità… e delle polemiche.

La riduzione di Ruggero Ruggeri per la scena di prosa nel 1915 aveva già sollevato alcune critiche, come ricorda Leonardo Bragaglia: « le più aspre, che (Silvio)D’Amico rivolge all’Amleto di Ruggeri sono però sue obiezioni alla Regìa, alla scelta della traduzione adottata, ai tagli e alle licenze; sono riserve alla distribuzione dei ruoli nella sua Compagnia (Vera Vergani come Ofelia, il Polonio di Martelli, il ruolo di Orazio sostenuto da una donna: per evidenti necessità di ricoprire venti ruoli maschili).» Ma la più inopportuna arriva a poche settimane della prima del film a Torino. Il 31 gennaio 1918, Diego Angeli, autore della versione italiana di Amleto che Ruggeri aveva portato sulle scene di prosa, in un articolo intitolato ‘Per l’offerta a Roma di un monumento a Shakespeare’, scrive: « Da noi Guglielmo Shakespeare è conosciuto per quel tanto che Gustavo Modena, Gustavo Salvini ed Ernesto Rossi ce ne avevano fatto vedere. E cito questi tre nomi non a caso: poché sono costoro che hanno importato le figure shakespeariane sulle scene italiane. Gli scarsi attori che sono venuti dopo di loro, non hanno fatto che ripetere con qualche magra modificazione formale cià che essi avevano ideato. Uno Shakespeare romantico cioè che corrispondeva perfettamente al gusto e alle tendenze del pubblico di allora, ma che oggi non è più quello che noi vorremmo vedere. Né i rifacimenti ultimi sono tali da educare il pubblico intorno a quel prestigioso teatro. Si è visto, per esempio, Ruggero Ruggeri aggiungere lui, per conto suo, una scena inventata di sana pianta…».

amleto ruggero ruggeri
Ruggero Ruggeri in Amleto

Il 10 febbraio 1918, con il titolo Palinodia amletica, Ruggeri pubblica sullo stesso Giornale d’Italia una lunga lettera indirizzata a Diego Angeli: « Signor Direttore, solo oggi mi vien messo sott’occhio l’articolo di Diego Angeli: Per l’offerta a Roma di un monumento a Shakespeare pubblicato in uno degli ultimi numeri del Giornale d’Italia. Come in questo articolo vi è qualche frase che mi riguarda così le sarò grato se vorrà concedermi un po’ si spazio per rispondere.

Mi avvedo di aver dato a Diego Angeli, traduttore di Shakespeare, una grave ragione di amarezza il giorno – sono ormai passati tre anni – che rappresentai Amleto.

Difatti da quel giorno non mi ha più lasciato, ed appena anche lontanamente gli se ne offre l’opportunità, il nuovo traduttore di Shakespeare la coglie al volo per sfogare con tono di superiorità e di compianto il suo rancore – rancore si sacerdote che ha visto maltrattato il suo Dio, beninteso – contro questo povero attore che si è accostato a Shakespeare senza capirne nulla.

La sua ossessione è, a quanto sembra, l’ultima scena del quinto atto nella quale io, Amleto, ritorno solo sulla tomba di Ofelia a spargere fiori.

E’ questa, non vi ha dubbio, una licenza: ma è anche vero – e Diego Angeli, traduttore di Shakespeare, amo credere non lo ignori – che essa non è mia: bensì di Herbert Tree, l’illustre attore che in Inghilterra è considerato, morto Irveng, come il più alto e degno interprete del Poeta.

Il Tree stesso in un suo libro pubblicato or è qualche anno – Thoughs and after thoughs – ne fa la particolareggiata descrizione, motivandola sol voler rendere più esplicito l’amore reale di Amleto per Ofelia e al fine di accertare questo lato della figura di Amleto.

In Inghilterra nessuno ha gridato allo scandalo – forse perché in Inghilterra traduttori di Shakespeare non ve ne sono – e il Tree, più fortunato di me non ha trovato un critico che ad ogni trimestre in questo o quel giornale versasse lacrime sulla profanazione e sarcasmi sulla bestialità del commediante.

Ma questo passi: Diego Angeli, traduttore di Shakespeare, afferma che io ho ‘deformato il concetto di autore’: non lo dimostra, è vero; ma io voglio anche ammettere che il concetto dell’autore si sia rivelato alla sua intelligenza e sia rimasto inaccessibile alla mia: egli ha la penna in mano, scriva dunque quello che vuole della mia interpretazione.

Ma perché Diego Angeli aggiunge, con ironia piena di compatimento: “ma bisognava fare effetto e avere il piccolo trionfo personale di fine d’atto?”.

No, signor Angeli, questo no, questo non stà bene: ella dica, se crede, che ho sbagliato, ma non faccia apprezzamenti astiosi che vorrebbero infirmare la serietà del mio lavoro sulla scena.

Io non ammiro le sue traduzioni: l’ho anche detto, ma non mi sarebbe mai passato per la mente di dire – per esempio – che lei traduce Shakespeare soltanto per ricevere da un editore una larga retribuzione: se quanto io so di lei non mi dà nessuna plausibile ragione di pensare una cosa simile, altrettanto nella mia vita d’arte nulla autorizza lei a trattarmi da mestierante e da ciurmadore.

Prosegua pure Diego Angeli nelle sue deplorazioni: bimensili o trimestrali che siano: compatisca fin che vuole la mia pochezza, ma non tocchi quella che io considero la correttezza, l’onestà del mio lavoro, che consiste nel non fare mai nulla di cui io non sia convinto e di non volgere mai a profitto personale le ragioni di una interpretazione per modesta che sia.
Ruggero Ruggeri ».

Naturalmente, a questa lettera di Ruggeri non mancò una risposta di Diego Angeli. Per leggere il seguito: Ruggero Ruggeri, di Leonardo Bragaglia, Trevi editore 1968.

Non so se nell’Amleto della Rodolfi Film c’è la scena dei fiori sulla tomba di Ofelia (adattazione cinematografica del Prof. Avv. Carlo Chiaves), perché non ho avuto la possibilità di vedere il film. Ma spero di aver creato con questo post un minimo di curiosità…