Salambò, Aubert – Sascha Films 1924

Rolla Norman (Matho) in Salambò (1924)
Rolla Norman (Matho) in Salambò di Pierre Marodon (1924)

« C’était à Mégara, faubourg de Carthage, dans les jardins d’Hamilcar. Les soldats qu’il avait commandés en Sicilie se donnaient un grand festin pour célébrer le jour anniversaire de la bataille d’Eryx et, comme le maître était absent et qu’ils se trouvaient nombreux, ils mangeaient et ils buvaient en pleine liberté…»

Ainsi commence le roman célèbre de Gustave Flaubert, ainsi débute l’adaptation cinématographique que Pierre Marodon a tirée de l’ouvrage, film qui voit pour la première fois les feux de… l’écran, ce vendredi, sous la coupole de notre théâtre national de l’Opéra.
(Cinémagazine, 23 Octobre 1925)

La leggenda del velo sacro della dea Tanit e di Salambò figlia di Amilcare, narrata da Gustave Flaubert nel celebre romanzo, aveva già attirato l’attenzione dei “cinematografisti” italiani dieci anni prima. Infatti, la prima versione cinematografica di Salambò girata dalla Pasquali & C. di Torino in seguito ad un accordo con l’americana Photodrama & C. di Chicago è del 1914: messa in scena di Domenico Gaido, principali interpreti Suzanne De Labroy, Mario Guaita-Ausonia, Cristina Ruspoli, Egidio Candiani. Questa versione è disponibile in dvd.

Per ragioni tecnico-economiche la versione del 1924, una coproduzione Aubert-Sascha Films, è stata girata a Vienna, benché buona parte delle scenografie siano state costruite a Parigi e quindi trasportate in Austria. Il regista Pierre Marodon, intervistato da Jean De Mirbel di Cinémagazine, afferma di aver assoldato per la realizzazione del lavoro fino a diecimila comparse per volta:

Parlando della lavorazione, egli ha confessato pure di aver adoperato molto spesso persino dodici operatori contemporaneamente, riuscendo così, fra l’altro, a fotografare anche magnifiche scene di cariche di cavalleria e di masse enormi superiori di molto a tutte quelle fin qui impiegate.

Per la battaglia, per esempio, ha girato 3000 metri di pellicola, dei quali, dopo laboriosa scelta, soltanto 250 sono stati conservati nel montaggio definitivo. Per le scene di massa sono stati adoperati 3500 equipaggiamenti completi, 2000 lance e giavellotti, centinaia di macchine da guerra appositamente costruite ed una infinità di oggetti guerreschi d’ogni sorta. Durante lo svolgersi dell’azione poi, il verismo ha voluto anche innestarsi nella finzione: una quarantina di “combattenti” vennero realmente feriti. Più impressionante per la sua maestosità, per la sua grandezza e per la sua fedeltà nella riproduzione le costruzioni del palazzo di Amilcare. La superficie che esso ricopriva è press’a poco quella di Piazza della Concordia a Parigi, l’edificio delle quattro grandi terrazze riunite per mezzo di grandiose scale monumentali, s’elevava per ben quaranta metri dal suolo. E volendo, si potrebbe continuare in questa documentazione varia ma interessante sulla grandiosità del film.

L’interpretazione del personaggio principale (Salambò) è stata affidata da Pierre Marodon ad una giovane artista francese che fino a ieri aveva lavorato solo in America: Jeanne de Balzac ma che, pur giungendo nuova presso di noi, saprà senz’altro conquistarsi le più grandi simpatie del pubblico italiano per la sincerità e per la bellezza della sua arte superiore, senza contare poi che il suo stesso cognome (Balzac) ricorda l’autore di quella Commedia umana, dal successo mondiale tanto nel campo letterario che in quello cinematografico, e non può a meno di destare una viva curiosità allorquando si sappia che esso non è uno pseudonimo e come l’attrice sia davvero imparentata per parte di sua madre al grande scrittore francese.
(da Films Pittaluga)

Il film, come il romanzo, inizia nei giardini di Amilcare a Megara, sobborgo di Cartagine, nel 250 avanti Cristo:

Il generalissimo cartaginese, scontento di non esser stato sostenuto nella sua lotta contro Roma, è scomparso dopo aver rinviato a Cartagine i suoi famosi mercenari, vincitori delle legioni dell’Urbe, i quali, per celebrare l’anniversario della battaglia di Erya hanno organizzato un grande festino nei giardini del loro capo.

Ad un tratto, l’enorme massa scura del palazzo di Amilcare si rischiara e sulla più alta delle quattro terrazze che formano i quattro piani della costruzione, collegate fra di loro da una grande scala, appare una donna.

È Salambò, la figlia di Amilcare.

Lentamente discende le tre più alte scalinate, si arresta sull’ultima terrazza e, a testa china, guarda i soldati. Dietro a lei da ogni lato, due lunghe file di uomini: sono i sacerdoti eunuchi del tempio di Tanit.

L’apparizione improvvisa attira gli sguardi dei soldati, ma fra tutti, due uomini contemplano la scena con maggiore intensità: sono Matho, capitano libico dalla statura colossale e dai corti e neri capelli crespi, e Narr’ Havas, giovane capo numida.

Salambò intanto, getta uno sguardo intorno per scegliere quello che tra i soldati meno le dispiacerà, ed il suo sguardo si arresta sopra Matho. Avvicinandosi a lui, riempie di vino una coppa e gliela offre. Il barbaro, lusingato, sta per bere, ma Narr’ Havas con un gesto violento e improvviso lancia un giavellotto e inchioda al tavolo il braccio che reggeva la coppa. Scoppia una lite violenta, durante la quale Salambò sparisce.

Due giorni dopo i mercenari, lasciata la villa di Amilcare, installano il loro campo davanti a Sicea. Matho, trovandosi di fronte Narr’ Havas vorrebbe ucciderlo ma questi lo calma dicendo che al suo atto di due giorni prima era stato spinto dall’ubriachezza.

I giorni passano senza che giungano notizie da Cartagine, mentre Matho è perseguitato dal ricordo di Salambò. Ecco però che un giorno arriva un uomo ferito raccontando come 330 frombolieri siano stati sorpresi e sterminati dai cartaginesi. Furiosi i mercenari decidono di tornare a Cartagine e Matho, folle di gioia, li precede seguito da Spendius, schiavo greco liberato la notte del festino al palazzo di Amilcare. E allora Spendius dice a Matho:

— Nel santuario di Tanit vi è un velo sacro che avvolge la statua della dea. La leggenda vuole sia caduto dal cielo e Cartagine è potente perché lo possiede. Sotto pena di morte è proibito toccarlo o soltanto guardarlo. Ma tu vieni con me: ti impossesserai del velo e sarai più forte di Cartagine.

Matho accetta e riesce a carpire il velo. E subito dice:

— E se andassi da colei che non posso dimenticare? Non ho più paura della sua bellezza. Che potrebbe contro di me or che sono il più forte degli uomini?

Spendius cerca di trattenerlo, ma Mathos corre verso la camera di Salambò e la sveglia.

— Cosa vuoi? — chiede lei.

— Guarda: è il velo della dea — risponde Matho. — Sono andato a cercarlo per te nel tempio… Ti amo!

Apprendendo il sacrilegio la principessa si spaventa e chiama gli schiavi che accorrono e vorrebbero uccidere Matho, ma poi, come obbedendo a una forza più potente della sua volontà, lo salva…

Per vedere il film, che segue abbastanza fedelmente il racconto di Flaubert, s’impone una visita agli Archives Françaises du Film (Bois d’Arcy; CNC à la BnF ; Postes de consultation multimédia INA/CNC). Prima o dopo il film, vi consiglio la visione di Carnet de notes autour de Salammbô, cortometraggio girato (sicuramente) dal direttore della fotografia Léonce-Henri Burel nel corso delle riprese.

Buona visione!

Salammbô, Pierre Marodon 1925

Jeanne de Balzac dans le rôle de Salammbô
Jeanne de Balzac dans le rôle de Salammbô

Comment le grand film français Salammbô fut réalisé à Vienne

Paris, août 1925

Pour la seconde fois, le théâtre national de l’Opéra ouvrira, le 15 octobre prochain, ses portes toutes grandes à un grand film français. La représentation de Salammbô, réalisée par M. Marodon, éditée par M. Louis Aubert, marquera dans les annales de la cinématographie mondiale. Comme pour le Miracle des Loups, M. Roché a voulu qu’une partition originale accompagnât la belle féerie de la lumière; le célèbre compositeur M. Florent Schmitt a été chargé de ce travail.

C’est à Vienne que le film de Salammbô fut réalisé; M. Louis Aubert et M. Marodon choisirent la capitale autrichienne, parce qu’un vaste studio, admirablement agencé, était nécessaire pour la création de l’immense fresque. On a, pour une fois, égalé les Américains, si on ne les a pas surpassés. Qu’on juge! Pour la Fête Barbare, conforme à la description de Flaubert, plus de 2.000 figurants évoluèrent dans un mouvement prodigieux. Cette fête seule a coûté 150.000 francs, le prix que coûtait un grand film, il y a quelques années. Dans la fameuse bataille de Macar, Marodon a opposé des milliers d’hommes, dans un paysage d’une impressionnante grandeur. Voici son bulletin de victoire:

Vienne, 25 octobre — Suis arrivé à réunir et équiper plus de 3.000 figurants. Bataille, de l’avis unanime, très réussie. Malheureusement, près de cinquante artistes blessés par jeu intense. Obligé parfois refréner ardeur de tous.

Le matériel utilisé dans cette bataille était énorme: 3.500 équipements complets, 2.000 lances et javelots, 2.000 boucliers et pavois, des centaines d’engins et machines de guerre de toutes sortes, sans parler des fameuses trirèmes carthaginoises, que Marodon avait fait construire d’après la description de Flauvert.

Naturellement, les rudes journées de combat furent égayées par des aventures comiques qu’Henri Baudin (Spendius) se plaîy à conter. Ecoutons-le:

(…)

 

“Vous savez que le personnage de Spendius, Grec poltron et rusé, est peu habillé. Or, un soir, nous devions, toute une troupe d’esclaves et moi, sortir de l’Ergustal. Tout était prêt, mais la neige, qu’on avait pas commandée, tombait drue et tenace. Il fallait cependant sortir: on se décida, et toute la troupe, courageusement, sortit sous la neige, à deux heures du matin. Or, on était presque complètement nus. Il y avait de quoi attraper la mort. Quant à moi, j’en fus quitte pour une rhume de cerveau. Et on était en octobre. Mais, à Vienne, l’automne est parfois très rigoureux. Et, à Paris, pendant ce temps, il faisait très beau. C’est dans ces moments-là qu’on regrette son pays”, conclut Spendius avec mélancolie.

De son côte, la belle Jeanne de Balzac, qui sera une inoubliable Salammbô, nous dit: “Vous n’imaginez pas la joie que j’ai éprouvée à interpréter, sous la direction magistrale de Pierre Marodon, l’héroïne de Flaubert. Ce merveilleux rôle a encore bénéficié d’une réalisation incomparable. Les décors, les costumes, l’ampleur des masses, les éclairages, tout nous promet un film unique et aussi émouvant par le sujet que somptueux par l’exécution.

M. Pierre Marodon attend avec confiance la représentation du 15 octobre: “On dira ce qu’on voudra de mon film, mais je revendique hautement cette qualité: la conscience, le respect de l’œuvre du Maître. On a bien voulu me dire, et M. Aubert le premier de tous, que j’avais gagné la terrible partie. Alors, si je l’ai gagnée, je puis le dire, c’est avec la foi, avec la très ferme volonté de faire une œuvre sincère, scrupuleusement fidèle. Quelqu’un me parlait d’inspiration tout à l’heure, soit! J’ai senti, en effet, que j’étais inspiré par le livre de Flaubert. Je l’avais appris par cœur et, durant des semaines, je l’ai porté en moi, complétant ainsi peu à peu la vision intérieure que je devais, par la suite, traduire en images vivantes et mouvantes.

“Mes interprètes mériteront tous demain leur part du succès. Jeanne de Balzac, Henri Baudin, Victor Vina, James Liévin ont campé leur personnage avec une science plastique et mimique, avec aussi une volonté de bien faire qui me facilitèrent grandement ma tâche. Rolla Norman est un Mathô magnifique. Grâce à lui, dans les scènes de la fin, ce long calvaire de souffrance, semble passer un souffle sophocléen. Il y a là tout un déchaînement d’humanité lâche et cruelle contre la faiblesse d’un homme vaincu. J’avais dit à la foule des figurants: “Cet homme, on vous l’abandonne; il marche à la mort, et c’est vous qui le martyrisez. Déchirez-le de vos ongles, arrachez-lui les cheveux, ne lui laissez que les yeux pour pleurer!”

“Les figurants ont joué leur rôle avec une ardeur parfois excessive, qui obligea par trois ou quatre fois le brave Rolla à se fâcher. Et c’est le corps tout couvert de meurtrissures, d’égratignures sanglants, le visage effroyablement méconnaissable, qu’il parvint au bout de son calvaire, au trône de Salammbô, devant lequel, s’efforçant de sourire, il s’effondrait. Je ne parle de cette page, dont on a bien voulu reconnaître la puissance, que pour louer le talent de l’interprète et l’effort formidable de conscience artistique qu’il a fourni là. Avec de pareils collaborateurs, comment douterait-on de la victoire?”
(Ciné-Miroir)

L’agguato della morte di Amleto Palermi 1919

L'agguato della morte
Inserzione pubblicitaria (In Penombra, Roma, febbraio 1919)

Cinedramma straordinario in 4 parti.
Soggetto e messa in scena di Amleto Palermi.
Interpreti: Thea, Ugo Piperno, Giuseppe Piemontesi, Amedeo Ciaffi, Xam Derling, Max di Brabante.

Una lettera del Tenente di Villarosa aveva prevenuto il Principe di Belfiore, suo cugino, che una donna misteriosa, rassomigliante straordinariamente alla principessa Dusnella, sua consorte, era stata sorpresa ad aggirarsi, di notte e in compagnia di un soldato, nei pressi del forte Colleverde.

I due personaggi misteriosi, diceva la lettera, erano riusciti a fuggire; ma un cammeo era stato rinvenuto al suolo, e quel cammeo recava inciso lo stemma dei Belfiore.

Il principe, impressionato dalla comunicazione, parte subito per il forte di Colleverde, con la scusa dell’acquisto di un podere, e ordinando al maggiordomo che, ove il suo ritorno si allungasse, mostrasse al padre della principessa, la lettera ricevuta.

Mentre la principessa Dusnella e suo padre, vecchio generale in ritiro, ne attendevano il ritorno, un insistente latrare dei cani di guardia fa accorrere i servi alla porta del castello, ove essi trovano il cavallo del principe di Belfiore che porta, quasi rovesciato sul dorso, un uomo ferito.

Lo sconosciuto, che è privo di sensi, è condotto nel castello, adagiato su di un letto, e soccorso. Egli è Paolo di Santelmo ed ha una ferita d’arma da fuoco al fianco destro.
Dusnella e il padre si recano ad aiutare lo straniero, e cercano invano d’interrogarlo; egli è sempre svenuto. Ma grande è la loro sorpresa quando si rendono conto che il ferito stringe nella mano sinistra un fazzoletto macchiato di sangue e quel fazzoletto reca lo stemma e le cifre del principe di Belfiore.

In quello, il maggiordomo mostra nascostamente al padre di Dusnella la lettera del tenente di Villarosa, e il padre allora, cui non sfugge anche il particolare che sua figlia ha al dito un anello al quale manca la pietra, è assalito da una tragica ansia, e prende una risoluzione: fa sorvegliare Dusnella e lo straniero ferito, e accorre al forte Colleverde.

Nella notte, i servi nascosti a spiare vedono la porta della camera di Dusnella aprirsi e la principessa uscirne per entrare furtivamente nella camera del ferito. Questi è rinvenuto: la sua ferita è lieve, la donna e lui parlano a bassa voce. Paolo di Santelmo racconta come al forte Colleverde, dopo una lotta accanita, egli ha avuto ragione del Principe di Belfiore ed è riuscito a fuggire sul suo stesso cavallo.

Mentre il padre di Dusnella, giunto al forte, s’intrattiene con il genero e col tenente di Villarosa sui fatti accaduti, squilla il campanello di allarme.

I soldati hanno scorto due ombre profilarsi sul ciglio del fossato e, secondo l’ordine ricevuto, hanno spianato le armi e fatto fuoco.

Le due ombre precipitano: sono Paolo di Santelmo e la principessa Dusnella.

I soldati, il principe e il generale, scendono nel fossato ed ivi trovano il giovane morto: sul suo avambraccio, appare un tatuaggio che rivela in lui un affiliato alla più terribile setta delle spie nemiche.

Dusnella, ferita e svenuta, è trasportata nell’interno del forte. Essa è immobile su di un piccolo letto. Il medico la osserva, mentre il marito e il padre sono sotto il tormento più angoscioso.

Come si chiarirà il mistero?

È quello che si rivela, con emozione; nel finale del dramma.
(dalla brochure del film)

L'agguato della morte 1919
Una scena del film L’agguato della morte (1919)

Come finisca questo “cinedramma straordinario” non so dirvelo per la semplice ragione che il film risulta scomparso. Secondo Vittorio Martinelli, che non cita la fonte, la trama sarebbe molto diversa:

La Principessa Dusnella di Belfiore viene sorpresa accanto ad una polveriera nell’atto di dar fuoco alla miccia di un potente esplosivo. Tutte le apparenze sono contro di lei, benché in realtà, la fanciulla, agendo in uno stato di sonnambulismo, è portata a compiere gli atti più imprevedibili. La sua innocenza viene alla fine provata. La spia che avrebbe dovuto far esplodere la polveriera, viene catturata da Dusnella e da Paolo di Sant’Elmo, il suo fidanzato, l’unico che aveva sempre creduto alla sua innocenza.
(da Il cinema muto italiano 1919 – i film del dopoguerra, Bianco e Nero – Nuova Eri/Edizioni Rai 1995)

Girato nel 1919 (visto di censura del 1.4.1919), prima visione romana Cinema Venezia, 23 gennaio 1920. Non sono riuscita a trovare nessuna recensione.